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    Predefinito Verdi fuori,Rossi dentro:l'inganno Ambientalista



    Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 1a parte

    L'ultimo libro delle edizioni Libero-Free (il diciannovesimo, poi dicono che non esiste mercato per le idee a destra di Jeremy Rifkin) è una perla. "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista" tocca uno dei temi abituali di questo blog. Gli autori sono due scienziati di primissimo livello: Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001.

    Pubblico, in tre parti, un capitolo del libro, nella convinzione che qualcuno dei lettori di questo blog andrà in edicola e caccerà di tasca 2,50 euro (l'equivalente della mancia che lasciamo al cameriere della pizzeria) per acquistare l'intero volume e leggersi tutti gli altri. Il libro è in vendita in edicola a partire da oggi, venerdì 22 giugno. Merita davvero.

    Secondo il Terzo Rapporto dell’Ipcc (Comitato internazionale sui cambiamenti climatici) – un organismo intergovernativo che comprende scienziati da 100 Paesi – “il riscaldamento globale previsto per il prossimo secolo potrebbe risultare senza precedenti negli ultimi 10.000 anni”. Ma secondo Richard Lindzen, uno degli estensori di quel rapporto e membro dell’Accademia nazionale delle scienze americana, “la possibilità di un eccezionale riscaldamento globale, anche se non escludibile, è priva di basi scientifiche”.

    Il riscaldamento globale è ritenuto essere la conseguenza di vari fattori tra cui anche un incremento della concentrazione atmosferica di gas-serra (soprattutto CO2 e, in misura molto minore, metano e altri gas-serra). Siccome nell’ultimo secolo sono progressivamente aumentati sia l’uso mondiale dei combustibili fossili sia le concentrazioni atmosferiche di CO2, si potrebbe pensare che, assumendo che questi aumenti continuino senza sosta, il raggiungimento di livelli pericolosi sia solo questione di tempo, e che più aspettiamo più difficile potrebbe essere affrontare il problema.

    Il sillogismo logico, secondo alcuni, sarebbe allora il seguente:

    1. i gas-serra stanno aumentando senza sosta,

    2. ogni cosa che aumenta senza sosta raggiunge prima o
    poi livelli catastrofici,

    3. la catastrofe non può evitarsi se non si blocca quell’aumento.


    Ma, piaccia o no, le cose non sono così semplici. Ad esempio, le previsioni del futuro riscaldamento globale assumono che la crescita di popolazione s’interromperà in alcuni decenni: se così non fosse, avremmo ben altro – prima ancora del riscaldamento globale – di cui preoccuparci. E, d’altra parte, dovesse la popolazione mondiale stabilizzarsi, il timore dell’aumento senza sosta dei gas-serra non sarebbe più giustificato.

    Secondo altri, invece: non vi è alcuna evidenza che il riscaldamento sia reale; ammesso che lo sia, esso è minimo e non vi è alcuna evidenza che sia stato indotto dalle attività umane; e, infine, esso potrebbe essere addirittura benefico.

    Naturalmente, finché nessuna delle due parti comprende solo isolati casi di dissenzienti (e non è questo il caso), non ha importanza sapere quale pensiero ha il maggior numero di sostenitori: i risultati della scienza non si acquisiscono a maggioranza. Poniamoci allora le seguenti quattro domande: Il riscaldamento globale è reale? Qualora lo fosse, la causa dominante è l’effetto serra d’origine antropica? Qualora anche questo fosse il caso, quale aumento di temperatura media globale potremmo realisticamente attenderci fra, poniamo, 100 anni? E, infine, l’aumento realisticamente prevedibile in caso di contributo antropogenico determinante, apporterà, globalmente, danni o benefìci?

    Il riscaldamento globale è reale?
    Anche se misure dirette in grado di fornire informazioni sulle temperature medie globali sono state effettuate solo recentemente, vari dati indiretti (in particolare le concentrazioni relative di 16O e 18O nelle “carote” di ghiaccio estratte in Groenlandia) ci permettono di concludere che attualmente la Terra si trova tra due ere glaciali (che avvengono ogni 100.000 anni circa). Durante l’ultima era glaciale le temperature erano di 10 gradi inferiori ad ora e non è escluso che il pianeta sia più caldo adesso che non in ogni altro periodo degli ultimi 1000 anni; un riscaldamento, quello di questo millennio, che è avvenuto gradualmente per ragioni certamente indipendenti dalle attività umane.

    Il problema che nasce è se per caso queste ultime abbiano o no, sul riscaldamento globale, un’influenza significativa rispetto a cause naturali. A questo scopo, è necessario limitarsi a osservare le variazioni negli ultimi 150 anni, cioè dall’avvento dell’industrializzazione. Ebbene, vi è concordanza nella comunità scientifica che le misurazioni di temperatura effettuate da stazioni sulla Terra rivelano valori che negli ultimi 150 anni sono aumentati di circa mezzo grado. I maggiori aumenti si sono registrati nei periodi 1910-1945 e 1975-2000. Però – va detto e questo è importante – nel periodo 1945-1975, senza che ci sia mai stata alcuna diminuzione delle emissioni antropiche, si è osservato non un aumento ma una diminuzione di temperatura.

    Se però ci si chiede se queste misurazioni corrispondano alla temperatura media globale, ci si imbatte in una prima seria difficoltà: non vi è garanzia che l’aumento osservato non sia da attribuire al fatto che nell’intorno delle stazioni di misura si sviluppava, nei decenni, un’urbanizzazione, e che è ad essa che dovrebbe attribuirsi quell’aumento. L’assenza di quella garanzia nasce anche dal fatto che i tentativi di aggiustare i dati in modo tale da tenere conto di questo “effetto da urbanizzazione” – mediante soppressione dei dati più recenti dalle stazioni “incerte” – aumenta l’incertezza sull’analisi finale, visto che si ha bisogno di dati abbondanti e accurati proprio in riferimento ai tempi più recenti. Per farla breve: potrebbe benissimo essere che il riscaldamento osservato successivamente al 1975 (circa 0.15 gradi per decennio) sia da attribuirsi totalmente all’effetto dell’urbanizzazione attorno alle stazioni di misura.

    Nel periodo successivo al 1975 si ha però disponibilità di dati satellitari. I satelliti non registrano la temperatura della Terra, ma quella dell’atmosfera, misurando la quantità di radiazione a microonde emessa dalle molecole che costituiscono l’aria sino a circa 8 km di distanza dalla Terra. Le misure satellitari sono più attendibili, sia perché i satelliti riescono a campionare contemporaneamente una porzione di globo più ampia, sia perché esse non sono viziate dall’effetto di urbanizzazione. Ebbene, il risultato è che le misure satellitari non registrano l’aumento di temperatura registrato dalle misure sulla Terra. Un risultato, questo, che trova conforto nelle misure effettuate, sin dal 1960, dai palloni aerostatici, dai quali, pure, non si registra alcun aumento di temperatura.

    Una curiosa osservazione che spesso viene avanzata dai media è la seguente: riferendosi ad un evento climatico eccezionale, e a “prova” dei cambiamenti climatici in atto, si osserva che quell’evento «non accadeva da 120 anni!». Non si pensa, però, che se non accadeva da 120 anni, allora 120 anni fa è accaduto: come mai? (...) È vero, ad esempio, che nel 1998 e nel 2003 si registrarono record di alte temperature (si veda Italia e Germania), ma è altrettanto vero che le temperature più alte mai registrate in Spagna, Finlandia, Usa, Alaska e Argentina furono registrate tutte in data anteriore al 1915 (nel 1881 in Spagna), e la temperatura più alta mai registrata al mondo fu registrata, in Libia, nel 1922. Così come la temperatura più bassa mai registrata in Germania fu registrata nel 2001 e, nel mondo, nel 1983. Interessante anche il record del Regno Unito, ove la temperatura più bassa mai registrata fu di -27.2 C, e fu registrata negli anni 1895, 1982 e 1995: cioè oggi come 100 anni fa.

    Qual è il contributo d’origine antropica al presunto
    riscaldamento globale?

    Stabilite le incertezze su cui si fonda l’esistenza stessa del riscaldamento globale, passiamo a valutarne, nell’ipotesi che esso sia reale, il contributo antropogenico. Indubbiamente, i gas-serra (innanzi tutto acqua, e poi anidride carbonica) tengono la Terra calda: senza di essi, avremmo 33 gradi di meno. Ma l’anidride carbonica (il secondo componente naturale, dopo il vapore acqueo, responsabile dell’effetto serra “naturale”) è anche immessa nell’atmosfera dall’uomo ogni volta che si bruciano combustibili fossili. Effettivamente, si osserva che, nel tempo, le concentrazioni atmosferiche di CO2 e le temperature hanno seguito un comportamento parallelo: a diminuzioni o aumenti delle prime corrispondono diminuzioni o aumenti delle seconde. È però importante essere consapevoli del fatto che comportamenti paralleli di questo tipo non implicano necessariamente una relazione di causa-effetto; e, dovesse essa esserci, non rivelano qual è la causa e quale l’effetto. In particolare, sembra che gli aumenti di temperatura alla fine delle ultime tre ere glaciali abbiano preceduto (e non seguito) corrispondenti aumenti di concentrazione di CO2. Purtroppo, le incertezze di questo dato non permettono di assumerlo per assodato e definitivo. In ogni caso, non vi è dubbio che la Terra potrebbe riscaldarsi per altre ragioni – l’attività solare, ad esempio - che disturbino il bilancio tra la radiazione proveniente dal Sole e quella che la Terra rispedisce indietro nello spazio.

    Alcuni, infatti, ritengono che le variazioni di temperatura registrate negli ultimi 150 anni siano da attribuire esclusivamente a variazioni dell’attività solare. In particolare, il numero delle macchie solari (osservabili facilmente con un modesto telescopio) è stato accuratamente registrato negli ultimi 400 anni (e segue un ben noto ciclo con periodo di 11 anni). Ed effettivamente, esattamente come avveniva tra concentrazione di CO2 e temperatura della Terra, si è osservato che, nel tempo, l’attività solare e le temperature hanno seguito un comportamento parallelo (...).

    Solo che, in questo caso – dovesse esserci una relazione di causa-effetto – non ci sarebbero dubbi sull’attribuzione della causa e dell’effetto. Va però detto che il tentativo di valutare, dagli aumenti osservati di attività solare, la consistenza degli aumenti di temperatura attesi, ha portato alla conclusione che questi sono inferiori agli aumenti di temperatura osservati. Allora, vi è, forse, ancora spazio per attribuire all’uomo almeno una parte dell’aumento di temperatura osservato (ammesso che esso sia reale). Per cercare di togliersi il dubbio non c’è altro da fare che affidarsi a modelli matematici e tentare di simulare la realtà al calcolatore.

    Questi modelli sono, essenzialmente, dello stesso tipo di quelli che si usano per fare le previsioni meteorologiche, anche se vi sono alcune fondamentali differenze su cui qui non è il caso di soffermarsi. Comunque, ecco in breve come funzionano, almeno per la parte più simile ai modelli di previsione del tempo:

    1. la superficie della Terra è suddivisa in cellette bidimensionali da una griglia tracciata lungo i meridiani e i paralleli, e l’atmosfera sopra ogni celletta è quindi suddivisa in strati: l’intera atmosfera è così ripartita in tante “scatole”;

    2. entro ognuna di esse si fissano, ad un particolare istante di tempo, i valori delle grandezze fisiche significative (temperatura, pressione, umidità, velocità e direzione del vento, etc.);

    3. si usano le equazioni del modello per far evolvere nel tempo la situazione iniziale, calcolando i valori futuri delle grandezze fisiche significative in ogni “scatola”.

    L’attendibilità di un modello dipende dalla sua capacità di predire... il passato: si parte dalle condizioni iniziali, poniamo, nel 1860; si usa il modello per riprodurre le condizioni presenti; se queste non sono riprodotte, si modificano le condizioni iniziali e i parametri del modello sino a che non si ottengono da esso previsioni in accordo col futuro (rispetto al 1860) che conosciamo già (cioè sino ad oggi). Questo modo di procedere è senz’altro il migliore possibile, viste le enormi difficoltà del problema; ma non bisogna dimenticare che variando a piacimento un gran numero di parametri si è in grado di riprodurre qualunque cosa si voglia: la verità è che un modello costruito su un numero sufficiente di parametri è in grado di riprodurre tutto e il contrario di tutto da qualunque insieme di dati.

    Ad ogni modo, l’Ipcc, in un rapporto firmato da 515 (sic!) autori, osserva che i modelli matematici riprodurrebbero l’attuale riscaldamento globale solo a patto che siano incluse le emissioni antropogeniche di gas-serra, e pertanto conclude che “tenendo conto dei pro e dei contro dei fatti, sembra che vi sia una ben distinguibile influenza umana sui cambiamenti climatici”. Alcuni ritengono la conclusione azzardata. Innanzitutto, a causa dei limiti già detti inerenti a modelli che contengono un gran numero di parametri. In secondo luogo, perché molti modelli considerati dall’Ipcc falliscono quando s’includono in essi i contributi provenienti dagli aerosol, che sono particelle – principalmente di solfati – che si formano dalle emissioni vulcaniche e antropogeniche: includendo gli aerosol, le temperature calcolate dai modelli sono inferiori a quelle osservate. Infine, perché modelli diversi danno risultati molto diversi tra loro, a causa della difficoltà connessa alla trattazione delle masse di nuvole; per includerle appropriatamente nei modelli, bisognerebbe dividere l’atmosfera in “scatole” molto più piccole, e quindi molto più numerose, fatto che renderebbe però impraticabili i già complessi calcoli.

    In alcuni casi i modelli hanno dimostrato una più che soddisfacente attendibilità: quando, nel 1991, in seguito alla gigantesca eruzione del vulcano Pinatubo nelle Filippine, la temperatura media globale diminuì di 0.5 gradi, una diminuzione che fu osservata e anche “prevista” dai modelli. L’evento, tuttavia, non può non farci riflettere: se basta un’eruzione vulcanica per diminuire di 0.5 gradi in un anno la temperatura media globale, qual è il senso di preoccuparsi di un’eventuale contributo antropogenico che sarebbe stato la causa di un aumento di 0.6 gradi in 150 anni?

    Sembrerebbe, ancora una volta, che il contributo antropogenico alle variazioni di temperatura media globale sia ben mascherato da contributi naturali, ben più importanti e sui quali poco o nulla possiamo fare se non, ove possibile, adattarci.

    (1 - continua).

  2. #2
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    Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto - 2a parte

    Seconda parte (di tre) di un capitolo del libro "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista", diciannovesimo volume dei "Manuali di conversazione politica" pubblicati da Libero-Free. Il libro è scritto da due scienziati di primissimo livello: Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001. Il libro costa appena 2,50 euro ed è in vendita in edicola da venerdì 22 giugno.

    Quali temperature potremmo attenderci fra 100 anni?
    Se si assumono attendibili le misure satellitari e le si estrapola da qui a 100 anni, per allora la temperatura media globale sarà aumentata di mezzo grado, con un’incertezza di 1.5 gradi. Se invece – come fa l’Ipcc – si assumono fedeli le misure dalle stazioni a Terra e si attribuisce esclusivamente all’uomo la causa del riscaldamento globale, le previsioni da qui a 100 anni dipendono da molteplici considerazioni (economiche, politiche, tecnologiche, etc.) sullo sviluppo dell’umanità; e che si riflettono, alla fine, sulla reale consistenza futura di emissioni di gas serra.

    Ebbene, l’Ipcc, assumendo fedeli le temperature registrate sulla Terra e attribuendo all’uomo la principale responsabilità del riscaldamento, esamina 40 possibili scenari, prende nota dei due scenari che prevedono l’aumento minore e l’aumento maggiore di temperatura, e conclude che per il 2100 ci si deve attendere un aumento di temperatura compreso fra 1.4 e 5.8 gradi. Curiosamente, l’Ipcc non riporta né l’incertezza di ciascun valore di temperatura previsto da ciascuno degli scenari, né la probabilità che questi scenari hanno di realizzarsi. Ad esempio, gli scenari che prospettano i maggiori aumenti di temperatura sono quelli che assumono che tutti i paesi in via di sviluppo avranno nel frattempo raggiunto standard di vita uguali a quelli dei paesi industrializzati. Un’assunzione, questa, che, anche se desiderabile col cuore, sembra francamente lontana da ogni oggettiva realtà delle cose. Anche se noi che scriviamo possiamo prenderci la libertà di essere così “politicamente poco corretti”, l’Ipcc, un organismo intergovernativo comprendente rappresentanze da un centinaio di paesi, molti dei quali in via di sviluppo, non può evidentemente prendersi quella stessa libertà. Certamente non sino al punto da escludere dai propri rapporti quei fantasiosi scenari. Se si fa questa “scrematura” (ed è stata fatta in studi indipendenti) l’aumento massimo di temperatura da attendersi per il 2100 (nell’ipotesi che siano le attività umane le responsabili principali del presunto global warming) non è superiore a 3 gradi. Se invece il contributo antropogenico fosse irrisorio, dai dati disponibili sull’attività solare possiamo attenderci, fra 100 anni, variazioni di temperatura comprese fra –1.0 e 2.0 gradi.

    Un eventuale riscaldamento globale, che sia di realistica entità, sarebbe dannoso o benèfico per l’umanità?
    Una comune affermazione è quella che si fa in occasione di eventi climatici catastrofici.

    Ad esempio, si dice che solo nei più recenti anni si sono avuti uragani così frequenti e così intensi. Ma è vero? La tabella 2 riporta i 24 uragani più intensi (tutti quelli di forza 4 e 5) registrati negli anni 1850-2004. Ebbene, come si vede, ve ne furono 11 nei 76 anni compresi fra il 1852 e il 1928, e 13 nei 76 anni compresi fra il 1928 e il 2004; e, tra i primi 14 (tutti quelli di forza 5), ne occorsero 7 negli anni 1852-1928 e 7 negli anni 1928-2004: sostenere di essere in presenza di un evidente e marcato aumento di uragani ci sembra quanto meno precipitoso, se non azzardato.

    Ciò premesso, è chiaro che – a meno di credere che la temperatura oggi sia esattamente la migliore concepibile – è ragionevole pensare che il mondo potrebbe trarre benefìci da modeste variazioni di temperatura. Bisogna stabilire se questi benefìci verrebbero da una modesta diminuzione o da un modesto riscaldamento.

    L’incidenza di mortalità è certamente correlata alle temperature: sia il caldo che il freddo estremo favoriscono i decessi, ma è stato dimostrato che condizioni di freddo estremo causano un’incidenza doppia di mortalità rispetto alle condizioni di caldo estremo. Inoltre, se si tiene conto del fatto che un eventuale global warming comporterà maggiori aumenti di temperatura nelle stagioni fredde che non in quelle calde, si può concludere che, rispetto alla mortalità umana, un modesto global warming avrebbe effetti benèfici.

    Gli scenari dell’Ipcc prevedono, per il 2100, un innalzamento dei mari compreso fra 9 e 90 centimetri. Ma bisogna osservare due fatti. Innanzi tutto, il mondo riesce benissimo ad affrontare questo problema, come testimonia l’Olanda, col suo imponente sistema di dighe che la difende dal mare. Naturalmente, si potrebbe obiettare che un paese come il Bangladesh, la cui popolazione vive, per il 25%, in zone costiere a circa un metro sul livello del mare, potrebbe non essere in grado, per la sua povertà, a prendere le adeguate misure protettive. Non bisogna tuttavia dimenticare che i “peggiori” scenari previsti dall’Ipcc si realizzerebbero solo se anche i paesi poveri raggiungessero lo stesso benessere economico dei paesi ricchi, per cui, in quel caso, come oggi l’Olanda, anche il Bangladesh saprebbe come affrontare il problema.

    In secondo luogo, va precisato che il livello del mare sta aumentando da millenni. Da quando la Terra è uscita dall’ultima glaciazione, il livello del mare è aumentato di ben 100 metri, per due cause principali: la fusione dei ghiacciai e la dilatazione termica delle acque. La prima, è un evento in corso a partire dalla fine dell’ultima era glaciale, e non ha avuto alcuna accelerazione nell’ultimo secolo. Anzi, non è escluso che un clima più caldo possa interromperla, in conseguenza di aumentate precipitazioni, che ai poli si depositerebbero come neve.

    I benefìci sull’agricoltura da un modesto global warming sono indubbi. Anzi, in questo caso l’aumento di temperatura è sinergico con l’aumento di concentrazione di CO2: nelle serre tecnologicamente più avanzate si pompa, appunto, CO2 per ottenere rendimenti più alti.

    (2- continua)

  3. #3
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    Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto

    Terza e ultima parte del capitolo "Cambiamenti climatici e l’inganno del protocollo di Kyoto", estratto dal libro "Verdi fuori, rossi dentro. L'inganno ambientalista", diciannovesimo volume dei "Manuali di conversazione politica" pubblicati da Libero-Free. Il libro è scritto da Franco Battaglia, docente di Chimica Ambientale all'università di Modena e vicepresidente dell'Associazione Galileo 2001, e Renato Angelo Ricci, professore emerito all'università di Padova, presidente onorario della Società Italiana di Fisica e presidente dell'Associazione Galileo 2001. Il volume costa appena 2,50 euro ed è in vendita in edicola a partire da venerdì 22 giugno. Che aspettate a comprarlo?

    Conclusioni

    In conclusione, nell’ipotesi che effettivamente l’uomo contribuisca significativamente al riscaldamento globale, non c’è da attenderselo, realisticamente, superiore a 2-3 gradi da qui al 2100. Ma, in questo caso, esso avrebbe, nel complesso, effetti benèfici per l’umanità. Naturalmente, sarebbe insensato che l’umanità si sforzi di raggiungere artificialmente la temperatura che si ritenga essere la migliore possibile. Ma, allo stesso modo, dovremmo convenire che sarebbe parimenti insensato ogni sforzo, per di più in nome di un vago principio di precauzione, per evitare di raggiungere quella condizione ideale.

    Un’ultima osservazione va fatta, in ordine al presunto eccezionale ed eccezionalmente rapido cambiamento climatico di cui saremmo testimoni: d’eccezionale non c’è né l’attuale presunto cambiamento climatico né la sua rapidità. Un fatto è certo: il clima del pianeta può radicalmente cambiare, come le ere glaciali inconfutabilmente attestano. Cinquant’anni fa, quando ancora si riteneva che ciò potesse avvenire solo con tempi dell’ordine delle decine di migliaia d’anni, ci si è confrontati con l’evidenza che seri cambiamenti climatici avvennero anche nell’arco di pochi millenni; ridotti a pochi secoli dai risultati delle ricerche nei successivi 20 anni, e ulteriormente ridotti ad un solo secolo dai resoconti scientifici degli anni 1970-1980. Oggi, la scienza sa che cambiamenti climatici, nel passato, sono avvenuti anche nell’arco di pochi decenni.

    Nel 1955, datazioni al carbonio-14 effettuate su reperti scandinavi rivelarono che il passaggio, circa 12.000 anni fa, da clima caldo a clima freddo, avvenne durante un millennio. Un periodo che fu definito “rapido”, vista l’universale convinzione che tali cambiamenti potevano avvenire solo in tempi di decine di migliaia d’anni. Conferme vennero da altre ricerche: ad esempio, quella dell’anno successivo che accertò che l’ultima era glaciale finì col “rapido” aumento di un grado per millennio della temperatura globale media; e quella di 4 anni dopo, secondo cui vi furono nel passato, e nell’arco di un solo millennio, aumenti di temperatura anche di 10 gradi. E altre ancora, finché nel 1972 il climatologo Murray Mitchell ammetteva che le evidenze degli ultimi 20 anni forzavano a sostituire la vecchia visione di un grande, ritmico ciclo con quella di una successione rapida e irregolare di periodi glaciali e interglaciali all’interno di un millennio.

    Anche se, allora, il timore dominante era la possibilità che la fine del secolo avrebbe potuto segnare l’inizio di un periodo glaciale con evoluzione rapida (cioè in pochi secoli) verso condizioni “fredde” catastrofiche per l’umanità), non mancava, tuttavia, chi avvertiva del pericolo opposto: il riscaldamento globale a causa delle emissioni umane. In quello stesso 1972, infatti, il climatologo M. Budyko dichiarava che alla velocità con cui l’uomo immetteva CO2 nell’atmosfera, i ghiacciai ai poli si sarebbero completamente sciolti entro il 2050. Insomma, ancora 30 anni fa gli scienziati non si erano messi d’accordo se un’eventuale minaccia proveniva dal troppo freddo o dal troppo caldo.

    Mentre erano concordi su una cosa, che di troppo era certamente: la loro ignoranza. E invocarono – giustamente – maggiori risorse. Grazie alle quali andarono in Groenlandia ove, dopo 10 anni di tenace lavoro, estrassero, dalle profondità fino ad oltre 2 km, “carote” di ghiaccio di 10 cm di diametro. Dalle analisi dell’abbondanza relativa degli isotopi dell’ossigeno nei diversi strati di ghiaccio (il più profondo dei quali conserva le informazioni sulle temperature di 14mila anni fa) si ebbe la conferma che drammatiche diminuzioni di temperatura erano avvenute in pochi secoli. Ma fu solo nel 1993 che gli scienziati rimasero, è il caso di dire, di ghiaccio: quando scoprirono, da nuovi carotaggi, che la Groenlandia aveva subito aumenti di anche 7 gradi nell’arco di soli 50 anni; e, a volte, con drastiche oscillazioni anche di soli 5 anni!

    Anche se «questi rapidissimi cambiamenti del passato non hanno ancora una spiegazione», come dichiara un recente rapporto dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana, la scienza ha accettato l’idea di un sistema climatico la cui variabilità naturale si può manifestare anche nell’arco di pochi decenni. Non c’è nessuna ragione – di là da quella che ci rassicura psicologicamente – per ritenere che essi non debbano manifestarsi oggi. Vi sono invece tutte le ragioni per ritenere che quella secondo cui l’uomo avrebbe influenzato i cambiamenti climatici sia un’idea – come tutte quelle dei Verdi, ad essere franchi – priva di fondamento; e per ritenere, semmai, che sono i cambiamenti climatici ad aver influenzato l’uomo e il percorso della civiltà.

    Una cosa senz’altro certa è che i vincoli del protocollo di Kyoto (ridurre del 5%, rispetto a quelle del 1990, le emissioni di gas serra da parte dei paesi industrializzati) avrebbero effetto identicamente nullo sul clima: nell’atmosfera vi sono 3000 miliardi di tonnellate di CO2, l’uomo ne immette, ogni anno, 20 miliardi di tonnellate, di cui 10 provengono dai paesi industrializzati, e pertanto il protocollo di Kyoto equivarrebbe a immettere nell’atmosfera 19.5 miliardi di tonnellate di CO2 anziché 20 miliardi. Un primo passo, dicono gli ambientalisti; ma anche montare su uno sgabello è un primo passo per raggiungere la Luna! (Né, d’altra parte, veniamo informati di quali sarebbero gli altri passi). Insomma, la temuta temperatura che l’umanità potrebbe dover sopportare nel 2100, se si applicasse il protocollo di Kyoto verrebbe ritardata al 2101! Senonché, gli sforzi economici conseguenti allo rendere operativo quel protocollo sarebbero disastrosi: nel caso dell’Italia, quel disastro – è stato valutato – comporterebbe, tra le altre cose, la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro per ridotta produttività.

    (3- Fine)

 

 

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