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  1. #81
    OLTRE LA MORTE
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    Citazione Originariamente Scritto da camerata-pavia Visualizza Messaggio
    si certo però nn tutti i camerati su internet sn camerati attivi nella vita.
    Quoto: anche questa e' un'osservazione sensata. Internet e' un mezzo, uno strumento validissimo quanto vi pare ma tale rimane.
    Tocca a noi saperlo o meno utilizzare per raggiungere determinati obiettivi.

  2. #82
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    Faurisson a Teramo: era proprio necessario tutto questo?
    19-05-2007 2325

    E’ difficile parlare il giorno dopo di una lezione mai avvenuta, di una cosiddetta aggressione in pieno centro, prima ridimensionata e poi quasi “drammatizzata” (vedi l’incidente che è occorso al capo della mobile Capasso ndr.), di un’università chiusa e del grande rumore mediatico che ha accompagnato la visita di Faurisson a Teramo. Ma forse qualche osservazione sull’argomento è necessaria, in quanto la vicenda ha travalicato da subito l’attualità Teramana per diffondersi in ambito nazionale.

    Il sedicente professore francese è fautore di tesi che definire scomode (o semplicemente deliranti) è solo un eufemismo; vediamole. I punti fondanti della sua teoria sembrano essere tre: non è mai esistito un piano di sterminio preordinato degli ebrei, gli ebrei uccisi nell’olocausto sarebbero meno di sei milioni, le camere a gas dei campi di concentramento non sarebbero mai esistite.

    L’obbiettivo (non dichiarato) del suo “lavoro” porterebbe quindi ad una redefinizione pesante del concetto di olocausto, ridimensionamento funzionale forse a molte questioni politiche attuali (ad esempio il ruolo e la formazione di Israele in medio oriente).

    La prima osservazione che mi viene in mente è: era veramente essenziale organizzare una conferenza stampa in pieno centro, data la controversia del personaggio? Non possiamo dimenticare il nostro passato, l’Italia non è stata, infatti, esente ed incolpevole da quell’immane e sistematica mattanza che la shoah costituì. La firma delle leggi razziali nel 38’ da parte del fascismo diede l’avvio alla discriminazione (e successivamente alla deportazione e alla macellazione) sistematica di Italiani che avevano la sola “colpa” di professare la religione o essere di origine ebraica. Come si può pensare in questo contesto, di organizzare a cuor leggero un incontro in pieno centro cittadino con un negazionista convinto? Si è trattato di leggerezza o si voleva lo scandalo ad ogni costo? Ingenuità o trovata pubblicitaria? .

    Il secondo punto di riflessione è: si doveva veramente chiudere l’università, favorendo il rilievo mediatico della vicenda? Chi scrive, non è d’accordo su nessuna delle tesi (per molti versi assurde) sbandierate da Faurisson, e non prova nessuna simpatia per il personaggio.

    La cosiddetta “soluzione finale” è stata forse il più grande dramma del ‘900 in Europa (e per realizzarlo basterebbe rileggersi qualche pagina di Primo Levi o di Hannah Arendt) e l’antisemitismo nel nostro continente ha radici molto antiche. Però non capisco perché si debba far diventare Faurisson un martire della libertà di pensiero. Sarebbe stato molto meglio trasformare la lezione in dibattito, alla presenza di un contradditorio, e smontare le tesi del negazionista direttamente nel corso della discussione.

    La lezione inoltre non sarebbe stata tenuta in una scuola elementare, ma in un’aula universitaria, in presenza di persone che potevano facilmente ribattere o interpretare le tesi dello “storico d’oltralpe”. Era proprio necessario scomodare la Digos, la questura (e si parlava addirittura di servizi segreti) per un ottantenne?

    A noi pare onestamente esagerato, e certamente funzionale alla rivalutazione dell’immagine di negazionisti e revisionisti stranieri e nostrani e alle teorie più o meno paranoiche di poteri occulti, pronti a plasmare a piacimento la realtà; e ci conviene pensare forse che anche qui si sia trattato di pura ingenuità.

    Daniele Tempera


    DIGITANDO SU "GOOGLE " IL NOME DI " FAURISSON " HO POTUTO LEGGERE TALE INTERESSANTE ARTICOLO SULLA " VICENDA TERAMIANA ".....
    vi sono ottimi spunti di riflessione...


    fermo restando che :
    INTERNET E' L'ARMA PIU' FORTE !

  3. #83
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    HOME Il problema delle camere a gas

    di Robert Faurisson

    Quella che qui segue è un'esposizione sintetica per la quale Faurisson cercò a lungo ospitalità presso varie testate. Gliela pubblicava, infine, Maurice Bardèche, noto intellettuale fascista, nella propria rivista, "Défense de l'Occident", giugno 1978. Dall'avvertenza che chiude il presente scritto si vedrà come Faurisson non mancasse di prendere le distanze dalla linea propria al periodico sul quale aveva dovuto ripiegare.
    Nessuno, neppure i nostalgici del III Reich, si sogna di negare l'esistenza dei campi di concentramento hitleriani. Tutti poi riconoscono che alcuni di questi campi erano dotati di forni crematori. 1 cadaveri, invece di essere sepolti, venivano bruciati. La frequenza stessa delle epidemie imponeva la cremazione, ad esempio, dei corpi dei morti di tifo.
    Numerosi autori francesi, inglesi, americani e tedeschi contestano, invece, l'esistenza, nella Germania hitleriana, di "campi di sterminio". Questa espressione designa, presso gli storici della deportazione, campi di concentramento che sarebbero stati dotati di "camere a gas". Tali "camere a gas", a differenza di quelle americane, sarebbero state concepite per compiere uccisioni in massa. Le vittime sarebbero state uomini, donne e bambini di cui Hitler avrebbe deciso lo sterminio a causa della loro appartenenza razziale o religiosa. Si tratta di quello che viene indicato come il "genocidio". L'arma per eccellenza del "genocídio" sarebbero stati questi mattatoi umani chìamati "camere a gas" e il gas utilizzato sarebbe stato principalmente lo Zyklon B (insetticida a base di acido prussico o cianidrico).
    Gli autori che contestano la realtà del "genocidio" e delle "camere a gas" sono definiti "revisionisti". La loro argomentazione si puo riassumere come segue:
    "Basta applicare a questi due problemi i metodi usuali della critica storica per rendersi conte che ci si trova di fronte a due miti i quali, d'altronde, rappresentano un insieme indissolubile. Non si è mai potuto dimostrare l'interizione criminale attribuita ad Hitler. Quanto all'arma del crimine, nessuno, in verità, l'ha mai vista. Ci si trova così dinanzi ad un successo unico della propaganda di guerra e di odio. La storia è piena di imposture siffatte, a cominciare dalle invenzioni religiose sulla stregoneria. Ciò che, in materia, distingue la nostra epoca da quelle che l'hanno preceduta, è che la formidabile potenza dei media ha orchestrato in moda assordante e fino alla nausea "l'impostura del secolo". Guai, da trent'anni, a colui che osa denunciarla! Conoscerà a seconda dei casi galera, multe, percosse, insulti. La sua carriera potrà essere spezzata o compromessa. Sarà denunciato come nazista. Oppure non si darà voce alle sue tesi o si deformerà il suo pensiero. Non ci sarà un paese più spietato verso di lui della Germania".
    Oggi, attorno ai contestate:ri che hanno osato prendersi la responsabilità di scrivere che le "camere a gas" hitleriane, comprese quelle di Auschwitz e di Majdanek, non sono che una menzogna storica, il muro del silenzio sta crollando. E già un progresso. Ma quanti insulti e deformazioni, quando uno storico come Georges Wellers si è deciso finalmente, dieci anni dopo la morte di Paul Rassinier, ad "esporre" una minima parte degli argomenti di questo ex deportato che ha avuto il coraggio di denunciare nei suoi scritti la menzogna delle "camere a gas"! L'intero mondo della stampa, l'intera letteratura, nella quale fa bella mostra un nazismo da sexshop, s'ingegna a diffondere la notizia che i neonazisti oserebbero negare l'esistenza dei forni crematori. Addirittura, che questi neonazisti pretenderebbero che nessun ebreo sia stato gassato. Quest'ultima formulaziene è abile. Dà infatti ad intendeie che i neonazisti, senza contestare l'esistenza delle "camere a gas", portino il loro cinismo fino a pretendere che solo gli ebrei avrebbero beneficiato del privilegio di non passare per le "camere a gas"!
    Da parte mia, mi permetterè di formulare qui alcune osservazioni dedicate agli storici animati da vero spirito di ricerca.
    Innanzitutto farò rilevare un paradosso. Mentre le "camere a gas" costituiscono, per la storiografia ufficiale, la pietra angolare del "sistema concentrazionario nazista" (e allora, per dimostrare il carattere intrinsecamente perverso e diabolico dei campi tedeschi in rapporto a tutti i campi di concentramento, passati e presenti, occorrerebbe ricostruire con estrema precisione il processo che ha portato i nazisti ad inventare, fabbricare e utilizzare questi tremendi mattatoi umani), si osserva, non senza stupore, che nell'impressionante bibliografia su questi campi non esiste un libro, un opuscolo, un articolo sulle "camere a gas" stesse! Attenzione a non farsi ingannare da certi titoli promettenti! Si esamini il contenuto stesso degli scritti. Chiamo "storiografia ufficiale" la storia scritta sull'argomento dei campi da istituzioni o da fondazioni che utilizzano parzialmente o interamente fondi pubblici.
    Bisogna aspettare la pagina 541 della tesi di Olga Wormser-Migot sul Système concentrationnaire nazi, 1933 1945, per veder comparire una trattazione sulle "camere a gas". Ma il lettore si trova di fronte tre sorprese:
    -- La trattazione in questione occupa solo tre pagine.
    -- E' intitolata "Il problema delle camere a gas".
    -- Questo "problema" non è altro che quello di sapere se le "camere a gas" di Ravensbrück (in Germania) e di Mauthausen (in Austria) siano realmente esistite; l'autrice conclude formalmente che non sono esistite e non esamina il problema delle "camere a gas" di Auschwitz o di altri campi, probabilmente perché in questi casi non esiste "problema" a suo giudizio. Ora, al lettore piacerebbe pur sapere perché un'analisi che permette di concludere alla nonesistenza di "camere a gas" in alcuni campi non sia più impiegata allorché si parla, ad esempio, di Auschwitz. Perché lo spirito critico si risveglia, qui, e perché, improvvisamente, cade, là, nel più profondo letargo? Dopo tutto, noi disponiamo, per la "camera a gas" di Ravensbrúck, di mille "prove", "certezze" e "testimonianze irrefutabili", ad L'niziare da quelle insistenti e circostanziate di una Marie-Claude Vaillant-Couturier o di una Germaine Tillion. C'è di più. Parecchi anni dopo la guerra e dinanzi ai tribunali inglese e francese, i responsabili di Ravensbrück (Suhren, Schwarzhuber, il dottor Treite) hanno continuato a confessare l'esistenza di una "camera a gas" nel loro campo! Sono giunti fino a descriverne vagamente il funzionamento! Alla fine, sono stati giustiziati proprio a causa di quella camera a gas fittizia, oppure si sono suicidati. Stesse confessioni, prima di morire o di essere giustiziati, di Ziereis per Mauthausen o di Kremer per Struthof. Oggi, si può visitare la pretesa "camera a gas" di Struthof e leggere in loco l'incredibile confessione di Kremer. Questa "camera a gas", proclamata "monumento storico", non è che una frode. Basta un minimo di spirito critico per rendersi conto che un'operazione di gassazione in quel piccolo locale sprovvisto di qualsiasi Ienuta ermetica si sarebbe tradotta in una catastrofe per i gassatori e la gente intorno. Per far credere all'autenticità di questa "camera a gas", garantita "in condizione originale", si è giunti a dare un grossolano colpo di scalpello in un sottile tramezzo spezzandone quattro piastrelle di ceramica. Si è così allargato il "foro" attraverso il quale Kremer avrebbe versato i cristalli di un gas a proposito del quale non ha potuto dire nulla, se non che, con l'aggiunta di un po'd'acqua, uccideva in un minuto! Come faceva Kremer ad impedire che il gas rifluisse attraverso il "foro"? Come poteva vedere le sue vittime attraverso uno spioncino che lasciava intravedere solo metà del locale? Come faceva a ventilare il locale prima di aprime la grossa porta rustica di legno grezzo? Forse bisognerebbe chiederlo all'impresa di lavori pubblici che, dopo la guerra, ha riportato il luogo alla supposta "condizione originale".
    Parecchio tempo ancora dopo la guerra, prelati, docenti universitari e anche semplici individui rendevano testimonianze di una verità schiacciante sulle "camere a gas" di Buchenwald e Ji Dachau. Per Buchenwald, la "camera a gas" doveva scomparire in qualche modo da sola nelle profondità dello spirito di quanti l'avevano vista. Per Dachau, si è proceduto in altro modo. Dopo aver sostenuto, sull'esempio di monsignor Piguet, vescovo di Clermont, che la "camera a gas" era servita in particolare a gassare dei preti polacchi, la verità ufficiale è diventata a poco a poco la seguente: "Questa "camera a gas", iniziata nel 1943, era incompiuta nel 1945, alla liberazione del campo. Non ha potuto esservi gassato nessuno". Il piccolo locale presentato ai visitatori come "camera a gas" è, in realtà, perfettamente inoffensivo e, mentre si possiedono tutti i documenti edilizi immaginabili sulle costruzioni della Baracke X (crematorio e dintorni), non si capisce su quale documento, né d'altronde su quale inchiesta tecnica, ci si sia basati per parlare in questo caso di "camera a gas incompiuta" (?).
    Nessun istituto storico ufficiale ha operato, per accreditare il mito delle "camere a gas", meglio dell'Istituto di storia contemporanea di Monaco. Lo dirige, dal 1972, Martin Broszat. Collaboratore di questo Istituto fin dal 1955, Broszat è diventato famoso nel 1958 per la pubblicazione (incompletal) delle sedicenti memorie di Rudolf Höss. Orbene, il 19 agosto 1960, questo storico ha annunciato ai suoi compatrioti sbalorditi che di "camere a gas" non ve ne sono mai state in tutto l'ex Reich, ma soltanto in alcuni "punti scelti", prima di tutto (?) in alcune località della Polonia, tra le quali AuschwitzBirkenau. Questa notizia sorprendente è stata da lui comunicata attraverso una semplice lettera al settimanale "Die Zeit" (p. 16). Il titolo dato alla lettera è stato singolarmente restrittivo: Keine Vergasung in Dachau (Nessuna gassazione a Dachau). Broszat non ha fornito, in appoggio alle sue affermazioni, la minima prova. Oggi, quasi diciotto anni dopo la lettera, né lui, né i suoi collaborwori hanno ancora dato la minima spiegazione di questo mistero. Ma sarebbe del massimo interesse sapere:
    -- come Broszat dimostra che le "camere a gas" dell'ex Reich sono delle imposture;
    -- come egli dimostra che le "camere a gas" sono state una realtà in Polonia;
    -- perché le "prove", le "certezze", le "testimonianze" raccolte sui campi che geograficamente ci sono vicini, all'improvviso non hanno più valore, mentre rimangono vere le "prove", le "certezze", le "testimonianze" raccolte sui campi polacchi.
    Per una specie di tacito accordo, neppure uno tra gli storici ufficiali ha pubblicamente affrontalo questi aspetti. Quante volte nella "storia della storia" ci si è affidati alla pura e semplice affermazione di un solo storico?
    Ma veniamo alle "camere a gas" polacche.
    Per affermare che sono esistile delle "camere a gas" a Belzec o a Treblinka, ci si basa essenzialmente sul Rapporto Gerstein. Questo documento di una SS, che è stata "suicidata" nel 1945 nella prigione di Cherche Midi, brulica di tali assurdità che da tempo è screditato agli occhi degli storici. Questo Rapporto non è d'altronde mai stato pubblicato, neppure tra i documenti del Tribunale militare di Norimberga, se non in forma inaccettabile (con cesuTe, falsificazioni, riscritture ... ). Non è mai stato reso pubblico con i suoi aberranti annessi (la "minuta" o, in tedesco, le "Ergänzungen").
    Per quel che riguarda Majdanek, è d'obbligo una visita diretta. Essa è, se possibile, ancor più risolutiva di quella di Struthof. Flubblicherò uno studio al riguardo.
    Per Auschwitz e Birkenau, si dispone fondamentalmente delle memorie di R. Höss, redatte sotto la sorveglianza dei suoi carcerieri polLechi. In loco si trovano un locale "rekonstruiert", e delle macerie.
    Un'esecuzione col gas non ha niente a che vedere con una asfissia suicida o accidentale. Nel caso di un'esecuzione, il gassatore e i suoi aiutanti non devono correre il minimo rischio. Così, per le loro esecuzioni, gli americani utilizzano un gas sofisticato, e ciò in uno spazio ridottissimo ed ermeticamente chiuso. Dopo l'uso, il gas viene aspirato e neutralizzato. I guardiani devono attendere più di un'ora per entrare nel piccolo locale.
    Ci si chiede come ad Auschwitz-Birkenau, ad esempio, si potevano tenere 2.000 uomini in un locale di 210 metri quadrati (!), quindi gettare (?) su di loro dei granuli del fortissimo insetticida Zyklon B; infine, immediatamente dopo la morte delle vittime, mandare, senza maschere antigas, in quel locale saturo di acido cianidrico, un gruppo di persone per estrarne i cadaveri impregnati di veleno. Due documenti degli archivi industriali tedeschi repertoriati dagli americani a Norimberga ci dicono d'altra parte che lo Zyklon B aderiva alle superfici, non poteva essere sottoposto a ventilazione forzata ed esigeva un'areazione di circa 24 ore, ecc. Altri documenti che si trovano in loco, negli archivi del rauseo di Stato di 0swiecim, e che non sono mai stati descritti da nessuna parte, mostrano d'altronde che quel locale di 210 metri quadrati, oggi in macerie, non era che un rudimentale obitorio ("Leichenkeller"), interrato (per proteggerlo dal caldo) e provvisto di un'unica e modesta porta d'entrata e d'uscita.
    Sul crematorio di Auschwitz (come in generale su tutto il campo), c'è una mole enorme di documenti, comprese le fatture precise al pfennig o quasi. Invece, sulle "camere a gas" non si ha nulla: né un ordine di costruzione, né un progetto, né un'ordinazione, né una pianta, né una fattura, né una fotografia. In centinaia di processi, non si è riusciti a produrre niente di questo genere.
    "Ero ad Auschwitz e posso assicurarvi che non c'era alcuna "camera a gas". Si è prestato appena ascolto ai testimoni a discarico che hanno avuto il coraggio di pronunciare questa frase. Sono stati processati. Ancora oggi, chiunque, in Germania, testimoni a favore di Thies Christophersen, che ha scritto La menzogna di Auschwitz, rischia una condanna per "oltraggio alla memoria dei morti".
    All'indomani della guerra, i tedeschi, la Croce rossa internazionale, il Vaticano (pur così bene informato sulla Polonia), tutti hanno dichiarato pietosamente, con molti altri: "Le <camere a gas>? Non ne sappiamo niente".
    Ma, mi chiedo oggi, come si possono sapere le cose quando non si sono verificate?
    Non è esistita una sola "camera a gas" in un solo campo di concentramento tedesco: ecco la verità.
    L'inesistenza delle "camere a gas" è una buona notizia che sarebbe sbagliato tenere ancora nascosta. Come denunciare "Fatima" in quanto impostura non significa attaccare una religione, così denunciare le "camere a gas" come una menzogna storica, non vuol dire prendersela con i deportati. Significa rispondere al dovere di dire la verità.

    Avvertenza

    Leggendo queste pagine, qualcuno potrebbe interpretare le mie idee come un tentativo di apologia del nazional-socialismo.
    In realtà -- per ragioni che non starò ad esporre la persona, le idee o la politica di Hitler mi affascinano tanto poco quanto quelle di un Napoleone Bonaparte. Semplicemente, rifiuto di credere alla propaganda dei vincitori, per i quali Napoleone sarebbe stato "l'orco", mentre HitIer sarebbe stato "Satana".
    Dev'esser chiaro per tutti che l'unica preoccupazione che anima le mie ricerche è quella della verità; chiamo "verità" il contrario dell'errore e della menzogna.
    Riterrò diffamatoria ogni accusa o insinuazione di nazismo.
    Di conseguenza, invito tutti, persone fisiche e persone morali, di diritto pubblico o di diritta privato, a riflettere prima di costringermi, con affermazioni, discorsi, scritti o azioni, a fare ricorso alla legge.
    Copia di questo testo sarà inviata a istanze giudiziarie ed amministrative, come pure a giornali, raggruppamenti ed associazioni.
    16 giugno 1978

    Prima pubblicazzione: Défense de l'Occident, giugno 1978, pp. 32-40.
    Ripodutto in Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique? Le dossier de l'affaire Faurisson. La question des chambres à gaz, Paris, La Vieille Taupe, 1979, pp. 83 ss, 90.
    Riprodutto in Robert Faurisson, Ecrits révisionnistes, 1974-1998, 1999, vol. I, p. 55 ss.
    Prima traduzione italiana: Il Caso Faurisson, a cura di Andrea Chersi, [1981], p. 13-20. Le note sono assente.
    Nova traduzione in Il Caso Faurisson e il revisionismo olocaustico, Graphos, 1997, pp.69-76. Anche la, le note sono assente.


    IN RETE HO POTUTO LEGGERE QUEST'INTERESSANTE ARTICOLO..
    NATURALMENTE GRAZIE ALLA TECNOLOGIA !!!
    INTERNET E' L'ARMA PIU' FORTE !!!

  4. #84
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    Mastella: un ddl
    contro il negazionismo


    Il Guardasigilli propone che diventi reato negare ciò che è stato l'Olocausto. Apprezzamento dalla delegazione della comunità ebraica
    ROMA
    «È mia intenzione - ha detto Mastella - e credo di tutto il governo, presentare un disegno di legge che determini come forma di reato il negazionismo di ciò che è stato l'Olocausto» affinchè «alcune cose non siano ostaggio di false memorie. L'umanesimo è fondamentale al di là di ogni declinazione religiosa». La prossima settimana quindi, anche in coincidenza con il Giorno della Memoria, il Guardasigilli porterà in Consiglio dei ministri il ddl contro il diritto di negare l’Olocausto.

    Per Mastella, dunque, contro l'intolleranza «è necessario combattere e tenere sempre elevato il livello di guardia». Il Guardasigilli ha poi rilevato come, in questo senso, ci sia «un mutamento di rotta significativo del governo italiano: sul negazionismo la vicenda si è ingolfata perchè il mio predecessore si ostinava a negarne l’esistenza» e ha ricordato come qualche giorno fa a Dresda, nel corso della riunione informale dei ministri della Giustizia dell'Unione Europea «ho riproposto la questione con la mia collega tedesca, tentando di superare il guado di incertezza di qualche paese.
    Spero di trovare una totale adesione nella prossima riunione formale dei ministri dell'Ue». Il disegno di legge annunciato stasera sarà elaborato «ascoltando sia le comunità ebraiche - ha aggiunto Mastella - sia altri soggetti».

    Apprezzamento per la proposta del ministro è giunta subito dalla delegazione della comunità ebraica invitata oggi a via Arenula, composta, tra gli altri, da Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, il presidente della comunità ebraica di Roma Leone Paserman e Alessandro Ruben, consigliere delle comunità ebraiche italiane al quale il ministro ha rivolto un ringraziamento per le dichiarazioni rese ieri durante la trasmissione "Porta a Porta".

    «Per noi questo è un argomento importante che coinvolge la verità storica - ha detto Gattegna - quando i testimoni dell'Olocausto saranno tutti scomparsi l’aspetto emotivo perderà forza, dunque bisogna rafforzare l'elemento culturale. Il negazionismo è un’offesa gravissima non solo alla memoria ma anche a quelle persone che ne sono portatrici». Inoltre, ha notato Gattegna, «coloro che negano la Shoah spesso sono proprio quelli che ripropongono ideologie razziste e antisemite».


    MA GUARDA UN PO' LE PREOCCUPAZIONI DI MASTELLA!

  5. #85
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    Da Francesco Germinario a Luigi Vianelli,


    ossia il tracollo dell'anti-"negazionismo" in Italia




    Carlo Mattogno

    La mia recente rassegna di dilettanti antirevisionisti italiani è ancora fresca di stampa (1) e già all'elenco si aggiunge un altro illustre sconosciuto: tale Luigi Vianelli. Costui è autore di un articolo intitolato I negazionisti italiani pubblicato nel "settembre/ottobre 2002" nel sito "Olokaustos". (2) L'autore è uno scolaretto di Francesco Germinario, il noto "rechercheur salarié" (Saletta) della Fondazione Micheletti di Brescia le cui menzogne e imposture nei miei confronti ho documentato ad abundantiam prima in Olocausto: dilettanti allo sbaraglio", (3) poi in Olocausto: dilettanti a convegno. (4)
    L'articolo, una men che mediocre rimasticatura della rancida minestra del suo maestrino, distingue cinque tipi di "negazionisti". Mi limito a prendere in esame il terzo, che mi riguarda direttamente: "I negazionisti tecnici in Italia: il caso di Carlo Mattogno".

    Vianelli esordisce offrendo subito un saggio della sua onestà:

    • Per quanto il nome di Carlo Mattogno appaia all'interno del Lexicon dell' Informationsdienst gegen Rechtsextremismus (Servizio d'informazione contro l'estremismo di destra), abbia pubblicato la maggior parte dei suoi studi per case editrici di ispirazione neofascista o neonazista, per le quali ha anche curato la traduzione di testi antisemiti di pubblicisti legati agli ambienti delle SS e sia indicato dallo stesso Saletta come "personaggio [...] di destra", egli si professa un democratico ed afferma anche di aver votato per il partito radicale.
    Dunque per Vianelli essere "di destra" ed essere "democratico" è un'antitesi inconciliabile! Egli fremerà dunque di orrore al pensiero che in Italia un partito "di destra" è al governo. Quanti "nemici della democrazia" in Alleanza Nazionale!
    Ma la sua fonte non è più onesta di lui. Questo Lexicon dell' Informationsdienst gegen Rechtsextremismus (5) ha la serietà di una raccolta di barzellette da bettola. E' vero che io vi figuro, ma il mio "estremismo di destra" non è altro che la mia attività revisionistica, secondo la ben nota mitomania tedesca secondo la quale ogni revisionista è un "estremista di destra". Vi figura infatti, per la stessa ragione - cioè per aver pubblicato opere revisionistiche - anche lo scrittore ebreo Joseph Burg (Ginzburg), deceduto nel 1990, che faceva parte della comunità israelitica di Monaco di Baviera.
    Nelle 15 righe che mi sono dedicate in questo Lexicon, mi viene mossa l' "accusa" di aver pubblicato libri per conto delle Edizioni di Ar, del "terrorista di destra italiano Franco Freda di Padova, che negli anni 80 partecipò a vari attentati terroristici". (6) Roba da querela per diffamazione. Come è noto a tutti, tranne che ai falsari dell' Informationsdienst gegen Rechtsextremismus, Freda fu assolto da ogni accusa dalla Corte d'assise d'Appello di Bari il 1o agosto 1985 e la sentenza divenne definitiva il 27 gennaio 1987. Ma la cosa più sorprendente è che nel Lexicon di questi minus habentes tedeschi Freda non appare affatto! Però vi compaiono pericolosi "estremisti destra" come lo storico Ernst Nolte (7) e, udite udite, Silvio Berlusconi ! (8)
    Ecco la serietà delle fonti di Luigi Vianelli, ed ecco l'onestà del nostro uomo!

    Egli afferma poi:

    • Il libro che segna l'esordio di Mattogno nel mondo negazionista, dopo un paio di pubblicazioni minori, è Il mito dello sterminio ebraico, apparso nel 1985 per le edizioni Sentinella d'Italia una delle case editrici neonaziste italiane.
      Lo stile è pesantemente influenzato dagli studi di Faurisson, del quale ricalca la pretesa di "svolgere «ricerche» animati da un atteggiamento sine ira ac studio nei confronti dell'argomento".
      La tecnica utilizzata è quella della pesante iperdestrutturazione dei testi, connessa ad un continuo intersecarsi di diversi livelli di interpretazione dal pseudostoriografico all'investigativo in modo tale che le parole possono assumere contestualmente diversi significati, tutti eterodiretti da Mattogno. Espungere frasi dal contesto, connettere fonti disparate e non omogenee, forzare i contenuti del testo: tutto il classico armamentario del negazionista tecnico è presente al massimo grado negli studi di Mattogno, al punto da essere accusato da Faurisson stess o di «eccesso di erudizione».
    E' chiaro che Vianelli non ha letto il libro che menziona. Ed è altrettanto chiaro che egli non ha letto nessuno dei miei scritti. Perché perdere tempo a leggere se il suo maestrino ha già sfogliato qualche mio libro per lui? E perché sforzarsi a pensare se il suo maestrino ha già pensato per lui?
    Vianelli attinge dunque all'armamentario di imposture del suo maestrino di provincia Germinario, (9) ma lo supera abbondantemente quanto a mancanza di senso del ridicolo quando mi accusa di "eccesso di erudizione", che è quanto dire: eccesso di documentazione !
    La mia presunta "pretesa di "svolgere «ricerche» animati da un atteggiamento sine ira ac studio nei confronti dell'argomento"" non è altro che una delle tante imposture di Germinario. Quanto a me, ho usato l'espressione "sine ira et studio" soltanto in Olocausto: dilettanti allo sbaraglio (ossia 11 anni dopo l'uscita de Il mito dello sterminio ebraico), non già per contraddistinguere enfaticamente la mia metodologia, ma per mettere in risalto la presunzione di Pierre Vidal-Naquet. (10)

    Vianelli prosegue:

    Ecco quindi che le testimonianze di coloro i quali hanno assistito alle gasazioni sono radicalmente false o falsificate, così come ricorre continuamente un tono assieme di sfida e di scherno nei confronti degli storici "di regime", di volta in volta "dilettanti", "falsari", "plagiatori", proni ad un "dogmatismo ideologico" ecc.ecc.
    Anche qui lo scolaretto attinge al maestrino, ma sbagliando riferimento !. Egli infatti attribuisce a Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso (11) i travisamenti che Germinario opera nei miei opuscoli Auschwitz: due false testimonianze e Auschwitz: un caso di plagio. Germinario estrae regolarmente dal contesto le mie affermazioni relative a singoli testimoni impostori, come Sophia Litwinska o Miklos Nyiszli, e poi le generalizza, come se io mi riferissi a tutti i testimoni, ma, ovviamente, nella sua penosa ignoranza storica, non è in grado di mostrare che una sola delle mie critiche sia infondata!. (12) La conclusione è che, per gente di tale risma, i testimoni sono sempre attendibili e veritieri anche quando proferiscono le menzogne più evidenti, anche quando dicono le assurdità più insensate, e proprio in ciò consiste il "dogmatismo ideologico" che rimprovero agli storici ufficiali e ai loro caudatari. Su ciò ritornerò alla fine dell'articolo.
    Quanto al "tono assieme di sfida e di scherno nei confronti degli storici «di regime»", limitarsi a ciò nei confronti di questa gente è già un'opera di misericordia. D'altra parte, come anche il maestrino di Vianelli ha sperimentato sulla propria pelle, e come Vianelli stesso sperimenterà sulla propria pelle in quest'articolo, quando lancio accuse di "dilettanti", "falsari", "plagiatori", le dimostro e le documento al di là di ogni dubbio.
    Avendo imparato bene la lezioncina, anche lo scolaretto si cimenta poi in una impostura un po' più articolata:
    D'altro canto, anche i documenti troppo probanti in senso contrario alle sue convinzioni, spessissimo sono per Mattogno semplicemente dei falsi. In questa foga cadono alle volte anche alcuni negazionisti: Mattogno ha avuto modo di scontrarsi sia con Faurisson che con Butz, ma ciò non gli ha impedito di crearsi nel mondo negazionista la fama di massimo conoscitore di Auschwitz.
    Per meglio illustrare la sua impostura, in nota Vianelli scrive:
    Un caso particolare.In Auschwitz: fine di una leggenda, Edizioni di AR, 1994, Mattogno così conclude rispetto ad un noto documento analizzato per primo da J.C.Pressac ne Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, Feltrinelli, Milano 1994 (prima ed. in francese nel 1993), p.82: è un falso. La dimostrazione di tale falsità però è evidentemente indifendibile, per cui Mattogno ritornò specificamente sull'argomento quattro anni più tardi: "Die Gaspruefer von Auschwitz", Vierteljahreshefte fuer freie Geschichtsforschung 2 (1), 1998, pp.13-22. In questo secondo e ponderoso studio però il documento analizzato da Pressac non è più considerato un falso, bensì va interpretato in modo totalmente diverso, ovviamente in linea con le teorie negazioniste.
    Vianelli comincia subito con una bella menzogna: io dichiarerei "spessissimo" i "documenti troppo probanti" dei "falsi". Che significa "spessissimo"? Centinaia di documenti? O semplicemente decine di documenti?
    Siamo comprensivi! Qui purtroppo Germinario non ha pensato, perciò il povero scolaretto non sa che cosa pensare e brancola nelle tenebre.
    Vediamo come stanno le cose. Inizialmente ho considerato falsi (cioè falsificazioni di documenti originali) due soli documenti: uno è quello menzionato da Vianelli, l'altro la lettera della Zentralbauleitung di Auschwitz del 28 giugno 1943 sulla capacità di cremazione dei forni di Auschwitz-Birkenau.
    Procediamo. Vianelli insinua che io avrei considerato falso il documento pubblicato da Pressac perché si tratterebbe di un documento "troppo probante". In realtà è vero esattamente il contrario. Se il nostro scolaretto avesse letto il testo che menziona, saprebbe anche che nel 1994 riguardo a questo documento ho scritto:
    Sebbene questo documento si inquadri perfettamente nella nostra tesi, a nostro avviso si tratta di un falso formalmente buono, ma sostanzialmente di pessima fattura. (13)
    In effetti, questo documento non mi ha mai minimamente inquietato, perché di per sé non dimostra nulla. Quando, nel 1998, ormai in possesso di una documentazione enormemente più vasta, vi sono ritornato in un articolo apposito, ho dimostrato con numerosi documenti d'archivio che la spiegazione proposta da Pressac è storicamente falsa e che il contesto storico dà ragione alla tesi di Faurisson. (14) Nonostante ciò, in quest'articolo, quello in cui, secondo Vianelli, il documento pubblicato da Pressac "non è più considerato un falso", lo consideravo ancora ein verfälschtes Dokument (un documento falsificato). (15) Con ciò Vianelli ci offre un altro fulgido esempio delle sue conoscenze raffazzonate di terza o di quarta mano !
    Ma se questo documento non mi crea alcun problema, perché l'ho dichiarato falso? Semplicemente per il suo contenuto. Un contenuto talmente insensato che non lascia spazio all'alternativa: o l'autore della lettera era completamente rimbecillito, oppure la lettera è stata falsificata. Nell'articolo menzionato sopra ho spiegato ed elencato tutte le ragioni che rendono il contenuto del tutto inattendibile, e, naturalmente, nessuno storico ufficiale ha mai preso in considerazione queste ragioni, a cominciare dalla ridicola espressione Anzeigegeräte für Blausäure-Reste ("indicatori per residui di acido cianidrico", cioè presunti apparati di prova del gas residuo per Zyklon B) che nella terminologia tecnica tedesca non esisteva neppure!. (16)
    Solo nella revisione del mio articolo "I "Gasprüfer" di Auschwitz" del 28 novembre 2000 (17) ho abbandonato la tesi della falsificazione del documento, ma non come fantastica Vianelli perché "la dimostrazione di tale falsità però [era] evidentemente indifendibile", ma semplicemente perché era del tutto superflua - si trattava di una semplice ipotesi per spiegare i paradossi del documento, paradossi che nessun Pressac ha ancora spiegato.
    Infatti, abbandonata questa ipotesi, non ho affatto "interpretato in modo totalmente diverso" il documento in questione e il mio articolo non ha perduto assolutamente nulla della sua forza dimostrativa.
    Per quanto riguarda la lettera della Zentralbauleitung di Auschwitz del 28 giugno 1943, quella nella quale viene menzionata una capacità di cremazione dei crematori di Auschwitz-Birkenau quattro volte superiore a quella massima teorica - un'assurdità simile a quella di un eventuale documento della Ferrari che dicesse che la Ferrari 2002 può raggiungere la velocità di 1.400 km/h ! - rimando al mio articolo "Schlüsseldokument" eine alternative Interpretation. Zum Fälschungsverdacht des Briefes der Zentralbauleitung Auschwitz vom 28.6.1943 betreffs der Kapazität der Krematorien in cui spiego tali assurdità tecniche senza ricorrere all'ipotesi del falso.
    L'esempio che ho fornito sopra illustra bene quale fosse la mia attitudine iniziale. Chiunque, trovandosi tra le mani un documento della Ferrari in cui si afferma che la F 2002 può raggiungere i 1.400 km/h, penserebbe che il documento sia falso, non già perché es so sia "troppo probante", ma semplicemente perché è "troppo assurdo". Certo, poi si può anche scoprire che il documento è stato redatto da un ingegnere della Ferrari completamnte sbronzo, allora il documento sarebbe formalmente autentico, ma ugualmente assurdo. L'ipotesi del falso serviva soltanto a spiegare l'assurdità del documento, e, autentico o falso che sia, esso resta sempre assurdo.
    Lo scolaretto di Germinario prosegue affermando che io mi sono "scontrato" con Faurisson e con Butz, ma ciò non mi ha impedito di crearmi "nel mondo negazionista la fama di massimo conoscitore di Auschwitz". Qui Vianelli ci offre un curioso esempio di dogmatismo al contrario: Faurisson e Butz sono per lui i massimi conoscitori "negazionisti" di Auschwitz, perciò, chi "si scontra" con loro, non può godere della fama di massimo conoscitore di Auschwitz!
    Vianelli trae anche ciò da Germinario, secondo il quale io sarei "spacciato [sic] come uno specialista della storia di Auschwitz". In Olocausto: dilettanti a convegno ho risposto così alla sua sciocca ironia:
    Se vuole davvero sapere se io sono o non sono uno specialista di Auschwitz, egli non ha che da chiedere agli "esperti" di Auschwitz Frediano Sessi, Marcello Pezzetti e Liliana Picciotto Fargion una replica documentata agli argomenti che espongo contro di loro in questostudio. (18)
    Nella lunghissima (per non dire vana) attesa di una tale replica documentata, spiego la ragione di questa fama.
    Coloro che mi considerano uno dei massimi conoscitori (e non solo "negazionisti") della storia di Auschwitz conoscono qualche dettaglio che sfugge evidentemente alla crassa ignoranza dei Germinari e dei Vianelli nostrani. Qualcuno immensamente più qualificato di loro, Jean-Claude Pressac, ha scritto di me:
    Un italiano come Carlo Mattogno è diventato incontestabilmente il migliore ricercatore di parte revisionistica. (19)
    Per cominciare, ai Germinari e ai Vianelli sfugge che ho scritto interi libri su temi ai quali i massimi esperti olocaustisti mondiali avevano dedicato al massimo qualche striminzita paginetta:
    • Auschwitz: la prima gasazione (Edizioni di Ar), 1992, 190 pagine;
    • La "Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz" (Edizioni di Ar), 221 pagine;
    • "Sonderbehandlung ad Auschwitz". Genesi e significato (Edizioni di Ar),188 pagine;
    • I forni crematori di Auschwitz. Due volumi, uno di oltre 500 pagine, l'altro con oltre 270 documenti e 360 fotografie (pubblicazione entro il 2003).
    Inoltre, essi ignorano che, a partire dal 1995, mi sono recato quattro volte a Mosca, dove ho esaminato le circa 88.200 pagine di documenti della Zentralbauleitung di Auschwitz conservati nell'archivio di via Viborgskaja e altre 7.000 pagine circa in altri archivi; e che dal 1989 ho esaminato migliaia di documenti, inclusi gli atti polacchi del processo Höss e del processo alla guarnigione del campo di Auschwitz, all'archivio del Museo di Auschwitz e in altri archivi.
    Infine, essi non sanno che ho redatto approfonditi articoli tecnici (di cui essi conoscono a stento qualche titolo) su argomenti che sono stati trattati in modo a dir poco dilettantesco dai massimi esperti mondiali olocaustici, tra gli altri:
    • "Die Krematoriumsöfen von Auschwitz- Birkenau", in: E. Gauss (Editore), Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts. Grabert Verlag, Tübingen 1994, pp. 281-320);
    • "Die «Gasprüfer» von Auschwitz", in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung [VffG] 2. Jg., Heft 1, marzo 1998, pp.13-22;
    • "«Schlüsseldokument», eine alternative Interpretation. Zum Fälschungsverdacht des Briefes der Zentralbauleitung Auschwitz vom 28.6.1943 betreffs der Kapazität der Krematorien", VffG, 4. Jg., Heft 1, giugno 2000, pp. 50-56;
    • "Die Deportation der ungarischer Juden von Mai bis Juli 1944. Eine provisorische Bilanz", VffG, 5. Jg., Heft 4, dicembre 2001, pp. 381-395;
    • "Keine Löcher, keine Gaskammer(n)", VffG, 6. Jg., Heft 3, settembre 2002, pp. 284-304.
    Un giornalista tedesco, rispetto al quale i Germinari e i Vianelli nostrani sono dei golem senza il bigliettino con la formula magica nella bocca, Fritjof Meyer, caporedattore di Der Spiegel (Amburgo), ha pubblicato di recente un provocatorio articolo su Auschwitz intitolato "Die Zahl der Opfer von Auschwitz. Neue Erkenntnisse durch neue Archivfunde", (20) che è basato in gran parte sul mio articolo "Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkenau", al quale egli si riferisce così: "in dem ansonsten unzumutbaren Pamphlet von Ernst Gauss (Hrsg.): Grundlagen zur Zeitgeschichte" ("nel phamphlet altrimenti intollerabile (21) di Ernst Gauss..."), cioè, per lui, se quest'opera ha qualche valore, è per la presenza del mio studio.
    Oltre a questi contributi storici positivi, tra l'altro, ho ridicolizzato le pretese storico-tecniche sulla cremazione dei cadaveri ad Auschwitz di John C. Zimmerman (22) (uno "specialista" americano di Auschwitz che non conosce neppure il tedesco e che, dopo la mia seconda risposta, ha ritenuto più prudente ritirarsi dalla scena con la coda tra le gambe, pur avendomi attaccato per primo con boriosa arroganza) e ho smascherato l'impostura della presunta "scoperta" del cosiddetto "Bunker 1" da parte dell' "esperto mondiale" italiano di Auschwitz Marcello Pezzetti. (23)
    Le "critiche" di Vianelli finiscono qui. Ma dopo cotanta ponderosa trattazione, egli mi dedica ancora qualche riga:
    Mattogno è in realtà l'unico negazionista italiano che evita accuratamente di utilizzare espressioni antisemite.
    Che cosa Vianelli voglia dire risulta chiaro dal passo in cui parla di "negazionisti neonazisti o neofascisti "camuffati", quale sembra essere il caso di Mattogno".
    Spiegherò alla fine quale sia lo scopo di queste insinuazioni.
    Prima di concludere, ecco altri tre spropositi di cui Vianelli ci fa dono in altre sezioni del suo a rticolo:
    A coronamento, dal 31 marzo al 3 aprile 2001 fu indetta a Beirut una conferenza intitolata "Revisionismo e sionismo", organizzata dall'associazione negazionista svizzera "Truth and Justice" e dall'americano "Institute for Historical Review" e sponsorizzata dall'Associazione degli Scrittori Giordani. La conferenza suscitò moltissime polemiche e fu anche contestata pubblicamente da quattordici intellettuali di vari paesi arabi, tanto da venir impedita dal governo libanese.
    Questo povero sprovveduto ignora perfin o che l' "associazione negazionista svizzera" cui fa riferimento si chiama "Vérité & Justice", non "Truth and Justice" (errore tipico di chi utilizza fonti di terza o di quarta mano).
    Egli inoltre vorrebbe far credere che il governo libanese proibì la conferenza per le "moltissime polemiche" interne, in particolare per le "contestazioni" dei "quattordici intellettuali di vari paesi arabi", mentre in realtà esso cedette a un basso ricatto economico degli Stati Uniti. (24)
    Ed ecco il secondo sproposito:
    Il negazionismo si autodefinisce revisionismo, in una sorta di atteggiamento mimetico nei confronti della storiografia nota con questo nome, che ha come più noto rappresentante Ernst Nolte.
    L'ignoranza (o la malafede) di questo Vianelli è veramente prodigiosa. La controversia tra gli storici tedeschi (Historikerstreit) da cui nacque la corrente "revisionistica" alla Nolte iniziò nel 1986, dopo la pubblicazione da parte di Martin Broszat, nel maggio 1985, dell'articolo "Plädoyer für eine Historisierung des Nationalsozialismus". L'entrata in scena di Ernst Nolte nel dibattito che ne seguì risale, appunto, al 1986, anno in cui egli pubblicò l'articolo "Vergangenheit, die nicht vergehen will". In tale dibattito, gli storici che, come Nolte, negavano l'unicità trascendentale del cosiddetto Olocausto, furono definiti "revisionisti". Per distinguerli dai veri revisionisti, che si proclamavano tali già da parecchi anni, questi furono allora dichiarati "negazionisti". Dunque è vero esattamente il contrario di ciò che pretende Vianelli.
    Un'ultima perla che riguarda Nolte:
    Lo stesso E.Nolte, che dedica ai negazionisti un capitolo interlocutoriodel suo Controversie, edito in Italia nel 1999 per Il Corbaccio, in realtà non fa l'unica cosa che risulterebbe fondamentale per i negazionisti stessi, e cioè riconoscerne la fondatezza delle tesi di fondo che negano la Shoah. A dispetto di tutto ciò, alle volte Nolte è impropriamente citato dai negazionisti, che sperano di trovarvi una sorta di "aggancio" con la tanto vituperata "storiografia di regime".
    Qui non si tratta di ignoranza, ma di aperta malafede. A pagina 13 del libro invocato da Vianelli, Nolte ha scritto:
    Ogni "negazione di Auschwitz" da parte di scienziati seri, come ad esempio Carlo Mattogno, non nega del resto la realtà di assassinii di massa degli ebrei o degli zingari; mette in dubbio esclusivamente la sua causalità a opera di una decisione del vertice dello Stato, quindi di Hitler, e nega la possibilità tecnica delle uccisioni nelle camere a gas.
    Dunque Nolte, rispetto al quale, in fatto di storia olocaustica, i nostri Germinari e Vianelli sono delle nullità parlanti, mi definisce uno "scienziato serio" e in tal modo riconosce anche la "fondatezza" della mia tesi di fondo. Certo, non l'accetta (cosa per me, al più "auspicabile", non già "fondamentale"), ma, indipendentemente dalle sue convinzioni profonde su questo argomento, Vianelli dimentica di ricordare che in Germania vige una rigida legge antirevisionistica che commina il carcere a chiunque si permetta di dubitare della sacra vulgata olocaustica. Per Nolte dunque, ciò che ha scritto su di me, è perfino troppo rischioso!

    Il nostro scolaretto chiude il suo articolo con la seguente previsione:
    In conclusione, è ipotizzabile che la particolare forma di patologia storiografica conosciuta sotto il nome di "negazionismo" ci accompagnerà ancora a lungo, come spia evidente delle contraddizioni e delle molteplici spinte che interagiscono nel "farsi" della nostra storia.
    Azzardo anch'io una previsione: se il revisionismo continuerà ad essere contrastato da Germinari e da Vianelli, potrà solo fare progressi travolgenti.
    In che cosa consiste, infatti, questa tragicommedia storiografica conosciuta sotto il nome di anti-"negazionismo"? E' presto detto.
    Personaggi di mezza tacca, di quarti e di ottavi di tacca la cui unica competenza olocaustica è quella di saper leggere e scrivere, nella loro crassa ignoranza storiografica e storica, nella loro tragica impotenza argomentativa e nella loro fiera aggressività contro colui che considerano il nemico ideologico, non possono fare altro che tentare disperatamente di deviare l'attenzione dagli argomenti alle persone, attribuendo ai revisionisti i metodi capziosi che essi stessi hanno inventato e che usano correntemente contro di loro, e ricorrendo puerilmente alla formula magica dei "neonazisti o neofascisti «camuffati»".
    Per loro questa formula magica ha l'immane potere di sospendere istantaneamente le leggi della chimica, della fisica e della logica. Illustro questa tragicommedia anti-"negazionista" italiana con qualche esempio.
    Quando dimostro che Himmler, nel corso della sua visita ad Auschwitz del 17 e 18 luglio 1942, non ha potuto assistere ad alcuna "gasazione" omicida; quando dimostro che il termine "Sonderkommando" ad Auschwitz designò almeno undici squadre di detenuti, ma mai quella che lavorava nei crematori; quando dimostro che i cosiddetti "Bunker" di Birkenau non sono mai esistiti come case polacche preesistenti prese in carico dalla Zentralbauleitung di Auschwitz e adibite a "camere a gas" omicide provvisorie; quando dimostro che il testimone oculare ebreo del cosiddetto "Sonderkommando" Miklos Nyiszli è un impostore talmente spudorato da aver inventato e pubblicato i verbali di una sua deposizione al processo IG-Farben mai avvenuta!; quando il testimone oculare ebreo Dov Paisikovic, membro del cosiddetto"Sonderkommando", dichiara che nei crematori di Birkenau "i cadaveri bruciavano in circa 4 minuti ("die Leichen verbrannten in etwa 4 Minuten"), (25) ed io affermo che ciò è tecnicamente impossibile - perché si tratta di un tempo 15 volte inferiore a quello reale e aggiungo che la dichiarazione del testimone è falsa; quando dimostro queste cose e tantissime altre, i Germinari e i Vianelli non si chiedono neppure lontanamente se le mie dimostrazioni sono fondate o infondate, vere o false (cosa che a loro non interessa minimamente), ma per quale ragione io le adduca. Basta allora insinuare che io le adduco in quanto "neonazista o neofascista «camuffato»" perché i nostri polemisti si ritengano esentati dal fornire qualunque risposta e possano continuare ad onorare i testimoni come integerrimi santuari della verità, le menzogne della storiografia ufficiale come verità intangibili e indiscutibili.
    Ma, nonostante le sue formule magiche, l'anti-"negazionismo" italiano versa in una situazione disperata. Dopo la defezione di Valentina Pisanty, che, ridotta ad un indecoroso silenzio dalla mia pronta risposta, (26) è tornata saggiamente ad occuparsi del suo Cappuccetto Rosso, a difesa dei sacri dogmi dell'antifascismo resta un esiguo manipolo di caudatari insignificanti, estranei all'onestà, estranei all'intelligenza.
    Con tali difensori, l'anti-"negazionismo" si accinge a toccare il fondo. Esso, dalle vette del dilettantismo di Pierre Vidal-Naquet e di Deborah Lipstadt è precipitato ineluttabilmente a una Valentina Pisanty, da questa a un Francesco Germinario e da questi al penoso analfabetismo storiografico di Luigi Vianelli !
    Povero anti-"negazionismo" italiano !


    Carlo Mattogno
    7 gennaio 2003
    1 Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi, Genova, settembre 2002.
    2 <http://www.olokaustos.org/saggi/saggi/negaz-ita/negaz0.htm>. L'abbiamo anche qui.
    3 Edizioni di Ar, 1996, "Un dilettante nostrano", pp. 234-249.
    4 Op. cit., "Un sacro custode dell'ortodossia anfascista: Francesco Germinario", pp. 35-59.
    5 Il nome è tutto un programma: si tratta di un "servizio di informazione" non "su" qualcuno, ma "contro" qualcuno!
    6 <http://www.idgr.de/lexicon/bio/m/mattogno-carlo/mattogno.html>
    7 <http://www.idgr.de/lexikon/bio/n/nolte/nolte.html>
    8 <http://www.idgr.de/lexikon/bio/b/berlusconi-silvio/berlusconi.html> A Berlusconi sono dedicate oltre 200 righe, contro le 15 dedicate a me!
    9 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 241-245.
    10 Idem, pp. 11-12.
    11 Uno studio di 243 pagine apparso prima de Il mito dello sterminio ebraico e non certo "pubblicazione minore", come blatera Vianelli.
    12 Vedi al riguardo Olocausto: dilettanti a convegno, op. cit., pp. 47-53.
    13 Auschwitz: fine di una leggenda. Edizioni di Ar, 1994, p. 59.
    14 "Die «Gasprüfer» von Auschwitz", in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, 2. Jg., Heft 1, marzo 1998, p. 17.
    15 Idem, p. 21.
    16 Gli "Anzeigegeräte" erano indicatori della percentuale di CO e CO+H2 nei fumi, dunque strumenti fisici. L'apparato di prova del gas residuo per Zyklon B invece era chimico e si chiamava "Gasrestnachweisgerät für Zyklon". Vedi i relativi documenti nell'articolo citato.
    17 I "Gasprüfer" di Auschwitz. <http://www.russgranata.com/>
    18 Op. cit., p. 55.
    19 "Entretien avec Jean-Claude Pressac", in: Valérie Igounet, Histoire du négationisme en France. Éditions du Seuil, Paris 2000, p. 642.
    20 Osteuropa. Zeitschrift für Gegenwartsfragen des Ostens, Nr. 5, Mai 2002, pp. 631-641. L'articolo è stato pubblicato in scansione ottica da D. Irving all'indirizzo
    <
    http://www.fpp.co.uk/Auschwitz/Osteuropa_5_2002/Fritjof1.html>
    21 L'aggettivo tedesco significa anche "offensivo", "ingiurioso".
    22 Vedi i miei articoli "John C. Zimmerman e la "Body disposal at Auschwitz":osservazioni preliminari" e "Risposta supplementare a John.C. Zimmerman sulla "Body disposal at Auschwitz"" nellamia pagina web in
    <
    http://www.russ granata.com>
    23 «La "scoperta" del "Bunker1" di Birkenau: vecchie e nuove imposture», in: Olocausto: dilettanti a convegno, op. cit., pp. 102-117.
    24 Vedi al riguardo gli articoli pubblicati in
    <
    http://www.ihr.org/conference/beirutconf/index.html>
    25 Riferimento per gli studiosi: Rijksinstituut voor Oorlogsdocumentatie, Amsterdam, c[21]96; riferimento per i Vianelli: L. Poliakov, Auschwitz. Julliard, Paris 1964, p. 162.
    26 L'«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos, Genova 1998, 188 pagine.



    Questo testo è stato messo su Internet a scopi puramente educativi e per incoraggiare la ricerca, su una base non-commerciale e per una utilizzazione equilibrata, dal Segretariato internazionale dell'Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerre et d'Holocauste (AAARGH). L'indirizzo elettronico del segretariato è <aaarghinternational@hotmail.com>. L'indirizzo postale è: PO Box 81 475, Chicago, IL 60681-0475, Stati Uniti.

    Mettere un testo sul Web equivale a mettere un documento sullo scafale di una biblioteca pubblica. Ci costa un po' di denaro et di lavoro. Pensiamo que sia di sua volontà che il lettore ne approfitta e questo lettore lo supponiamo capace di pensare con la sua testa. Un lettore che va a cercare un documento sul Web lo fa sempre a proprio rischio e pericolo. Quanto all'autore, sarebbe fuori luogo supporre che condivio la responsabilità degli altri testi consultabili su questo sito. In ragione delle leggi che istituiscono una censura specifica in certi paese (Germania, Francia, Israele, Svizzera, Canada, ecc.) non domandiamo il consenso degli autori che in esi vivono, poichè non sono liberi di darlo.

    Ci poniamo sotto la protezione dell'articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, il quale stabilisce:<Oguno ha diritto alla libertà di opinione e di expresssione, il che implica il diritto di non essere molestati per le proprie opinioni e quello di cercare, di ricevere e di diffondere, senza considerazione di frontiera, le informazioni e le idee con qualsiasi mezzo di espressione li si faccia> (Dichiarazione internazionale dei Diritti dell'Uomo, adottata dall'Assemblea generale dell'ONU a Parigi il 10 dicembre 1948).


    aaarghinternational@hotmail.com

  6. #86
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    Tornando alla questione principale: Internet e' uno strumento e come tale dev'essere utilizzato. L'esistenza di un mezzo che permetta il confronto politico non deve comunque limitare quello che sono le potenzialita' dell'Area alla sola militanza informatica.
    Heimdall in questo ha colto nel segno quando sostiene che, come tutti i mezzi d'informazione, esistono pure per Internet i pro e i contro.
    Ripeto: e' un mezzo che ha grosse potenzialita'. Non e' un fine. Ne' lo sara' mai. La politica si fa in strada e tra la gente, organizzando manifestazioni, conferenze, dibattiti, raduni ecc ecc.
    Non dobbiamo cadere nell'errore di pensare che un forum di discussione, un sito o un blog risolveranno i problemi dell'omologazione di massa e del conformismo dilagante.

  7. #87
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    Ovviamente la militanza politica di opposizione alla "ingiustizia istituzionalizzata" e' una militanza globale e che investe ogni aspetto della vita dell'Uomo Politico.
    Nell' ottica di questa battaglia globale contro La Bestia si colloca la Provvidenziale Invenzione del mezzo INTERNET!
    INVIARE MESSAGGI IN MENO DI UN SECONDO!
    RIPETERE MILLE E PIU' DI MILLE VOLTE I CONCETTI E LE VERITA' CHE IL MOSTRO VUOL NASCONDERE !
    GIUNGERE LADDOVE L'INFORMAZIONE MANOVRATA NON ARRIVA !!!

    INTERNET E' L'ARMA PIU' FORTE !!!

  8. #88
    OLTRE LA MORTE
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    Citazione Originariamente Scritto da Daltanius Visualizza Messaggio
    Ovviamente la militanza politica di opposizione alla "ingiustizia istituzionalizzata" e' una militanza globale e che investe ogni aspetto della vita dell'Uomo Politico.
    Nell' ottica di questa battaglia globale contro La Bestia si colloca la Provvidenziale Invenzione del mezzo INTERNET!
    INVIARE MESSAGGI IN MENO DI UN SECONDO!
    RIPETERE MILLE E PIU' DI MILLE VOLTE I CONCETTI E LE VERITA' CHE IL MOSTRO VUOL NASCONDERE !
    GIUNGERE LADDOVE L'INFORMAZIONE MANOVRATA NON ARRIVA !!!

    INTERNET E' L'ARMA PIU' FORTE !!!
    Questa analisi apre altre considerazioni sul mezzo Internet ovvero la possibilita' di radicare una battaglia politica di contro-informazione attraverso la rete. E' sicuramente uno dei vantaggi e delle infinite possibilita' offerte dal mezzo che lo rendono interessante.
    In Occidente, dove le notizie sono sotto controllo e sapientemente vengono filtrate dai centri di disinformazione del Sistema, avremo sicuramente necessita' di approfondire la conoscenza informatica e lavorare per creare quello che qualcuno ha definito un "cortocircuito" negli ingranaggi del potere.
    Potere che si mantiene ben saldo soprattutto grazie alla diffusione di messaggi unilaterali che plaudono ai massacri atlantico-sionisti e alle dinamiche economiche globalizzatrici.
    Internet e' figlio della Globalizzazione ma, se utilizzato in maniera intelligente, potrebbe divenire un'efficace contenitore di idee e informazioni.

 

 
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