
Originariamente Scritto da
Barsanufio
E se (della morte) avrò paura, dirò: ho paura! Ma a Gesù Cristo.
Cito a memoria: è il Curato di campagna di Bernanos. Il punto cruciale non è la paura - che mi sembra un dato umanissimo e universale. Il punto è a chi dirla la propria paura.
Mi fanno un po' impressione i socratici. Ho visto molte persone morire - molte più, credo, di una persona ordinaria - e di socratici non ne ho conosciuti.
I più sono gli ignari: sperano fino all'ultimo, sperano anche quando non lottano più. In cosa non si sa, ed essi medesimi non sanno, ma in qualcosa che li riporti indietro dal pendio ormai ripidissimo e senza ritorno che stanno percorrendo. Poi la malattia li avvolge in una più o meno lunga, più o meno dolorosa, semi (in)coscienza, e si abbandonano. Muoiono puntuali, come tutti del resto, il reggimento parte all'alba scriveva il grande Buzzati e nessuno può mancare alla propria chiamata.
Ci sono i terrorizzati, e c'è anche gente più docile, che con più eleganza accetta la mano della Vecchia Signora.
Socratici, però, non ne ho visti. Leggevo qualche giorno fa - e non ricordo dove, brutto segno questo, i neuroni perduti sono perduti per sempre, brutto segno, segno di morte anche questo - che anche Socrate stesso forse non è stato tanto socratico se all'ultimo momento - dopo aver cacciato le donne e discusso di filosofia coi discepoli, pensando all'anima che avrebbe potuto presto lasciare il corpo e abbandonare il carcere, e sentendo le gambe diventargli progressivamente più fredde - se proprio all'ultimo istante, se proprio le sue ultime parole hanno a che fare con un gesto religioso, col sacrificio di un gallo ad Asclepio, un sacrificio, del sangue sparso a un Dio, atto antifilosofico per eccellenza. Cos'ha visto, Socrate il saggio, Socrate l'olimpico, Socrate il sereno, cos'ha visto su quel limitare?
Grazie, Barsanufio