Nella carovana dell'Unione Antonio Di Pietro si distingue se non altro per schiettezza. Per questo forse i compagni lo guardano con diffidenza temendo che, prima o poi, si stanchi di bizantinismi e retorica, e rovesci il tavolo.
Non so se giungerà a tanto, ma è probabile abbia cominciato a dare segni di insofferenza. Lo vedi a occhio nudo che frigge e malsopporta le moine dei politici politicanti, quasi tutti impegnati soltanto a sopravvivere.
L'ex pm della Procura di Milano si è sbottonato con Gianluigi Paragone in una intervista, pubblicata nelle pagine interne, meritevole di essere letta con attenzione per capire come vanno le cose a sinistra.
E come vanno le cose a sinistra? Da cani.
Al di là di qualche pannicello caldo e qualche brodino tiepido, il governo Prodi è sprofondato in una situazione di stallo, non riuscendo mai e poi mai a proporre una soluzione condivisa dalla maggioranza. Né potrebbe essere diversamente per un motivo che il fervido Tonino ha colto.
La coalizione è imbottita di comunisti e Verdi, che sono della stessa pasta, i quali esercitano sui riformisti un potere di ricatto assolutamente ostativo di qualsiasi iniziativa: o si fa come diciamo noi oppure ce ne andiamo e l'impalcatura prodiana cade.
Il premier subisce l'intimidazione per mancanza di alternative che non siano le proprie dimissioni, e il risultato è l'immobilismo. Quando va di lusso i provvedimenti promossi dall'esecutivo hanno le caratteristiche dell'aborto. Morale. Se non cambiano i musicanti, la musica sarà la medesima, senza capo né coda.
Quello di Di Pietro è un autentico processo agli alleati incapaci di prendere atto del dramma e di compiere l'unica manovra utile ad uscirne: cacciare i massimalisti ed affrontare il giudizio degli elettori con uno schieramento di partiti più affidabili, non ancorati a vecchie utopie dal sapore rancido; mai dimenticando che in Europa non esiste Paese di consolidata democrazia in cui i marxisti e affini abbiano un ruolo governativo.
Negli ultimi giorni la sinistra ha avuto un rilancio grazie alla candidatura di Walter Veltroni a leader del Pd, ma si tratta di una illusoria operazione di superficie che non porterà a nulla.
Infatti quand'anche l'attuale sindaco di Roma (personaggio più adatto a uno spot del Mulino Bianco che a Palazzo Chigi) dovesse sostituire l'ammaccato Prodi la sostanza politica non muterebbe di una virgola.
Walter come Romano dovrebbe soccombere alle estorsioni dei massimalisti. Pena, la crisi.
Con i sorrisi stile Barilla, i "volemose bene", "allegri che domani sorgerà il sole" non si va oltre gli applausi di incoraggiamento dovuti a chi presidia l'ultima spiaggia.
Di tutto questo la Madonna di Mani Pulite è consapevole. Osserva scettico la scena e scuote la testa lasciando intendere di non avere speranze.
A questo punto però viene voglia di chiedergli: perché non scendi dal treno destinato a deragliare presto e non regali agli italiani un sospiro di sollievo, di cui ti sarebbero grati?
La risposta per ora non c'è.
Di Pietro è un ottimo diagnosta, ma non ha idea della cura d'urgenza più idonea. Gliela suggerisce Libero.
Serve una terapia d'urto. Buttare giù Prodi e non appoggiare Veltroni.
Così si vota e decidono i cittadini a chi tocca menare il torrone.

Vittorio Feltri


Ed ecco l’intervista

«Quello che serve al paese non credo si possa fare con la sinistra massimalista. Col partito delle spese».

Ministro Di Pietro, è una resa o uno sfogo amaro?
«Una constatazione. L'Europa ci pone il tema della riforma complessiva delle pensioni: non è il Dpef lo strumento adatto per una riforma ma è indubbio che occorre una scelta drastica. Se si va avanti così ci ritroveremo davanti al limite delle possibilità economiche».

Non crede che il governo Prodi possa mettere mano alle pensioni. È così?
«Quello che può fare è uno scalino, una cosetta palliativa. Nulla di più».

La questione, lo dice anche lei, non è più rinviabile. Lo scalone Maroni dà noia a sindacati e sinistra. Chi varerà questa benedetta riforma?
«Questo esecutivo no, mi rammarica dirlo: si limiterà a dare una pasticca per il mal di testa. Il paese però non ha mal di testa, ha un virus strutturale dato da evasione fiscale, da una spesa incontrollata e incontrollabile a causa degli sprechi e degli abusi di una certa politica e infine da una spesa previdenziale e assistenziale fuori controllo».

Mi sembra il programma di un altro governo.
«Di questo abbiamo bisogno. Io e l'Italia dei Valori abbiamo smesso di correre appresso alle richieste del partito della spesa. Riparametriamo l'età pensionabile, facciamo una lista dei mestieri usuranti ma decidiamo. Il paese non può aspettare i nostri balletti».

Che fa, parla come Walter Veltroni?
«Quella di Veltroni è stata una bella predica, di quelle che ascolti quando vai a messa: fanno sempre bene. Ho fiducia nell'uomo ma una rondine non fa primavera. Veltroni sia chiaro: con chi vuole realizzare il programma di governo? Di tutte le cose che ha detto, quali costituiscono il programma? Questo bisogna dire, mica altro».

Non l'ha convinta, vero?
«Io sono come San Tommaso: se non tocco, non credo. Rispetto lo sforzo e il dramma della sinistra in questo processo politico; però è una cosa che non ci riguarda. Vedo il rischio di tante, troppe correnti: una balena biancorossa dove prevale chi ha più tessere».

Porca miseria, ministro: lei sta facendo il processo alla sua coalizione.
«Sono critico ma leale. Non abbiamo bisogno di un Veltroni-Prodi 2 all'insegna del "volemose bbene".

Non si va da nessuna parte se prima non risolviamo le differenze profonde che ci sono tra le due anime del centrosinistra». A questo punto è doveroso, per me, domandarle se intende far cadere il governo...
«Ho promesso a Prodi lealtà e io conosco una sola parola. Però è certo che il governo non potrà né dovrà stare cinque anni a vivacchiare. Prodi esca dal tunnel del ricatto della sinistra massimalista».

Non mi sembra che ne abbia intenzione.
«E allora molli le redini. In quel caso l'Italia dei Valori non sarà più disponibile a stare in un governo coi no global e con quelli che chiedono tutto subito a danno degli altri».

Scusi se insisto ma siccome la critica è assai feroce perché sta ancora nel governo?
«Perché ho delle cose importanti da fare e di cui spero mi farà parlare. Di sicuro non sto nel governo a bermi ogni loro richiesta».

Tipo?
«L'attuale legge sul conflitto d'interessi così com'è non mi va bene perché è troppo blanda. Il disegno di legge delega sull'immigrazione mi lascia perplesso perché rischia di liberalizzare il racket di schiavi d'oltremare».

È quanto sostiene anche questo giornale.
«I rischi ci sono. Così come credo che vada fatto un certo riordino di quelle onlus no profit che s'alimentano col sottobosco di consulenze e benefit, a scapito di quelle altre organizzazioni che lavorano bene e necessitano di più finanziamenti. Ecco, un po' di pulizia in quel settore va fatta».

A proposito di pulizia, ha voglia di tornare al caso Visco-Speciale?
«Cosa c'è ancora da dire? Ho detto tutto e sono stato coerente con quello che chiedevamo».

Avevate presentato una mozione di sfiducia contro il sottosegretario. Poi l'avete ritirata.
«Chiedevamo che lasciasse le deleghe. Lo ha fatto. E la sua non è stata una rinuncia spontanea, ma "spintanea". Vedo che il centrodestra chiede le sue dimissioni: è meglio che lascino perdere, perché se per ogni avviso di garanzia ci fossero le dimissioni, loro...».

Lei lo ha fatto.
«Se lo ricorda eh? Erano altri tempi. Io ero il magistrato di Mani Pulite, non potevo non farlo: me lo imponeva la mia morale, la mia storia, la mia etica politica. E poi io sapevo di essere innocente».

Visco non lo è?
«Visco ha ammesso di aver chiesto il trasferimento. Io ancor oggi non comprendo il perché. Il ministro, nel giugno del 2006, chiede il trasferimento di 4 ufficiali della GdF quando una settimana prima avevano ottenuto l'encomio per il loro operato: cos'è accaduto? Ora finalmente si saprà, grazie al giudizio di un terzo soggetto. La magistratura».

Si parla di archiviazione.
«Per quel poco di procedura penale che capisco (Di Pietro si mette a ridacchiare) Visco potrebbe essere assolto perché il tentato abuso d'ufficio non è semplice da provare. Tuttavia leggerò con attenzione le motivazioni del pm e se si dirà che le dimissioni/avvicendamento sono state ingiuste, anche se prive di malafede, l'ingiustizia resta».

Il generale Speciale ha annunciato ricorso al Tar.
«È un suo diritto, avrà fatto le sue valutazioni personali. Se l'avesse fatto prima avrebbe potuto provocare un vulnus istituzionale. Se ciò non è accaduto è perché Speciale ha sbattuto i tacchi, accettando di farsi da parte. Ma la cicatrice resta. Ho apprezzato la scelta di un uomo che ha anteposto alla sua persona il prestigio del Corpo. Una scelta da autentico soldato».

Anche sull'avvicendamento tra De Gennaro e Manganelli il governo non ha brillato.
«Incredibile. A Prodi gliel'ho detto: "Che cazzo stiamo facendo?" C'è stata un'ingenuità incredibile. La sostituzione del capo della polizia deve avvenire senza interruzione alcuna. Non ci può essere un buco in mezzo: se fosse accaduto qualcosa, un qualsiasi problema di ordine pubblico, chi avrebbe risposto?».

La sinistra rivendica lo scalpo di De Gennaro.
«Sbagliato. Dico subito che non avrei accettato mai di cambiare De Gennaro per darla vinta a un no global. La sua sostituzione era nell'ordine delle cose. Dopo sette anni, il cambio ci sta. Lo stesso De Gennaro lo sapeva benissimo e infatti è diventato capo di gabinetto del ministro dell'Interno. Andava gestito meglio: con il caso Speciale ancora aperto, abbiamo dato l'impressione di volerci prendere il controllo di Polizia e Guardia di finanza».

Ministro, torniamo alla politica. Lei sta sostenendo il referendum di Segni-Guzzetta. Qualora passasse si andrebbe verso il bipartitismo, lo sa?
«Vede, Antonio Di Pietro la sua battaglia l'ha già vinta. Sono partito da zero, ho costruito un partito portandolo nel Paese e persino in Europa. Sono entrato nel governo impugnando una sola bandiera: quella della legalità. Oggi tutto questo non mi basta: voglio di più. Voglio il superamento dei partitini».

Quindi l'annientamento dell'Italia dei Valori...
«Certo. Voglio fare gli interessi del Paese, voglio costruire un percorso di modernità ora che sono forte e credibile. Dico no al ricatto dei partitini e comincio da me stesso. Muoia Sansone con tutti i Filistei. Ho detto ai miei uomini di riempire ciascuno 20 moduli referendari».

Mastella farà cadere il governo.
«E chi se ne frega. Se ci sarà il referendum non ci saranno né Mastella né Di Pietro che tengano».

Il Parlamento riuscirà a fare una nuova legge elettorale?
«Non la faranno fino al giudizio della Corte Costituzionale. Sento in giro una strana aria: è come se tutti si augurassero che l'interpretazione della Consulta vada verso la bocciatura del quesito».

E se invece l'ammetterà?
«Partirà la corsa a fare una qualsiasi legge elettorale che spazzi via il referendum. Non so se ci riusciranno. Io ho un impegno con i miei elettori: migliorare il paese».

A proposito di migliorie. Nel Dpef è riuscito a strappare un po' di soldi preziosi per le infrastrutture. Vedranno mai la luce?
«Io ci spero. Ma vi chiedo di darmi una mano. Lo chiedo a tutti. Ci sono i comitati del No? Ecco, io voglio fare i comitati del Sì. Trasversali. Dagli imprenditori ai giornalisti: chi ci sta ci sta. Non mi interessa più il colore delle giunte: con Formigoni stiamo lavorando bene. Abbiamo fatto una società mista. Gil ho detto: qui vinciamo o perdiamo tutti e due insieme. Voglio fare lo stesso con gli altri. Domani (oggi per chi legge) partiranno 4 progetti in project financing: Sassuolo, Variante di Mestre, Pontina e Termoli-San Vittore. Facciamo squadra e ostacoliamo chi boicotta i cantieri. Insieme».

Ci farà passare un'estate in coda, signor ministro?
«Spero proprio di no. Ho detto al collega Bianchi di monitorare la situazione scioperi. Quanto alle autostrade, voglio che ai caselli telepass e viacard chi ha impicci non debba formare code, sarà una telecamera a verbalizzare il passaggio. E nei giorni di esodo, apriremo nel caso una corsia anche nella carreggiata opposta. Quanto ai cantieri, entro fine luglio vanno ultimati i lavori. Gliel'avevo detto: ho alcune cose importanti da fare: ecco perché resto nel governo».

Gianluigi Paragone

Su Libero di ieri

saluti