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    Predefinito Piratismo di rete...e non solo

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    Pirati di mare e di cyberspazio
    di Vito Altobello


    E' come trovarsi in un altro secolo, nel passato.
    Gli attacchi ai mercantili da parte di pirati del Mar della Cina sono cresciuti del 40 per cento tra il 1998 e il 1999. Le compagnie di navigazione hanno calcolato addirittura il trend crescente nell'uso di pistole e di coltelli utilizzati [1].

    "Nel maggio 1998 l'Institute of London underwriters e la compagnia londinese d'assicurazione Lloyd decisero di porre quelle aree sulla lista dei paesi a rischio. I premi dei bastimenti salirono dal 10 al 20 per cento. Nel 1997, le compagnie marittime asiatiche, che possiedono il 40 per cento della flotta mercantile mondiale, hanno speso tra 1,6 e 2,3 miliardi di euro in premi d'assicurazione, secondo la Federation of Asean shipowners'associations. La maggioranza di questi fondi è trasferita in Europa o verso gli Stati Uniti. Secondo una compagnia interrogata a Singapore, un conflitto aperto tra i separatisti del'Aceh Merdeka e l'esercito indonesiano potrebbe provocare una crescita dei premi di circa il 50 per cento" [2].
    È come trovarsi in un altro secolo, nel futuro.
    Il Sud Est Asiatico è diventato uno speciale laboratorio dove convivono pirateria tradizionale e cibernetica; secondo Microsoft [3], la zona presenta la più alta incidenza di pirateria dei software, nonché di cultura di virus informatici: Cina (95 per cento), Indonesia (92), Malesia (73), Pakistan (86), Tailandia (82), altri paesi asiatici (74).

    Nel dicembre 1999, Londra ospitava la conferenza internazionale dell'International chambre of commerce incentrata sulla cooperazione tra affari e pubblica sicurezza nella lotta contro le forme di pirateria nel cyberspazio. I principali esponenti della comunità dei servizi di intelligence, Raymond E. Kendall, segretario generale dell'Interpol, David C. Veness, della sezione Specialist operations della New Scotland Yard e Michael Vatis, direttore del National office for infrastructure protection del Fbi [4], apprendono dagli esponenti della sicurezza del commercio internazionale, che "rimedi legali sono complessi se non impossibili da trovare" [5].
    Se da una parte "le autorità pubbliche non riescono a fornire protezione o spesso risposte investigative adeguate" [6], dall'altra "il settore privato non può da solo sostenere l'intero onere di sconfiggere i cybercriminali e dare sicurezza al commercio elettronico" [7].
    La ribellione dell'immaginario
    Il riproporsi di un fenomeno antico come la pirateria navale accanto ai postmoderni attacchi dei ribelli digitali, sono indicati delle infrastrutture civili e istituzionali come una minaccia alla sicurezza economica, politica e militare.
    L'International maritime bureau definisce la pirateria navale un atto di arrembaggio o tentato arrembaggio di qualsiasi imbarcazione con l'intento di commettere furto o ogni altro crimine attraverso l'uso della forza. Secondo i criteri della United nations world conference on transnational organised crime, (Napoli, novembre 1994) la pirateria navale e quella informatica sono tra i 18 delitti che compongono la formula del crimine transnazionale organizzato: "riciclaggio di denaro; attività terroristiche; furto di opere d'arte; crimini contro la proprietà intellettuale; traffici illeciti di armi; pirateria aerea; pirateria marittima e territoriale; frode assicurativa; crimine informatico; crimine ambientale; traffico di persone; commercio di organi; traffico illegale di droga; bancarotta fraudolenta; infiltrazione nel commercio legale" [8].
    Nel glossario corrente del Centro militare di studi strategici, l'hacker è definito, invece, "persona che si diverte ad esplorare tutti i dettagli dei sistemi programmabili e di come estendere le loro potenziali capacità, in contrapposizione alla maggior parte degli utenti che preferiscono imparare solamente il minimo necessario; utente non autorizzato che tenta di penetrare in un sistema informativo" [9].
    È curioso che il linguaggio quotidiano abbia recepito dai media il termine pirateria non tanto per indicare qualsiasi atto di sabotaggio ai sistemi della globalizzazione, quanto a una specie di diritto del consumatore a poter clonare un Cd-rom o prelevare files musicali alla faccia delle majors.
    La pirateria è prima di tutto una ribellione dell'immaginario. D'altronde le definizioni criminologiche vengono rispettivamente da ambienti la cui ansia principale è di dare al più presto un nuovo ordine e una sicurezza mondiale al business e alla geopolitica. L'ortodossia della globalizzazione sta nella pretesa culturale che spazio e tempo diventino presto paradigmi stabili: il dominio o il rilascio di porzioni di territorio ha determinato le strategie della guerra fredda in nome della stabilizzazione delle terre (i blocchi); oggi, il dominio e il rilascio dei flussi economici sono condotti in nome della destabilizzazione delle terre (la globalizzazione).
    Il dominio della produzione dei beni materiali è orientato verso un sistema transnazionale per il quale la proprietà, il profitto e il consumo rimangono nell'area della World trade organization, mentre la manodopera e le infrastrutture tendono a spostarsi nelle fasce deboli del pianeta produttivo. La situazione è completamente diversa per la produzione di beni dematerializzati come la tecnologia dell'informazione, dove anche i paesi esclusi dal G8 possono produrre sofisticate procedure elettroniche ad alto valore aggiunto. La corsa ai domini, parola entrata nell'accezione comune del web come forma di enclosure degli spazi cibernetici, vede concorrere agli stessi livelli il Sud Est asiatico contro la Sylicon Valley [10]. La difesa del dominio delle infrastrutture e la corsa al dominio delle infostrutture determina fenomeni di emarginazione tradizionali e inediti: da un lato il classico divario economico e dall'altro il postmoderno divario fra chi ha il digitale e chi no (Digital divide).
    Nel momento in cui si rovescia il meccanismo di produzione di beni materiali in favore di un'economia sempre più incorporea, si assiste a due interessanti fenomeni di ribellione culturale e sociale: dove le infrastrutture multinazionali cercano di difendere i propri sistemi di produzione a basso costo del lavoro, si accresce una forma di pirateria marittima tradizionale; laddove l'economia tecnologica tenta di blindare i domini di informazione sorge la pirateria digitale degli hacker. Così, Mar Rosso, Corno D'Africa, Penisola Arabica [11], Oceano Indiano, Golfo del Messico, Mar Mediterraneo [12] diventano i luoghi attuali della pirateria navale. Quelli della pirateria cibernetica sono rintracciabili nella società dell'accesso.
    E spesso denotano forme ultramoderne di ribellione al lavoro visto che una fetta consistente di attacchi ai computer è commessa all'interno delle stesse compagnie. I manager della sicurezza li definiscono criminali opportunisti che si formano in ambienti di bassa coesione e monitoraggio, bassa professionalità, clima di risentimento e diffidenza; i crimini esterni alle compagnie sono puro spionaggio industriale che va contrastato con "consulenza esperta e misure di sicurezza" [13].
    Per Emmanuel Goldstein, il più celebre (quanto mitico) degli incursori informatici, l'hacking "è cercare la conoscenza, scoprire qualcosa di nuovo, trovare prima degli altri una particolare debolezza all'interno di un sistema digitale… chiunque venga ritenuto un hacker, sta facendo per forza qualcosa di illegale. Ma questo è un brutto segnale sullo stato della nostra società, se una persona che fondamentalmente è alla ricerca della verità e della conoscenza, viene subito coinvolta in qualcosa di nefasto. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità" [14].
    La repressione della pirateria
    L'appropriazione irregolare della ricchezza da parte del pirata di mare, così come della conoscenza da parte dell'hacker, sono il sintomo radicale di attidudini culturali e psicologiche della società postmoderna. In teoria, ogni buon cittadino si sente in diritto di violare il copyright e clonare un insieme ragionato di bit (ovvero i software) perché ritiene giusto appropriarsi di un pezzo audio digitale altrimenti costoso, o usufruire gratuitamente di programmi per l'accesso alle informazioni. Così le major offrono lo shareware e il freeware ma siamo perseguibili dalla legge se li divulghiamo o li vendiamo.
    In generale gli hacker e anche esponenti della NetArt promuovono forme di condivisione di informazione totali. La prassi della clonazione, del file sharing o, addirittura, del life sharing provengono da criteri per i quali secretare e rendere inaccessibile l'informatica vuol dire esercitare potere autoritario. L'informatica è parte dell'informazione e ha un valore non solo monetario: si vende, si scambia, con l'informazione si combatte, si convince.
    Le reazioni di sicurezza dei detentori di questa ricchezza e conoscenza si orientano verso la repressione. In nome della sconfitta della pirateria sul mare e nel cyberspazio si promuovono lo spionaggio privato e l'intelligence preventiva; il collaborazionismo sociale nella denuncia; il segreto esteso alla società, la privacy; l'uso delle bombe informatiche a scopo di guerra politica.
    La pratica dello spionaggio commerciale è originaria del sedicesimo secolo e mantiene ancora oggi caratteristiche genetiche che lo distinguono dallo spionaggio politico: nasce con il mare e si proietta all'estero; si avvale della teoria del rischio assicurativo; viene iniziato e perfezionato dalle grandi compagnie [15]. Dal 1400 a Ragusa come a Costantinopoli, Venezia aveva costituito e controllava una propria rete di agenti segreti: con la copertura di attività mercantili e la complicità dei nobili locali, funzionava una centrale di raccolta delle notizie, fornite dalle spie disseminate nell'impero ottomano [16]. Lo spionaggio si sviluppa in seno a quei conglomerati politico-finanziari che furono le grandi compagnie assicurative e mercantili principalmente londinesi, veneziane e genovesi, ansiose di proteggere i propri bastimenti con guerre commerciali sottoposte a un bilancio di natura economica e non politica: la pace è inversamente proporzionale al rischio.
    La pace garantiva e manteneva bassi i prezzi e i premi del rischio, assicurava profitti altissimi sia agli armatori sia agli assicuratori. Per questo, per garantire la pace, gli inglesi furono i primi a promuovere favorevolmente la militarizzazione delle navi mercantili nel caso di attacchi. La logica dell'assicurazione, della prevenzione e del calcolo economico del rischio, ovvero dell'intelligence, sono alla base delle primitive agenzie di sicurezza. A partire dal 1500, l'attività di polizia degli inquisitori veneziani e genovesi, si svolse soprattutto verso l'estero, e per oltre due secoli si perfezionò determinando sofisticati e autonomi organismi di penetrazione, prevenzione e repressione sociale e politica, fino a produrre agenti provocatori, i cui piani brillavano per disinvoltura come il tentativo di avvelenare le bevande importate dai pirati uscocchi nel Golfo.
    La mentalità repressiva dell'istituzione contro la mentalità anomica della pirateria finì con il sopraffare comportamenti contro la morale comune. Con l'evolversi l'inclinarsi della Repubblica gli inquisitori veneziani stabilirono nuovi settori d'intervento, per così dire territoriali, quali l'ordine pubblico, la moralità, senza mai tralasciare la vocazione esterna ed economica, la lotta al contrabbando, e la gestione delle commesse militari dell'industria navale.
    Gli attuali sistemi d'intelligence commerciali contro la pirateria discendono da questa storia parallela del commercio legato ai flussi della navigazione. Solo che oggi i flussi si svolgono non solo per mare ma anche nel cyberspazio. I Commercial crime services sono divisioni speciali della Camera di commercio internazionale con centri direttivi a Parigi, Londra e Kuala Lumpur: agenzie private di affiancamento agli organismi istituzionali di polizia [17]. Hanno una struttura leggera, immune dal peso della burocrazia, e soprattutto godono la fiducia di numerosi membri delle polizie di varie nazioni. I loro membri, attinti dal bacino globale delle associazioni industriali, assicurative e finanziarie, hanno accesso all'intero database informativo e ricevono rapporti di natura confidenziale. Incorporate nelle Commercial crime services, tre sezioni speciali si occupano di attività informativa e analisi del contrasto sui metodi criminali legati al commercio internazionale. L'ufficio d'intelligence è l'International maritime bureau, la struttura più longeva, sorta nel 1981. Dal 1992 si avvale dell'ufficio speciale di Kuala Lumpur diretto dal capitano Pottengal Mukundan, il Piracy reporting centre, che interviene immediatamente sui luoghi di attacco dei pirati e raccoglie prove per la polizia. Attività di consulenza è svolta invece dal Commercial crime bureau che supporta anche la formazione e la ricerca. La Counterfeiting intelligence bureau è la sezione specializzata nella prevenzione di contraffazioni e truffe ai danni delle aziende, diretta da Peter Lowe. Infine, la Cybercrime unit, guidata da Eric Ellen, è operativa dalla fine del 1999 e gestisce le procedure di sicurezza nell'ambito delle comunicazioni digitali e virtuali. È in regolare rapporto consultivo con l'Interpol e si definisce un collegamento tra ordine pubblico e affari.
    I Commercial crime services offrono diversi servizi contro la pirateria. Codificano i metodi d'attacco dei pirati raccogliendoli in un unico database grazie all'apporto dell'International maritime bureau, specializzato nelle frodi o malversazioni del commercio e trasporto in mare, e del Commercial crime buerau che garantisce l'identificazione di scambi finanziari e frodi. La Cybercrime unit, basandosi su alte competenze tecnologiche, previene le contraffazioni della proprietà intellettuale, sostiene l'alta tecnologia dei providers contro le incursioni su rete, organizza un Hologram image registry contro la duplicazione e diffusione dei metodi di difesa e un database di tutte le tecniche e modus operandi dei nuovi banditi. Contro i crimini commessi sulla terra, sul mare, o nel cyberspazio provvede ad attività di investigazione privata su navi o prodotti sequestrati da pirati in collegamento diretto con l'Interpol; la Commercial crime buerau fornisce esperti legali e commerciali; la Cybercrime Unit identifica interferenze sulle reti dei computer.
    Il primo ufficio della Camera di commercio internazionale, l'International maritime bureau, ebbe subito l'appoggio dell'International maritime organization [18]. A partire dalla sua prima conferenza a Rio de Janeiro nel 1998, fece della lotta alla pirateria marittima oggetto fondamentale di seminari internazionali in Asia, Sud America, Africa, e India a fronte della crescita degli attacchi denunciati: 90 nel 1994, 170 nel 1995, 194 nel 1996, 252 nel 1997, 60 nel 1998 e 113 nel 1999. L'area considerata critica dagli esperti dell'International maritime organization coincide prevalentemente con i flussi commerciali dell'Oceano Indiano [19]. Dalla ricognizione delle rotte soggette a pirateria alla creazione di un database in tempo reale delle pratiche fraudolente, oggi si è addirittura dotata di un sistema satellitare chiamato Shiploc con il quale ogni nave, via modem, può verificare la propria e altrui posizione nelle acque di tutto il globo e nel caso di attacco può essere identificata via satellite.
    Nell'ottobre 1992, l'International maritime bureau crea il Piracy reporting center e stabilisce la sua sede decentrata a Kuala Lumpur. Il centro è finanziato dai contributi volontari delle compagnie, prevalentemente marittime e assicurative che usufruiscono dei servizi di team investigativi specializzati. I suoi compiti si basano sulla compilazione di regolari rapporti per le strutture di polizia, sul recupero dei vascelli sequestrati, sull'assistenza dell'equipaggio attaccato, sul recupero di informazioni da tutto il mondo per aiutare a consegnare i pirati alla giustizia. Ogni giorno, attraverso un sistema satellitare, il Piracy center sorveglia i mari orientali trasmettendo bollettini su eventuali rotte a rischio di pirateria a ogni compagnia associata e all'International maritime organization. Inoltre, su Internet è possibile leggere il rapporto settimanale, che di solito include anche una lauta ricompensa per chi fornisce informazioni utili.
    Nei primi mesi del 1997 l'International chambre of commerce annuncia l'alleanza strategica tra organizzazioni industriali, a seguito di un meeting di gruppi anticrimine con basi in Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Svezia, Gran Bretagna, e Stati Uniti, dando vita al Global anti-counterfeiting group [20]. La prima caratteristica che fa assomigliare i Crime services alle strutture di informazione marinare dell'epoca moderna è il collegamento tra gli organi di polizia istituzionali e il sistema di intelligence privato: "Il nodo tra governo e affari non è un lusso, ma una necessità… La Cybercrime unit potrebbe essere una macchina fantastica. La International chambre of commerce è appropriata per raccogliere informazione" [21]. Per le polizie di tutto il mondo è difficile arrestare il cybercriminale che si trovi fuori dalla giurisdizione dove è avvenuto l'attacco, per cui, a una mancanza di celerità dei governi, può solo accadere che "il settore pubblico e quello privato debbano lavorare assieme in una alleanza informale" [22].
    La diversità del partigiano
    La originaria forma mentis e le prassi insulari-marinare erano profondamente diverse da quelle continentali-territoriali. Da questa differenza si proiettano fino a oggi due modi di intendere l'intelligence contro la pirateria, quello insulare e quello continentale. Il primo appartiene alle società private legate al mare, da cui discende l'attuale sistema dell'intelligence privata, il secondo ai tradizionali apparati legati alla terra quali l'esercito e la polizia.
    La mentalità insulare ha permeato le grandi nazioni anglosassoni, quali l'Inghilterra, l'Olanda, il Belgio, fino a giungere nel nostro secolo nell'organizzazione statuale delle anglo-repubbliche americana e australiana, dove i servizi segreti si chiamano entrambi Cia, si sviluppano sul modello di agenzie private, guidate solitamente da esponenti vicini alla marina [23] e all'alta finanza, agiscono all'esterno, adottano un sistema informativo più snello, interessato a questioni di orientamento politico ed economico generale, più che un apparato burocratico militarizzato [24].
    L'esercito, invece, appartiene culturalmente alla terra ferma. L'esercizio della difesa è oggi interessato alle pratiche di sabotaggio su mare e nel cyberspazio per motivi che si possono scandagliare nelle sue origini telluriche. Infatti, nel dopoguerra il più attento studioso dell'elemento terra, Carl Schmitt, contrappose decisamente e a più riprese il partigiano al pirata, pur ammettendo la comune posizione "hors de loi" e il carattere irregolare del combattiment[25]. Il nomos della terra percepisce il pirata al negativo nel senso che lo priva dell'elemento politico insito nel partigiano. Secondo l'espressione dei giuristi, il pirata ha l'animus furandi. Eppure nel 1961, un anno prima dell'intervento di Schmitt, avvengono due episodi inediti di pirateria in cui l'assenza dell'animus furandi destò grande preoccupazione nella comunità internazionale e scientifica. In gennaio, l'assalto intentato nei mari dell'India occidentale alla nave passeggeri Santa Maria battente bandiera portoghese; in agosto, il dirottamento del boeing americano 707 da parte di quattro passeggeri cubani. Per la prima volta i mezzi di trasporto e gli spazi aereo-navali furono soggetti ad assalti pienamente collegati a matrici politiche, l'uno al processo di decolonizzazione portoghese, l'altro all'instabile situazione caraibica che di lì a poco avrebbe portato alla crisi dei missili a Cuba.
    La ripresa del fenomeno, fece parlare di attualità della pirateria: "Essa sfugge a un esame nell'ambito della belligeranza, in quanto il pirata è fuori legge, cioè un individuo che si trova in una posizione irregolare, posto automaticamente (ed è importante insistere sul valore di tale automaticità) per la sua propria origine, al bando dell'umanità" [26]. Perché manca dell'elemento tellurico, quel gene agrario e stanziale che fonda le società politiche. Come conseguenza il pirata non può servirsi dell'appoggio della popolazione in quanto la sua comunità è racchiusa in un naviglio, l'individualità gli impedisce di mettersi alla mercé di uno stato.
    Il pirata non è un partigiano perché:
    • manca dell'elemento politico;
    • manca l'elemento tellurico;
    • manca dell'appoggio della popolazione; o non conosce il nemico;
    • manca di un legame con la regolarità;
    • manca di un terzo agente che ne garantisca la politicità.
    Nella contrapposizione tra partigiano e pirata, Schmitt è interessato a evitare non tanto che il pirata possa essere considerato un partigiano del mare, quanto che il suo partigiano ideale possa definirsi un corsaro di terra e quindi legato al profitto personale anche se mandato dal proprio stato; che possa perdere il contatto con la regolarità e cioè sganciarsi dall'esercito, dall'elemento statuale, dalla gestione politica della guerra.
    Partendo da queste brevi considerazioni sulla mentalità dell'esercizio della difesa nazionale, i settori militari dei paesi ad alto contenuto tecnologico saranno interessati a scandagliare il mondo degli hacker, per cercarne corsari o metodi corsari da usare nelle guerre informatiche: non tanto nelle cyberwars (guerre informatiche condotte contro un nemico militare) quanto nelle softwars (guerre soft basate sulla propaganda per costringere il nemico a standardizzarsi) e nelle netwars (guerre tra strutture reticolari).
    Al momento le avanguardie hacker sembrano sfuggire al controllo, alla regolarità, al terzo agente politico e militare. E soprattutto attaccano al di là della guerra, in tempo di pace. I pirati dell'immaginario cibernetico sono probabilmente l'estrema espressione dell'individuo sovrano del nuovo nomos della terra [27]. Come intellettuali e manager dell'elettronica, considerano il linguaggio informatico un sistema di per sé chiuso. L'accesso a esso comporta studi e approfondimenti complessi perché è il medium della comunicazione della tecnologia e non dell'uomo.
    All'utente del cyberspazio non interessa conoscere i codici binari che stanno alla base dei sistemi informatici convenzionali o non-convenzionali di comunicazione. All'utente interessa inviare posta elettronica. La complessità dell'informatica sta creando un sapere esclusivo della società dell'informazione con vari livelli di esclusione ed emarginazione: l'attuazione di massa di accessi a Pc e a modem può alleviare il divario digitale, ma una volta dentro, la mancanza della conoscenza semantica dell'informatica preclude la coscienza dei rischi e delle potenzialità a essa collegati.
    Per questo i governi impongono il segreto esteso alla società, la privacy. Ma la privacy presuppone che il cittadino abbia fiducia nel sistema. I pirati vanno oltre la fiducia. La modalità di accesso al sistema informatico da parte degli hacker è legata a un approccio culturale più che commerciale. La nota differenziazione tra cracker e hacker non è tanto nel fatto che gli uni clonino carte di credito e gli altri divulghino codici informatici, quanto nell'uso del conflitto semantico. I penetratori digitali possono distruggere le basi dati dei sistemi, ma per lo più cercano di alterare le parole contenute o di ottenere effetti erratici e paradossali, come una beffa.
    L'esempio degli attacchi scatenati dagli honker cinesi dal primo maggio 2001, a seguito della morte del pilota Wang Mei, è lampante: nei siti web della Casa Bianca e di alcuni Departments apparivano scritte e graffiti sbeffeggianti. E i penetratori americani hanno risposto autodefinendosi patrioti. Il tutto seguito discretamente dalle istituzioni militari americane e cinesi.
    A discapito delle grandi compagnie produttrici di sistemi di sicurezza sofisticati, il fatto che sistemi informatici siano imperfetti è segno che possiamo ancora decidere senza intelligenze artificiali. I buchi, questi squarci lasciati dal sistema, sono gli obiettivi degli hacker nella creazione di gap o black out nel linguaggio costituito. La logica militare, piuttosto, inquadra l'assalto nella definizione distruttiva data a virus, trojans e bombe logiche, quali armi offensive della Information warfare, secondo la quale non c'è bisogno necessariamente di una guerra per piegare il nemico alla omologazione di trattati o accordi, ma un atto di softwar con il quale si minacciano le info/infrastrutture economiche, politiche, sociali dell'avversario. Senza vittime dirette, con gli stessi risultati. Il vero problema di libertà si porrà qualora la difesa militare tenti di trasformare alcuni di quei pirati del cyberspazio in corsari o partigiani nell'information war.
    1. Anti-piracy life-jacket on show at London Dome, Londra, 29 Giugno 2000.
    2. Solomon Kane e Laurent Passicousset, Produit de la crise et de l'instabilité politique: la piraterie, symptôme d'une Asie fragilisée, in Le monde Diplomatique, giugno 2000.
    3. Dati della Business software alliance sulla pirateria del software nel mondo, 1998.
    4. Tra gli altri rappresentanti istituzionali ricordiamo: Steve Forest, ispettore della Squadra frodi della West midlands police force, Birmingham; Geoff Donson, detective del Computer crime squad, New Scotland Yard; Jim Oakes, vice presidente della Citibank's investigative services unit; Terry Lenzner, direttore del Investigative group international; Rainer Bührer, capo dell'Economic crime branch dell'Interpol.
    5. Brian Michael Jenkins, Business and law enforcement must join forces against cybercrime", in Alliance against commercial cybercrime, Londra, 7 Dicembre 1999.
    6. Ibidem.
    7. Brian Jenkins, già membro del Political science department e consigliere del presidente della Rand corporation e della International chamber of commerce, è membro del direttivo dei Commercial crime services. Dal 1989 al 1998, Jenkins è stato Deputy Chairman del Kroll associates, organismo internazionale investigativo e di consulenza. Nel 1996, Bill Clinton ha nominato Jenkins membro della White house commission on aviation safety and security.
    8. Ernesto U. Savona, Federico Lasco, Andrea di Nicola, Paola Zoffi, Globalisation of crime, the organizational variable, documento preparato per il quindicesimo simposio internazionale sul crimine economico, Jesus College, Cambridge, 14-20 settembre 1997.
    9. Ferrante e Margherita Pierantoni, Combattere con le informazioni. Dalla geopolitica alla realtà virtuale, Franco Angeli, Milano, 1998.
    10. Federico Rampini, Internet. La riscoperta del territorio, in Limes, I Signori della Rete, supplemento al 1/2001.
    11. Luigi Pastore, Attenti è tornata la filibusta, in La Repubblica, 16 aprile 2001.
    12. In Albania, dopo il crack della finanza corsara delle micro-finanziarie, sono cominciati gli attacchi dei pirati di Saranda e degli altri villaggi del sud nelle acque di Corfù. Si veda L'Unità, 16 ottobre 1996
    13. Cliff May, Investigation services manager at Vogon international, Common-sense measures to safeguard against computer fraud, Londra, 21 giugno 2000.
    14. Paolo Mastrorilli, "Hackers, Ribelli Digitali", Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 41 e ss.
    15. Alberto e Branislava Tenenti, Il Prezzo del rischio, L'assicurazione mediterranea vista da Ragusa (1563-1591), Jouvence, Roma, 1985, p. 63 e ss.
    16. Romano Canosa, Alle origini delle polizie politiche, Gli Inquisitori di stato a Venezia e a Genova, Milano Sugarco, 1989, p. 53.
    17. I documenti si possono consultare sul web della International chambre of commerce: http://www.iccwbo.org/.
    18. L'Imo nasce nel 1948 sotto la denominazione di Inter-governmental maritime consultative organization.
    19. Nel 1997 nell'Oceano Indiano si registrano 41 attacchi, 11 in Africa orientale, 30 in Africa occidentale, 11 nel Mediterraneo e nel Mar Nero.
    20. International chambre of commerce, Industry anti-counterfeiting groups join forces in fight against fakes, Parigi, 11 Dicembre 1997
    21. Alliance against commercial cybercrime, Londra, 7 dicembre 1999, Intervento di M. Vatis, Fbi
    22. Ibidem
    23. Nel 1946 il presidente Harry Truman nomina come primo direttore della Central Intelligence, un membro della Marina militare, l'ammiraglio Sidney W. Souers.
    24. Franz Schurmann, La logica del potere, Il Saggiatore, Milano, 1980.
    25. Carl Schmitt, Teoria del partigiano, (1963), Il Saggiatore, Milano, 1981

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    Il dominio della produzione dei beni materiali è orientato verso un sistema transnazionale per il quale la proprietà, il profitto e il consumo rimangono nell'area della World trade organization, mentre la manodopera e le infrastrutture tendono a spostarsi nelle fasce deboli del pianeta produttivo. La situazione è completamente diversa per la produzione di beni dematerializzati come la tecnologia dell'informazione, dove anche i paesi esclusi dal G8 possono produrre sofisticate procedure elettroniche ad alto valore aggiunto. La corsa ai domini, parola entrata nell'accezione comune del web come forma di enclosure degli spazi cibernetici, vede concorrere agli stessi livelli il Sud Est asiatico contro la Sylicon Valley [10]. La difesa del dominio delle infrastrutture e la corsa al dominio delle infostrutture determina fenomeni di emarginazione tradizionali e inediti: da un lato il classico divario economico e dall'altro il postmoderno divario fra chi ha il digitale e chi no (Digital divide).

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    Nel momento in cui si rovescia il meccanismo di produzione di beni materiali in favore di un'economia sempre più incorporea, si assiste a due interessanti fenomeni di ribellione culturale e sociale: dove le infrastrutture multinazionali cercano di difendere i propri sistemi di produzione a basso costo del lavoro, si accresce una forma di pirateria marittima tradizionale; laddove l'economia tecnologica tenta di blindare i domini di informazione sorge la pirateria digitale degli hacker.

    Nella contrapposizione tra partigiano e pirata, Schmitt è interessato a evitare non tanto che il pirata possa essere considerato un partigiano del mare, quanto che il suo partigiano ideale possa definirsi un corsaro di terra e quindi legato al profitto personale anche se mandato dal proprio stato

 

 

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