La notizia della sua morte fu l'avvisaglia che preludeva all'inizio di un decennio di barbarie e di lutti. Non si trattava più (né mai più si sarebbe trattato) di uno scontro di piazza, tra gruppi fronteggianti. Ora siamo all'aggressione singola, all'agguato. Per la prima volta, poi, la vittima è un giovane, appena diciannovenne, vice presidente del Fuan di Salerno. Carlo Falvella ha il volto aperto, pulito di un bel ragazzo studioso. Il suo assassino, che si definisce anarchico, Giovanni Marini, viceversa è già il prototipo del comunista anni Settanta: capelli lunghi, barba folta, eskimo. E' il 7 luglio 1972 quando il Marini, insieme ad altri due militanti dell'ultra sinistra: Gennaro Scariati e Francesco Mastrogiovanni, attende Carlo sotto la sua abitazione, in via Velia. Falvella è insieme ad un altro giovane missino, Giovanni Alfinito, che verrà anch'egli ferito. I due non hanno neppure il tempo di reagire all'agguato che vengono colpiti a coltellate. La lama di Marini si conficca due volte nel cuore di Carlo.
Arrestato poco dopo, il Marini verrà condannato all'irrisoria pena di nove anni. Ne sconterà in galera meno di quattro e, in pieni anni Settanta, tornerà all'attività "politica" nell'ultra sinistra, diventando in qualche modo il simbolo vivente dell'impunità che il regime antifascista garantiva ai suoi figli prediletti.




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