Interpol a Londra: perchè non collabori?
10/07/2007
Dopo gli attentati non-esplosivi in Gran Bretagna, l’attività anti-terrorismo dei britannici è al calor bianco.
La guerra inglese contro il terrorismo durerà «da dieci a quindici anni», ha dichiarato l’ammiraglio Alan West, segretario di Stato per la sicurezza, ed ha chiesto agli inglesi di essere «un po’ meno britannici» e di spiare i vicini e segnalare i sospetti alla polizia, come si faceva nei bei tempi in URSS: «Abbiamo a che fare con gente che cerca di distruggere il nostro modo di vita».
L’MI5 ha fatto sapere che le cellule islamiche legate ad «Al Qaeda» sono raddoppiate in un solo anno: ha catalogato ben 219 «centri d’attività terroristica» in Gran Bretagna.
Con tutti questi nemici occulti in casa, con i medici immigrati che si sono rivelati un pericolo costante, con la grande comunità musulmana sospetta per principio, si può immaginare che l’attività d’indagine sia più che febbrile, molteplice, incessante.
Che ogni dettaglio venga controllato senza tregua.
Che siano in corso giganteschi controlli, verifiche di documenti, intercettazioni e silenziose ma accanite cacce all’uomo.
Invece no.
Tanto che il segretario dell’Interpol, Ronald Noble, ha scelto proprio questo momento per accusare Londra di non collaborare alle indagini sul terrorismo insieme agli organi internazionali.
E l’ha fatto con una lettera aperta, postata sul sito dell’Interpol il 9 luglio. (1)
Nella lettera (fin troppo) aperta, intitolata «Il pericolo viene da Al Qaeda, non dagli immigrati», il segretario Noble (americano, già sottosegretario al Tesoro USA e responsabile delle dogane) lamenta che Londra non condivide con Interpol le informazioni sui terroristi.
Aggiunge che Londra non confronta sistematicamente i passaporti dei visitatori stranieri con le generalità contenute in uno speciale database di Interpol che cataloga oltre sette milioni di passaporti perduti o rubati.
E ciò benchè «esista un legame evidente tra i passaporti rubati e le attività terroristiche collegate ad Al Qaeda».
«Il Regno Unito rischia di lasciarsi fuggire una pista importante; altri Paesi che consultano Interpol non otterranno dati completi (per la mancata condivisione inglese); e gli individui iscritti nella lista dei terroristi presunti in Gran Bretagna (e non comunicati ad Interpol] potrebbero progettare e perpetrare altri attentati», scrive Noble.
Questa trascurataggine è strana, ironizza Noble, se si pensa che «ci frugano sistematicamente nei bagagli a mano per vedere se portiamo bottiglie d’acqua o altri liquidi. Queste priorità sembrano fuori posto».
«E’ la mancata sistematicità nel confronto dei passaporti dei visitatori esteri con il database dei passaporti rubati a costituire il più grande pericolo terroristico, non il controllo degli immigrati o dei medici nati all’estero», aggiunge il poliziotto: «La Gran Bretagna ha 30 milioni di visitatori all’anno, non 30 milioni di richieste d’immigrazione. Prendere di mira o discriminare immigranti e dottori non avrà alcun risultato significativo nel ridurre il terrorismo globale».
E via rincarando: «Ho spesso sottolineato la necessità di consultare i nostri archivi globali prima di rilasciare un qualunque visto. Ho citato il recente esempio di un indiano che ha richiesto un visto di viaggio in USA - di viaggio, non di immigrazione. Il solo modo con cui gli USA hanno potuto sapere che su questa persona pendeva un mandato d’arresto emesso in Germania per omicidio nel ‘95 è stato di consultare il database Interpol. Perché? Perché il mandato d’arresto non era stato emesso né dal Paese di nazionalità di questo individuo, né dal Paese di destinazione».
Insomma una lezione di metodologia d’indagine e una ramanzina da poliziotto ai poliziotti e servizi di Londra: perché non ci dite su chi state indagando?
Chi sospettate e perché?
E vi tenete per voi le vostre scoperte (se poi ci sono)?
Vengono in mente i tremendi attentati, quelli perfettamente riusciti, nel metrò di Londra il 7 luglio di due anni fa: allora il presunto cervello dell’attentato, Arun Rashid Aswath, risultò essere un informatore dell’MI5.
Nel giorno dell’attentato, nelle stesse quattro stazioni dove avvenne, era in corso una esercitazione che simulava un attentato.
E i poliziotti britannici che spararono a bruciapelo ad un innocuo passante nel metrò, colpevole di essere sudamericano e un po’ scuro di pelle, erano stati addestrati dal Mossad.
Il Mossad, del resto, sapeva in anticipo dell’attentato, tanto che quel mattino avvisò Ben Netanyahu, in visita a Londra, di non uscire dall’albergo.
E’ ovvio che un certo genere di informazioni non possano essere «condivise» con l’Interpol.
Converrà ricordare anche che l’autobomba come mezzo d’elezione dei terroristi ha una lunga storia, e non tutta a senso unico.
Il 4 gennaio 1948, dopo la decisione ONU di dividere la Palestina in due Stati, due uomini con abiti arabi posteggiarono un camion pieno di arance davanti al governo municipale palestinese di Jaffa, dov’era anche una mensa per bambini poveri.
I due «arabi» se la svignarono.
Il camion esplose pochi minuti dopo, facendo 26 morti e centinaia di feriti, molti fra i bambini. L’eccidio fu opera della Banda Stern, i cui membri, ebrei fanatici, avevano in programma la restaurazione di Israele biblico su tutto il territorio. (2)
Nel marzo 1972 l’esercito repubblicano irlandese (IRA) piazzò due auto-bomba a Belfast, uccidendo cinque persone.
A luglio, l’IRA piazzò venti auto esplosive di nuovo nel centro di Belfast, attorno alla zona recintata per il precedente attentato, facendo scoppiare gli ordigni a intervalli di cinque minuti: Belfast sembrò per un istante sotto un fuoco d’artiglieria pesante.
I morti furono sette (civili) e due militari, più 130 feriti gravi.
A Beirut fra gli anni ‘70 e ‘80, le autobomba furono generosamente usate da tutte le numerose fazioni in lotta, da Hezbollah ai «cristiani» di Geagea.
Ma non mancò di utilizzarle anche il Mossad, per terrorizzare la popolazione e indurla a rivoltarsi contro i palestinesi (a cui gli attentati vennero attribuiti) o per assassinare i rappresentanti della Palestina: così per esempio fu ucciso, nel 1972, il romanziere Ghassan Kanfani.
Come ricorda Robert Fisk, parecchi autisti delle auto-bomba (non erano ancora suicidi) furono arrestati e confessarono di essere stati preparati dallo Shin Bet, la sicurezza interna israeliana.
Solo dal 1983 Hezbollah perfezionò la tattica cominciando ad utilizzare autisti votati alla morte per compiere i suoi enormi attentati, come quello che uccise in un sol colpo 200 Marines a Beirut.
Per ritorsione il capo della CIA William Casey organizzò, con ex SAS britanniche e falangisti libanesi, un attentato all’auto esplosiva (marzo 1984) davanti alla casa dello sceicco Fadlallah, l’allora guida di Hezbollah: 80 passanti uccisi e 200 feriti nel popoloso quartiere di Bir el Abeid. Ma Fadlallah, illeso, fece innalzare sulla zona dell’eccidio, ancora nel lago di sangue, un grande cartello con la scritta «Made in USA».
Nonostante l’insuccesso, Casey si appassionò a questa nuova «arma» e ai suoi effetti di terrorismo psicologico.
Ottenne da Ronald Reagan una direttiva segreta (NSDD-166) che consentì la fornitura, da parte americana, di «tecnologia militare, addestramento della guerriglia islamista afghana con esplosivi e tecniche di sabotaggio per compiere attacchi mirati contro ufficiali sovietici», che allora occupavano l’Afghanistan.
Forze speciali americane insegnarono una quantità di cose agli uomini dell’ISI pakistano, che le trasmisero ai guerriglieri afghani.
Fra l’altro, come fabbricare l’ANFO, un esplosivo composto di nitrato d’ammonio e gasolio, componenti di facile reperimento commerciale.
Decine di auto-bomba all’ANFO, ma anche con plastico e detonatori elettronici USA, scoppiarono a Kabul, di preferenza davanti a cinematografi o a teatri, uccidendo un numero imprecisato ma notevole di soldati e ufficiali sovietici.
Ma l’ISI ne approfittò per far piazza pulita anche di personalità afghane di sinistra, monarchiche o laiche.
I professori universitari di Kabul divennero una preda privilegiata.
Così i pakistani spianarono la strada al potere degli «studenti islamici» da loro formati in Pakistan, ed oggi noti come Talebani.
I guerriglieri così ben addestrati formavano intanto il nucleo di ciò che conosciamo come Al Qaeda.
Che tutto questo possa essere «condiviso» con l’Interpol, è decisamente escluso.
Maurizio Blondet
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Note
1) Si veda il sito dell’Interpol, http://www.interpol.int/Public/News/...er20070708.asp.
2) Mike Davis, «History of the car bomb», GlobalResearch, 8 luglio 2007.




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