CHI HA PAURA DELLA MORTE? (2)
“Non voglio figurare la mia morte, e quando sarà il momento che arrivi senza che io me ne accorga o soffra..”
Questo è ciò che pensa l’uomo moderno della propria morte.
Noi tutti, salvo rare eccezioni, speriamo in una morte rapida ed incosciente, una morte senza preavviso ed inconsapevole.
L’infarto o la morte nel sonno sono le dipartite più gettonate quando mi riesce di incastrare l’interlocutore in questo “sconveniente” argomento.
Direte voi: “E allora? È ragionevole ed umano il non voler coscienza della propria morte!”
Forse.
Eppure leggendo “Storia della morte in occidente” di Ariès si scopre che l’uomo del medioevo era protagonista della propria morte. La morte improvvisa era rara. «Ed era molto temuta», scrive , «non solo perché non dava il tempo di pentirsi, ma perché privava l’uomo della propria morte» […] «Non si muore senza aver avuto il tempo di sapere che si sta per morire. Altrimenti si trattava della morte terribile, come la peste e la morte improvvisa, ed allora occorreva presentarla come eccezionale, e non parlarne. »
L’uomo antico desiderava il confronto con la morte.
Perché in essa vedeva il realizzarsi del Destino personale; era culmine e significato dell’intera esistenza.
Oggi invece, con l’interdetto sociale e culturale lanciato alla morte, non solo abbiamo esautorato di ogni senso questa ”incombenza che ci sovrasta”, ma ne abbiamo anche sovvertito il valore.
La morte è vista come l’annientamento del Senso, ed il concepirla, il ritenerla possibilità propria, -“la possibilità più propria”- per dirla con Heidegger, priva di ogni significato la nostra vita.
Una cultura incapace di “giustificare” l’ineluttabile è una cultura inutile.
www.michelebellingeri.it





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