«Il lavoro mi ha spezzato la vita»
di Bruno Galvani
su l'Unità del 27/06/2007
Uomini, a volte ancora ragazzi, ai quali il lavoro ha «cambiato» la vita: gliel’ha spezzata. Ricominciare a vivere da invalido. Con la testimonianza di Bruno iniziamo a pubblicare una serie di storie dolorose, complicate
Da settembre a marzo. Sei mesi. Tanto è durata la mia carriera lavorativa di giovanissimo operaio specializzato. Terminata la scuola professionale ed un’estate di divertimento, tipica dei diciassettenni, a settembre sono stato assunto da una piccola ditta artigiana.
In quella azienda venivano realizzate cisterne per il gasolio (sia per uso domestico che per l’agricoltura) e ringhiere in ferro. Una piccola realtà imprenditoriale che dava lavoro a sette/otto persone, delle quali tre/quattro non ancora maggiorenni. I più vecchi con il compito di insegnarti il mestiere e indicarti quale lavorazione affrontare giornalmente.
Più tardi ho capito che anche quel loro modo di rapportarsi con noi giovani - che era il classico atteggiamento di chi non vuole rinunciare ad una sorta di «gerarchia aziendale» consolidata dalla maggiore esperienza lavorativa, che verteva più sul dare ordini che su un vero e proprio insegnamento di come svolgere al meglio le mansioni assegnateci e magari evitare gli eventuali pericoli che si potevano incontrare durante una giornata lavorativa - non ha certo contribuito ad evitare la disgrazia che stava per accadere. Un datore di lavoro (vissuto come «assente»), che si limitava a dirti le priorità lavorative giornaliere o settimanali quel fatidico giorno mi dice: «Prendi il muletto e sistema nel cortile quelle cisterne», e poi se ne va.
Per chi non lo sapesse il muletto è un «attrezzo a motore» che serve per sollevare e spostare altre cose. Oggi per poterlo usare bisogna aver conseguito una specie di «patente». Nei primi anni ottanta non so se era così. Io prima non lo avevo mai usato. Comunque inizio quel lavoro con il muletto che si muove velocemente nel piazzale di ghiaia antistante la piccola fabbrica e dopo un po’ - ed ancora oggi non sarei in grado di dirvi il perché - vedo in alto sopra di me che si sposta bruscamente e in quei brevissimi attimi il senso di pericolo e paura mi attanagliano la stomaco. Il colpo è forte (tanto che se ancora oggi mi cade qualcosa di pesante a terra, comincio a sudare) e quello che mi cola sul viso è sangue caldo che ormai ha inzuppato una buona parte della mia tuta blu da operaio e comincia anche a macchiare di rosso la ghiaia sulla quale sono riverso. Sento di essermi fatto molto male e penso a quanto male farà ai miei genitori il venirlo a sapere. I colleghi di lavoro mi sono attorno e piangono, mentre da lontano si sente il rumore dell’autoambulanza sempre più vicina. Una lesione alla cute della testa che richiederà quasi cento punti di sutura, una lesione alla colonna vertebrale che richiederà un’operazione di oltre otto ore e una voglia di continuare a vivere non facile da trovare, almeno nei primi mesi dopo l’infortunio.
Oltre un anno di ospedale per poi sentirsi dire: «Lei non potrà più camminare con le sue gambe, dovrà utilizzare per sempre una sedia a rotelle». Davanti ad una sentenza di questo genere a diciassette anni, credetemi, in quel momento vorresti che l’incidente ti avesse ucciso, che la tua vita fosse finita in quel momento e pensi che non è umanamente accettabile dover vivere per sempre da paralizzato. E tutto per colpa non dico di un incidente in moto, mentre ti stavi divertendo e facevi il pazzo. No, mentre stavi lavorando per poterti permettere una pizza con gli amici, vestiti nuovi, magari un domani un’auto usata, una vacanza con una ragazza. A queste cose si pensa, e si deve pensare, a diciassette anni. Non dover pensare se la vita è «finita» oppure no. Se la tua ragazza ti vorrà ancora oppure se non saprà che farsene di un invalido. Che non potrai più sentire il vento nei capelli. Che i tuoi amici non ti considereranno più quello di prima. Che non avevi mai visto in giro fino a questo momento una sedia a rotelle e pensavi che una cosa del genere potesse toccare solo agli «sfortunati dalla nascita» o agli anziani.
Dopo un anno di ospedale realizzi che il tuo datore di lavoro non è mai venuto a trovarti neanche una sola volta e neppure ti ha mandato una lettera. Dopo un anno di ospedale realizzi che lì, in quel posto dove conosci tutti e tutti conoscono quello che ti serve e quello che pensi e soprattutto tanti sono come te, ci stai troppo bene e non vuoi più andartene. Perché andartene vuole dire dover ricominciare a vivere. Vuole dire vedere gli occhi delle persone che incontri per la strada che non ti «guardano» o ancora peggio non ti «vedono». Vuol dire, in seggiola a rotelle, fare una fatica incredibile per percorrere i marciapiedi della città ingombri di biciclette e bidoni della spazzatura. Vuol dire pensare che alla fine dovrai tornare a lavorare da qualche parte e già ti rendi conto che nessuno ti vorrà perché ti riterranno solamente «un peso sociale».
Questi pensieri oggi sembrano purtroppo ancora molto attuali, perché questi problemi li stiamo vivendo ancora. Pensate quale situazione ci poteva essere nei primissimi anni ottanta per quanto riguarda l’inserimento al lavoro dei diversamente abili, l’abbattimento delle barriere architettoniche, i pregiudizi verso la disabilità. Non nascondo che, soprattutto i primi anni, è stata veramente dura accettare una sorte di questo tipo. Ma poi le vicende della vita mi hanno portato a credere ancora in me stesso e nelle persone. E soprattutto a credere che vale sempre la pena accettare le sfide che la vita ti riserva, perchè cadere e poi rialzarsi è una cosa che dà una forte soddisfazione e soprattutto ti dà la voglia di cercare di migliorare questa società che è ancora ben lontana dall’essere la società di tutti.
Nel corso degli anni ho trovato una persona che mi ha amato e io ho amato lei. Oggi abbiamo due figli e difficilmente penso alla mia condizione fisica, se non davanti agli ostacoli fisici o psicologici che periodicamente ancora incontro. Oggi mi sembra una cosa normale spostarmi su una seggiola a rotelle. Ma ancora oggi non mi sembra normale che così tanti giovani (ma non solo loro) escano di casa al mattino per andare a lavorare e guadagnarsi uno stipendio e non tornano più a casa o ci tornano mutilati per sempre. Lavorare in sicurezza deve essere un diritto e un dovere di tutti. Il mio caso è paradigma di cosa significhi andare a lavorare senza la conoscenza dei rischi che si corrono. Non è giusto a diciassette anni (come ad ogni età) vedere la propria vita così pesantemente ferita dal lavoro insicuro. La sicurezza deve essere messa al primo posto nell’organizzazione del lavoro.
La vita e la salute vanno messe al primo posto. Fatte queste scelte politiche è ovvio che succederanno ancora gli incidenti sul lavoro (anche se in misura più degna di un paese civile), ed allora sarà moralmente necessario assicurare a queste persone il pieno godimento dei loro diritti basilari: il giusto riconoscimento a livello monetario del danno subito, le cure sanitarie necessarie al massimo recupero e mantenimento fisico, il diritto ad un lavoro adeguato alle limitazioni funzionali conseguite, una piena integrazione sociale. Diritti ormai da tutti ritenuti assolutamente giusti ma che ancora non si stanno affermando e che da formali non diventano mai pienamente sostanziali. Perché è vero che la vita non ha prezzo, ma è altrettanto vero che chi ha pagato un prezzo così elevato al benessere economico della nazione merita più rispetto di quello che ha oggi.




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