Orefici che guadagnano 18 mila euro
Maurizio Blondet
27/06/2007
Walter Veltroni
«Veltroni facci sognare»: il grido che si alza dal cosiddetto popolo della sinistra spiega tutto.
Anzitutto, perché odiano Berlusconi: perché (credevano) «faceva sognare» metà degli italiani, con le TV e il Milan.
Era invidia.
Ora, hanno trovato il loro Berluschino (credono), e sono radiosi.
Come l’altro, un senza palle.
Veltroni non ha sbagliato mai, non s’è mai «sporcato le mani» (al contrario di D’Alema e Fassino) perché si è sempre ritirato.
Nei sogni: don Milani, Kennedy, Africa, i concerti di Roma.
Mai presente alla prova della realtà.
Così abbiamo due sogni svaporati: metà Italia ha smesso di sognare con il Cav (gli è rimasto Emilio Fede), l’altra comincia a sognare sogni scaduti con Berluschino.
Ma a chi non vuol sognare, bisogna riparlare degli studi di settore.
Di come la propaganda Visco, strombazzata da Unità, Repubblica, Espresso, ci ha invitato ad indignarci su: «l’orefice che dichiara un reddito annuo di 18 mila euro, meno del suo commesso».
O il padrone di ristorante da 14.818, meno del cameriere, o il barista titolare a 14.830.
Per non parlare dell'odiato taxista, che dichiara da 6 mila a 14.441 euro.
Evasori!
Al rogo!
Grazie a un fortuito ascolto radiofonico (un senatore-commercialista nel dibattito parlamentare, ascoltato su Radio Radicale, purtroppo non ne ho colto il nome) ho capito di che si tratta.
Si tratta di menzogna governativa in perfetta malafede.
L’orefice e il ristoratore, nel corso dell’anno, si danno uno stipendio; lo danno alla moglie-collaboratrice e al figlio.
Questi stipendi sono dichiarati (o dovrebbero) nella dichiarazione per lo studio di settore, anche perché vanno a detrazione.
E vengono tassati con l’Irpef.
Nella dichiarazione dei redditi personali.
I 18 mila euro, i 14 mila, sono invece il reddito dell’impresa che risulta alla fine, secondo i canoni dello studio di settore: ciò che resta, il profitto.
Sono due cose molto diverse.
Visco ha fatto apposta confusione, per poter criminalizzare intere categorie.
Lo stesso si dica per i 137 taxisti che, nella dichiarazione da studio di settore, «non hanno dichiarato il taxi».
O i 360 laboratori di analisi «senza laboratori»; o i 3.329 ristoratori «senza cucine».
Anzitutto, si considerino le cifre: minime, su un totale di 3 milioni di artigiani e piccole imprese di servizio.
Ma sono evasori comunque, hanno cercato di fare i furbi.
Io chiedo: che furbo è un taxista che non dichiara di avere il taxi?
E’ un cretino, invece.
Perché i mezzi di produzione del reddito possono essere portati a detrazione, in quota ammortamento.
Dunque il cretino rinuncia a una detrazione importante, pur di non dichiararsi proprietario dell’auto?
Ma no: infatti per lo più, questi 137 «evasori» hanno portato la quota di ammortamento in detrazione.
Che cosa è successo?
Quasi certamente si tratta di errore materiale.
Qualche sciagurato taxista deve aver provato a fare la difficilissima dichiarazione da sé, per risparmiare i 500 euro del commercialista.
Ha detto il senatore-commercialista: in un Paese civile, gli uffici avrebbero telefonato al contribuente, e gli avrebbero comunicato: hai dimenticato di scrivere l’anno di immatricolazione del tuo taxi.
Dopotutto, 137 telefonate costano meno dell’autoblù del senatore Colombo.
Invece no.
Uffici zitti, per prendere in castagna, dichiarare incongrue e truffaldine le dichiarazioni, appioppare multe, esporre gli erranti alla gogna mediatica.
Per i ristoranti senza cucine il caso è analogo, anche se più complicato.
Come volete sperassero di farla franca?
E soprattutto: perché rinunciare alla detrazione dei beni strumentali in ammortamento?
Bisogna vedere caso per caso: spesso, l’anno dichiarato è anche l’anno di cessione dell’attività
(i ristoranti cambiano spesso titolare), e dunque può essere che la cucina non venga dichiarata perché non è più proprietà del dichiarante.
Eccetera eccetera.
Il peggio è - dice il senatore - che le risultanze dello studio di settore, che dovrebbero essere «indicative», con Visco hanno ricevuto «forza di legge»: ossia devi pagare ciò che risulta dai calcoli, anche se non hai guadagnato, perché è legge.
Come sono razionali le risultanze dei calcoli?
Il calcolo lo può fare chiunque, ci dicono: basta collegarsi in linea a «Gerico», il famoso software finanziario.
Ebbene: Zener, un blog finanziario, s’è divertito a immaginare due bar.
Uno reale, e uno del tutto sballato, enorme, immaginario.
Il bar reale: giorni di apertura in un anno, 313.
Il bar iperbolico: Zener ha messo giorni 3.313 (in un anno di 365 giorni).
Il rinomato «Gerico» non rileva l’assurdità.
Alla voce «superficie del locale destinato all'attività», Zener ha decuplicato la superficie del bar immaginario.
In «prezzi praticati», per un caffè al banco, il bar reale mette 0,80. il bar immaginario, 200 mila euro.
Un cappuccio, 100 mila euro (reale, 1).
«Gerico» non nota nulla.
Altre voci: «Costo acquisto birre», il bar reale scrive 79 mila euro l’anno.
Zener, nel suo bar immaginario, mette 6,40 milioni di euro.
«Numero di etichette di vini, birre e distillati» venduto?
Zener ne mette 6 mila, contro una decina del barista vero.
Quanto ai «beni strumentali».
Lo studio di settore vuol sapere di quanti metri è lungo il bancone del bar.
Il barista reale dichiara: 6 metri.
Il barista fantastico di Zener dichiara: 6 mila chilometri («la muraglia cinese»).
Alla voce «Capacità del banco frigorifero», anziché i reali 400 litri, mette 4 miliardi di litri.
«Numero macchine da caffè»: quattro per il vero barista.
Per il barista immaginario, 4 milioni.
Lavastoviglie: una.
Ma il superbar ne dichiara 10 mila.
Il risultato finale, valutato da «Gerico», è questo: che come «congruità», il bar vero e quello fantastico, col bancone lungo 6 mila chilometri, sono egualmente congrui.
Quanto alla «coerenza», la differenza è minima, sui decimali.
Sola differenza: il bar che fa pagare un caffè 200 mila euro, che ha un frigo da 4 miliardi di litri, che lavora 3.313 giorni l’anno e dichiara di vendere 6 mila marche di alcoolici, viene dichiarato «enoteca» anziché «bar».
Commento di Zener: «Se questi sono gli ‘affidabili strumenti di controllo’ la lotta contro l’evasione ha da aspettare».
Ma il peggio - come possiamo constatare anche noi inesperti - è la quantità di dati minuziosi e inutili che vengono richiesti all’esercente (fra cui l’elenco completo dei fornitori e dei clienti soggetti a partita IVA, il prezzo di un caffè, il numero delle marche di birra): ciò contrasta con lo spirito degli studi di settore, che sono - in Francia - metodi di accertamento «sintetico», e non «analitico».
Invece, proprio le informazioni che consentono un accertamento sintetico ma realistico - ampiezza del locale, lunghezza del bancone, quantità di macchine da caffè, capienza del frigo - risultano «ininfluenti» per calcolare il reddito.
Un frigo da 400 litri o da 4 miliardi di litri, per «Gerico», non fa differenza.
Ne consegue che i taxisti che non hanno dichiarato l’auto, o i ristoratori «senza cucine», non hanno alcuna rilevanza ai fini dell’evasione fiscale.
E ciò per gli stessi uffici finanziari col loro «Gerico».
«Veltroni, facci sognare».
Qui sogniamo tutti, anche «Gerico».
Dev’essere di sinistra.
Ma se è berlusconiano, è Emilio Fede.
Due casi reali, invece.
Conosco un piccolo industriale che produce salumi e formaggi.
E’ occhiutamente controllato anche perché produce scarti animali e sangue, che deve «conferire» ad apposito ente (non sia mai che li butti nel fiume, come fanno milioni di industrie, non solo nel Sud).
A prendere sangue e zoccoli di maiale arriva un’azienda privata, appaltata dal Comune.
La quale emette fatture false, dichiarando d’aver raccolto dal produttore di salumi milioni di litri di sangue in più.
L’industriale resiste: lui ha le fatture vere, i veri conferimenti.
Ma non sa coma andrà a finire.
Giudicheranno «incongruo» lui, o l’altro?
Per di più, nordico lombardo-genovese, tiene tutta la documentazione.
Due anni fa, un socio lo ha derubato di 200 mila euro in merci: gli ha fatto causa, non avrà mai più un euro indietro, la giustizia è campa-cavallo.
Da quel giorno, fa fatica a riprendersi.
Il suo guadagno va tutto a pagare gli interessi sui fidi bancari.
Lui, come amministratore, non si assegna nemmeno lo stipendio.
Vive coi soldi di sua moglie, dipendente bancaria.
Naturalmente ha una bella macchina - della ditta, essendo lui commesso viaggiatore delle sue merci - e non muore di fame, visto che compra carne e produce salumi.
Ebbene: per lo studio di settore, deve pagare 4 mila euro di tasse su un reddito che da due anni non ha.
Il suo commercialista gli ha consigliato: pagane almeno la metà, sennò hai addosso la Finanza e ti faranno pagare il triplo.
A 64 anni, vorrebbe liquidare la sua azienda e ritirarsi.
Ma non può: perché chi la vuole, con tutti i debiti bancari?
Altro caso.
Una signora di sinistra, di modesta estrazione, ha creduto alle liberalizzazioni di Bersani.
Quasi quasi, metto su un negozio da parrucchiera (le donne italiane sanno fare le parrucchiere, mica le programmatrici Linux).
Si informa presso gli uffici competenti su quanto dovrà pagare.
Risposta: fra autorizzazioni, documenti vari e tasse, 7 mila euro.
Ora, per Follini e Bersani 7 mila euro sono 10 giorni di paga.
Ma per la signora, sono 6 mesi di stipendio di suo marito.
E poi, s’incazza, perché devo pagare le tasse?
Su un negozio appena aperto, fin dal primo giorno?
Su un reddito che non so se avrò?
La signora ha deciso: farà la parrucchiera in casa.
Messimpieghe ad amiche e conoscenti.
Nessuna tassazione.
Ecco chi evade!
Ecco, alla gogna!
Alla forca la parrucchiera in nero, non gli avventori della discoteca di Briatore che pagano mille euro una consumazione!
Non Lele Mora e Della Valle!
Ci si chiede: che bisogno ha la sinistra di Veltroni?
Già Visco le fornisce i sogni: il sogno del «nemico di classe» sotto forma del «Taxista Evasore».
Ma il sogno che Veltroni offre è il buonismo complementare all’incubo malvagio di Visco.
Scaduta l’icona del «Che», l’icona veltroniana è don Milani.
Il sogno di un’Italia pauperista, misera, rurale e analfabeta che non esiste più.
Oggi, i pomodori li raccolgono gli algerini, le vacche le mungono i sikh.
Gli analfabeti (di ritorno) affollano i concerti di Vasco Rossi, i «giovani» vanno in discoteca e si fanno di cocaina al punto da lasciarne tracce nell’aria.
Ma la sinistra - quella che per suo conto va alle regate veliche e viaggia su autoblù da 6 mila di cilindrata - vuole sognare l’Italia di don Milani.
L’ideologismo onirico.
Veltroni, falli sognare: non vogliono essere svegliati dalla parrucchiera del sommerso.
Maurizio Blondet
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