1) L’Autonomia che vogliamo
Il Popolo Sardo non vuole l’indipendenza in questo momento storico: non
vuole staccarsi dall’Italia. I risultati elettorali delle forze politiche che si
dichiarano immediatamente indipendentiste indicano che questa opzione
affascinante comunque non è percorribile subito. La richiesta di indipendenza
coincide con un bisogno che è assente in larghissima parte della
società sarda.
Peraltro, in Sardegna e non soltanto nelle zone interne, si coglie uno spirito
di generica contestazione non organizzata verso i governi italiani. Una
contestazione – avversione di tipo culturale da non sottovalutare perché
nasce da una matrice di identità (intesa in senso statico): i Sardi sono stati
e sono ancora un popolo e sono anche una nazione, nel senso che sono
accomunati da identica appartenenza. Non è solo o non è soltanto per
una questione di simboli (la bandiera dei quattro mori) o di lingua, ma per
un dato culturale di civiltà che ancora ci fa sentire unici. Ci fa sentire,
appunto, una nazione se guardiamo al nostro passato.
Eppure, la metà del Pil sardo è rappresentato dalle pensioni dello Stato italiano
mentre il sistema agropastorale garantisce appena il 25 per cento del
bisogno alimentare dei residenti in Sardegna. Dunque, per queste e altre
considerazioni economiche, non esiste oggi concretamente la possibilità
dell’autosufficienza per il Popolo sardo che intendesse abbracciare la via
dell’indipendenza.
Ma l’indipendenza come fatto costituzionale è opzione impercorribile
nell’oggi prima di tutto per un dato socioculturale: i Sardi forse sentono
di appartenere a una nazione ma non chiedono di staccarsi dall’Italia. Non
hanno davanti a sé un progetto di società che possa nascere dall’indipendenza
e non accettano l’idea che prima si faccia l’indipendenza e poi si
decida come organizzare la società.
In realtà, proprio questo filone di pensiero genericamente indipendentista,
quello che predica l’obiettivo ma non indica il percorso, quello che predica
fantasiose terze vie politiche (“l’indipendenza dovremmo farla tutti,
destra e sinistra, e poi dividerci”) contribuisce in maniera determinante
davanti ai più a impedire l’avvio di un serio progetto politico, culturale,
ed economico di cambiamento positivo della Sardegna. Ridotta
così, l’idea della sovranità dei Sardi sulla Sardegna assume i connotati
grotteschi del folklore se non quelli reazionari dell’identità statica, del
voler tornare a tutti i costi indietro nel tempo, a un’età dell’oro che forse
la Sardegna ha avuto ma che non è possibile rivivere con uno schiocco di
dita. E’ vero, invece, il contrario: i Sardi non vedono oggi per quale ragione
o quale vantaggio concreto sulle loro esistenze dovrebbero essere costituzionalmente
indipendenti. Manca la leva all’indipendenza perché non si
avverte il bisogno dell’indipendenza e i vantaggi della sovranità totale
mentre è vivo, non sufficientemente indagato, l’umore di gran parte dei
Sardi che si sentono prima di tutto Sardisti rifiutando di legare ai partiti
questa modalità dell’essere sociali. A questi Sardisti, prima di tutto, noi ci
rivolgiamo. E a tutti i comunisti, socialisti e ambientalisti che si sentono
Sardi sopra ogni altro valore ma che hanno a cuore anche i destini di tutti
i popoli. Siamo isolani ma non vogliamo essere isolati dal resto dei processi
del mondo.
Il Movimento Sardista è pacifista e pacifico: rifiutando la strada rivoluzionaria
e considerando al tempo stesso insostenibile in questo momento un
percorso democratico di costruzione dell’ìndipendenza dallo Stato italiano,
intende gettare le basi per costruire una moderna autonomia di progresso,
nel quadro delle relazioni con l’Italia, l’Europa e il Mediterraneo e
costruire così, nel tempo necessario, il processo di elevazione e liberazione
del popolo sardo in un quadro di relazioni aperte ai Paesi e alle aree del
Mediterraneo. Non come episodio ultimo di chiusura, marginalità e autoconfine
del popolo sardo. Se al termine di questo processo di liberazione,
se la costruzione e l’affermazione di un modello autonomo di sviluppo
dell’Isola faranno emergere un domani il bisogno dell’indipendenza come
dato costituzionale, allora il popolo sardo sarà così maturo da poter scegliere
forme nuove e totalmente sovrane di organizzazione della società.
Ma questo, se avverrà, sarà comunque in un quadro aperto e positivo di
relazioni. Rifiutiamo, non fosse altro perché irreale nella società della
comunicazione globale, l’idea di una Sardegna estraniata dal resto dei processi
del mondo: non si costruisce l’indipendenza per rinchiudersi nelle
tane buie della storia. E di un’indipendenza così noi siamo fieri avversari.
E’ un altro, invece, il percorso che porta all’indipendenza dai bisogni,
come la intendiamo noi, indipendenza prima di tutto come liberazione e
distribuzione di uguaglianza e diritti, indipendenza materiale e morale che
precede il fatto costituzionale: passa per il rafforzamento concreto e immediato
dell’autonomia, per una nuova codificazione del patto con l’Italia,
per la costruzione della soggettività europea della Sardegna. Noi vogliamo
prima di tutto una Sardegna autonoma in Europa, in un’Europa federale,
e lavoreremo per questo.