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    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito Magdi Allam: ho fatto il grande errore...

    ... di postare questa serie di articoli sulla Fawta dei teodem contro Magdi Allam sul forum dei sedicenti Cattolici Romani.

    Li riporto qui, ringraziando per l'ospitalità, e con la speranza che vengano apprezzati e commentati.




    La crema del cattolicesimo democratico si schiera contro Magdi Allam

    C’è dentro di tutto nell’appello di Reset
    contro Magdi Allam e firmato da oltre
    duecento intellettuali. Il mensile di Giancarlo
    Bosetti si è inventato un nuovo format,
    il “resettismo”, cioè se l’islam moderato non
    esiste, io me lo invento. La “messa all’indice”
    di Allam, come l’ha correttamente definita
    Pierluigi Battista sul Corriere della sera,
    l’attacco ad personam al giornalista arabo
    sotto scorta da quando su Repubblica
    svelò la guerra contro gli ebrei propagata
    dalla moschea di Roma, è sostenuta da numerosi
    intellettuali cristiani à la page e da
    rappresentanti del cattolicesimo democratico.
    Si va da Agostino Giovagnoli, storico alla
    Cattolica di Milano, Alfredo Canavero
    che scrive per Avvenire, Guido Formigoni,
    studioso di cattolicesimo, fino al monaco
    Enzo Bianchi, che confeziona cristianesimo
    pret-à-porter e parla di “un solo Dio, molti
    modi per dirlo”. Ci sono anche Massimo Jevolella,
    autore di “Le radici islamiche dell’Europa”,
    e Alberto Melloni, lo studioso
    giovanneo che pensa che la chiesa cattolica,
    oltre che con il mondo, possa conciliarsi anche
    con i Fratelli musulmani. E ancora l’ebraista
    Paolo De Benedetti, a cui la rivista
    bazoliana Humanitas ha dedicato una monografia,
    il medievologo Franco Cardini, la
    poetessa Patrizia Valduga, l’egiziano Nasr
    Abu Zayd, il biblista Piero Stefani, che insegna
    dialogo con l’ebraismo all’Istituto di studi
    ecumenici di Venezia, e il filosofo della
    Cattolica di Milano, Franco Riva, autore di
    libri per le edizioni cattoliche Città Aperta.
    Ci sono anche il gran censore Angelo D’Orsi
    e il mistico Gabriele Mandel, che fantastica
    su come nell’islam l’inchiostro del dotto
    valga di più del sangue del martire.
    La fucilata mediatica contro Allam è però
    diretta da Paolo Branca, islamologo di riferimento
    dell’arcivescovo Dionigi Tettamanzi
    e di quel mondo milanese che denuncia la
    perdita del senso dell’“altro”, quando in
    realtà ha perso quello di sé. Orientamento
    margheritico, arabista alla Cattolica di Milano,
    dove è sostenuto molto da Sant’Egidio,
    Branca è presenza fissa sul settimanale della
    diocesi (Incrocinews), Famiglia Cristiana
    e Vita. Teorico della contaminazione delle
    culture, Branca è fautore del modello “interculturale”,
    quello che ha partorito l’idea di
    un “catechismo islamico” e che si porta bene
    all’Infedele di Gad Lerner (“lavoriamo
    perché il nostro mondo diventi un grande laboratorio
    interculturale”). A domanda sugli
    attentatori del 7 luglio 2005, Branca ha risposto
    puntando il dito contro i “fenomeni di
    razzismo ed esclusivismo”. Esperto di abbassamento
    dei toni, dopo gli attentati di Sharm el Sheikh ha detto che “sta a noi andare nel
    centro islamico più vicino, varcare la soglia
    delle loro case per esprimere la nostra solidarietà”.
    Ha proposto di insegnare lingua
    araba alle elementari e fu protagonista di
    un’equivoca “Giornata del dialogo CristianoIslamico”
    del novembre 2001, assieme allo
    sponsor dell’islamista Tariq Ramadan, il
    sociologo Stefano Allievi, e il leader dell’Ucoii
    Hamza Piccardo.
    Contro la proposta di Allam a favore dei
    cristiani martoriati Branca disse: “Il successo
    gli ha fatto perdere il senso della misura”.
    Su Repubblica ha paragonato il trattamento
    dei musulmani milanesi a quello degli
    ebrei tedeschi durante il nazismo. Branca
    è stato lo sponsor della scuola di via Quaranta,
    la madrassa dove si studiavano arabo
    e sure e si trasformavano gli studenti in pupilli
    coranici. Ne fu il garante davanti alle
    istituzioni fino allo scoppio del caso, il 30
    agosto 2005. Legato ad Abdel Hamid Shaari,
    il presidente dell’istituto culturale islamico
    di viale Jenner, Branca faceva parte di un
    giro cattoprogressista assieme a Lidia Acerboni,
    attuale direttrice di via Ventura, Sandro
    Antoniazzi e Milena Santerini di Sant’Egidio,
    tutti ulivisti che tentarono di rendere
    “presentabile” la scuola.
    Fallito il modello via Quaranta, Branca
    ha introdotto nella Cattolica un “Laboratorio
    interculturale”, un corso rivolto agli insegnanti
    che sarebbero dovuti andare nelle
    scuole a fare ore integrative di islam. Al termine
    è stato realizzato un dvd, “Conosciamo
    l’islam”, storie minimaliste di percorsi d’integrazione
    ben riusciti, dalla ragazza che
    porta il velo a scuola e fa l’educatrice in
    oratorio, al giovane immigrato che lavora
    duro e si compra casa. Nel dvd ci sono interventi
    di Branca, Allevi, Cardini, il saltimbanco
    Moni Ovadia e il biblista martiniano
    Gianfranco Ravasi. La ragazza che porta il
    velo e va in oratorio è quella Sara Orabi che
    a “Porta a Porta” giustificò la lapidazione
    delle adultere.
    Commentando le invocazioni contro lo
    stato d’Israele dell’imam Moussa di Roma,
    Branca ha detto che “sulle questioni prettamente
    politiche, come Cecenia e Palestina,
    le parole dell’imam possono trovare consenso
    unanime”, non sembrano contenere inviti
    espliciti al terrorismo, sono “allarme culturale,
    più di natura religiosa che politica”.
    Di fronte a tanta sensibilità interculturale,
    non è difficile capire da che parte bisogna
    stare. Con Magdi Allam. E la sua “tifosa”
    apologia dello stato d’Israele, pegno che l’islamismo
    vuole far pagare all’occidente.
    Giulio Meotti
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  2. #2
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito

    BRANCA, MELLONI, BIANCHI E GLI ALTRI DELL’ A P P E L L O D I R E S E T

    Invece di fare plotoni di esecuzione mediatici, invitate in Cattolica Allam


    Della triste vicenda che ha visto duecento
    intellettuali sottoscrivere un appello
    contro il libro “Viva Israele” di Magdi Allam
    si potrebbe non aggiungere nulla a quanto è
    stato già scritto dal Foglio, Libero, Corriere
    della Sera ecc ecc. Però, dato che questo
    giornale non solo è orgoglioso dei vincoli
    umani, ideali e professionali che lo legano a
    Magdi Allam, ma si trova nella strana posizione
    di chi ha tra i suoi collaboratori uno
    dei sottoscrittori dell’appello, allora bisognerà
    che qui spendiamo una parola chiara.
    Cominciamo dai fatti. Chi ha letto il libro di
    Magdi Allam sa che in “Viva Israele” non si
    trovano doppie verità, allusioni per addetti
    ai lavori, messaggi cifrati. Si trovano solo notizie,
    fatti, nomi precisi e circostanziati. Come
    quelli riguardanti il professor Paolo
    Branca, docente di lingua araba all’Università
    Cattolica e del quale il libro di Allam
    parla severamente, denunciandone ambiguità
    e connubi con ambienti islamisti. Dunque?
    Dunque è evidente che niente impedisce
    al professore di replicare alle accuse e,
    al limite, di adire alle vie legali. Perché, invece,
    Paolo Branca accende la torcia di Torquemada
    e organizza la caccia alla strega
    Allam? Di fatto, come ha ricostruito Andrea
    Morigi su Libero, il professor Branca prima
    ha scritto una lettera-circolare in cui con argomenti
    clericali e melliflui spronava i colleghi
    alla mobilitazione. Poi ha steso l’appello
    ed è passato all’incasso delle firme. La
    stragrande maggioranza dei docenti interpellati
    non ha firmato. Ma una bella fetta ha
    abboccato all’amo. Branca ha infatti raccolto
    una cinquantina di adesioni in Cattolica
    (capofila Ombretta Fumagalli Carulli e Milena
    Santerini) e tra cattolici di area prodiana
    (capofila Enzo Bianchi e Alberto Melloni).
    Il resto sono i soliti musulmani “moderati”
    cosiddetti. Il risultato è quello che si è
    letto sulla rivista Reset. Cioè un attacco senza
    precedenti non alle idee, ma alla persona
    che da quattro anni gira con la scorta più
    numerosa che sia mai stata data dal ministro
    dell’Interno a un qualsiasi politico, magistrato,
    imprenditore, giornalista, cittadino
    italiano. Cerchiamo di capirci. Primo. Nessuno
    è tenuto a condividere le idee di Magdi
    Allam. Ma una cosa è la dialettica delle
    idee, il confronto anche aspramente polemico
    delle idee. Altro è stendere un appello e,
    duecento contro uno, criminalizzare e mettere
    all’indice un libro e il suo autore. Questo
    non è confronto delle idee. Questa è logica
    da branco. Vergogna. Secondo. In “Viva
    Israele” non si trovano solo fatti. Ci sono anche
    ragionamenti ad personam e deduzioni.
    Discutibili, certo, ma ovviamente legittime.
    Per esempio: si può o no pensare, alla luce
    dei fatti e delle argomentazioni presentati
    da Magdi Allam, che così come negli anni di
    piombo ciò che veniva insegnato dalle cattedre
    e ciò che gli intellettuali scrivevano nei
    loro appelli (tipo “Né con le Br, né con lo
    stato”) favorirono i fiancheggiatori del terrorismo
    e indebolirono la lotta all’eversione
    (con le conseguenze che tutti conosciamo),
    così anche oggi ciò che “pullula” (questo è il
    verbo usato da Allam) nelle scuole e nelle
    università italiane, cioè il pregiudizio antisraeliano,
    l’odio di sé, il risentimento antioccidentale
    e antiamericano, favoriscono un’educazione
    e un pensiero unico che tende a
    giustificare utopie, violenza e terrorismo? I
    fatti italiani sono dispiegati nella cronaca
    dei giornali e l’esperienza di ogni lettore
    può ben dire se sia vera o no la denuncia di
    Magdi Allam (per molti versi simile a quella
    di Oriana Fallaci).
    A noi pare che se invece di discutere apertamente
    di queste cose si organizza il plotone
    di esecuzione mediatico, significa solo
    una cosa: significa che Allam ha ragione.
    Terzo. Ma ammettiamo pure per assurdo che
    “Viva Israele” sia un pessimo libro. E allora?
    In questo paese si pubblica di tutto: Massimo
    Fini ha scritto un saggio per esaltare la figura
    del mullah Omar. Massimo D’Alema
    scrive che Hamas sono gente popolare e perbene.
    L’insurrezionalismo globale di Toni
    Negri e tutta la copiosa letteratura che attribuisce
    le responsabilità dell’11 settembre a
    noi, alla Cia, al complotto giudaicomassonico
    sono portati in palmo di mano tanto nelle
    accademie quanto tra gli scaffali dei supermercati
    dove si istruiscono le massaie. Non
    c’è croisette intellettuale dove non si premino
    film che attribuiscano all’occidente tutti i
    mali del mondo e ai poveri binladeniani il
    ruolo di vittime della “guerra di Bush”. Possibile
    che si sveglino solo adesso, e in duecento,
    e solo per indignarsi contro un “Viva
    Israele”? Si sono mai viste duecento anime
    belle alzare il ditino e prendere la penna per
    denunciare la spazzatura, non di Tempi caro
    professor Branca (e lei sa bene di cosa stiamo
    parlando), ma di certa pubblicistica dei
    suoi amichetti di fratellanza musulmana?
    Quarto. Visto che questa vicenda porta a
    galla questioni che da un pezzo bollono nella
    pentola cattolica, osiamo rivolgere noi un
    appello all’Istituzione. Da che parte sta la
    gloriosa Università Cattolica? Con il metodo
    e lo stile del suo docente di lingua araba
    e della sua bella pedagogica compagnia o
    con il diritto di Magdi Allam di non vedere
    killerata e infangata la sua persona? Tranquilli,
    non vogliamo la cattedra di nessuno.
    Vogliamo soltanto che qualcuno chieda scusa
    al Vicedirettore del Corriere della Sera.
    E poi, invece di continuare la rissa, vogliamo
    vedere un bell’invito del rettore Lorenzo
    Ornaghi a Magdi Allam, per discutere
    pubblicamente e pacatamente del suo “Viva
    Israele”. Naturalmente nell’aula magna
    della Cattolica. E naturalmente in compagnia
    di Paolo Branca.
    Luigi Amicone
    (anticipazione dell’editoriale del settimanale
    Tempi in edicola giovedì 26 luglio)
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  3. #3
    a.k.a. tolomeo
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    Ecco un ebreo, chiamato dai "progressisti" "teocon circonciso"











    CHE COSA C’E’ DIETRO L’APPELLO DI RESET

    Condannano Magdi perché da musulmano ha osato dire:“Viva Israele”





    Al direttore - Nel commentare la petizione
    con cui duecento intellettuali “democratici”
    hanno messo all’indice il libro “Viva
    Israele” di Magdi Allam, Luigi Amicone e
    Giulio Meotti (Il Foglio, 21 luglio) non si sono
    limitati a mettere in evidenza quella che
    Pierluigi Battista ha definito una “deroga
    grossolana e stupefacente” ai principi basilari
    di una libera discussione attorno a un libro,
    e hanno messo in luce il contesto politico
    culturale che ha ispirato e sostenuto
    quella iniziativa. Entrambi hanno insistito
    sul ruolo della crema del cattolicesimo “democratico”
    con un contorno di altri apporti
    illustrati da Meotti. Vorrei aggiungere qualche
    pennellata al quadro e qualche considerazione
    generale, anche suggerita da esperienze
    personali.
    Ricordiamo innanzitutto che qui la questione
    di sostanza riguarda la difesa delle
    ragioni di Israele sostenuta da Allam che
    viene ritenuta illegittima al punto di considerare
    reato il “tifare” per quelle ragioni,
    con valutazioni pesantissime che tirano in
    ballo la “sfrontatezza”, l’“imbarbarimento”,
    la “pericolosità” e l’estraneità ai valori della
    democrazia costituzionale. Sarebbe un errore
    – e una concessione alle peggiori intenzioni
    dell’operazione politico-culturale in
    oggetto – ritenere che queste accuse riguardino
    il modo specifico con cui Allam ha trattato
    la questione. Piuttosto – e per ragioni
    che cercherò di chiarire – è il fatto che una
    persona come lui abbia sollevato certi temi
    ciò che ha fatto saltare i nervi a persone che
    non sopportano un certo modo di porre le
    questioni di Israele e dell’ebraismo nei rapporti
    con il mondo cattolico e islamico.
    Un esempio che sembra fuori tema
    Partirò da un esempio che sembra fuori
    tema e invece c’entra in pieno. Giorni fa, la
    reintroduzione della messa in latino ha rischiato
    di sollevare un vespaio in relazione
    alla famigerata formula per la conversione
    dei giudei recitata il Venerdì Santo. Vi è stato
    un ribollire di contatti e telefonate volti a
    sollecitare interventi di condanna, atti di
    rottura e proclamazioni della fine del dialogo
    ebraico-cristiano, incuranti di fronte all’invito
    alla prudenza, alla lettura attenta
    del “motu proprio” e di sviluppi che (come
    l’ultima dichiarazione del cardinale Bertone)
    avrebbero sgonfiato lo scandalo. L’aspetto
    più bizzarro di queste polemiche – di cui
    alcuni interventi sulla stampa sono stati la
    punta dell’iceberg – è che la formula “intermedia”
    depurata dell’aggettivo “perfidi” (rivolto
    ai giudei) era di matrice giovannea. Ma
    il suo uso nel contesto del pontificato di Giovanni
    XXIII non era ricordato come scandaloso,
    mentre lo era nel contesto di questo
    pontificato; per il semplice motivo che questo
    pontificato è “reazionario” mentre quello
    era “democratico” e “progressista”. Il
    punto è che qui c’è gente cui dei rapporti
    ebraico-cristiani (e a fortiori dei rapporti tra
    mondo cristiano e Israele) non importa un fico
    secco, e anzi cui non dispiace se tali rapporti
    non vanno tanto bene. Quel che hanno
    a cuore è l’affermarsi della loro visione
    “progressista”, costi quel che costi.
    Come spiegare altrimenti la freddezza
    che diversi ambienti, sia cattolici sia ebraici
    e islamici, hanno nei confronti del modo
    in cui il dialogo ebraico-cristiano è stato impostato
    dal cardinale Ratzinger e da Benedetto
    XVI, non più soltanto in termini di gesti
    simbolici, bensì ricercando un rapporto
    sul terreno teologico, pur mantenendo le
    inevitabili distinzioni e senza pasticciati sincretismi?
    Di tale percorso – che è l’unico che
    può davvero porre le basi di un rapporto vivo
    e capace di riparare ferite secolari – sono
    testimonianza il documento della Pontificia
    Commissione Biblica sull’immagine delle
    Sacre Scritture ebraiche nei Vangeli, il discorso
    alla Sinagoga di Colonia e il recente
    libro di Benedetto XVI.
    Ritengo che questo percorso sia il progresso
    più importante avvenuto nei rapporti
    ebraico-cristiani da mezzo secolo, e anche
    quello che pone le basi di un riconoscimento
    dei valori fondanti dello stato di Israele e
    del sionismo. Ma appare evidente che vi sono
    ambienti che fanno orecchie da mercante
    e preferirebbero la lite a qualsiasi avanzata
    su questo terreno, il quale comporta il
    tema – per loro indigeribile – delle “radici
    ebraico-cristiane” e la problematica della
    ragione allargata e del rapporto tra fede e
    ragione avanzata nel discorso di Ratisbona.
    Di recente, ho avuto occasione di partecipare
    a numerosi dibattiti su questi temi promossi
    da organizzazioni cattoliche e ho potuto
    constatare la consistenza di questo progresso,
    ma anche certe ostinate resistenze e
    diffidenze. Potrei citare il caso di un dibattito
    che tanto fu proficuo quanto fu ostile la
    rappresentazione capovolta datane da uno
    degli organizzatori su un giornale locale,
    parlando di “sostanziale diversità” di posizioni,
    inventandosi che avrei sostenuto che
    ragione e fede sono contrapposte e attribuendomi
    persino una visione relativista in
    tema di conoscenza, come necessaria conseguenza
    della mia “tradizione culturale” di
    “appartenente alla comunità ebraica”. Non
    mi dilungherò sugli insulti ricevuti da parte
    di certo ebraismo progressista, in quanto asservito
    ai cattolici reazionari con cui vivrei
    abbracciato da mane a sera, fino all’elegante
    epiteto di “teocon circonciso” affibbiatomi
    da un giornaletto della sinistra ebraica.
    Non mi perturba certo, ma è un dato di fatto,
    che da tempo non sia chiamato a partecipare
    a iniziative culturali ebraiche e, soprattutto,
    ad alcuna manifestazione nell’ambito
    della Giornata della memoria. Non a caso,
    perché tale Giornata è ormai una giaculatoria
    in onore degli unici ebrei graditi, quelli
    morti, in cui quelli vivi sono chiamati a parlare
    del loro passato e non della manifestazione
    più evidente del loro presente, Israele,
    se non per prenderne le distanze o assistere
    in silenzio alla sua condanna in quanto
    efferato esempio di come un perseguitato
    può diventare persecutore.
    Quel che unisce gli ambienti “progressisti”
    In definitiva, non è difficile riassumere
    quel che unisce questi ambienti cattolici,
    laici ed ebraici “progressisti”, e che si sono
    uniti nell’appello contro Magdi Allam. (1)
    Una fredda ostilità nei confronti di questo
    papato, visto come un attacco reazionario ai
    valori “democratici” conciliari e la propensione
    a marchiare di infamia chiunque osi
    trovarvi qualcosa di positivo. (2) Una concezione
    del dialogo ebraico-cristiano come
    qualcosa da esercitare a distanza di sicurezza:
    da un lato, un atteggiamento di tollerante
    compiacenza nei confronti di un fenomeno
    nobile quanto consegnato alla storia passata
    e da coltivare come tale (statevene voi
    nel ghetto del vostro passato senza presa sul
    presente e come tali sarete amati), dall’altro
    la costruzione di una rete di garanzie senza
    troppi contatti di sostanza (lasciateci in pace
    a vegetare nel chiuso delle nostre memorie).
    (3) In conseguenza, alla larga da Israele
    che sarebbe stato meglio se non fosse mai
    nato e di cui, tuttavia – poiché ormai c’è, e
    nessun democratico potrebbe acconsentire
    alle follie di Ahmadinejad – occorre garantire
    la sopravvivenza, purché si conquisti
    questo diritto camminando in punta di piedi
    e riducendo al minimo l’ingombro della
    sua insostenibile presenza. (4) Infine, c’è l’islam,
    che è la pietra di paragone del dialogo
    e della tolleranza democratici, in quanto l’islam
    sarebbe divenuto oggetto di una demonizzazione
    sfrenata con il pretesto degli eccessi
    di alcune sue “frange” estremistiche.
    Pertanto, la missione del progressismo democratico
    è affermare il dialogo con l’islam,
    con tutto l’islam, inclusi i Fratelli musulmani,
    Hezbollah e Hamas, ed esclusa soltanto
    qualche frangia di esagitati come al Qaida.
    Soltanto chi non abbia sentito di persona
    certi discorsi può ritenere inverosimile che,
    per taluni, la dinamica del monoteismo sia
    una sorta di processo dialettico hegeliano –
    ebraismo-tesi, cristianesimo-antitesi, islamismo-
    sintesi – in cui i primi due termini si
    conquistano legittimità e rispetto nella misura
    in cui sono capaci di mostrare sommo
    rispetto e incondizionata apertura al dialogo
    nei confronti del terzo.
    Ora, fino a che questo quadretto idilliaco
    viene messo in discussione da qualche “ateo
    devoto” o da qualche “teocon circonciso”,
    basta l’insulto o un gelido ostracismo, nello
    stile ereditato dalla tradizione stalinista. Ma,
    se a metterlo in discussione, per giunta proclamando
    uno stridente “Viva Israele”, è un
    musulmano, ovvero qualcuno che fa parte
    del cuore della costruzione dialogante-progressista;
    e se lo fa contestando alla radice il
    concetto di musulmano “moderato”, “tollerante”
    e “democratico” e addirittura ponendo
    come pietra di paragone l’atteggiamento
    nei confronti di Israele; insomma se lo fa rovesciando
    da cima a fondo il paradigma dialogante-
    progressista; allora lo scandalo diventa
    insostenibile. Non basta più l’insulto.
    Occorre la condanna collettiva, occorre isolarlo
    come un appestato, occorre rincarare
    la fatwa islamica con una messa all’indice
    laico. Tale è l’ira che si sono unite le firme
    di persone che hanno predicato il boicottaggio
    di Israele e messo in discussione il suo
    diritto all’esistenza con quelle di persone
    come Bosetti di cui si ricorda la presenza a
    incontri presso l’Unione delle Comunità
    Ebraiche per promuovere un master sulla
    Shoah e l’antisemitismo. Anche a lui, evidentemente,
    interessavano soltanto gli ebrei
    morti, visto che non ha esitato a ospitare un
    appello di quel tenore, facendo del suo periodico
    un epigono di quelle riviste sovietiche
    in cui comparivano gli appelli a mettere
    alla gogna i dissidenti.
    Giorgio Israel
    .

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  4. #4
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    Viva Israele !!!!!!!!
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  5. #5
    Conservatorismo e Libertà
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    Ovviamente quoto il "Viva Israele" ed esprimo il mio appoggio a Magdi Allam,che ha l'unico torto di dire chiaramente come stanno le cose.

    Il vicedirettore del Corsera è intervenuto nella trasmissione 8 e Mezzo per presentare il suo libro.
    Per chi vuole ascoltarlo:
    http://www.la7.it/news/videorubriche...d=1315&tipo=13

    In occasione dell'uscita del suo libro "Viva Israele", è ospite Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera.

    L'appello che lancia non è soltanto un attestato di solidarietà per un paese e per un popolo, ma è anche rivolto a tutti coloro che - cristiani e musulmani, europei e arabi - vogliono riconoscere quale pericolo mortale si nasconda nell'odio anti-israeliano. Allam porta la sua esperienza: da giovane egiziano all'epoca della crisi di Suez ha visto la sua patria trasformarsi da paese tollerante in nazione corrosa dall'integralismo e dal fanatismo. Un processo che va da Nasser, ai Fratelli Musulmani, al fondamentalismo della sharia e degli shahid, i martiri suicidi. Un cammino nel quale la "criminalizzazione" di Israele è stata irrefrenabile e cardine di questa trasformazione. Anche il giovane Allam ha condiviso quell'odio anti-israeliano, ma se ne è liberato ed oggi individua in quel processo il seme dell'imbarbarimento islamico che semina distruzione perché crede nella morte e non nella vita.

  6. #6
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    sempre solidarietà a Magdi allam,l'unico (o almeno uno dei pochissimi) che abbia il coraggio di dire chi sono davvero i musulmani

  7. #7
    trilex
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    [SILVIA]
    Forza Israele!
    [/SILVIA]

  8. #8
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    Israele, come più volte si è detto, è un'autentico baluardo nel Medio Oriente ormai in mano agli estremismi più radicali.
    Non si può abbandonarlo, e anzi si deve far in modo di garantirne la sopravvivenza (anche se mi pare che da soli se la cavino comunque egregiamente).

    Questo, ovviamente, non mi impedisce di criticare aspramente Israele per certi suoi atteggiamenti che reputo sommamente ingiusti. Mi riferisco al modo con il quale vengono visti i cristiani presenti sul suo territorio e al clima culturale di aperto astio nei confronti della Chiesa cattolica.
    Pensiamo ai casi di Papa Pio XII e del suo infame collocamento all'interno del museo dell'Olocausto.

    D'altra parte è pure vero che la Chiesa cattolica, nei cinquant'anni di storia d'Israele, si è troppo spesso schierata in modo ambiguo e secondo me totalmente errato: l'orientamento filo-arabo dei presuli in terrasanta lascia allibiti per la sua irragionevolezza.

  9. #9
    email non funzionante
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    I cristiani presenti nell'area (caldei, fenici, palestinesi, armeni assiri e via dicendo) sono pochi e non proprio filo-israeliani, dato che in genere sono inglobati in realtà a maggioranza araba o musulmana (vd. Libano).

    Credo che la posizione della Chiesa - non lo dico per giustificarla - sia in linea con una sorta di equilibrismo che, politicamente e religiosamente, non può permettersi distinzioni.

 

 

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