....leader Massimo (quello della equivicinanza)
La morsa dell’occupazione e della colonizzazione” è frase tipica della più agguerrita propaganda antisraeliana.
Esprime uno spregio nei confronti di Israele tipico della sinistra estrema, dei centri sociali, di José Saramago.
Abu Mazen e il premier palestinese Fayyad non la userebbero.
Invece Massimo D’Alema così si esprime in un’intervista al Corriere della Sera, con questo schema ragiona e trascina il nostro paese in una collocazione indegna, ben oltre “l’equivicinanza” (a meno che non s’intenda quella tra al Fatah e Hamas).
Va perfino oltre l’abituale omaggio all’estrema sinistra di un ministro degli Esteri che isola l’Italia dalla platea internazionale (nullo è stato il suo peso nella recente trattativa sull’Unione europea) perché posiziona l’Italia guardando a Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio, invece che a Merkel, Sarkozy e Bush.
D’Alema rivendica ormai il ruolo di un franco “antipatizzante” di Israele e rivela di non avere compreso il quadro mediorientale.
Sulla Siria, per esempio:
esorta a non adottare politiche di isolamento, auspica una prospettiva che serva da incentivo, manda Diliberto e Dini a Damasco a offrire di tutto, anche parole dure contro Gerusalemme, intimidazioni perché lasci il Golan.
Fa finta di non accorgersi – forse non si accorge davvero – che la Siria non è affatto “isolata”, che è saldamente collocata in una sua prospettiva jihadista.
Assieme a Prodi, che sta peraltro per giungere in Israele e nei Territori palestinesi, si muove opportunisticamente tra Teheran e Damasco. I due offrono sponde, esprimono dissociazioni ipocrite – a mezza voce – persino dall’Onu, come se non si stesse affermando un lucido disegno egemonico della Siria e soprattutto dell’Iran sul medio oriente.
D’Alema finge di non aver sentito la denuncia di Mubarak che, dopo la vittoria di Hamas a Gaza (da cui Israele si è volontariamente ritirato, altroché “morsa dell’occupazione”), allerta l’Europa sul pericolo di un avamposto siro-iraniano sul Mediterraneo.
Di nuovo, una miope, piccola, posizione che guarda alle beghe interne – gli interessi di interscambio del “partito Iri” che sta a cuore a Prodi – e che non sente neanche lo stimolo per aggiornare analisi e strategie.
Il tutto accompagnato da un tratto biografico:
D’Alema appare prigioniero di uno schema di pensiero di marca postsoviettista e quelle parole, “morsa dell’occupazione”, rivelano l’imprinting della lettura della Pravda dei begli anni in cui era giovane pioniere.
Giuliano Ferrara (che ben conosce il ministro degli Esteri) su il Foglio di sabato 7 luglio
saluti




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