Walterpolitik
Roma. Il segreto del politico Walter Veltroni è tanto semplice quanto ben custodito.
Ma a studiarne con attenzione le mosse e la traiettoria, dagli esordi nel Pci al trionfo nel Pd, quel segreto si rivela con l’ineluttabile necessità di una formula matematica.
Se solo si sa distinguere tra realtà e rappresentazione, infatti, si capisce che in realtà Walter Veltroni è Massimo D’Alema; nel senso che tutto quello che generalmente si dice del secondo, vero o falso che sia, vale a maggior ragione – molto maggiore – per il primo.
Veltroni è infatti, assai più di D’Alema, un politico realista, che del calcolo costante e implacabile dei rapporti di forza fa una religione (fino a rimanerne spesso paralizzato).
Ma anche maestro di tattica, capace di trasformare in un istante la propria debolezza in forza e il nemico più irriducibile in prezioso alleato.
L’unica differenza è che Veltroni, tutto questo, non lo dà a vedere.
D’Alema conquista la segreteria del Pds come garante del vecchio Pci nel nuovo partito.
Oggi si direbbe forse: perché meglio capace di coniugare radicalità e riformismo, tradizione e innovazione.
Da questa posizione di forza (e di frontiera) sconfigge Veltroni, già allora sostenuto dai grandi giornali, a cominciare da Repubblica.
Di qui in poi le squadre sono fatte e le magliette distribuite: da un lato i dalemiani, cioè l’orgoglio di partito; dall’altro i veltroniani, cioè il nuovo che avanza.
E messa così, con il senno di poi, si direbbe che in quel lontano luglio del 1994 Veltroni abbia perso la battaglia, ma abbia già vinto la guerra.
Di qui in poi, comunque, Veltroni non perde un colpo. E i pochi irriducibili che ancora oggi elencano stancamente il suo record da segretario dei Ds – in due anni: sconfitta alle provinciali, disfatta alle regionali e tracollo alle politiche – continuano a non cogliere l’essenziale: non era al partito che pensava, allora, Veltroni.
Certo non durante la campagna elettorale delle regionali, che porteranno alla caduta del governo D’Alema.
Campagna elettorale che Veltroni passerà in buona parte in Africa, lasciando alla guida dei Ds Pietro Folena (oggi parlamentare di Rifondazione comunista).
Rapporti di forza, attendismo, tattica e strategia: più D’Alema si allontana sulla strada del leader riformista e “blairiano” (secondo l’accusa, sia chiaro), più Veltroni si sposta gradualmente dietro di lui, a occupare le postazioni lasciate scoperte.
A partire da quel vasto arcipelago che va sotto la definizione di “intellettuali di sinistra”.
Tutta gente che nel 1994 lo considerava un traditore (Veltroni, mica D’Alema), irridendone il kennedismo e la cultura pop, l’idea di partito leggero e all’americana, riservando invece i propri elogi al fine intellettuale D’Alema, al professionista della politica che non rinnega il passato e non tenta di svendere la gloriosa tradizione da cui proviene.
Ben presto, però, D’Alema e Veltroni si scambiano i ruoli. Un processo graduale che appare già parzialmente compiuto proprio con la nascita del governo D’Alema e con la guerra nel Kosovo. Ora è lui, D’Alema, il “servo degli americani”, il “rinnegato” che si atteggia a riformista.
E Veltroni, nel frattempo, raccoglie e riorganizza le truppe.
Già responsabile informazione nel Pci, quindi ministro della Cultura, non è un caso che tra i suoi più convinti sostenitori ci sia Beppe Giulietti, storico capo dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico (o il capo del “partito Rai”, se si preferisce).
Ma è come salvatore dell’Unità che Veltroni compie l’atto di più forte valore simbolico (e non solo). Soprattutto dopo la temporanea, traumatica chiusura del giornale. Frutto anche questo, secondo molti, delle spregiudicate manovre dalemian-velardiane. E se D’Alema si scontra con la Cgil di Sergio Cofferati, e magari tenta pure la strada dell’unità sindacale in asse con il segretario della Cisl Sergio D’Antoni, si capisce che per Veltroni si apre l’ennesima, sconfinata prateria. All’indomani della sconfitta elettorale del 2001, quando i Ds crollano al 16 per cento e il loro segretario vola trionfalmente sul Campidoglio, la filiera è ormai pienamente in funzione: mondo dell’informazione e della cultura, l’Unità, la Cgil.
Nel dibattito fratricida che si apre all’indomani della disfatta elettorale, i dirigenti dei Ds e il candidato premier sconfitto Francesco Rutelli sono messi sotto processo. Non certo Veltroni.
Al congresso ds di Pesaro il correntone – così chiamato proprio perché nato dalla “confluenza” tra veltroniani e sinistra interna – addebita la sconfitta al candidato Piero Fassino, quasi che fosse lui il segretario uscente.
Veltroni non si pronuncia.
Fassino vince e torna subito sotto processo, attaccato da Nanni Moretti e dai girotondi, dall’Unità e da Repubblica (che il giorno dopo lo “schiaffo” di Moretti dedica al caso l’intera prima pagina, con quattro –dicasi quattro – editoriali). Rivali potenziali e avversari storici si logorano in una guerra infinita e sanguinosa. Cofferati tenta l’assalto e poi ripiega a Bologna. Da Roma, nel frattempo, la filiera veltroniana continua a produrre consenso, dall’industria dell’immaginario a quella delle costruzioni, dal sindacato alla Confindustria.
Libero può anche riportare a tutta pagina gli incontri del sindaco di Roma con Giovanni Consorte, come ha fatto domenica, ma si sa dove stava Veltroni in quella partita.
Il suo rapporto con Luigi Abete non ne sarà scalfito, tanto meno quello con Luca di Montezemolo o con Guglielmo Epifani.
La sua forza sta in un’opera antica e paziente di organizzazione del consenso e delle alleanze sociali, in una vasta rete di relazioni con il mondo dell’impresa e della finanza.
Tutte cose in cui Veltroni è maestro, almeno quanto D’Alema.
E che certo non si imparavano a Barbiana.
Francesco Cundari su il Foglio
saluti




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