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Discussione: Eurabia

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    Predefinito Eurabia

    La genesi del dialogo euro-arabo
    di Bat Ye'Or
    Nel 2001 la giudeofobia colpì l’Europa, in coincidenza con una intensificazione dell’intifada Al Aqsa, iniziata il 30 settembre 2000. Una simultaneità non casuale. In Europa i governi, alcune Chiese e i media, accettavano di fatto la strategia del terrore. La tolleranza di cui gli europei diedero prova equivaleva a un incoraggiamento. L’eliminazione di capi terroristi fu qualificata come “assassinio”. Mentre i macellai di Hamas venivano finanziati e gratificati col titolo di “combattenti” e “attivisti”, e la stessa Hamas con quello di “resistenza”, Israele venne isolata e accusata –senza mezzi termini- di esercitare il “terrorismo di stato”…
    La convergenza politica dell’Unione Europea (UE) con l’OLP e con l’insieme dei paesi arabi, è il punto conclusivo di un lungo processo. Con qualche sfumatura, le politiche antiisraeliane perseguite sulle due sponde del Mediterraneo presentano caratteristiche simili. La giudeofobia del XXI secolo si radica in una rete transnazionale nata dalla politica euro-araba degli ultimi 30 anni. Nonostante ciò i cittadini europei restano sostanzialmente estranei a questo processo, sebbene siano stati sottoposti negli ultimi 30 anni a una massiccia campagna mediatica antiisraeliana. (…)
    Il punto di partenza: l’embargo sul petrolio
    Dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, la Francia guidò la politica europea contro Israele. Parigi non perdonava la vittoria di Israele contro Egitto, Siria, Giordania, Palestina, sostenuti dai paesi arabi e socialisti. Nelle sedi internazionali la Francia votò tutte le risoluzioni arabe contro Israele e decretò un boicottaggio unilaterale sulla vendita di armi allo Stato ebreo (1969). In questa prospettiva la Francia mise a punto con la Libia i punti di un Dialogo Euro-Arabo (DEA).
    La guerra del 1973 e il successivo rialzo del prezzo del greggio, utilizzato come arma di pressione mondiale, accellerò il progetto: dopo la disfatta, i paesi arabi quadruplicarono il prezzo del petrolio, ordinarono una riduzione della produzione e imposero un embargo contro Stati Uniti e Olanda considerati troppo favorevoli a Israele. I paesi consumatori vennero classificati come paesi amici, neutrali o nemici. Ben presto, i nove paesi che allora formavano la CEE, riunitisi a Bruxelles il 6 novembre 1973, proclamarono una Risoluzione congiunta che s’allineava in toto con la politica franco-araba, e decisero un embargo unilaterale sulla vendita di armi allo Stato ebreo. Come nel 1967, Israele veniva punita per la sua vittoria contro nemici decisi allo sterminio.
    Nella risoluzione, la CEE introduceva tre punti: 1. l'inamissibilità dell’acquisizione di territori con la forza ; 2. l'obbligo per Israele di ritirarsi sulla linea di armistizio del 1948 ; 3. l'inclusione dei «diritti legittimi dei Palestinesi» nella definizione della pace.
    Formazione di un blocco economico euro-arabo
    (…) La volontà del « dialogo » venne confermata dal presidente Georges Pompidou e dal cancelliere Willy Brandt nel corso di un incontro il 26-27 novembre 1973. Il 15 dicembre 1973 il presidente francese convocò un summit a Copenhagen per esaminare i modi di collaborazione tra i paesi della Lega Araba e quelli della CEE. Erano stati invitati quattro ministri arabi. [Segue la ricostruzione di alcuni passaggi costitutivi del DEA: la Conferenza di Damasco (1974), organizzata dalla Associazione interparlamentare di Cooperazione Euro-araba, nella quale gli arabi posero alcune condizioni politiche agli accordi economici, tra le quali, il ritorno ai confini del 1948, ma insieme la islamizzazione di Gerusalemme, il riconoscimento dell’Olp, la necessità di effettuare pressioni sugli Stati Uniti allo scopo di allontanarli da Israele].
    La conferenza di Damasco decretò la creazione di un Segretariato permanente, formato da 350 membri, nominato dal gruppo di Cooperazione Euro-arabo, la cui sede venne posta a Parigi. Il Dialogo venne strutturato in diversi gruppi di lavoro incaricati della pianificazione di progetti congiunti nel campo industriale, commerciale, scientifico, culturale e sociale. La Conferenza araba di Rabat (ottobre 1974) parlava di “Nazione Araba” senza riferimenti ai Palestinesi. Per gli arabi, il dialogo con l’Europa doveva continuare fino al raggiungimento di questi obiettivi.
    Il 10 giugno 1975 una delegazione della CEE incontrò al Cairo i rappresentanti di venti paesi arabi e dell’OLP. Più di trenta paesi erano coordinati da un Comitato generale, formato da ambasciatori e specialisti di geopolitica ed economia. CEE e Segretariato della Lega Araba erano rappresentati a livello politico… La contrattazione tra le due parti era definita con chiarezza: accordi economici con l’Europa in cambio dell’allineamento europeo alla politica araba concernente Israele.
    Negli anni successivi la collaborazione venne rinforzata con riunioni (scadenziate ogni sei mesi), e con diverse iniziative a livello mondiale: (Roma, 24 luglio 1975; Abu Dhabi, 27 novembre 1975 ; Luxembourg 18-20 maggio 1976 ; Bruxelles, alcune volte nel 1976; Tunisi, 10-12 febbraio 1977). I membri del Secrétariat permanent pour la Coopération Euro-Arabe effettuarono numerosi viaggi negli Stati Uniti per spostare gli USA verso le tesi dell’OLP. Alcuni gruppi di lavoro studiarono i metodi opportuni per orientare l’opinione pubblica europea e internazionale in favore dell'OLP. Secondo Al-Mani, l'OLP «utilizzò con successo il patrocinio del DEA [Dialogo Euro-Arabo] per migliorare la sua diplomazia in Europa.» (…)
    Gli accordi di pace israelo-egiziani di Camp David (1977-78) raffreddarono l’azione del gruppo DEA. La Lega Araba ricusò gli accordi con gli israeliani ed espulse l’Egitto. I paesi arabi erano irritati per l’ingerenza americana nella regione, che andava a detrimento di quella europea, controllata dal processo di cooperazione economica in corso. La Francia evitò di riconoscere gli accordi, accolti positivamente dagli altri paesi della CEE, ma - con “riserva” (su indicazione della Francia).
    Il DEA comunque continuò l’attività: la 4° riunione della Commissione generale, avvenuta a Damasco (9-11 dic. 1978), approvò la creazione di un Centro in Kuwait, destinato all’interscambio tecnologico. Secondo Al-Mani, nella “Dichiarazione congiunta di Damasco, articolata in 14 punti, il DEA definiva i princìpi di una politica dell’emigrazione che garantiva agli immigrati arabi in Europa uguaglianza economica con i residenti e rappresentanza legale (…)” E’ vero che i dispositivi del DEA stabilivano una reciprocità, però questa era puramente teorica, perché mai nessun paese arabo avrebbe dovuto naturalizzare milioni di emigranti europei (…)
    Nel corso della riunione svolta in Lussemburgo nel 18-20 maggio 1976, si definì ulteriormente l’organizzazione del DEA, che veniva ripartito in tre organismi: 1) Commissione generale; 2) gruppi di lavoro; 3) Comitato di coordinamento. Le sedute si tenevano a porte chiuse e senza trascrizione scritta degli interventi. Solo la Commissione poteva pubblicare un riassunto delle decisioni prese ed emettere un comunicato congiunto.
    Nascita di Eurabia
    Eurabia è il titolo di una pubblicazione edita dal Comité Européen de Coordination des Associations d'Amitié avec le Monde arabe (con sede a Parigi) e realizzato in collaborazione col Middle East International (Londra), con France-Pays Arabes (Paris) e il Groupe d'Etudes sur le Moyen-Orient di Ginevra.
    Nel numero 2 della rivista (luglio 1975), Eurabia pubblicava le risoluzioni votate all’unanimità dalla Assemblée Générale de l'Association Parlementaire pour la Coopération Euro-Arabe a Strasburgo (giugno 1975). L’Associazione raggruppava più di 200 membri dei Parlamenti dei paesi d'Europa occidentale, rappresentanti di diverse tendenze politiche. Ciò significa che il consenso verso il programma di intesa euro-araba riguardava l’intero scacchiere politico europeo.
    L'editoriale di Eurabia specificava «la necessità di una intesa politica tra l'Europa e il mondo arabo come base degli accordi economici» e sanciva l’obbligo europeo di «comprendere gli interessi politici ed economici del mondo arabo.» Il dialogo euro-arabo doveva esprimere «una volontà politica comune». Questa conditio sine qua non con i paesi della Lega Araba necessitava della creazione, in Europa, «di una opinione pubblica» favorevole agli arabi. Quest’ultima questione era stata esaminata dagli esperti della Association de Solidarité Franco-Arabe e dell'Assemblée Générale de l'Association Parlementaire pour la coopération Euro-Arabe, a Strasburgo.
    «Se vogliono davvero cooperare col mondo arabo i governi europei e i dirigenti politici hanno l’obbligo di contrastare il denigramento degli arabi nei loro organi di informazione. Devono affermare la loro fede nell’amicizia euro-araba e il loro rispetto verso il contributo millenario degli arabi alla civilizzazione universale. Questo contributo e la sua applicazione pratica saranno tema del nostro prossimo numero.». (Editoriale)
    Le esigenze politiche arabe concernenti le condizioni del Dialogo non si limitavano solo a Israele. Riguardavano dunque la stessa Europa. M. Tijl Declerq, membro belga della Association Parlementaire pour la Coopération Euro-Arabe, sottomette alla commissione economica della sua associazione uno studio sulle condizioni della cooperazione, che viene richiamato da Eurabia, col titolo: “Un punto di vista europeo”.
    Nel testo si ribadisce che la “cooperazione economica euro-araba deve risultare da una volontà politica.” In altre parole, gli scambi economici erano subordinati al sostegno della CEE alla guerra araba contro Israele. L’autore belga prevedeva una cooperazione economica basata sullo scambio di mano d’opera e materie prime arabe –il petrolio evidentemente- con i prodotti della tecnologia europea.
    «Une politique à moyen et à long terme doit être élaborée dès maintenant afin de réaliser une coopération économique par la conjugaison des réserves de main-d'oeuvre et de matières premières arabes, de la technologie et du "management" européens».
    E’ plausibile pensare che sia stata questa clausola a originare, a partire dagli anni ’70, la massiccia emigrazione araba in Europa. Secondo M. Declerq, il riciclaggio dei petrodollari doveva realizzare l'interdipendenza dell'Europa occidentale e dei paesi arabi per “arrivare gradualmente a una integrazione economica completa e possibile”. Ma l’integrazione euro-araba sarebbe rimasta teorica senza la realizzazione dell’obiettivo politico, cioè la guerra contro Israele.
    Dunque: «Una volontà politica reale dev’essere alla base dei concreti progetti di cooperazione e deve manifestarsi a tre livelli: in ogni Stato, a livello continentale, a livello mondiale.» …Riunioni preparatorie comuni e convegni dovevano essere «moltiplicati a tutti i livelli… in modo da arrivare a posizioni comuni.»
    I propositi di M. Declerq vennero integrati in toto nelle risoluzioni della Association Parlementaire pour la Coopération Euro-Arabe, riunita a Strasburgo (7-8 giugno 1975), publicate in Eurabia. La sezione politica aveva tre temi: la politica europa nei confronti di Israele, la creazione di un movimento di opinione favorevole agli Arabi, l’accoglienza degli immigrati musulmani in Europa.
    Per quanto riguardava Israele la Associazione si allineò con le posizioni arabe in favore del ritorno alla linea di confine del 1948, in contrasto con la risoluzione ONU 242. (…)

    Eurabia come entità culturale
    La Risoluzione culturale conteneva molte affermazioni di principio tra le quali:
    « Riconoscere il contributo storico della cultura araba allo sviluppo europeo;
    Sottolineare l’apporto che i paesi europei possono ancora ricevere dalla cultura araba, specialmente nel campo dei valori umani » (…)
    L’Associazione richiamava lo sviluppo dell’insegnamento della lingua e cultura arabe in Europa: « Auspicando che i governi europei rendano disponibili ai paesi arabi mezzi massivi per la partecipazione dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie alla vita culturale e religiosa araba. »
    L’Associazione faceva appello alla stampa, ai gruppi di collaborazione e all’incremento del turismo per modificare l’opinione pubblica in favore del mondo arabo. Essa « richiede ai governi dei Nove stati membri di sviluppare il settore culturale del dialogo euro-arabo in uno spirito costruttivo, accordando una grande priorità alla diffusione della cultura araba in Europa.
    Richiede ai governi arabi di riconoscere le conseguenze politiche di una cooperazione attiva con l’Europa nel settore culturale ».
    La Risoluzione terminava con una condanna e una accusa contro Israele : « …condanna, pur riconoscendo il diritto all’esistenza dello Stato di Israele, la volontà sionista di sostituire sul territorio palestinese la cultura ebrea a quella araba, allo scopo di privare il popolo palestinese della sua identità nazionale; Considerando che effettuando scavi nei luoghi santi dell'Islam — nella zona occupata di Gerusalemme — Israele ha commesso una violazione del diritto internazionale, nonostante il parere negativo della Unesco » (…)
    La riunione di Strasburgo fu seguita da un simposio del Comitato misto di tecnici ed esperti, tenuto al Cairo il 14 giugno del 1975, nel quale si delineava una prima formulazione dei principi generali del dialogo euro-arabo. Il Memorandum congiunto della riunione nella Introduzione precisava che « Il dialogo è frutto di una volontà politica comune svoltasi al più alto livello, la quale ha lo scopo di stabilire relazioni speciali tra le due parti. » Si ribadiva il dialogo aveva preso avvio alla fine del 1973 con la dichiarazione dei Nove membri CEE del 6 novembre 1973 riguardo la situazione in Medio-Oriente. (…)
    Tra gli innumerevoli settori in cui si sarebbe sviluppata la cooperazione, tutti elencati nel Memorandum, è menzionata la cooperazione nella tecnologia nucleare, nella finanza, le banche e la gestione dei flussi finanziari, nella ricerca scientifica, lo sviluppo tecnoscientifico, la formazione tecnica e professionale, l’utilizzo dell’energia nucleare. La formazione di personale specializzato per i progetti presi in considerazione si sarebbe svolta « sia con l’invio di scienziati europei allo scopo di addestrare il personale arabo, sia con la formazione del personale arabo nei centri di ricerca e nelle industrie dei paesi della Comunità economica Europea. » (…)
    Sviluppi: ingerenza araba nella CEE
    Nel mettere in relazione diretta economia e politica, si può constatare la differenza tra le prospettive CEE e quelle della Lega Araba. La CEE cerca vantaggi economici e profitto, per mezzo di una strategia di espansione nei mercati internazionali, soprattutto nel settore petrolifero, nel commercio, nella produzionene industriale. L’azione della CEE si caratterizza per il pragmatico affarismo dei tecnocrati che elaborano i programmi di aiuti e di sviluppo, e che al tempo stesso realizzano vendite massicce di armi, di armamenti missilistici e nucleari (come Osirak in Irak), nonchè lo sviluppo dell’interscambio commerciale.
    D’altra parte, gli arabi utilizzano l’economia come mezzo decisivo per strumentalizzare la CEE coinvolgendola in una strategia di lungo termine nei confronti di Israele e dell’America. (…) Uno dei delegati arabi esprimeva perfettamente lo spirito in cui avveniva il Dialogo, nel corso delle riunione tecnica del gruppo di Cooperazione Euro-arabo, svoltosi ad Amsterdam nel 1975:
    «Gli europei e gli arabi, per mezzo della loro sempre maggiore interdipendenza possono estinguere la fonte di « irritazione politica » che li riguarda : il problema di Israele, potranno così dedicarsi alle fatiche di Ercole che restano da compiere. » (Edmond Völker, ed., Euro-Arab Cooperation. Europa Instituut, University of Amsterdam, Amsterdam, The Netherlands, A.W. Sijthoff, Leyden, 1976, p. 179.)
    (…) Il DEA divenne –soprattutto per quanto riguardava la Francia- l’unificatore della diplomazia delle due parti. In tutte le sedi internazionali la CEE si allineava sulle posizioni antisioniste arabe. Veicolo di legittimazione e propaganda dell’OLP, il DEA procurò all’organizzazione riconoscimento diplomatico e conferì ad Arafat e ai suoi movimenti terroristi onorabilità e statura internazionale. All’interno del DEA si realizzava intanto la politica anti israeliana, sia all’interno dei singoli Stati, nelle Organizzazioni Internazionali, come nei sindacati, nelle universtià, nei media. Il DEA diffonde e rende viva in tutta l’Europa la demonizzazione e la diffamazione di Israele [che fino a pochi anni prima aveva goduto del consenso popolare, di fronte ai numerosi attacchi armati subiti].
    A livello geostrategico la Cooperazione fu uno strumento per sviluppare l’antiamericanismo in Europa, mirando a separare e indebolire la cooperazione con gli USA per mezzo dell’incoraggiamento di atteggiamenti ostili e denigrando continuamente la politica americana in Medio Oriente.
    La sincronizzazione dell’importazione di mano d’opera islamica in Europa con l’export di prodotti europei nei paesi arabi, ha permesso il trasferimento definitivo di milioni di immigrati, con un processo senza precedenti nella storia quanto a rapidità e ampiezza. (…)
    Il lassismo dei governi europei fu aggravato dalla decisione di attribuire ai paesi arabi la facoltà di esportare, insieme agli immigrati, anche culture e comportamenti tradizionali (Dichiarazione DEA a Damasco, 11 sett. 1978). Il trasferimento culturale in Europa, integrato dall’immigrazione di milioni di persone dall’Africa, dal M.O. e dall’Asia, era già stato pianificato nel corso del seminario Euro-arabo tenuto presso l’università di Venezia nel marzo del 1977, il quale riguardava « I mezzi e le forme di cooperazione per diffondere in Europa la lingua araba e la sua civiltà letteraria. » Il Seminario venne organizzato dall’Istituto per l’Oriente di Roma e dalla Facoltà di Lingue, sezione Letteratura araba, dell’Università di Venezia. Tra i partecipanti figuravano 14 rappresentanti delle università arabe, 19 arabisti europei, numerose personalità legate al mondo musulmano, nonché il rappresentante dell’Istituto Pontificio di Studi Arabi, di Roma. Il Seminario era inserito nel contesto del DEA, aveva cioé l’assenso del presidente della CEE e dei ministri degli Esteri di ogni paese presente. [Euro-Arab Dialogue. The Relations between the two cultures. Acts of the Hamburg symposium April 11th to l5th 1983. English version ed. by Derek Hopwood, Croom Helm, Londres,1983, si vedano le raccomandazioni a proposito del Seminario di Venezia, pp. 317-323.)
    (…) Il Seminario si concluse con numerose mozioni di intenti, il cui tenore generale preconizzava la creazione in Europa di Centri di cultura e diffusione della lingua araba in tutti i paesi europei, in coordinamento diretto coi paesi arabi, nonché la presenza diretta di professori arabi specializzati nell’insegnamento.
    Le esigenze culturali del blocco arabo
    Già a partire dagli anni ‘70 la politica dell’emigrazione, integrata nell’ideologia politico-economica del DEA (1973), non proponeva il trasferimento di individui desiderosi di integrarsi nel paese di accoglienza [anzi, l’esatto opposto]. Il DEA pianificava l’impianto nel tessuto laico europeo di milioni di individui, arrivati non per integrarsi ma con la garanzia di poter godere, nel paese di accoglienza, il diritto di mantenere integra e compartimentata la propria civilizzazione. La pusillanimità della CEE facilitò la formazione di gruppi ostili al contesto europeo, nei quali gli emigrati ricusavano le istituzioni laico-statali, considerate inferiori alla sha’riah di Allah. In questo modo ogni possibile integrazione veniva esclusa fin dalle origini del movimento migratorio…
    Il Simposio di Amburgo (11-15 aprile 1983) fu inaugurato in pompa magna dal discorso di apertura di Hans-Dietrich Genscher, ministro degli Esteri della Repubblica federale tedesca, al quale seguì un intervento del Segretario Generale della Lega Araba, Chadly Klibi. Genscher richiamò con vigore il debito di riconoscenza dell’Europa nei confronti della civilizzazione islamica [cosa mai fatta nei confronti della civilizzazione « giudeocristiana », incluso l’Atto costituivo europeo] e sottolineò l’importanza del Dialogo di solidarietà euro-araba. Richiamò l’atto costitutivo del DEA, nel 1973, e l’importanza della condizione politica imprescindibile : la politica anti israeliana nel Medio Oriente da parte della CEE come fondamento dell’impianto economico della cooperazione Euro-Araba.
    La CEE [anche in seguito] esige da Israele il ritorno alle linee dell’armistizio del 1948. Il rifiuto di riconoscere il diritto di avere come capitale Gerusalemme implicava la non liceità e la negazione della storia del popolo ebreo. La CEE adottò il mantra arabo secondo il quale la questione palestinese è la chiave magica per risolvere ogni conflitto mondiale. Così l’Europa abbandonò i cristiani libanesi al massacri [più gravi di quello di Sabra e Chatila, peraltro falsamente attribuito agli israeliani] e condannò i cristiani che ancora vivono nei paesi arabi alle persecuzioni della dhimma.
    Sul piano demografico la politica di immigrazione attuata da CEE e UE diede realtà ai propositi di islamizzare l’Europa, ad esempio garantendo una base legale e logistica agli Istituti di cultura islamica. Le reali cifre della immigrazione vennero dissimulate al grande pubblico, come se fossero un segreto di Stato. L’export nel paese ospite di leggi culturali e religiose, caso unico nella storia dell’emigrazione, venne incluso negli accordi tra CEE/UE e Lega Araba come un diritto inalienabile. Eppure ciò è l’ostacolo principale a ogni integrazione possibile, anche perché i legami con i paesi di origine vennero incoraggiati e mantenuti saldi con una serie di accordi a più livelli.
    I Saint-Just europei dell’antirazzismo riuscirono a soffocare il dibattito sull’insicurezza, la criminalità e il fanatismo religioso che crescevano in alcuni settori di una popolazione che rifiutava l’integrazione. Questa politica suicida venne sostenuta dagli apparati di ogni tendenza politica e religiosa.
    L’infrastruttura culturale del DEA permise l’import in Europa dei pregiudizi anticristiani e giudeofobici contro l’Occidente e Israele, da parte di islamici tra i quali si diffondeva la cultura del jihad. Proprio in quegli anni lo jihad servì ad alimentare il nuovo terrorismo. Molti emigrati ne divennero i vettori e diffusori all’interno stesso dell’Europa, col silenzio complice di accademici, politici, e di tutto l’apparatnik del DEA. Il disprezzo per la cultura giudeo-cristiana « infedele » si esprimeva nell’affermazione della grandezza della civilizzazione islamica, alla quale si sarebbero abbeverati gli studiosi europei. (...) Queste assurdità, ripetute con rispetto dai ministri d’Europa, costituiscono in realtà uno dei princìpi del mondo arabo, secondo il quale le civiltà degli infedeli sono « inferiori ». Lo stesso termine « civilizzazione giudeo- cristiana» è rigettato dai musulmani fondamentalisti secondo i quali esiste soltanto la civilizzazione islamica che ingloba –per tramite di Abramo, profeta musulmano- ebrei e cristiani. [Ecco perché molti politici e accademici europei non parlano di civiltà giudeo-cristiana ma di civiltà dei « figli di Abramo ». ]
    L’espansionismo culturale e religioso islamico [che trionfa in Africa, dopo essere stato sconfitto in Asia], è parte integrante del DEA: l’UE ripudia le sue radici e ricusa il cristianesimo. Il furto della memoria storica dell’Europa, al cui posto viene innestata la concezione islamica della storia, produce la diffusione di una pseudo-cultura negazionista e colpevolizzante, nella quale la venerazione del mito andaluso copre e soffoca la realtà di massacri e le devastanti invasioni musulmane attraverso i secoli.
    L’ossequio degli accademici sottomessi al potere politico, a sua volta interamente dominato dal materialismo economico, richiama alla mente i peggiori periodi di declino dell’intelligenza. La censura nei confronti delle idee aliene ai diktat europei, il soffocamento massiccio del multiculturalismo e del pluralismo delle idee, applicato col mezzo soft del politicamente corretto, è mutuato dai paesi arabi insieme alla cultura dell’odio nei confronti di Israele. Tutto ciò ha condotto all’esclusione di fatto e al boicottaggio delle università israeliane da parte delle università europee, una oscenità culturale che richiama il Terzo reich.
    L’antisemitismo/antisionismo arabo fu impiantato in Europa nel quadro concettuale realizzato dal DEA, la sua pianificazione guida l’opinione pubblica verso il sostegno della causa araba. Il mondo arabo-islamico teleguida l’Europa per renderla esecutrice della sua politica anti israeliana.
    La macchina mediale e politica del DEA ha portato l’Europa a ospitare i terroristi palestinesi sul suo territorio, giustificando e legittimando il terrore contro Israele, finanziando le infrastrutture terroriste e l’educazione all’odio praticata nelle scuole arabe. Non a caso l’UE è stata il maggior contribuente dell’UNRWA, [Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi] alla quale ha fornito il 38% del budget. (…).
    Nel 2000-2002 l’Eurabia ha preso il posto dell’Europa. In Eurabia la concezione islamica della storia ha soppiantato il ricordo della jihad, della dhimma, che hanno formato le relazioni dei musulmani coi non-musulmani dal VII secolo a oggi. La cultura d’Eurabia è una miscela di odio contro l’ebraismo, il cristianesimo e contro l’America. I politici e intellettuali che hanno guidato la nascita di questo nuovo Asse politico-culturale sono gli stessi che minimizzano l’esistenza di un’ondata antiebraica in Europa, ondata che essi stessi hanno reso possibile e che attizzano da trenta anni. (…)
    Se l’Europa sparirà, sarà a causa di meri interessi economici e di errori nella sua politica internazionale. Il Dialogo Europeo-Arabo (DEA), che ha legato l’economia europea alla politica araba avversa a Israele e all’Occidente, è stato causa della deriva europea verso la sfera di influenza e di potere arabo-islamica.
    Gli apprendisti stregoni hanno scoperchiato l’ennesimo Vaso di Pandora.
    (Traduzione e riduzione di Paolo della Sala)
    Riferimenti bibliografici
    Saleh A. Al-Mani, The Euro-Arab Dialogue. A Study in Associative Diplomacy, ed. Salah Al-Shaikhly, Frances Pinter (Publishers), Londres, 1983, p.48. Vedere inoltre, a cura di Jacques Bourrinet, Le Dialogue Euro-Arabe, Economica, Paris 1979.
    Documents d’Actualité Internationale (DAI), 1974, n°l, pp.2-3.
    Françoise de la Serre, «Conflit du Proche-Orient et Dialogue Euro-Arabe: La Position de l’Europe des Neuf ».
    Seconda Conferenza islamica, Lahore, 24 febbraio 1974, in DAI, 1974, n° 14, pp. 274-81.
    DAI 1974, Conferenza di Capi di Stato Arabi (Algeri, 26-29 novembre 1973) Déclaration de politique Générale (Algeri, 28 novembre 1973) (Fonte: Conférence des Chefs d’Etat arabes) n°7, pp.122-26).
    Bat Ye’or, Juifs et Chrétiens sous l’Islam. Les dhimmis face au défi intégriste, Paris, Berg International, 1994, p. 252.
    Edmond Völker, ed., Euro-Arab Cooperation. Europa Instituut, University of Amsterdam, Amsterdam, The Netherlands, A.W. Sijthoff, Leyden, 1976, p. 179.
    Euro-Arab Dialogue. The Relations between the two cultures. Acts of the Hamburg symposium April 11th to l5th 1983. English version ed. by Derek Hopwood, Croom Helm, Londres,1983, Raccomandazioni sul Seminario di Venezia, pp. 317-323.
    DAI, 2 settembre 1977, n° 35, Consiglio d’Europa (Londra, giugno 1977) p.137. Dichiarazione dei Nove sul Medio-Oriente (Londra 1977) Testi ufficiali, pp.666- 67.
    1977, n° 44, ONU, Assemblea Generale, Documento ufficiale, pp.854-55.
    Rifiuto dell’espressione « giudeo-cristianesimo »: Bruno Etienne, La France et l’islam, Paris, 1989, Hachette, p.l89.
    LINK
    Dichiarazione di Barcellona (1995)
    Collaborazione Euro-Mediterranea
    Organizzazioni interparlamentari, di propaganda, finanziarie
    MEDEA a Bruxelles
    MEDA, banca europea di finanziamento ai paesi arabi
    Dialogo tra i popoli e le culture nell’Area mediterranea:
    deliberato nel 2003 da Romano Prodi, presidente della Commissione Europea, e accolto dalla UE nel 2004.
    - Per applicare il programma individuato dal gruppo di saggi nominato da Prodi, si è creata la Fondazione Anna Lindh, con sede ad Alessandria in Egitto:
    Raccomandazione 1162 del Parlamento Europeo
    «Contributo della civiltà islamica alla cultura europea»
    Raccomandazione 5 del Parlamento Europeo
    «Contro il razzismo e l’intolleranza»
    Musulmani e popoli soggetti,
    a cura di Paolo della Sala, Le Guerre Civili
    Come sauditi e iraniani hanno conquistato l’Africa,
    di Tamir Taheri. Traduzione e adattamento di Paolo della Sala
    Bibliografia testi di Bat Ye’Or

    Eurabia, the Euro-arab axis, Fairleigh Dickinson University Press (Gennaio 2005) ;
    The Dhimmi: Jews and Christians under Islam, Fairleigh Dickinson University Press; Rev&Expand edition (Aprile 1985);
    The Decline of Eastern Christianity under Islam. From Jihad to Dhimmitude: 7th - 20th Century, Farleigh Dickinson University press/Associated University press (1996);
    Islam and Dhimmitude. Where Civilizations Collide, Farleigh Dickinson University Press, (2002);
    LE DHIMMI: Profil de l'opprimé en Orient et en Afrique du Nord depuis la conquête arabe, Anthropos, 1980;
    Les Chrétientés d'Orient entre Jihâd et Dhimmitude: VII-XX siècle, Le Cerf, 1991;
    Juifs et Chrétiens sous l'Islam: les dhimmis face au défi intégriste, Berg International, 1994; Seconda edizione : Face au danger intégriste: juifs et chrétiens sous l'Islam, Berg International, 2005.
    MAGGIO-GIUGNO 2005

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    La vera storia dell'Eurabia
    di Paolo della Sala*
    [03 mar 05]

    E’ appena uscito negli Stati Uniti "Eurabia, the Euro-arab Axis", della studiosa ebreo-egiziana Bat Ye’or. Le tesi della scrittrice individuano nella struttura della comunità europea denominata “Dialogo Euro-Arabo”, il motore della islamizzazione dell’Europa. Tutto venne deciso all’indomani della guerra del Kippur del 1973. Di questi temi si occuperà nei prossimi mesi la rivista Ideazione. Fornisco alcune anticipazioni relative al tema del rapporto tra paesi arabi e la loro mancata industrializzazione. Quando, all’indomani della sconfitta della guerra del Kippur, i paesi della Lega Araba hanno imposto all’Europa l’accettazione di una politica estera anti-israeliana in cambio della ripresa delle forniture di petrolio, hanno centrato molti altri obiettivi. In primo luogo sono riusciti a evitare l’industrializzazione nei propri paesi. Secondo l’Islam radicale e tradizionalista (quello di Stato, basato sull’assetto giuridico islamico, e non quello del jihad, a quel tempo non all’ordine del giorno), la non-industrializzazione era una condizione obbligata per preservare la società dalla laicizzazione e dalle contaminazioni dell’Occidente. Il capitalismo per i coranici integrali è una religione da combattere, un nemico da sottomettere. Per questo motivo l’Islam – all’indomani della decolonizzazione - non ha creato ricchezza all’interno del proprio territorio, se non nella forma rentière, latifondista ed elitaria degli sceicchi e della classe portante degli Stati islamici: un mix tra burocrazia e l’apparato giuridico-religioso.

    Si noti che in questo assetto anticapitalista vi sono molte somiglianze tra l’Islam integrale e il nichilismo socialista, o l’egalitarismo giuridico-rousseauiano, base culturale della attuale Ue. Il Corano, come il marxismo, vieta l’accumulo privato di capitali e punisce le transazioni finanziarie con applicazione di tassi. La visione del commercio di Hamas è singolarmente vicina a quella “etica” del cattolicesimo a base socialista, banche e commercio “equi” compresi. Il commercio, che una volta ha reso potenti i paesi arabi, in quanto sostituti di veneziani e genovesi nei traffici tra Oriente e Occidente, è ormai in decadenza, privo com’è di industria e produzione nazionale. La sola fonte di ricchezza è il petrolio. Non a caso sauditi, emiri e gli stessi libici hanno investito i proventi del petrolio acquisendo industrie e reti commerciali in Occidente. Gheddafi preferiva contribuire alla Fiat piuttosto che imporre la realizzazione di una fabbrica di auto da Torino a Bengasi. Anche i leader palestinesi hanno reinvestito in diverse parti del mondo il fiume di finanziamenti pervenuto. Ma il loro territorio rimane povero. Oggi le cose stanno cambiando sotto la pressione del jihad armato: il Libano potrebbe tornare a diventare quello degli anni d’oro, una cassaforte degli sceicchi.

    Ma torniamo al 1973, quando i paesi della Lega Araba impongono all’Europa alcune condizioni per tornare ad aprire i rubinetti del petrolio. Condannati alla mancanza di sviluppo dalla loro visione conservativa dell’Islam, quale alternativa i governi arabi potevano offrire ai loro cittadini? Serviva un patto con l’Europa attraverso il coinvolgimento attivo delle massime istituzioni delle due sponde del Mediterraneo. Secondo questa tacita convenzione, sancita dalle riunioni del Dialogo euro-arabo, la non-industrializzazione dei paesi arabi andava risolta con l’emigrazione verso l’Europa e col trasferimento e la vendita di merci e prodotti tecnologici dal Vecchio Continente ai paesi arabi. Si trattava di un patto scellerato per molti motivi: innanzitutto perché non implicava l’arricchimento dei popoli arabi (tranne nel contesto turco in Germania), perché i sindacati europei non potevano permettere l’ingresso di manodopera nelle fabbriche. Era perciò importante evitare la formazione e la specializzazione degli emigrati, ai quali restavano ruoli marginali del mercato del lavoro. Ecco perché i laureati in medicina senegalesi vendono tappeti nelle passeggiate a mare.

    Quindi: ricchezza negata nei paesi di origine e ricchezza negata (di fatto) nei paesi di accoglienza. L’Europa, anzi, ha offerto una condizione servile, per quanto preferibile a quella nei paesi di origine. Come scrive Massimo Nava sul Corriere della Sera: “Un giovane immigrato su tre è disoccupato. La disoccupazione tra i giovani diplomati riguarda per il 5% i francesi, per il 7% gli europei, per l’11 i francesi acquisiti e per il 18 gli extracomunitari. Per la Francia, l'integrazione di milioni di immigrati, la più parte africani e di religione musulmana, in maggioranza cittadini francesi di seconda generazione, è da sempre un percorso sociale inquadrato in un modello di valori scritti nella Costituzione: pari diritti, laicità, uguaglianza. Ma trent'anni di leggi, investimenti colossali e battaglie culturali hanno dimostrato i limiti di un modello che si pretende diverso, alternativo a quello anglosassone. Per la Francia - lo si è visto nel dibattito sulla legge contro il velo islamico a scuola - la diversità etnica e culturale non è la somma di tante identità ma un progetto di cittadinanza, con uguali diritti e doveri. I dati però dimostrano due categorie di cittadini: i francesi e gli altri”.

    Dal punto di vista economico l’emigrazione di massa, pilotata dal Dialogo euro-arabo, è stata un fallimento. Oltre a non produrre ricchezza nel panorama europeo (tranne eccezioni limitate nel tempo, come in Veneto e Lombardia), essa ha ulteriormente immiserito i paesi di origine, sottraendo loro forza lavoro e capitali. Il che vale anche per i paesi africani, islamizzati e ricolonizzati da iraniani, sauditi e francesi. Al contrario un arricchimento bilanciato su entrambe le sponde del Mediterraneo avrebbe trasformato l’area in una alternativa alle tigri asiatiche. Qual è allora l’altro motivo e fattore scatenante dell’emigrazione, dal punto di vista islamico? La risposta è nella possibilità di invadere pacificamente un territorio, garantendosi nel contempo la non-integrazione con la cultura e la fede occidentali (richiesta costantemente nelle riunioni del Dialogo euro-arabo). Si trattava di una tradizionale politica di espansione della fede. Operazione lecita soprattutto se eseguita senza violenza (come nel frattempo avveniva in Africa). A differenza del jihad armato, questa strategia ha sancito una forte presenza islamica in Europa: un risultato straordinario dal punto di vista del risultato.

    Oggi l’Islam però si è diviso: gli Stati arabi, pur mantendo quasi ovunque caratteristiche di regime autoritario preindustriale, pensano a una industrializzazione di Stato sul modello nazi-sovietico. L’Islam integralista del jihad, al contrario, combatte la penetrazione islamica in Occidente come “contaminazione”, teme la formazione di un culto nuovo, una New Age europea, mix di laicismo, Rousseau, cristianesimo socialista e islamismo moderato. Da questo punto di vista, i binladisti hanno ragione: oltre alla distruzione dello sviluppo, l’Eurabia produrrebbe una marmellata al posto di culture e fedi, tanto peggiore in quanto diretta dai governi e non risultato di processi storici.

    03 marzo 2005
    * Paolo della Sala è il titolare del blog Le guerre civili

  3. #3
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    IL LIBRO
    Da oltre trent’anni l’Europa «pianifica» con i paesi della Lega Araba la fusione delle due sponde del Mediterraneo in un nuovo, mostruoso agglomerato che Bat Ye’or ha suggestivamente denominato «Eurabia» (un’espressione subito fatta propria da Oriana Fallaci).
    Questo progetto, perseguito con coerenza attraverso il cosiddetto «Dialogo Euro-Arabo», ha portato alla graduale, ma inesorabile trasformazione del continente europeo in un ibrido asservito alle esigenze politiche e agli standard culturali del mondo arabo.
    Tutto ha avuto inizio con la crisi petrolifera del 1973 e con l’ambizioso progetto, soprattutto francese, di costruire un asse geopolitico e ideologico alternativo a quello americano e atlantico. In un arco di tempo relativamente breve l’Europa ha sacrificato la sua indipendenza politica, oltre che i suoi valori culturali e spirituali, in cambio di garanzie (in gran parte illusorie) contro il terrorismo e di qualche vantaggio economico.
    Sulla base di una documentazione ampia e minuziosa, l’autrice ricostruisce le attività e gli strumenti che hanno prodotto questa folle deriva, dagli anni del pieno funzionamento del Dialogo Euro-Arabo alle perverse scelte sul piano della politica estera (adozione di un’ideologia antisemita e antisionista, demonizzazione di Israele e degli USA, sdoganamento del terrorismo islamico e di Arafat), fino ai recenti tentativi di occultamento della verità seguiti all’attentato dell’11 settembre e ai suoi pendant sul suolo europeo (attentati di Madrid e Londra, caso delle caricature danesi). E naturalmente ne individua i molti responsabili politici, culturali e religiosi.
    Il bilancio è drammatico. Questa politica ha condotto (e conduce) alla mancata integrazione degli immigrati musulmani, al proliferare di cellule terroriste islamiche in tutto il continente, al ripudio da parte dell’Europa delle sue radici ebraico-cristiane e al conseguente stravolgimento della sua identità culturale, religiosa ed etica.
    Forse per gli europei è giunto il momento di riappropriarsi della loro autentica eredità spirituale, di «quei sacri valori di umanità che l’Europa, anche nei momenti più bui della sua storia, ha sempre cercato di preservare». Ma bisogna fare in fretta.
    L'AUTORE
    BAT YE’OR, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine », e ne ha definito i principali aspetti politici, economici, culturali. Tra le sue opere ricordiamo: The Dhimmi. Jews and Christians under Islam (1991), Les Chrétientés d’Orient entre Jihâd et Dhimmitude (1991), The Decline of Eastern Christianity under Islam (2005), Juifs et Chrétiens sous l’Islam (2005), Islam and Dhimmitude. Where Civilizations Collide (2005).
    RECENSIONI
    Giulio Meotti, «Il Foglio», 14 aprile 2007
    «Il suo nome in ebraico significa “figlia del Nilo”. Bat Ye’or è diventata celebre per aver coniato una manciata di termini, dalla “dhimmitudine” […] all’“Eurabia”. […] Questo libro, il più famoso e che ha ispirato la furia di Oriana Fallaci, è il racconto di uno sfregio, di una caduta, di un declino. Il volto deturpato è quello dell’Europa sottomessa all’incudine della “grande offensiva filoaraba e filoislamica”.»
    Da «Panorama», 20 aprile 2007
    «In 400 pagine spiega come l’Europa "è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita". Un’Europa, come sosteneva Fallai, pronta a diventare islamica.»
    Da «Il Meridiano», 14 aprile 2007
    «Da oltre 30 anni l’Europa "pianifica" con i paesi della Lega Araba la fusione delle due sponde del Mediterraneo in un nuovo agglomerato che Bat Ye’or ha suggestivamente denominato Eurabia. […] Questo progetto ha portato alla graduale ma inesorabile trasformazione del continente europeo in un ibrido asservito alle esigenze politiche e algi standard culturali del mondo arabo. […] Il bilancio è drammatico. Questa politica ha condotto e conduce alla mancata integrazione degli immigrati musulmani, al proliferare di cellule terroriste islamiche in tutto il continente, al ripudio da parte dell’Europa delle sue radici ebraico-cristiane e allo stravolgimento della sua identità culturale, religiosa ed etica. Forse per gli europei è giunto il momento di riappropriarsi della loro autentica eredità spirituale. Ma, dice Bat Yeìor, in fretta.
    Paolo Della Sala, «L'Opinione», 4 maggio 2007
    «Nata in Egitto da famiglia ebrea, vissuta in Inghilterra, residente in Svizzera, Bat Ye’or è apolide da sempre. Come tutte le nemiche dell’ipocritamente corretto, è stata isolata nei gulag mediatici dei benpensanti. Eppure Bat Ye’or ha svelato agli europei una parte della loro storia recente.»
    Guido Ceronetti, «La Stampa», 1 maggio 2007
    «Verso l’aggressività e le stragi islamiste va ricordata all’Europa la massima della favola dei Lupi e delle Pecore dell’infallibile La Fontaine: "Il faut faire aux méchants querre continuelle". La situazione è ben delineata nel libro, edito in Francia e ora circolante da noi, Eurabia.»
    Luciano Canfora, «Corriere della Sera», 13 giugno 2007
    «[Il] libro di Bat Ye’or descriva, anche se in toni molto aspri, un meccanismo mentale che in alcuni si sta producendo, il bamboleggiamento estetizzante nei confronti di ciò che viene dall’Islam: una forma di anti-illuminismo estetizzante che non giova alla conoscenza, ma rischia semmai di sostituire un dogmatismo ad un altro. Benemerita è invece l’ìopera di conoscenza e di allargamento della documentazione sorretta da spirito critico e non confessionale.»
    Alessandro Di Tizio, «Nuova Agenzia Radicale», 2 maggio 2007
    «Inevitabilmente […] il primo pensiero, come un pensiero condizionato, va a Oriana Fallaci: è stata lei a rendere famoso il termine che dà il titolo al volume in Italia, e di affinità con il pensiero di Bat Ye’or ve n’è più d’una.
    Eppure, pur partendo da analoghe premesse […] e giungendo a simili conclusioni, […] l’opera edita da Lindau non somiglia affatto al pamphlet della giornalista italiana: la differenza è che Eurabia non è uno sfogo o una mera denuncia, ma un saggio, un attento studio basato su fonti e documenti.»

  4. #4
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    L'EURABIA E' DIVENTATA UNA REALTA'
    Ma tutti pronti a denigrare Oriana Fallaci che aveva visto lontano
    di Deborah Fait - Informazione corretta - Amici d'Israele







    15 Settembre 2005

    "Gentili signori, stiamo per atterrare in Eurabia. Si consigliano i viaggiatori provenienti da Israele di rimanere sull'aereo. A terra c'è la polizia euroislamica pronta ad arrestarli..."

    Non e' fantascienza, è accaduto solo un paio di giorni fa all'aeroporto di Londra quando il generale israeliano Doron Almog è stato costretto a restare sull'aereo e a ritornare in Israele perché minacciato di arresto dalle organizzazioni islamiche e dai loro sottoposti, i poliziotti inglesi, se avesse messo il suo ebraico piede sul suolo britannico.

    Il generale Almog, come il suo pari grado Yaalon, il Ministro della difesa Shaul Mofaz e, naturalmente, Ariel Sharon sono ricercati in Eurabia per crimini contro l'umanità e circola voce che ogni israeliano soldato o ex soldato sia passibile di arresto, cioè praticamente quasi tutta la popolazione di Israele.
    Tutti coloro che hanno difeso Israele in questi anni di guerra, tutti quelli che hanno cercato di combattere il terrorismo palestinese, rischiando la vita, tutti quelli che hanno difeso i bambini e i civili israeliani dal pericolo degli attentati, possono essere arrestati in alcuni paesi "democratici" dell'Eurabia.

    Non sono passibili di arresto invece gli assassini, i terroristi e i loro sostenitori, qualsiasi arabo, palestinese, terrorista, amico di terroristi, finanziatore di terroristi è sempre stato ben accetto in Eurabia.
    Naturalmente non ha mai corso il pericolo di arresto Yasser Arafat, criminale, terrorista e ladro, accolto dai suoi amici eurabici, con tutti gli onori fino alla morte avvenuta a Parigi dove era stato trasportato per ordine del suo amico fraterno Chirac.
    Non solo, tutto il mondo insorse quando Sharon lo fece rinchiudere al Mukata in quanto responsabile della guerra scoppiata nel 2000 e della morte di migliaia di israeliani e palestinesi.

    Fino a quando l'ex Europa sarà schiava dell'Islam? Fino a quando Israele sarà discriminato e minacciato da nazioni che si dichiarano democratiche e che sono invece soltanto sciape e pavide succursali della dittatura e dell'intolleranza islamica?
    Quale governo europeo ha protestato per le minacce di arresto del Generale Almog?
    Quale ministro europeo ha pensato "oiboh, un domani potrebbe succedere anche a noi... per le guerre in ex Jugoslavia, in Iraq... forse sarebbe meglio liberarsi da questi padroni così scomodi e così... musulmani... che dettano legge, che ci terrorizzano, che ci obbligano a diventare come loro"?





    Sinagoghe bruciate, 17 sinagoghe bruciate e distrutte, solo i nazisti e gli arabi sono arrivati a tanto con la differenza che gli arabi, oltre che per odio, lo hanno fatto anche per immensa idiozia.
    La vista dei palestinesi inneggianti davanti alle sinagoghe in fiamme, oltre che essere umanamente repellente, ha fatto nascere anche questo pensiero: ma perché sono cosi' stupidi?
    Le sinagoghe, lasciate vuote da Israele dopo l'evacuazione, potevano essere trasformate in scuole, biblioteche, vabbé loro non sanno cosa siano queste cose, oppure in future strutture pubbliche ma hanno preferito distruggerle, convinti, in effetti in questo non sono poi così scemi, che tanto il mondo continuerà a ricoprirli di soldi.






    Ma c'è di più: Israele gli aveva lasciato anche le serre, quelle famose serre, fatica quarantennale degli israeliani che avevano reso verde quella zona desertica, e loro, i palestinesi, i coccoli del mondo intero, le eterne vittime, cosa hanno fatto invece di prenderle in consegna e mettersi a lavorare?
    Hiiii , lavorare? ma che brutta parola!
    Mai avuto bisogno di fare questa fatica così.... così..... così occidentale.... i cari palestinesi.
    Cosa hanno fatto dunque delle serre?
    Semplice, le hanno distrutte!
    I vandali più amati e mantenuti del mondo le hanno distrutte.
    Erano costate 14 milioni di dollari, ma per loro cifre del genere sono quisquillie e pinzillacchere tanto i loro allocchi protettori europei e americani, gliene danno mille volte tanto da usare per l'acquisto di armi e per costruire ville sempre più sontuose per i capoccia.

    Qualcuno li ha rimproverati per questo comportamento incivile ? Naturalmente no, anzi, persino l'America ha rimproverato Israele per aver dato "ai palestinesi l'occasione di comportarsi incivilmente".
    Ma, dico io, a parte che non gliel'ha ordinato il medico, serviva veder bruciare le sinagoghe, simbolo di una fede e non di un governo, per rendersi conto dell'inciviltà di questa gente?






    E quelle mani rosse di sangue di un palestinese giubilante alla finestra della sede della polizia di Ramallah? Erano rosse del sangue del cuore e degli intestini di due riservisti israeliani appena tagliati a pezzi

    E i corpi smembrati di due ragazzini dodicenni trovati in una grotta di Tekoa? si chiamavano Kobi e Yossi e stavano giocando. Linciati, smembrati e col loro sangue hanno imbrattato le pareti della grotta.



    E i pezzi di corpi di soldati israeliani legati a una corda e trascinati nella polvere delle strade di Gaza?





    E i cadaveri squartati di palestinesi considerati collaborazionisti e appesi ai pali della luce delle citta' palestinesi?
    E le esecuzioni in piazza di palestinesi mai processati?
    E la folla osannante per le strade e nelle piazze ad ogni morto ebreo?
    E la folla giubilante nelle piazze alla notizia dell'attentato alle Twin Towers?
    E i 25.000 attentati terroristici, tutti contro civili israeliani?
    E i linciaggi?
    E i bambini presi di mira dai cecchini palestinesi?
    E le stragi inventate come quella mai esistita di Jenin?
    E i bambini palestinesi pagati per andare a farsi ammazzare avvicinandosi al tiro incrociato dei soldati contro i terroristi?
    E le bandiere bruciate e i musei dell'orrore, frequentatissimi, raffiguranti la pizzeria Sbarro con tanto di pizze di polistirolo coperte di sangue e finti pezzi di corpi sparsi tutto intorno?
    Queste porcherie e centinaia di altri scempi erano forse segni di civilta'?

    Se il mondo, dopo 5 anni di obbrobri palestinesi, aveva bisogno di 17 sinagoghe bruciate per accorgersi della barbarie di questa popolazione, significa che non ha mai capito niente e chi non capisce niente e protegge gli aguzzini condannando le vittime, merita di finire in mano all'Islam, quello peggiore.

    Se il mondo, invece di farsi prendere per i fondelli dai palestinesi, avesse aiutato Israele nella lotta al terrorismo forse oggi la situazione internazionale sarebbe migliore.

    Ma chi glielo va a dire?
    Deborah Fait


    Voglio segnalare un articolo scritto da Umberto De Giovannangeli de l'Unità, dal titolo "Un silenzio pesante" pubblicato su Paceinmedioriente Per la prima volta leggo un giornalista di sinistra che riesce a guardare le cose da un punto di vista meno fazioso, anche se alla fine dell'articolo non riesce a essere completamente estraneo alla sua parte politica, significa che questo se non resterà un singulto isolato, è almeno un buon inizio.

  5. #5
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    LIBRI: «L'Eurabia è vicina» arriva in Italia il saggio di Bat Yeor e che potrebbe rivelarsi profetico
    Autore: Roberto De Mattei

    Da LIBERO dell' 8 dicembre 2006
    Tra i sogni della sinistra, ve ne è uno che rischia di diventare realtà e a cui il nome di Romano Prodi è intimamente legato. Il nome di questo sogno, Eurabia, lo ha diffuso, ma non coniato, Oriana Fallaci. In un libro pettegolo da poco apparso (Gli occhi di Oriana, Fazi), Sandro Sechi, per breve tempo segretario della scrittrice, ricorda l'ira della grande fiorentina quando i giornali italiani parlavano (...) (...) di Eurabia senza citarla. In realtà, la stessa Oriana, nel suo best-seller La forza della ragione, ricorda di dovere l'uso del termine ad un'altra donna lucida e coraggiosa come lei, conosciuta con lo pseudonimo che qui manterremo - di Bat Ye'or. Studiosa di origine egiziana, grande esperta di islam e soprattutto di dhimmitudine (il regime di sottomissione riservato dai musulmani agli infedeli), Bat Ye'or portò alla luce, nel 2002, l'esistenza di un progetto, battezzato Eurabia, per l'ambizioso obiettivo che aveva, di convergenza e di osmosi tra le due sponde del Mediterraneo. Di questo inquietante piano, Bat Ye'or ha descritto la genesi e le conseguenze in un libro di importanza capitale apparso nel 2005 negli Stati Uniti e appena tradotto in Francia, con il titolo Eurabia, l'axe euro-arabe (Jean-Cyrille Godefroy). In Italia, i diritti dell'opera sono sono stati acquisiti di recente dalla casa editrice Lindau, che ha in programma il volume all'inizio di febbraio 2007.
    Così la comunità si è venduta agli sceicchi
    L'Eurabia - spiega Bat Ye'or - rappresenta una realtà geopolitica delineatasi a partire dal 1973, dopo la guerra del Kippur e lo choc petrolifero, attraverso un sistema di alleanze informali tra i Paesi arabi del Mediterraneo e i nove Paesi della Comunità europea. Questo sistema ha avuto il suo motore in un'associazione chiamata Dialogo euroarabo (Dea), creata a Parigi nel luglio del 1974 con fini economici e politici vantaggiosi per i due partner. In cambio di lucrosi accordi finanziari, i nove Paesi della Cee accettavano le richieste degli sceicchi dell'Opec: ritiro di Israele dai territori occupati, riconoscimento dei palestinesi, presenza dell'Olp in tutte le trattative di pace. La meta più ambiziosa era però quello di una ibridazione religiosa, politica e culturale, tra Europa e mondo arabo. Il campo di collaborazione comprendeva qualsiasi settore: dall'economia alla politica, dalla cultura alla religione. Grazie al Dialogo euro-arabo, l'Olp, a partire dal 1974, ottenne uno statuto di osservatore in diverse organizzazioni internazionali, mentre la lingua e la cultura araba si diffondevano in Europa sotto l'egida di istituzioni e di Centri culturali creati ad hoc. La demografia costituiva un elemento portante di questo piano. Fin dagli anni Settanta, le politiche di immigrazione furono incluse nel progetto di fusione delle due rive del Mediterraneo in una civiltà comune. È in questa prospettiva che il Dea pianificòl'impiantazione su larga scala di collettività islamiche nel tessuto sociale europeo. Nel nome del multiculturalismo, il Dea iniziò a preparare l'avvento di un islam europeo, impermeabile ad ogni forma di integrazione per poter essere a sua volta fattore di influenza e di assimilazione. Il progetto di simbiosi demografica e culturale tra l'Europa e il mondo arabo venne quindi rilanciato dalla conferenza di Barcellona del novembre 1995, attraverso quel Partenariato euro-mediterraneo, che costituisce tuttora una delle priorità dell'Unione Europea. Sotto la duplice pressione del terrorismo e del ricatto petrolifero, afferma Bat Ye'or, il Dialogo euro-arabo è riuscito a trasformare, in trent'anni, la civiltà europea in una cultura ibrida, e senza radici, impregnata di antioccidentalismo e di giudeofobia. Il sostegno alla causa palestinese di Arafat si è accompagnato alla delegittimazione dello Stato israeliano e all'abbandono dei cristiani in Libano, Sudan, Indonesia. Si tratta di un jihad cultu rale e pacifico che ha cancellato dalla memoria storica mille anni di jihad fanatico e violento. I progetti turco-ispanici di Erdogan e Zapatero
    Se Oriana Fallaci ha suscitato riserve per il suo stile appassionato e per il suo tono profetico, Bat Ye'or argomenta senza invettive e correda di note le sue affermazioni. Tuttavia, proprio per questo rischia di essere ancora più indigesta della scrittrice italiana. Oriana può essere tollerata dai santoni del multiculturalismo perché è considerata iperbolica, e dunque poco affidabile. Bat Ye'or può essere solo rifiutata, ignorandola, come è avvenuto a lungo in Italia (qualche articolo e intervista, occorre dire, è apparso su Ideazione, Liberal, Il Foglio). Infelice fu il giorno in cui Samuel Huntington coniò la formula dello scontro di civiltà. Da allora sentiamo senza sosta ripeterci che non dobbiamo rischiare di alimentare lo scontro con tesi analoghe a quelle di Bat Ye'or. L'Occidente si è così condannato al servilismo politico e intellettuale nei confronti dell'islam. L'Europa diventa un'estensione dell'islam
    Il servilismo, come la miopia politica, è una malattia che colpisce a sinistra e a destra, in maniera equamente trasversale. Ma tra coloro che sono privi di vista e di coraggio, vi è chi sopravanza gli altri. Il nome di Romano Prodi passerà certamente alla storia per la disinvoltura con cui è stato capace di procedere lungo questo sentiero, sia nella sua veste di Presidente del Consiglio italiano sia in quella di Presidente della Commissione europea. Su sua richiesta fu redatto, nell'ottobre 2003, il Dialogo fra i popoli e la cultura nell'area europea, in cui si auspica l'abbraccio tra il mondo europeo e quello arabo secondo il progetto di Eurabia. Dopo la casa comune di Gorbaciov negli anni Ottanta, Eurabia è il nuovo edificio a cui oggi lavorano architetti come lo stesso Prodi e il premier spagnolo Zapatero, artefice a sua volta con il collega turco Erdogan, di un'ambigua Alleanza delle civiltà di cui sarà necessario riparlare. L'esito resta quello indicato da Bat Ye'or: la trasformazione dell'Europa in Eurabia, una estensione politica e culturale del mondo musulmano, anticristiana, antioccidentale, antiamericana e antisemita nella sua essenza profonda. Eurabia è divenuto uno spettro che agita i nostri sonni. L'istintiva repulsione che provoca questo termine nasce dall'accostamento tra due mondi in opposizione. Europa versus Arabia ha significato, per secoli, lo scontro tra islam e cristianesimo. Oggi significa l'opposizione tra una società libera ed economicamente sviluppata e una società oppressa nei costumi e arretrata nell'economia. L'osmosi è contro natura . Eurabia significa in realtà l'islam in Europa, con le sue leggi, le sue istituzioni, le sue consuetudini. Significa un'Europa che rinchiude non solo la propria fede, ma la propria cultura e la propria storia nei confini della dhimmitudine, la condizione di subalternità in cui vivono i cristiani e gli ebrei nelle terre musulmane. La cultura della dhimmitudine è la cultura di chi si arrende, per non urtare la suscettibilità del futuro padrone, che ricambia questo atteggiamento di viltà con un radicale disprezzo.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio

    IL LIBRO


    Da oltre trent’anni l’Europa «pianifica» con i paesi della Lega Araba la fusione delle due sponde del Mediterraneo in un nuovo, mostruoso agglomerato che Bat Ye’or ha suggestivamente denominato «Eurabia» (un’espressione subito fatta propria da Oriana Fallaci).

    Da oltre trent’anni l’Europa «pianifica»................

    sì, l'europa degli illuminati e della finanza apolide,
    non certo quella dei popoli.............


 

 

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