
Originariamente Scritto da
Richard Gecko
questo articolo vecchio quasi di un anno è illuminante
Più libertà e meno Stato fanno vincere la destra Usa
Scritto da Stefano Magni - Oggettivista sabato 28 ottobre 2006

Una battaglia per conquistare il cuore e la mente dei Repubblicani: questa è l’idea lanciata dalla rivista oggettivista “The New Individualist” e dal think tank libertario “Cato Institute” per rivitalizzare l’ideale individualista della destra americana in vista delle prossime elezioni di medio termine. Come fanno notare sia David Boaz del “Cato Institute” che Edward Hudgins del “The New Individualist”, il Partito Repubblicano ha vissuto il suo momento di gloria quando predicava valori individualistici: governo ridotto al minimo, riduzione delle tasse, libertà individuale e federalismo.
Mentre ha sempre registrato insuccessi nel momento in cui ha abbandonato questi valori per sposare una linea d’azione pragmatica o conservatrice cristiana. Edward Hudgins ricorda quali erano i tre pilastri del programma di Berry Goldwater per le elezioni del 1964: “Primo: ogni persona ha il diritto di governare se stessa, di stabilire i suoi obiettivi e di determinare il suo destino riducendo al minimo l’interferenza del governo. Secondo: il dovere del governo è di rafforzare e difendere la libertà, incoraggiando ciascun individuo a sviluppare al meglio i poteri mentali e fisici che Dio gli ha donato. Terzo: nella nostra Repubblica, il governo federale deve poter agire solo nei campi concessigli dalla Costituzione e solo per rispondere a necessità a cui gli individui o i governi locali non possono adeguatamente far fronte”.
Goldwater perse le elezioni, ma il suo pensiero si diffuse e fu alla base della vittoria di Ronald Reagan. Fu grazie a questi principi che il Partito Repubblicano raggiunse il massimo dei consensi: “Nel Partito Repubblicano è radicata da molto tempo e in modo irrinunciabile la convinzione che il governo debba diffondere un clima di massima libertà individuale” – si leggeva nella piattaforma elettorale di Reagan nel 1980 – “Gli americani, sia individualmente che attraverso associazioni spontanee, possono prendere le decisioni giuste per promuovere il benessere personale e generale, se liberati dal peso di un invadente governo centrale”. Il Partito Repubblicano vinse sino al 1992, quando fu battuto dall’elezione di Bill Clinton dopo quattro anni di amministrazione Bush (padre).
I motivi della sconfitta furono chiari sin da subito: la delusione per un presidente che promise di non alzare le tasse, ma che invece aumentò il peso dello Stato. I Repubblicani tornarono a vincere solo dopo che la componente individualista al loro interno, capitanata da Newt Gingrich, ebbe stipulato un “Contratto con l’america” che riprendeva e rilanciava tutti i temi e i valori del programma di Reagan. E Bush (figlio) vinse di poco le elezioni del 2000, solo perché fece suoi alcuni dei pilastri della politica reaganiana: riforma della previdenza, taglio delle tasse ed ecologia di mercato. Tuttavia, come denuncia il giornalista Robert James Bidinotto, dalle colonne di “The New Individualist”, i Repubblicani non hanno capito a fondo la lezione della storia. Lo stesso George W. Bush, già prima delle elezioni del 2000, scriveva che: “Troppo spesso, il mio partito ha confuso l’esigenza di ridurre lo statalismo con il rigetto dello Stato”. E definì distruttivo il concetto che “se il governo si ritira dalla nostra vita, saranno risolti tutti i problemi”. Questi aspetti statalisti dell’amministrazione Bush emersero solo nel tempo, durante la sua amministrazione e furono sempre eclissati dalla necessità di combattere la guerra contro il terrorismo islamista, ma provocarono ugualmente un calo di consensi. David Boaz, dalle colonne della “National Review”, fa notare che: “Secondo le ricerche che abbiamo condotto, circa il 15% degli americani condividono ideali libertari. (…) La nostra analisi mostra che nel 2004 il voto libertario per Bush è calato dal 72 al 59%, mentre il voto libertario per il candidato democratico è praticamente raddoppiato”.
Secondo Edward Hudgins, la trasformazione interna al Partito Repubblicano è stata molto profonda. Il direttore di The New Individualist, individua quattro fazioni principali all’interno del Grand Old Party: i tradizionalisti, gli individualisti, i conservatori sociali e i neoconservatori. Il programma di Goldwater e di Reagan fu reso possibile solo dall’egemonia mantenuta da un’alleanza di individualisti e tradizionalisti. I primi, infatti, sono convinti che il valore centrale sia la libertà individuale in tutti i campi, mentre i secondi sono contrari all’espansione del governo per paura che quest’ultimo vada ad intaccare le strutture tradizionali della società, famiglia per prima. Con Bush jr., questa coalizione tradizionalista-individualista è finita in minoranza, lasciando l’egemonia a neoconservatori e conservatori sociali, entrambi convinti del ruolo centrale dello Stato nella società. I neoconservatori, essendo tutti ex liberal, hanno conservato una mentalità da scienziati sociali: lo Stato può intervenire attivamente per risolvere problemi economici e sociali. I conservatori sociali sono fermi sostenitori dell’intervento dello Stato in campo etico, per difendere la morale tradizionale. Finché vi sono state emergenze esterne da affrontare, come nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre, i Repubblicani hanno sorvolato sulle loro differenze e sono rimasti compatti.
Ma dopo la Guerra in Iraq il contrasto tra l’ala statalista e quella anti-statalista si è nuovamente riacceso. Sono tanti e diversi i suggerimenti che gli opinion maker danno alla classe dirigente repubblicana per permettere al Grand Old Party di riconquistare la sua popolarità. Ryan Sager, autore del recentissimo saggio “The Elephant in the Room” sulla battaglia per il controllo del Partito Repubblicano, suggerisce una nuova strategia “fusionista”: “C’è una via per la riconciliazione: una via che sappia rivitalizzare l’antica fusione di libertà e tradizione, libertà e responsabilità, governo limitato e governo forte”. Il più disilluso libertario David Boaz, ma soprattutto gli oggettivisti Hudgins e Bidinotto, sono convinti che queste proposte di fusione siano solo retorica. La realtà è un’altra: il Partito Repubblicano potrà decollare di nuovo solo se abbraccerà ancora i valori della libertà individuale e relegherà in secondo piano il conservatorismo sociale, così come è sempre avvenuto in passato. David Boaz suggerisce di adottare la strategia democratica della “triangolazione”: catturare il consenso degli indecisi adottando alcune proposte dell’avversario, considerando che una buona percentuale di americani è “conservatrice quando si parla di tasse e progressista quando è in gioco la libertà personale”.
Edward Hudgins va oltre e suggerisce un rinnovamento culturale completo per trasformare la destra americana in un vero partito individualista: “La Nazione americana si fonda sulla premessa etica dell’auto-realizzazione dell’individuo. Il che vuol dire: il diritto degli individui di vivere a modo loro. Questo principio etico è alla base del nostro sistema economico capitalista, nonché del nostro sistema politico caratterizzato dal rispetto dei diritti individuali e da un governo limitato. E questo è il principio morale che i migliori repubblicani devono comprendere, accettare e articolare in modo chiaro e sincero, se il Partito Repubblicano vuole ancora avere un futuro (…) Essi devono comprendere che le loro battaglie contro i conservatori sociali e i neoconservatori non sono semplicemente delle schermaglie politiche, ma sono uno scontro morale per vincere il cuore e la mente del partito politico che fu fondato per difendere i diritti individuali di tutti gli Americani”. Questo vale anche per noi italiani? Il dibattito sul futuro della nostra coalizione di centro-destra è appena incominciato. Spesso gli Stati Uniti ci hanno semplicemente preceduti di qualche decennio.