Come Comprarsi Un Paese In Un Momento Di Debolezza
L'Iraq ripeterà gli errori della Russia con il petrolio?
di Greg Muttitt, PLATFORM
Sabah al-Jadid, ottobre 2006
La settimana scorsa il ministro iracheno del Petrolio, Hussein Shahristani, ha annunciato che intende firmare contratti per la produzione di petrolio con società straniere entro la fine del prossimo anno. Da sottolineare il fatto che l'annuncio è stato fatto in Australia - come la maggior parte delle affermazioni di rilievo sulla politica petrolifera irachena, è stato diretto ad orecchie non irachene.
Lo stesso si può dire della conferma sulla forma di tali contratti fatta il mese scorso. Intervenendo alla conferenza dell'International Compact for Iraq, una riunione di donatori internazionali ad Abu Dhabi, il vice Primo Ministro Barham Salih, che presiede il comitato che sta redigendo una nuova legge sul petrolio, ha annunciato che saranno utilizzati i production sharing agreement-(accordi di produzione congiunta - PSA) -
il tipo di contratto caldeggiato dalle stesse compagnie petrolifere.
Giusto per collocare i commenti di Salih nel loro contesto, il rappresentante del governo Usa presente ai colloqui ha minacciato che qualsiasi tipo di assistenza economica futura all'Iraq sarà condizionata dalle riforme economiche - prima fra tutte l'approvazione di una legge sul petrolio che sia accettabile.
Ma quest'annuncio è stato fatto con un tempismo che non promette bene. Solo una settimana dopo, esattamente il medesimo impianto legale è stato di nuovo attaccato in Russia per il cattivo affare che ha fatto fare allo Stato.
Si è accesa una disputa quando il governo russo ha annunciato che stava sospendendo una licenza ambientale per il progetto petrolio e gas Sakhalin-2, attualmente in costruzione.
Un consorzio guidato dal gigante petrolifero europeo Shell, insieme a due società giapponesi, sta sviluppando il progetto, sull'isola di Sakhalin nell'estrema Russia orientale. Anche se il progetto Sakhalin-2 soffre effettivamente di gravi problemi ambientali, la maggior parte degli analisti pensava che la motivazione reale della Russia fosse la modifica delle condizioni economiche sfavorevoli.
Come ha commentato Jarmo Kotilaine, un esperto russo della società di consulenza Control Risks, "In Russia, le verifiche ambientali spesso hanno una motivazione politica. Quello che vuole il governo russo - rinegoziare il PSA". Gli ha fatto eco Adam Landes, un analista di petrolio e gas della Renaissance Capital di Mosca, che ha detto: "Sembra un metodo brutale di rinegoziare accordi precedenti che erano veramente umilianti per la Russia."
Il contratto Sakhalin-2 è stato firmato nel 1994, mentre la Russia stava vivendo una fase di rapida liberalizzazione economica, in seguito al collasso dell'Unione Sovietica.
Da allora, il contratto è stato criticato per le condizioni economiche che prevedeva. Nel gennaio 2005, l'autorità russa di controllo ammonì che "Siamo arrivati alla conclusione che le condizioni PSA per Sakhalin-2 sono decisamente non vantaggiose per la Russia."
In effetti, le condizioni erano talmente sfavorevoli che l'influente economista specializzato in questioni energetiche Ian Rutledge lo ha definito "un accordo di produzione non congiunta".
Ma è nel luglio del 2005, quando i costi del progetto sono quasi raddoppiati da 12 miliardi di dollari Usa a 22 miliardi, che la controversia è diventata seria.
Il PSA di Sakhalin-2 ? strutturato in modo tale che lo Stato russo non incassa nulla (a parte una piccola royalty) fino a quando non sono stati detratti sia i costi sia un determinato profitto per la Shell. Il risultato è che i profitti della Shell sono garantiti, mentre lo Stato nella realtà si accolla tutti i rischi collegati ai maggiori costi.
Per ironia della sorte, due delle argomentazioni chiave di solito usate a favore dello sfruttamento del petrolio da parte di compagnie straniere, sono che esso riduce i rischi a carico dello Stato e che solo le multinazionali dispongono delle capacità per gestire grandi progetti - cosa di cui non si è dimostrata all'altezza la Shell, sia per lo sforamento dei costi sia per il danno ambientale.
Comunque, nonostante tutti questi problemi con il contratto, la Russia non ha il diritto di revocarlo, modificarlo o rinegoziarlo. Ciò che è peggio, il contratto in realtà ha una durata illimitata, con un periodo iniziale di 25 anni, seguito da un diritto per la società di rinnovarlo (nessun consenso è richiesto allo Stato russo) per periodi ulteriori di 5 anni all'infinito
.
E' per queste ragioni che la Russia è stata costretta a revocare la licenza ambientale, nell'obiettivo di fermare il progetto.
La Russia ha firmato solo tre production sharing agreement, tutti dai primi alla metà degli anni '90. Tutti e tre erano controversi e da allora non ne sono stati più firmati. In effetti, anche gli altri due sono stati messi sotto osservazione a seguito della controversia su Sakhalin-2.
Le analogie con l'Iraq sono impressionanti.Tutti e tre i contratti PSA russi sono stati firmati mentre il Paese era in una posizione debole e stava attraversando un rapido cambiamento. Solo dopo è diventato chiaro a che cosa aveva rinunciato il Paese.
Ma la Russia non è l'unico Paese che sta riconsiderando le condizioni degli investimenti stranieri. La Bolivia è famosa per aver nazionalizzato la produzione di gas all'inizio di quest'anno. L'Algeria e l'Indonesia hanno entrambe rivisto le condizioni dei futuri contratti petroliferi, e il Venezuela lo ha fatto per i contratti esistenti.
Quindi l'Iraq - nonostante sia uno dei Paesi fondatori dell'OPEC, e un Paese leader nell'aver preso il controllo nazionale della propria industria petrolifera con la legge 80 del 1961 - pare oggi andare controtendenza in ambito internazionale.
Allora, perchè l'Iraq perseguirebbe questa politica?
Un indizio sta nel fatto che sia l'annuncio del vice Primo Ministro sulla scelta di utilizzare i PSA sia l'affermazione del Ministro del Petrolio secondo cui essi potrebbero essere firmati entro la fine del prossimo anno, sono stati fatti a un pubblico straniero, non in Iraq. Sembra che a guidare la politica petrolifera irachena siano interessi esterni.
Durante la stesura della legge sul petrolio negli ultimi cinque mesi, ci sono state tre consultazioni e a nessuna di queste hanno preso parte iracheni.
La bozza di legge è stata presentata in luglio al governo Usa e alle multinazionali petrolifere per eventuali commenti. Il mese scorso, il Fondo Monetario Internazionale si è unito alla lista, esaminando la bozza di legge sul petrolio nell'ambito della sua revisione trimestrale sul rispetto delle sue condizioni economiche da parte del governo iracheno.
Ma gli iracheni non sono stati consultati, e nemmeno il parlamento iracheno. Addirittura, ai gruppi della società civile e ai parlamentari che hanno chiesto di vedere la bozza di legge, è stato risposto che non esiste. Invece essa sarà presentata al Parlamento in dicembre, per essere approvata come fatto compiuto (secondo le intenzioni del governo).
La Russia si è resa conto degli errori commessi con la firma dei contratti PSA solo quando era troppo tardi. Resta da vedere se l'Iraq seguirà il medesimo percorso.
(Traduzione di Luisa Bordiga per Osservatorio Iraq)