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    Predefinito La Sinistra si prepara a scaricare Prodi

    E Santagata: «Romano si candida»
    Rutelli: subito il leader del Pd
    «Voto deludente. Sugli statali si poteva firmare prima». Il ministro prodiano: il Professore o corre o fa il nonno

    da Il Corriere della Sera

    ROMA - Cercasi leader disperatamente. Ora anche Francesco Rutelli cambia passo, propone di eleggere il 14 ottobre non solo la Costituente ma anche il capo del Pd e, dopo aver denunciato il deficit di «decisione» e «qualità di comunicazione» che ha paralizzato l'azione di Prodi, imprime una «vigorosa accelerazione» all'unità dei riformisti. «Guardo con favore alla sollecitazione di Dario Franceschini» fa sua la road map del capogruppo dell'Ulivo. Un'accelerazione che ha il via libera dei deputati ds e dl e che potrebbe costringere Prodi a raccogliere il guanto di sfida. «Se si fanno le primarie — svela la tentazione del premier Giulio Santagata — Prodi correrà. O sta a casa a fare il nonno o si candida». Quasi un processo al governo, quello che Rutelli interpreta davanti alla Direzione del suo partito. Una lunga e severa relazione che prende le mosse dalla lettura impietosa di un risultato «insoddisfacente» per il Pd, soprattutto al Nord. Quanti errori ha inanellato l'esecutivo... Un mese e più a discutere del «tesoretto», elenca Rutelli, troppi temi aperti e troppi «ripensamenti», una Finanziaria che è stata «comunicata e percepita in maniera confusa», e poi, errore capitale, la firma a urne ormai chiuse del contratto con gli statali. E ora bisogna riflettere. L'astensione? «Clamoroso il differenziale di circa 15 punti tra partecipazione al voto nelle Province e quello nei Comuni».

    L'antipolitica? «Il governo non deve cavalcarne l'onda, ma deve governare bene». La priorità è tagliare l'Ici. «Il governo batta un colpo, dando un primo segnale di riduzione della pressione fiscale», scrive al primo punto della sua agenda programmatica. L'analisi del voto spacca l'Unione, mette gli uni contro gli altri, lacera il già fragile tessuto della coalizione di Prodi. La sinistra se la prende col Pd, Mastella e Boselli vogliono fare il «tagliando» al governo, Diliberto vuole un vertice o non voterà il Dpef, Mussi parla di «débacle»... Dalla Margherita, Franceschini chiede a Prodi «più coraggio» e Antonello Soro sogna un esecutivo «collegiale e coeso». Ma è la Quercia il partito più scosso. «Un voto che sarebbe errato sottovalutare e che sollecita il governo a uno scatto sulle riforme» scandisce il segretario, presenti D'Alema e Veltroni. Il sindaco dirà la sua solo stasera, al vertice del Pd: «Il risultato deve essere affrontato con serietà e realismo. Ci vuole una riflessione molto seria, che va fatta collettivamente». E quando Fassino riunisce i segretari regionali Ds dà sfogo alla sua irritazione. «L'avevo detto che serviva un cambio di passo, non mi hanno ascoltato...».

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    Rutelli dà il benservito a Prodi «Serve una nuova leadership»

    di Laura Cesaretti da Il Giornale

    Resa dei conti dopo la sconfitta. Santagata: «Ds e Dl vogliono le primarie a ottobre? Romano parteciperà»

    La linea di Prodi. all’indomani della batosta, è chiara: «Era un risultato assolutamente atteso», e nessuno provi ad usarlo contro di lui: «Ho fatto un programma per 5 anni, e il raccolto si farà alla fine», non un minuto prima. Intanto Francesco Rutelli, che nei momenti di crisi è capace di muoversi più in fretta degli altri capi dell’assai intronato centrosinistra post-débâcle elettorale, si posiziona rapidamente come l’acceleratore numero uno dentro il Partito democratico. Nella direzione della Margherita convocata ad urne ancora aperte, ieri ha criticato senza giri di parole l’operato del governo, rinfacciando al premier le mancate scelte che lui era stato il primo a sollecitare (la riduzione dell’Ici in primis, ma anche la tentennante gestione del contratto agli statali che «poteva essere chiuso prima»). E detta l’agenda di una nuova linea «riformista» che il governo dovrebbe imporre: subito il sì alla Tav, subito misure incisive per la «sicurezza» e la «certezza del diritto». Prodi finisce sul banco degli imputati per un risultato elettorale che se per l’Ulivo è stato «molto deludente» non ha certo «premiato» la sinistra radicale. «Le difficoltà del governo riguardano la capacità di decisione e la qualità della comunicazione», la gestione della Finanziaria è stata «non brillante» e «confusa», e nei mesi «sono stati aperti troppi temi, spesso troppo a lungo e con troppi ripensamenti». «Non siamo riusciti a dare un messaggio positivo» neppure sul famoso tesoretto, che pure poteva essere una leva di consenso.
    Ma è sulla questione della leadership del Partito democratico che la relazione di Rutelli ha fatto drizzare le orecchie sia dentro il suo partito che nei Ds e a Palazzo Chigi: il vicepremier ha spiegato di guardare «con favore alla sollecitazione di Franceschini per accelerare i tempi» della scelta. «Serve una leadership piena, che non sia tanto il frutto di un’intesa tra i gruppi dirigenti dei partiti», ha affermato. Indicando un percorso che sembra quello dell’elezione diretta del capo del partito, da abbinare alle elezioni di ottobre per l’Assemblea costituente del Pd.
    Un percorso che naturalmente può prevedere più candidati in lizza, come spiegano i rutelliani: «Prima occorre indicare i traguardi e la mission che si vuol dare il nuovo partito, e poi su quella base si sceglierà il leader più adatto a portarli avanti». E più d’uno, nella Margherita, ne ha tratto la conclusione che «Rutelli è pronto a giocarsi questa partita» e, se le condizioni saranno favorevoli, a candidarsi in prima persona, costruendosi «un profilo da Sarkozy italiano» capace di contrastare l’assalto dell’ala sinistra dell’Unione, suggerisce qualcuno. Contando sul fatto che i Ds sono paralizzati dai veti incrociati interni, e che Walter Veltroni non è pronto a spendersi in questa fase.
    Naturalmente, Rutelli ha tenuto a precisare che Prodi (notoriamente contrarissimo a un’accelerazione sulla scelta del leader) non deve sentirsi messo in discussione né commissariato: ma dopo la dura sconfitta nelle urne, anche il premier deve prendere atto che «ora più che mai, c’è bisogno di un Partito democratico capace di giocare a tutto campo per dare le risposte alle sfide di questa stagione politica». Franceschini, che aspira anche lui a concorrere alla guida del Pd, si dice «soddisfatto» e assicura che il partito andrà «compatto» su questa linea al confronto con i Ds e con Prodi, il quale peraltro sembra pronto a raccogliere la sfida. Ieri sera, a Ballarò, il fido Giulio Santagata ha lanciato un messaggio chiaro: «Vogliamo fare le primarie per leadership del Pd? Prodi correrà. Se decidiamo di anticipare di 4 anni la questione della leadership per salvaguardare la natura del Partito democratico Prodi ha due possibilità davanti: o va a casa a fare il nonno o si candida alle primarie e cerca di vincerle».

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    Anche Veltroni prende le distanze e ora si prepara a entrare in scena
    da Il Giornale
    Cresce il malumore tra i Ds: non si fa un partito senza guida. Oggi riunione del Comitato del Pd

    Facce scure al Botteghino. Gli occhi scrutano gli occhi, cercando di leggervi dentro ciò che le lingue non dicono. La sensazione è quella di trovarsi nel bel mezzo di una palude: indietro non si può tornare, fermi non si può restare, in compenso ogni passo promette sabbie mobili. Il Partito democratico non è ancora nato, ma già è stato «suonato». I dirigenti della Quercia in liquidazione si guardano, nell’ufficio di presidenza post-elettorale, ma i giochi di ciascuno dei «big» passano sotto il tavolo e lontano da quelle stanze. La «battuta d’arresto» del Pd era attesa, anche se non di queste proporzioni al Nord. Il dato più preoccupante sta infatti nella «questione settentrionale», e nei distacchi subiti dal centrodestra nelle città perdute. Evidente che il popolo di una volta non c’è più, e quello nuovo non risponde.
    Sui giornali della mattina il segretario Piero Fassino ha già fatto trapelare la propria «insoddisfazione». Il leader cerca di mettere le mani avanti e di piegare la sconfitta alle logiche di bottega. Il voto è «un campanello d’allarme per il governo» («Una campana», preciserà il rifondatore Franco Giordano), e quindi «ora serve uno scatto». L’analisi del leader ds viene definita «senza sconti», basata sul dato incontestabile che «l’elettorato è insoddisfatto di come stiamo governando». «Non si discute l’equilibrio del governo ma occorre assumere iniziative concrete», riassumerà Giorgio Tonini. Se il ceto produttivo del Nord non è stato insensibile al grido di dolore di Montezemolo, sostiene Fassino, «il Paese chiede una politica che decida». Basta con il «balletto sul tesoretto», basta con le mille questioni paralizzate da veti incrociati. «Si ridiscuta anche la politica fiscale», azzarda Nicola Latorre.
    Mai come adesso è alle corde la scelta di puntare tutto sullo stellone di Prodi.
    Walter Veltroni prende il toro per le corna: «È un risultato che merita una riflessione molto seria, molto approfondita e molto realistica. Penso però che sia giusto farle nella sede che abbiamo deciso, e cioè nella riunione del coordinamento dell’Ulivo...». La tesi era già stata avanzata dopo la nomina del Comitatone (i promotori del Pd si vedranno stasera), e sottintende una specie di «commissariamento» del premier imbolsito. Una leadership che affianchi e rivitalizzi quella di Prodi. I dirigenti vicini al sindaco di Roma osservano che «l’assemblea costituente dovrà indicare un leader che guidi il partito affiancandosi a Prodi fino alla fine della legislatura, quando si porrà il problema di indicare anche il candidato premier. Non si può costruire questo partito senza una guida. Essendo Prodi impegnato al governo, serve una leadership che dia voce al nuovo partito».
    Si è tutti sulla stessa barca, e la sconfitta di Prodi e del Pd sono «battute d’arresto di tutta la coalizione», sostengono i diesse. Guai a dare spazio, adesso, al «ve l’avevo detto» che arriva dagli ex compagni della Sinistra democratica. Le amministrative «sono state una débâcle per il Pd che ha perso dai 5 ai 25 punti rispetto alle Politiche», ricorda invece impietosamente il leader di Sd, Fabio Mussi. Che sottolinea come siano andati meglio i candidati «con un chiaro profilo di sinistra». Al Nord «la botta è dura»: se essa si rivolge al governo che ora «dovrà dare chiari segnali sul lavoro, bassi salari, disagio sociale e innovazione», non si può sfuggire alla «crisi della rappresentanza: quando i partiti evaporano e diventano generici contenitori, la gente non si riconosce più». Ma se la gente del Nord non riconosce più il Botteghino, neppure il Botteghino pare conoscere i connotati del proprio elettore. Incomunicabilità nei due sensi, a suo modo perfetta.

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    L'Unione accerchia Prodi

    da La Stampa

    Dopo la sconfitta, affondo di Rutelli: subito il leader del Pd. I Ds: cambio di passo. Il premier pronto a correre per le primarie

    di AMEDEO LA MATTINA

    Ds e Margherita in rotta di collisione con Prodi. Il premier non minimizza i risultati della Amministrative ma neanche ne fa un dramma. Gli alleati invece si sono presi una grande paura. «Sarebbe sbagliato - ha spiegato Piero Fassino al comitato politico della Quercia - sottovalutare il voto. Il governo e il centrosinistra sono sollecitati a uno scatto. E’ necessario rispondere alle attese di modernizzazione e riforme». Ma Ds e Margherita hanno un problema in più che si chiama Partito Democratico che rischia di essere risucchiato negativamente dall’immagine del premier e dai contrasti della coalizione che al Nord è stata umiliata. «Sottovalutare il messaggio che viene da questa parte del Paese sarebbe un grave errore», annota Dario Franceschini che rilancia con forza la necessità di una leadership nuova e forte del Pd in coincidenza con l’elezione dell’Assemblea costituente d’ottobre. Prodi considera questa idea una sua deminutio e un ulteriore indebolimento dell’esecutivo. Stasera, alla riunione del Comitato dei 45 si discuterà anche di questo e di come reagire alla batosta elettorale.

    Il punto centrale tuttavia rimane l’azione del governo, perché da questa passa il vero recupero di consenso. Francesco Rutelli è stato il più esplicito e il più critico. Chiedendo di eleggere già a ottobre il leader del Pd: «Serve una leadership piena che non sia il frutto di un’intesa tra i gruppi dirigenti dei partiti fondatori». Attaccando il ritardo di certe decisioni, a cominciare dall’Ici: «E’ sacrosanta l’indicazione di destinare l’extra-gettito nella direzione degli armonizzatori sociali e alle pensioni più basse, ma è altrettanto importante che il governo batta un colpo dando un primo segnale di riduzione della pressione fiscale. Ecco perché sosteniamo l’intervento sulla casa che tocca i ceti medio-bassi e che è subito percepita dalle famiglie». Per Rutelli poi è stato «un errore» chiudere il contratto degli statali a urne chiuse: «Da tempo avevamo chiesto di risolvere questa controversia prima delle elezioni». Le sue accuse hanno un chiaro indirizzo: Prodi e Padoa-Schioppa.

    Decidere e comunicare, cambiare passo, «altrimenti ne prenderemo atto», spiega minaccioso il deputato veneto della Margherita Fistarol. «Tra qualche settimana avremo le partite Iva del Nord - aggiunge Fistarol - inferocite per l’adeguamento degli studi di settore. Ecco, dalle mie parti non capiscono perché devono pagare più tasse se poi a Roma litighiamo sul tesoretto». Insomma i due alleati maggiori di Prodi non ci stanno ad aspettare la fine della legislatura, come ha detto ieri il premier, per fare un bilancio dell’azione del governo. Per Ds e Margherita se il toro non viene preso subito per le corna, travolgerà tutti e tutto. Anche il Partito democratico le cui sorti Fassino e Rutelli vogliono distinguere da quelle dell’esecutivo. Nei vertici della Quercia e dei Dl si è acceso l’allarme rosso: per questo non è più possibile aspettare il 2008 per avere alla guida del Pd un leader saldo in sella. «Scegliere subito il leader del Pd è ormai l’orientamento prevalente», osserva Antonello Soro. Alla stessa conclusione sono arrivati i big Ds. Veltroni, Bersani e D’Alema non hanno dubbi, più prudente invece Fassino: non è convinto dell’opportunità di aprire ora un dibattito sulla guida del Pd.

    Resiste a questa ipotesi Prodi che vede come fumo negli occhi lo sdoppiamento della leadership del partito da quello della premiership. «Credo - spiega sempre Soro - che siamo maturi i tempi per una coabitazione tra leader del partito e leader del governo. La situazione delicata ce lo impone». Nomi non ne sono stati fatti alle riunioni dei Ds e dei Dl dove è chiara l’idea che il leader del Pd non sarà il candidato a Palazzo Chigi. Questo dovrà essere deciso nel 2010, un anno prima delle elezioni politiche, sempre che a quella data il governo Prodi arrivi. Sì, perché a margine degli incontri di ieri non veniva esclusa l’ipotesi di una crisi di governo. «Anche perché - diceva un ministro della Margherita - Prodi purtroppo è molto, molto debole». C’è un punto su cui i due partiti non sono d’accordo. La Margherita vorrebbe che il segretario venga scelto con delle vere e proprie primarie, mentre la Quercia sostiene che questo indebolirebbe troppo Prodi e propone di far eleggere il leader dai delegati dell’assemblea costituente. Ma di fare presto ormai parlano tutti, anche il nuovo arrivato Marco Follini: «A questo punto l’accelerazione sul Pd ci sta tutta».

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    Tragicomica intervista del Sig.Prodi a Repubblica...

    Il premier e il verdetto delle urne: "Non lo nego, speravo meglio nelle città del Nord,invece è aumentato il divario con la destra nelle zone dove già eravamo in minoranza"

    "La mia cura è quella giusta basta liti o me ne vado"

    Prodi avvisa gli alleati. "E sul Pd si fa come dico io"

    di MASSIMO GIANNINI da La Repubblica

    "La mia cura è quella giusta<br>basta liti o me ne vado"

    ROMA - "Il risultato del voto? Certo che non mi è piaciuto. E certo che mi preoccupa il calo di consensi nel Nord. Ma sa che le dico? Questo Paese era ed è ancora malato. Io gli ho fatto una bella operazione chirurgica. E non ho mai visto un malato che, dopo l'operazione, si mette a correre e ti dice "come godo". Quindi io vado avanti, perché sono sicuro che la terapia è quella giusta. E se c'è qualcuno che ne ha un'altra, si accomodi pure...". Chiuso nella sua "trincea" di Palazzo Chigi, seduto in maniche di camicia al tavolo di lavoro, Romano Prodi è un concentrato di rabbia e di orgoglio. Il giorno dopo la batosta delle amministrative il premier, insieme al fumo del solito toscano, sbuffa tutta la sua insofferenza. Avverte gli alleati: "Più coesione, o avanti un altro". E lancia un durissimo altolà sul Partito democratico: "D'ora in poi cambia la musica. Si fa come dico io, prendere o lasciare".

    Presidente Prodi, lei ha perso le amministrative. Si immaginava questa Caporetto, oltre la linea del Po?
    "Mi aspettavo un risultato un po' peggiore al Centro-Sud, ma non lo nego, speravo che saremmo andati meglio al Nord. Invece, nelle zone in cui il centrosinistra era già in minoranza alle ultime elezioni politiche, il nostro divario rispetto al centrodestra è ulteriormente aumentato".

    E come se lo spiega? I problemi di comunicazione, ormai, non nascondo anche un problema politico?
    "Non c'è dubbio. Cosa si rimprovera al governo? Che non ha saputo spiegare bene le cose che ha fatto e quelle che voleva fare, giusto? E allora io le dico: come si fa a dare un'immagine di buongoverno, quando i ministri e gli alleati della tua maggioranza sono i primi a smontare i provvedimenti che prendi? Ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo annunci, e c'è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare, per aumentare la visibilità sua e quella del suo partito. Basta che il mio portavoce parli a nome di tutti, e cinque minuti dopo c'è sempre qualcuno che parla a nome proprio. Quando questo accade, neanche Leonardo da Vinci o Niccolò Machiavelli possono risolvere il problema".

    È un atto d'accusa senza appello ai suoi alleati.
    "È la constatazione dei fatti. Il "panino" dei tg è il simbolo di questo pessimo andazzo: se dissenti ci sei dentro, se no sei fuori. Ma io voglio avvertire tutti: un governo non va lontano, e non raccoglie consensi, se i primi a non riconoscere le sue iniziative e i suoi meriti sono quelli che ne fanno parte. Più si dissente, più si confonde e si delude l'elettorato".

    Non tocca a lei mettere in riga i dissidenti?
    "Io non ci posso fare molto. Non possiedo né giornali né tv. La legge elettorale è quella che è. Ma così non si può andare avanti. Non si può accettare che ogni misura venga infilzata dalla tua maggioranza, a volte ancora prima che abbia visto la luce".

    Come si esce da questo vicolo cieco? Come si risponde in positivo, per esempio alla questione settentrionale?
    "Sul piano politico, serve più coesione tra di noi. Dopo un anno di governo mi aspettavo meno litigiosità, e più senso di una missione comune. Sul piano delle cose da fare, c'è un modo sano e un modo insano per fronteggiare l'emergenza. Il modo insano è cavalcare tutti i malesseri, inseguire tutte le proteste, soddisfare tutte le richieste. Il modo sano è continuare a risanare il Paese, per garantirgli un futuro di stabilità e di sviluppo. Per riportarlo ad essere competitivo con gli altri grandi paesi europei. Io non ho dubbi su quale sia la scelta da fare".

    Ma se la gente non condivide, lei rischia di fare come diceva Brecht: "il popolo ha chiesto al comitato centrale di cambiare le sue decisioni, il comitato centrale ha deciso di cambiare popolo"...
    "Ho il massimo rispetto delle scelte degli elettori. In questo voto ci sono elementi che devono spingerci a una riflessione seria. Ma una cosa deve esser chiara. Io non ho nulla da perdere, ho messo a disposizione del Paese le mie esperienze, e ho già annunciato che alla fine della legislatura lascerò. Ma voglio governare cinque anni. E voglio lasciare a chi verrà dopo di me un Paese migliore".

    E i risultati dell'altro ieri, al primo anno di legislatura, le sembrano un buon viatico?
    "Non si governa sull'oggi, non si governa sulle emozioni. Ho piantato una vite che deve dare i suoi frutti. C'è bisogno di tempo. Se qualcuno vuole seminare un po' d'erba e poi falciarla subito, faccia pure. Io non ho vinto le primarie e poi le elezioni del 2006 per fare una politica di corto respiro. Sapevamo fin dall'inizio qual era la nostra missione: riportare il deficit sotto il 3%, quando l'abbiamo trovato al 4,4%, e ricominciare a ridurre il debito. Garantire al Paese il risanamento, per rimetterlo nel frattempo sul sentiero della crescita".

    Le faccio un esempio: vi siete accorti troppo tardi dell'emergenza sicurezza. L'indulto non vi ha penalizzato, proprio al Nord?
    "L'indulto è l'unico provvedimento che mi sento rimproverare spesso, anche se non ha affatto prodotto gli sfaceli che gli vengono attribuiti. Io ci ho pensato giorno e notte, prima di firmarlo. Le carceri scoppiavano. Papa Wojtyla, alle Camere riunite, aveva chiesto molto di più: amnistia e indulto. Mi ricordo bene quel giorno: tutti i parlamentari in piedi, ad applaudire il Pontefice. Poi, quando ho varato l'indulto, si sono seduti tutti, e parecchi sono scappati. Non è un comportamento responsabile. Io non cerco la popolarità per seguire il senso comune. Non mi adagio sui vizi del Paese. Il mio dovere è cercare di guarirli, con serietà e rigore".

    Un altro esempio: firmare il contratto degli statali qualche giorno prima non vi avrebbe aiutato?
    "Sì, ho sentito anche questa. Dunque mi si rimprovera di non aver fatto il furbo? Non ci sto. Io non mi gioco lo stipendio degli statali per un interesse elettorale. La politica a breve termine non mi appartiene. Certo, sarebbe molto più facile: ma se l'avessi adottata nel '96 avrei portato il Paese alla bancarotta. E invece l'ho portato nell'euro".

    Un ultimo esempio: concedere subito gli sgravi dell'Ici, come chiedeva Rutelli, non sarebbe stato più utile?
    "Senta, sono stato il primo a dire che il nostro impegno assoluto è ridurre la pressione fiscale. Le tasse le abbiamo già in parte ridotte: 3 punti in meno di Irap per le imprese non sono uno scherzo. Vogliamo ridurle ancora, e le ridurremo. Ma io non posso abbassare le imposte, se prima non abbatto il livello indecente di evasione fiscale. E non posso abbassare l'Ici, se prima non intervengo in quelle fascia di sub-povertà che in questi anni si è allargata drammaticamente. Non siete stati proprio voi a raccontare su Repubblica la tragedia di milioni di italiani che vanno a prendere il cibo alla Caritas? E allora, prima di eliminare l'Ici io mi devo occupare dei più poveri".

    Giusto. Ma intanto, come dimostra il voto del Nord, avete perso i contatti col mondo delle imprese. E non si può dire che Montezemolo non vi avesse avvertito.
    "Da Montezemolo non solo io, ma tutti si aspettavano un minimo di equilibrio in più. Tutti si aspettavano che parlasse un po' più dei problemi dell'economia produttiva e del ruolo dell'industria. Così si dialoga in modo costruttivo. Certo, se avessi dirottato altrove, persino sulla lotteria, i 5 miliardi di euro di riduzione del cuneo fiscale per le imprese, ci avrei guadagnato di più, perché di quella misura Confindustria non ci ha dato alcun riconoscimento. Ma io so che è stata comunque una scelta giusta per il bene del Paese. Perché vede, io sono un economista. So bene come si fa a rilanciare il sistema produttivo: infrastrutture efficienti, ricerca e sviluppo, sostegni all'export, aiuti all'innovazione tecnologica".

    E allora, se lo sa, perché non lo fa?
    "Come si fa a distribuire risorse, se prima non si fa un po' di sana accumulazione? Se non si accumula, se non si cresce, non ci sono tesoretti da redistribuire nè "risarcimenti" sociali da elargire. Possibile che un Paese non sa ciò che deve e ciò che può fare? Una famiglia, quando si deve comprare l'automobile nuova, sa che per un certo periodo dovrà fare un po' di risparmi. Perché non si applica al giudizio sulla cosa pubblica lo stesso approccio che si usa in famiglia? Allunghiamo l'orizzonte. Un Paese che vive solo sul breve è un Paese finito".

    A parte le imprese, non le pare che anche il sindacato sia assai poco incline ad accettare la sfida della modernizzazione?
    "Lo voglio dire con grande chiarezza: i sindacati si devono convincere che questo Paese deve cambiare. Se io, se noi tutti ci mettiamo in gara, devono farlo anche loro".

    Vuol dire che la riforma delle pensioni va fatta entro giugno?
    "Voglio dire che, sgomberato il campo dal contratto degli statali, il governo non va certo in vacanza. La riforma è necessaria, deve garantire l'equilibrio finanziario del sistema previdenziale e deve dare sicurezze di lungo periodo non solo agli anziani ma anche ai giovani. Su questa base non solo il governo, ma tutte le parti sociali devono sentirsi impegnate".

    Dica la verità: col senno di poi, se tornasse indietro farebbe una Finanziaria un po' più morbida, come si rammarica l'ala sinistra?
    "Una Finanziaria più morbida? Poi cosa andavo a raccontare all'Ue, all'Fmi, alle agenzie di rating, ai mercati? Se non avessi dato subito un segnale forte della nostra volontà si risanare i conti, a quest'ora il Paese sarebbe in rovina. No, questi ragionamenti proprio non li accetto. Non accetto che mi si dica che non si sapeva a cosa saremmo andati incontro. Lo dissi subito: volete giustamente più crescita, più equità fiscale, più aiuti ai ceti deboli, scuole migliori, più asili nido? E allora serve una terapia d'urto, immediata. I benefici verranno più in là".

    Il problema è questo. Più in là quando?
    "Ma io sto governando l'Italia, mica la Francia! Noi abbiamo un debito pubblico al 106% del Pil, un'evasione fiscale indecente, una crescita insufficiente, una produttività bassa, una carenza di infrastrutture. E come se non bastasse, un sistema politico frammentato e una legge elettorale scandalosa, che ha solo acuito le divisioni tra i partiti. Se nel Paese c'è la coscienza civica di tutto questo, allora possiamo ancora farcela. Altrimenti, avanti un altro".

    Il voto dimostra che all'opinione pubblica questa coscienza non l'avete trasmessa. Si chiede il perché?
    "Se l'opinione pubblica si aspetta l'impossibile, da me non lo otterrà. Io mi ricordo il dramma degli anni '80. E non inganno il Paese, promettendo quello che non posso dare. Se va bene è così, se no mi si mandi via".

    Appunto. È proprio quello che vuole fare Berlusconi, andando al Quirinale a chiedere la sua cacciata.
    "Nella passata legislatura il Cavaliere ha preso botte da olio santo in tutte le elezioni amministrative, e nessuno gli ha detto niente. Vuole andare da Napolitano? Che vada. Tanto poi torna indietro. La Cdl non è un'alternativa di governo: in un quinquennio hanno fatto solo disastri. Abbiamo fatto crescere il Pil più noi in quest'ultimo anno che loro nei 5 precedenti. Cos'è, fortuna anche questa?".

    Possibile che lei sia soddisfatto al 100% di come vanno le cose?
    "Io non sono soddisfatto al 100%. Alcuni errori li ho commessi. Già in Finanziaria avrei potuto fare qualcosa di più per i tagli alla spesa pubblica. Ma ora stiamo recuperando. Il tema dei "costi della politica", di cui in questi giorni si parla tanto, l'ho inventato io. Entro giugno vareremo un disegno di legge".

    Basterà a calmare l'ondata dell'anti-politica?
    "Se basterà non lo so. So che il fenomeno è serio, e che mi preoccupa moltissimo. Ma so anche che il rimedio migliore è la buona politica, non la demagogia".

    Parliamo proprio di rimedi. Cosa pensa di fare per risalire la china dei consensi? Non è il momento di cambiare passo?
    "È il momento di andare avanti per la strada che abbiamo intrapreso".

    Sempre più ostaggi della sinistra radicale, come dice la Cdl?
    "Ma questa è una balla! E poi: la sinistra radicale dice che abbiamo perso per colpa di Padoa-Schioppa, la Cdl dice che abbiamo perso perché siamo troppo di sinistra. Insomma, che almeno si mettano d'accordo!".

    Resta il nodo vero, che forse spiega più di tutti gli altri la vostra sconfitta: il partito democratico. Su questo non siete troppo in ritardo, e troppo divisi sulle formule?
    "È vero. Ma il partito democratico arriva al momento giusto, ed è la soluzione per tutti questi problemi. A una condizione, però: che sia veramente un partito nuovo. E finora sono stato timido a dirlo, ma dopo le amministrative non ho più remore: deve nascere come partito federale. Deve esserci un Pd emiliano, piemontese, lombardo, laziale, e così via. Deve nascere come un partito concorrenziale, contendibile, non garantito, aperto. Dobbiamo arrivare all'appuntamento del 14 ottobre con tante belle liste, dove nessuno è garantito. Anche il signor Prodi va a correre nel suo collegio 12 di Bologna, come ogni altro cittadino".

    Bella immagine. Ma intanto con il comitato dei 45 avete creato solo nuovo malcontento.
    "Quello è stato un brutto errore. Ma quante volte ho detto che i partecipanti a quel comitato non dovevano avere incarichi nei partiti? "Levatrici" del Pd, dovevano essere: così avevo detto, e mi hanno attaccato in tanti. Ma adesso basta. D'ora in poi cambia la musica. O si fa come dico io, o prendere o lasciare".

    Nonostante il suo ultimatum, ora c'è il dissenso di chi vuole anticipare i tempi, ed eleggere insieme alla costituente anche il leader. Lei non è d'accordo?
    "Per me l'idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile. È un modo di riproporre i vizi della vecchia politica. Le due figure, il leader e il candidato premier, devono coincidere: è nella natura stessa del partito democratico, che nasce come partito per il governo e per la governabilità".

    Quindi la costituente chi può nominare, se non un leader?
    "Nominerà un coordinatore, un reggente. Meglio ancora uno speaker. Il vero leader sarà nominato più in là, e sarà anche il candidato premier. Questo è il patto".

    Opta per questa scelta "minimalista" perché teme un pericoloso dualismo. Non è così?
    "La mia storia parla per me. Io non faccio battaglie personali. Voglio uno spazio per governare davvero, e poi me ne andrò come ho promesso. Ma se non ho lo spazio per governare, me ne vado subito. A fare il Re Travicello proprio non ci sto".

  6. #6
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    EUTANASIA DI UN PARTITO

    di Mario Sechi da Il Giornale

    Il Partito democratico figlio di Prodi è morto nella culla, soffocato dal suo stesso padre con le «lenzuolate» ricamate da Visco e Bersani. Il livello di allerta per Ds e Margherita passa da arancione a rosso e le soluzioni per tornare al verde prevedono una sola mossa: il commissariamento di Prodi.
    Nessuno nella maggioranza avrà il coraggio di dirlo ma il doppio ruolo del Professore si è trasformato in una doppia sconfitta: del governo e del Partito democratico.
    Cancellando la propria identità e mettendo Prodi al volante della macchina organizzativa, i Ds si ritrovano di fronte a un rebus: non possono tornare indietro sul Pd e non possono neppure andare avanti in questo modo. Il paradosso della Quercia è che deve liberarsi di Prodi, ma non può farne a meno perché è l'unico punto di sintesi tra i postcomunisti e l’ex sinistra dc.
    La Margherita ha più spazi di manovra perché non ha rinunciato alla sua identità, per quanto flebile, e fa il gioco dell'Opa sulla leadership del Pd. Perciò Rutelli leva una voce critica sul prodismo. Ma lo scenario è quello di un incartamento generale, un pasticcio frutto di un'operazione oligarchica che gli elettori non digeriscono. Dopo il voto il Pd è un ectoplasma: rispetto alle politiche, alle amministrative perde un voto su tre. La sua nascita è stata salutata ingenuamente come la semplificazione del quadro politico, ma in realtà ha prodotto scissioni, dispersione di voti e nessuna soluzione praticabile sul campo dell’arte di governo.
    Si è evocata la crisi della politica laddove la crisi era ed è quella della maggioranza. Per la prima volta nella storia elettorale l'astensione ha colpito e affondato il centrosinistra. Ds, Margherita e la sinistra radicale non riescono a catturare né il voto in fuga degli elettori moderati né quello della classe operaia.

    Gli italiani hanno di fronte un esecutivo che tende al dispotismo: blocca il Parlamento, governa per decreto, si fa dettare l'agenda dai sindacati (che rappresentano la minoranza dei lavoratori attivi), cerca di blandire Confindustria (che non rappresenta la maggioranza delle imprese), scavalca il potere legislativo con poteri oligarchici e irresponsabili (le Authority) e usa la leva finanziaria (le banche) per forzare le leggi del mercato.

    Di fronte a questa rovina fumante, il centrodestra ha raccolto più voti di quanti potesse immaginare, riconquistato il suo elettorato, egemonizzato il Nord, posto una seria base per tornare a governare. Berlusconi si conferma leader carismatico e insostituibile e sull’onda di questo successo non c’è spazio e tempo per discussioni sull’eredità. È un capitale da non disperdere, il centrodestra infatti con questi risultati oggi avrebbe al Senato dai 15 ai 20 seggi in più. Di sicuro, in queste ore Forza Italia si interroga su come stringere i tempi, in ogni caso il punto debole del governo è il Senato e Prodi non cadrà in piazza, ma per la seconda e ultima volta a Palazzo Madama.

  7. #7
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    Il Partito democratico salpa e già affonda: perso 1 voto su 3

    di Luca Telese da Il Giornale

    Flop al Nord, male anche a Lucca e Pistoia. Rutelli dà il benservito a Prodi. Anche Veltroni prende le distanze. Mastella: "Verifica subito".

    Il Partito democratico? Perde quasi un voto ogni tre, rispetto a quelli incassati nelle ultime elezioni politiche, di più rispetto alle comunali. Il calcolo è relativamente semplice, ma curiosamente il ministero dell’Interno non lo fornisce, astenendosi dal diffondere riepiloghi di percentuali elettorali distribuite per liste di partito.
    Eppure è proprio questo dato quello che rende subito evidente la dimensione della disfatta dell’Ulivo, alla sua prima prova elettorale da «aspirante partito». Di prima mattina, su Raiuno, i Ds avevano mandato il responsabile dell’organizzazione, il giovane Antonio Orlando: «Il nostro dato? È difficilmente interpretabile - spiegava Orlando -: troppe differenze fra comune e comune, troppe liste civiche, che rendono impossibile un calcolo omogeneo dei consensi realmente ottenuti...». Meraviglioso. (Piero Fassino, invitato da Ballarò, più prudentemente dà buca). Ma in ogni caso un dato omogeneo c’era, e bastava una piccola operazione matematica per pesarlo. Infatti, oltre alle città, domenica si è votato in sette province dove (ovviamente) si era votato alle politiche 2006. Ebbene, in poco meno di un anno, quel voto è evaporato: in quelle province, nel 2006 l’Ulivo aveva raccolto il 31,1% e la somma di Ds e Margherita aveva prodotto il 31,7 alle provinciali del 2002. Domenica, il cartello dei due partiti che si stanno fondendo è andato a fondo: 22,6, di fatto, quasi il 9% in meno dei voti, un tracollo.
    Altro che «risultato insoddisfacente», come dice con un eufemismo Francesco Rutelli, o «Un voto che sarebbe errato sottovalutare», come dice Fassino con una curiosa perifrasi. È stato una vera Caporetto, piuttosto: come se improvvisamente, dal Parlamento, scomparisse una forza equivalente a quella di tre partiti della sinistra come Rifondazione, Verdi e Pdci. Un dato che acquista maggiore peso contando che a sinistra (malgrado i proclami e singoli successi locali) di questa emorragia non si avvantaggia nessuno. Men che meno Rifondazione, che - in analisi comparata sullo stesso campione - risulta non meno in affanno: nelle sette province dove si è votato, il partito di Franco Giordano passa dal 5,8% delle politiche (con una percentuale di poco superiore alla media nazionale) al 4,7 delle amministrative. Insomma, Atene piange, Sparta non ride: la maggior parte degli elettori persi, a prima vista, si rifugiano nel non-voto, se non nel cambio schieramento.
    Una catastrofe che vista nel dettaglio non solo è confermata, ma anche accentuata dal dato delle singole città. Nei grandi Comuni del Nord il ridimensionamento è ancora più drammatico. In Piemonte il trend è netto: ad Alessandria dal 32% delle precedenti comunali (Ds più Dl) al 18,8% di queste; ad Asti dal 25% al 21%, a Cuneo dal 21% al 15%. In Lombardia, a Monza dal 26% al 21%. L’Ulivo perde, perde ovunque, in tutto il Nord (est e ovest), fino a un terzo dei suoi voti. Quando è fortunato 1 su 5. A Belluno addirittura si dimezza, passando dal 30,7 delle ultime comunali all’attuale 15,6. A Verona stesso schianto: dal 25,4 al 17,4.
    Ma allora dov’è che il Partito democratico «tiene»? Nelle regioni rosse, forse? In parte. Le sorprese non mancano nemmeno lì: ad esempio a Lucca, dove si passa dal 37,7 dell’Ulivo alle precedenti comunali, allo striminzito 28,5 di queste consultazioni. E persino a Pistoia (dove pure il candidato va al ballottaggio in vantaggio) si passa dal 41,2% del 2002 al deludente 31,4% di questa tornata.
    E dove va bene, allora? Il dato più interessante, ovviamente, è quello di Taranto, unico esperimento elettorale della Sinistra democratica di Fabio Mussi in queste elezioni. Nel capoluogo pugliese, la somma di Ds e Dl arriva al 12,3%, nelle elezioni precedenti era al 20%. Il dato curioso è che la lista ispirata dall’ala che ha abbandonato i Ds arriva ad un clamoroso 8,7%. Segno che gli ex elettori della Quercia, almeno in questo caso, hanno riconosciuto la nuova formazione come praticabile (ma accadrebbe lo stesso altrove, anche senza un candidato carismatico?). Mentre, per paradosso, gli unici segnali di «avanzata» vengono dalle zone più degradate della Campania (proprio quelle colpite dall’emergenza rifiuti!) dai comuni dove le liste, per motivi locali sono rimaste distinte. Uno dei dati più indicativi è quello di Torre Annunziata, dove malgrado una scissione pre-elettorale (il sindaco uscente dell’Ulivo è è passato al centrodestra), i due partiti passano dal 37,2, addirittura al 41,1. Un caso? In un altro grande comune del vesuviano, Torre del Greco, la dinamica è la stessa: liste divise, e aumento del totale, con una somma che passa dal 14,6% al 24,1%. Insomma, stando al dato di ieri, il Partito Democratico dovrebbe essere stato colpito e affondato, da questo voto: se non altro perché Ds e Margherita funzionano solo dove non si presenta l’Ulivo.

  8. #8
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    Mastella: "Batosta incredibile, verifica subito"

    di Gianni Pennacchi da Il Giornale

    Il leader dell’Udeur: "Basta ricatti dai grandi partiti. Visco? Lo vedo a rischio sulla mozione del Polo se il voto è segreto"

    Roma - E ora la verifica, urgente anche per il bene del premier, prima di essere «disarcionati senza accorgercene». Clemente Mastella è un fiume in piena, attacca il Partito democratico che «ha preso una batosta incredibile», rivendica all’Udeur un ruolo «determinante nel mantenere in piedi il centrosinistra», è grazie a lui che almeno nel Centrosud l’Unione «ha contenuto le perdite». E se ora ce l’ha con qualcuno, è con chi lo accusa di porre ricatti o lo vorrebbe come il cugino di campagna dell’Unione.

    Ce l’ha con Giuliano Amato?
    «Ancor più con i politologi e i mezzi politici falliti che s’alzano a dar lezione esortando a tenere in disparte Mastella, ad umiliarlo. Intanto rispondo a Gad Lerner che sì, io faccio il ministro, ma se gli altri 24 suoi amici fanno anch’essi i ministri è grazie ai miei voti. E’ incredibile, questo atteggiamento irriverente. Anche Amato, che pure stimo, mi dispiace che se ne esca contro i ricatti dei piccoli partiti».
    Già, anche Amato.
    «Ma sì, vorrei sapere dove stà questo ricatto dei piccoli partiti. Io comunque non intendo iscrivermi d’ufficio al Pd che è una costruzione politologica, e ad Amato rispondo che non accetto il ricatto dei partiti più grandi, specie ora che viene in ballo la legge elettorale. Anche Prodi dovrebbe dare più retta a Chiti che a Guzzetta. Queste elezioni hanno dimostrato che il Pd è un partito che non c’è».
    Come l’isola di Peter Pan?
    «Pur godendo di una spinta mediatica che veniva dai congressi dei Ds e della Margherita, ha preso una batosta incredibile. In diverse aree del Sud, l’Udeur supera il loro risultato».
    Basta lezioni dunque?
    «Io faccio le campagne elettorali avendo contro costantemente il blog di Grillo come se io fossi nell’estrema destra, pure Santoro e Travaglio, tutta l’intellighentia che non mi sopporta pur se molti di loro sono tornati alla Rai grazie al sacrificio del mio partito. E poi questa idea dell’antipolitica portata avanti dalla sinistra, che finisce con l’avvantaggiare la destra e Berlusconi. Non è in crisi la politica, è in crisi la nostra politica. Facciamo finta di non sapere che gli italiani spendono 9 miliardi di euro per i cosmetici, il doppio di quanto costa la politica».
    Sa dire di quanto sia cresciuta l’Udeur, in questa tornata amministrativa?
    «L’altra volta quasi non c’eravamo, ma ora siamo cresciuti ovunque. A Battipaglia e Nocera abbiamo fatto il 19%, in Campania abbiamo eletto tra i 15 e 20 sindaci, in Basilicata siamo determinanti per l’Unione. Ed è esilarante vedere la sinistra estrema che mette il cappello sulle uniche tre realtà grandi dove senza di noi non ci sarebbe stata vittoria. Ad Agrigento siamo noi che abbiamo scommesso sul giovane Zambuto, a Taranto vinceremo grazie all’operazione del nostro Ostillio, all’Aquila l’Udeur ha fatto il 9%. Ma quelli cantano perché il candidato è di sinistra. Grazie al cavolo, a me il candidato non lo danno mai, sono costretto a giocare su quello degli altri».
    Che cosa insegnano queste elezioni?
    «Qualcuno sa spiegarmi, questa forte crescita di Berlusconi? E’ che ha spaziato nell’area di centro, facendo man bassa. E’ diventato una sorta di Dc del nuovo millennio, tenendo dentro il ceto medio, gli imprenditori e strappando voti ai Ds pure nel mondo operaio. Era la Margherita, che doveva tendere a questo e dilatarsi al centro, e dunque il Partito democratico s’è rivelato un fallimento. Perché la sinistra deve fare la sinistra, e oggi il Pd complica la vita anche al governo».
    Prodi non è di questo avviso.
    «Prodi dovrebbe pensare di più al governo e meno al Pd. Ma è un dato di fatto che prima la mediazione tra Mussi e Fassino avveniva nei Ds, ora invece deve farla Prodi, e questo finisce col logorare il governo».
    Anche per questo chiede il «tagliando», insomma la verifica?
    «Se non fai la verifica adesso, quando la devi fare? Io chiedo la verifica per evitare di essere disarcionati. Altrimenti al disarcionamento ci arriviamo di fatto, senza nemmeno rendercene conto».
    Potrebbe arrivare ora al Senato, sulla mozione contro il viceministro Visco?
    «Non credo, anche se temo le guerre intestine che potrebbero scatenarsi. La vedo a rischio, se si vota a scrutinio segreto».
    Verifica prima, o dopo il ballottaggio?
    «Al più presto, perché ci serve una cabina di regia. Dobbiamo toglierci di dosso l’immagine del governo delle tasse, e io continuo a chiedermi perché non si può parlare di riduzione dell’Ici. Al ballottaggio non andrà male, ma c’è il rischio che venga letto come una falsa ripresa: perché alle politiche, non si vota in due turni».

  9. #9
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    Dopo il vertice di Caserta
    Dopo i nuovi 12 punti del programma
    Prodi chiede un'altra occasione.

    Perchè non ammettere piuttosto il fallimento?
    Perchè non rendersi conto che con Rc,Pdci,Verdi,RnP,SD,Ds,Margerita,Socialisti,IdV,U deur non è possibile andare avanti?

    E vabbè...si vede che ci toccherà aspettare.
    Per vincere e STRAvincere ancora.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da zaffo Visualizza Messaggio
    Dopo il vertice di Caserta
    Dopo i nuovi 12 punti del programma
    Prodi chiede un'altra occasione.

    Perchè non ammettere piuttosto il fallimento?
    Perchè non rendersi conto che con Rc,Pdci,Verdi,RnP,SD,Ds,Margerita,Socialisti,IdV,U deur non è possibile andare avanti?

    E vabbè...si vede che ci toccherà aspettare.
    Per vincere e STRAvincere ancora.
    vincere e stravincere dove?

 

 
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