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    Predefinito Il "loro" mondo (e il nostro) di Blondet

    Il loro mondo (e il nostro)
    Maurizio Blondet
    www.effedieffe.com
    Larry Ellison, fondatore di Oracle, è stato l'uomo più ricco del mondo: 4 matrimoni, ville faraoniche per centinaia di milioni di dollari, ha come hobby l'acquisto di squadre di basket dell'NBA
    Il più esclusivo cocktail del mondo si ordina all'Algonquin Hotel di New York.
    E' un semplice «Martini on the rock» (Martini e ghiaccio), ma costa 10 mila dollari - c'è un diamante in fondo al bicchiere.
    I giovani leoni di Wall Street a mezzogiorno mangiano hamburger - come tutti gli americani - ma in friggitorie dove un burger costa 50 dollari.
    Esclusive.
    Come il self-service dove si può ordinare una omelette per mille dollari.
    A Los Angeles, in certi ambienti non si beve che acqua minerale Bling, a 90 dollari la bottiglia.
    E' la piccola nazione globale che l'Observer di Londra ha esplorato, ed ha battezzato «Richistan», la terra dei ricchi. (1)
    Ricchi astronomici.
    Sfondati.
    Insaziabili consumatori di lusso per il lusso.
    Come i soci della società «Solstice», un club di case per vacanze a tempo parziale.
    Comodo: invece di comprarvi un attico a Parigi, vi associate a Solstice e potete usare il suo attico, diciamo, una settimana o due l'anno.
    Attenzione però, lo scopo non è il risparmio: iscriversi al club nella categoria massima («Platinum», naturalmente) costa 875 mila dollari.
    Più una quota annuale di 42 mila dollari.
    Questo dà, agli 80 soci finora iscritti, accesso a dieci residenze sparse nel mondo, da Londra alla California, e a uno yacht che aspetta ai Caraibi.
    Ciascuna residenza (e il panfilo) è dotata di cuochi, camerieri, guardarobiere e un «lifestyle manager», figura professionale a metà tra il maggiordomo e il supersegretario: vi consiglia su cosa mettervi per uscire a cena con il principe Carlo (la Solstice arrangia l'appuntamento), vi insegna come usare le posate (non tutti i super-ricchi sono raffinati) o organizza per voi una escursione di sci-elicottero sul Monte Bianco, un colloquio col Papa o con Paris Hilton.
    Il manager della Solstice, tale Mark Cain, non ha esitazioni a dichiarare la missione aziendale della ditta: «alimentiamo l'insaziabile sete di lusso» dei pochi fortunatissimi.
    Perché il Richistan, questa nazione favolosa, benchè sia sparsa nel mondo globalizzato, è soprattutto presente in USA.
    E dunque i suoi super-ricchi hanno la malattia dell'esibizione volgare, l'«American Excess» già visto negli Anni '20 Ruggenti.


    Sono quelli che, come abbiamo visto, mangiano hamburger, ma li vogliono da 50 dollari.
    Quelli che comprano villa a Beverly Hills, e precisamente nel «Platinum Triangle» dove la più modesta abitazione costa almeno 10 milioni di dollari.
    O che fanno shopping a Manhattan, in quel tratto di Madison Avenue che i privilegiati chiamano «Jewel Coast», perché lì sono aperte le gioiellerie che solo loro possono permettersi.
    Il piccolo gruppo ha finalmente abbandonato il Rolex da emiro saudita come status symbol: a Jewel Coast l'orologio più richiesto è il Franck Muller (il più economico, in acciaio, 736 mila dollari).
    Lì vanno a ruba le penne Mont Blanc incrostate di brillanti da 700 mila in su.
    Nella boutique accanto si possono acquistare le borsette Louis Vuitton in edizione numerata - massimo 24 esemplari - a 42 mila dollari a pezzo.
    Il Richistan, ovviamente, non è sovraffollato; ma la sua felice popolazione insaziabile cresce.
    In USA, nel 1985, i miliardari in dollari erano solo 13.
    Oggi sono oltre mille.
    Nel solo 2005, sono nati 275 mila nuovi milionari.
    Sono almeno 7,5 milioni le famiglie americane che possiedono il minimo per essere ammessi nel Richistan, 10 milioni di dollari annui.
    Tutta insieme, l'esigua popolazione del Richistan dispone di una ricchezza valutata in 30 trilioni di dollari: più del Prodotto interno lordo di Cina, Unione Europea, Giappone, Brasile e Russia sommati assieme.
    Sono abbastanza numerosi, nota l'Observer, «da aver creato una economia tutta loro per le loro esigenze, in un Paese dove i salari aumentano a malapena quanto l'inflazione, e 36 milioni di persone vivono sotto il livello di povertà».
    Vivono in un mondo parallelo, una grande bolla dorata con le proprie residenze invisibili dietro muri controllati da guardie armate e allarmi elettronici, con le sue super-istituzioni educative, asili, collegi e università per i loro figli dorati; con la loro assistenza sanitaria privata, fatta su misura.
    Con le loro banche esclusive.


    E i loro campi da golf: nessun miliardario che si rispetti può esimersi dall'iscriversi al Sebonak Golf Club di Long Island, 650 mila dollari per l'ammissione, 12 mila per la quota annuale.
    E ovviamente, con i loro trasporti: nel mondo prosperano come non mai le industrie di jet privati e di panfili di lusso.
    I fondatori di Google hanno un Boeing 767 tutto loro.
    Ma nessun altro ha uno yacht come il «Rising Sun» di Larry Ellison, il fondatore della Oracle: un palazzo-transatlantico di 450 piedi (sui 150 metri), con cinque ponti, 80 stanze, un cinema, un canotto per andare a riva che carica una Jeep Humvee, e una pista per l'elicottero di bordo.
    Chi vuole uno yacht sopra i 200 piedi fuori tutto deve iscriversi a una lista d'attesa di due anni.
    Ma ora la moda rovente sono i sottomarini privati: da quando li ha messi in commercio la ditta che li fabbrica in Oregon, ne ha già venduti cento.
    C'è chi per fare invidia al gruppo sta privatizzando lo spazio extraterrestre.
    Robert Bigelow, uno dei miliardari, ha speso 500 milioni di dollari iniziali nella costruzione sperimentale di un «hotel spaziale» gonfiabile; la ricerca è solo al principio, richiederà parecchi milioni in più.
    Ma un giorno Bigelow potrà invitare ad un party gli amici in orbita, e tutti partiranno sui loro missili privati per il nuovo albergo spaziale per poi parlarne per settimane.


    Ma questo mondo di «instant billionnaires», miliardari nati da un giorno all'altro per lo più con speculazioni finanziarie, nota l'Observer, «sta cominciando a lacerare il tessuto sociale. Persino alcuni fra i più ricchi, come Bill Gates e Warren Buffett, hanno cominciato a parlare della necessità di un 'divario di ineguaglianza' che cresce, e che va affrontato. Warren Buffett, in un discorso pronunciato il mese scorso, ha sottolineato che il suo introito (è il terzo uomo più ricco del mondo) è tassato al 17,7%, mentre quello della sua segretaria è soggetto ad aliquota del 30%».
    «I ricchi diventano sempre più ricchi, ma non si trascinano dietro il resto della popolazione», dice Paul Buchheit, economista a Chicago.
    Ovvio: la tassazione è fatta apposta per scremare i guadagni della decente classe media, non degli «instant billionnaires».
    Ed ora la classe media sta scomparendo, lasciando una società divisa nettamente in due: i super-ricchi e i poveri, superpoveri, o in via di impoverimento.
    Bill Gates e Warren Buffett, che devono aver letto qualche libro, probabilmente sanno a cosa assomiglia quel loro mondo, in cui non condividono nulla con il nostro: alla repubblica di Weimar, folleggiante, liberista, cosmopolita, dei ricchi col sigaro e il collo a cotenna di porco dipinti da Grosz che palpano le ragazzine figlie dei piccolo-borghesi ridotti alla fame dalla speculazione, dall'inflazione e dai debiti di guerra, e che passano in scie di fumo Avana accanto ai mutilati che chiedono l'elemosina sul marciapiede.
    Dopo Weimar, fu il Reich.
    Ora dove sta portando la Weimar globale, liberale, mondializzata?
    Se lo chiede, con un principio di angoscia, il Financial Times. (2)
    Il giornale della City ha commissionato al Louis Harris Institute un vasto sondaggio internazionale (in Germania, Spagna, Francia, Italia, Gran Bretagna, USA).
    Fra le domande, c'era questa: quanto ammirate i grandi fondatori di grandi imprese globali di successo?
    Con amara sorpresa, ha scoperto che proprio gli americani e gli inglesi - le due opinioni pubbliche credute più convinte sostenitrici del libero commercio mondiale e della libertà alla Adam Smith - sono «i meno inclini a rispettare i grandi boss aziendali. Addirittura il 38% nel Regno Unito nega ogni ammirazione alle persone al comando delle grandi imprese».
    Sorprendentemente, il Paese che più ammira i ricchi privati è l'Italia: forse l'effetto Berlusconi, forse Montezemolo, più probabilmente effetto del fenomeno tutto nostrano per cui i veri ricchi senza responsabilità, qui, sono i pubblici super-parassiti.
    Tremendo, si lagna il Financial Times: «Sia in Europa sia in USA è una vasta maggioranza a sostenere che i ricchi devono essere tassati di più. Contrariamente ai noti pregiudizi, i meno sfavorevoli a tributi lievi per i grandi patrimoni sono i francesi, dove ancora un buon 52% li sostiene».


    Altra amara sorpresa: la risposta alla domanda se, in base alla loro esperienza nel proprio Paese, gli intervistati abbiano l'impressione che il liberismo mantenga la sua primaria promessa politica, la «uguaglianza delle opportunità» iniziali, senza riguardo alla classe sociale di partenza.
    «Banche proprio nei Paesi anglosassoni (USA e Gran Bretagna) la gente abbia l'impressione, a larga maggioranza, che la classe sociale di provenienza non abbia grande importanza. Molti studi dimostrano che i figli dei poveri tendono a restare poveri molto più in USA e Gran Bretagna che nell'Europa continentale».
    In ogni caso, «in nessun Paese la maggioranza crede che la globalizzazione stia avendo effetti positivi».
    Nemmeno in USA e Inghilterra.
    Dove anzi «meno di un quinto ritiene che la globalizzazione sia benefica».
    Ed ecco la sconsolata conclusione: «Che siano in USA e Inghilterra con la loro opinione pubblica culturalmente liberista, oppure nelle economie continentali europee dirigiste, i cittadini dei Paesi ricchi si sentono mal sicuri. Giudicano che la globalizzazione li danneggia, si allarmano delle ineguaglianze crescenti, non ammirano gli amministratori delle grandi compagnie e chiedono ai politici di rendere il mondo più egualitario. La via è aperta per politici populisti che possono guadagnar favore con la retorica anti-globalista e promettendo più stretto controllo e regolamentazione dell'economia».
    Insomma il Richistan - o la Weimar globale - teme il «populismo»: termine che nel mondo anglosassone implica insieme «dirigismo», «autoritarismo di Stato» contro la libera follia finanziaria, giustizia sociale fondata sulla identità nazionale di destino ossia - in fondo - «fascismo».
    Non avverrà, perché le nostre generazioni istupidite non hanno la feroce energia con cui le altre rovesciarono le Weimar folleggianti degli anni '20.
    Noi non usciamo da una guerra come l'inutile strage 1914-18, in cui masse umane dei popoli videro morire milioni dei loro compagni, impararono ad usare le armi, appresero nelle trincee la morte e la disciplina, e - tornate a casa - non si lasciarono «normalizzare» sotto il tallone delle oligarchie parassitarie e profittatrici.
    Per questo il fascismo è un fenomeno irripetibile.
    Non succederà, da noi.


    Ma che l'opinione pubblica - e in USA e Inghilterra più che in Europa - covi una rabbia e una sete di giustizia e solidarietà, già basta a preoccupare lorsignori.
    Perché là, i poveri sono arruolati nella guerra infinita, in Iraq, in Afghanistan.
    In America oggi i mutilati di guerra sono spregiati e abbandonati dalla «nazione» dei miliardari, il Richistan per cui hanno perso arti e salute. (3)
    E là, non da noi, questi uomini possono rifiutarsi di deporre le armi una volta tornati a casa.
    Proprio là il «populismo» potrebbe conoscere una inaudita nuova incarnazione. (4)


    Maurizio Blondet

    Note
    1) Paul Harris, «Welcome to Richistan, USA», Observer, 22 luglio 2007.
    2) Chris Gilles, «Globalisation backlash in rich nations», Financial Times, 22 luglio 2007.
    3) «Un gruppo di reduci mutilati dell'Iraq ha querelato il Department Veterans Affairs per i ritardi nel pagamento delle pensioni d'invalidità e delle cure mediche». E' accaduto a San Francisco. Hope Yen, «Injured war veterans to sue VA head», Guardian, 23 luglio 2007. In Iraq operano attualmente 160 mila soldati americani, affiancati da 20-30 mila mercenari (contractors). Ci sono soldati che sono in zona d'operazione ininterrottamente da 15 mesi. I morti sono fino ad oggi, ufficialmente, 4.569. Fra i soldati inglesi impegnati in Iraq la percentuale delle perdite ha raggiunto quella della seconda guerra mondiale, l'11%.
    4) In USA, l'economista John Kenneth Galbraith, democratico e liberal, ha scritto: «Hitler fu un anticipatore della moderna economia politica… .riconoscendo che il pieno impiego era possibile solo se unito al controllo dei prezzi e dei salari. Che una nazione economicamente oppressa abbia risposto ad Hitler come gli americani risposero a F.D. Roosevelt, non è affatto sorprendente». Il controllo statale di prezzi e salari è l'esatto contrario del liberismo dogmatico. Dunque il pensiero circola, sotto pelle, in USA.


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    Una decina di anni fa , visitando una famosissima cantina di Montalcino , venni colpito dal catalogo prezzi che andava da 20.000 a 500.000 lire la bottiglia.
    Per curiosità , e forse ingenuamente , chiesi all'impiegata chi fosse che comprava una bottiglia di vino rosso , seppure di eccelsa qualità , per 500.000 lire...
    La ragazza mi rispose che non solo c'erano i compratori , ma questi aumentavano di anno in anno , perchè , mi disse , i ricchi nel mondo sono in costante aumento.....
    Sarà , però anche se ne avessi le possibilità , non butterei via 250 euro per una bottiglòia di vino , significa gettare i soldi dalla finestra , come quelli che si accendono il sigaro con la banconota per esibizionismo...
    Status symbol : ma certo.....però per me uno che paga un hmburger 50 dollari è uno stronzo ; yuppy , trendy , vip aggiungeteci quello che volete , ma sempre stronzo resta.....

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    Se è vero che in USA disprezzano i super-ricchi, la smettessero di eleggere sempre e solo super-ricchi appartenenti a dinastie del potere che manco nell'antico Egitto!! (Kennedy, Bush, Clinton, ecc.)

    Possibile che siano così idioti da accodarsi sempre a miliardari, mentre si impoveriscono?

    E qui da noi abbiamo sperimentato Berlusconi, ci dovrebbe bastare per 800 anni...

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    Citazione Originariamente Scritto da Max50 Visualizza Messaggio
    Una decina di anni fa , visitando una famosissima cantina di Montalcino , venni colpito dal catalogo prezzi che andava da 20.000 a 500.000 lire la bottiglia.
    Per curiosità , e forse ingenuamente , chiesi all'impiegata chi fosse che comprava una bottiglia di vino rosso , seppure di eccelsa qualità , per 500.000 lire...
    La ragazza mi rispose che non solo c'erano i compratori , ma questi aumentavano di anno in anno , perchè , mi disse , i ricchi nel mondo sono in costante aumento.....
    Sarà , però anche se ne avessi le possibilità , non butterei via 250 euro per una bottiglòia di vino , significa gettare i soldi dalla finestra , come quelli che si accendono il sigaro con la banconota per esibizionismo...
    Status symbol : ma certo.....però per me uno che paga un hmburger 50 dollari è uno stronzo ; yuppy , trendy , vip aggiungeteci quello che volete , ma sempre stronzo resta.....
    Quoto.

    Alcuni di questi signori magari dicono che la qualita' si paga, bisogna vedere se poi riuscissero a distinguere un bicchiere di tale vino con altri 3-4 diversi da 15-20 euro a bottiglia.

 

 

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