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Note e Versi Meridiani

Voce ‘e Notte
di Eduardo Nicolardi
a cura di Salvatore Bafurno
Gianni Strino, Donna che dorme, olio su compensato

“Voce ‘e Notte” una vera poesia in lingua osca
Il testo della Canzone “Voce ‘e notte”, divenuta canzone, è stata scritta agli inizi del '900 dal giovane poeta Eduardo Nicolardi, che aveva perso l’amata, andata in sposa, per volere dei genitori di lei, per motivi di posizione economica ad un'altro uomo, un ricco settantacinquenne.
Illustrato il contesto in cui nasce la poesia, la analizziamo per godercela come merita. La struttura della Poesia è in tre strofe di otto endecasillabi, con rima alternata nella prima metà e baciata nella seconda. La riporto intera con la traduzione all’impronta per farla capire meglio, quella letteraria le fa perdere la forza.
Voce ‘e notte
Una voce nella notte
Si 'sta voce te scéta 'int''a nuttata,
mentre t'astrigne 'o sposo tujo vicino...
Statte scetata, si vuó' stá scetata,
ma fa' vedé ca duorme a suonno chino...
Nun ghí vicino ê llastre pe' fá 'a spia,
pecché nun puó sbagliá 'sta voce è 'a mia
E' 'a stessa voce 'e quanno tutt'e duje,
scurnuse, nce parlávamo cu 'o "vvuje".

Si 'sta voce te canta dint''o core
chello ca nun te cerco e nun te dico;
tutt''o turmiento 'e nu luntano ammore,
tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico...
Si te vène na smania 'e vulé bene,
na smania 'e vase córrere p''e vvéne,
nu fuoco che t'abbrucia comm'a che,
vásate a chillo...che te 'mporta 'e me?

Si 'sta voce, che chiagne 'int''a nuttata,
te sceta 'o sposo, nun avé paura...
Vide ch'è senza nomme 'a serenata,
dille ca dorme e che se rassicura...
Dille accussí: "Chi canta 'int'a 'sta via
o sarrá pazzo o more 'e gelusia!
Starrá chiagnenno quacche 'nfamitá...
Canta isso sulo...Ma che canta a fá?!

Commento
Il testo della Canzone “Voce ‘e notte” è una delle più belle poesie scritte in lingua Osca, dalle Fabulae Atellanae ad oggi, scritta dal giovane poeta Eduardo Nicolardi, per un amore svanito con l’amata data in sposa dai genitori di lei, per motivi di posizione economica ad un ricco settantacinquenne.
In letteratura l’amore realizzato crea i grandi prosatori, perchè il sogno d’amore si logora nella vita quotidiana, mentre un amore perduto o impossibile crea i grandi poeti, perché l’amore resta un sogno, inattaccabile, anzi si sublima con il passare degli anni. Anche se Nicolardi, per la morte del rivale, sposò poi la sua amata, realizzando il loro sogno d'amore, a noi è restata una delle più belle poesie (e canzoni) di tutti i tempi. Il commento riguarderà solo la storia umana, lasciando da parte il Nicolardi.
Essa nasce da un episodio che si ripete sempre nel tessuto umano della città di Napoli ed è ancora un “uso” della borghesia mercantile, in maggior parte composta da persone non “indigene napoletane” ma da “immigrati, anche interni, del Regno delle due Sicilie”. Queste famiglie ricorrono al “sensale” per trovare alle loro figlie nubili, per marito, una persona a reddito fisso, anche basso, quale impiegato statale o simili, meglio una Guardia di Finanza “Forestiera”, o impiegato del Comune o Aziende Comunali, gente notoriamente scelte non per merito personale, ma in base alle loro appartenenze o raccomandazioni.
Se la ragazza è innamorata, poco importa, si manda via il pretendente innamorato. Questi esclusi, i miserabili di turno, quasi sempre si realizzano nella vita con le proprie forze, se lontani da Napoli, superando in “posizione sociale” chi li ha rifiutati, poiché il Destino, Signore del Mondo, non lo fanno i”sensali” né i ricchi parvenu (pezzenti sagliuti). Illustrato il contesto in cui nasce la poesia, la analizziamo per godercela come merita.
I primi in due versi ci presentano lo scenario ed i protagonisti, la Voce e la Sposa. La Voce resterà sempre e solo una “voce”, non si saprà mai cosa canta o dice o impreca, né chi ne svolge il ruolo, è solo una Voce nella notte in un vicolo semibuio. La Sposa è bene individuata ed è la vera protagonista.
Gli altri versi della prima strofa “statte scetata..…scurnuse, nce parlavamo cu‘o vvuje”consigliano alla sposa cosa fare, perché la Voce è sicuro che la Sposa non può averlo dimenticato, perché quella “voce” è sempre e solo la vocedal tono timido che le diceva parole d’amore, parlandole con il voi. La vocenon avrà mai il minimo dubbio che il suo amore lo abbia dimenticato.
La seconda strofa è il vero centro della storia. La sua recitazione deve rendere bene i sentimenti che esprime, sottotono per i primi due versi, in crescendo per i rimanenti fino a cumm’a chè, quindi una pausa poi sottovoce l’ultimo verso, che indicare rassegnazione.“Si stà voce ti parla int’o core, chelle ca nun te cerco e nun te rico: tutt’o turmiento ‘e nu luntano amore, tutto l’ammore ‘e nu turmiento antico"è il messaggio della “voce”, che non tenta nemmeno di dire, perché parla al cuore, il suo tormento per l’amore svanito, l’amore che conserva per questo tormento, antico cioè radicato nella sua anima, tutto per non un motivo non preciso. Forse la Voce era lontano “Fore”, o militare o forse navigava, forse perché povero e la madre benestante di Lei ha combinato un matrimonio di casta a cui Lei non ha saputo o voluto sottrarsi. Avrà Ella preferito l’agiatezza all’amore? La voce ricorda i sentimenti che le procurava “si siente n’core na smania ‘e vulè bene, na smania ‘e vase scorrere p’e vene, nu fuoco che t’abbrucia comm’a cchè!" A questo punto la Voce capisce che è tutto inutile, pensa che la Sposa ha ricordato e rivissuto un sentimento tanto forte e tanto impossibile, per cui è meglio per tutti che quella “smania” sia rivolta a chi le dovrà restare vicino per tutta la vita, e, rassegnato dice Vasate a chillo, che te mporta ‘e me!E’ qui la grandezza dell’autore, capisce che il Destino vince tutto e che potrebbe far del male alla persona amata, che il vero amore è non far soffrire la persona amata, e pensa “chè sia felice, anche senza di me!”
La terza strofa sviluppa questo concetto. La voce, resosi conto del possibile male che poteva arrecare all’unico suo impossibile amore, consiglia la Sposa su come fare. Questa strofa merita di essere recitata in tono pacato spegnendosi nell’ultimo verso. “Si sta voce che canta int’a nuttata, te scete ‘o sposo,…. nun avè appaura, vire ca senza nomme è ‘a serenata, rille cà rorme… cà s’arrassicura. Poi suggerisce le parole che definiscono la Voce: “chi canta int’a sta via, o sarrà pazzo o more ‘e gelusia….. starà chiagnenno quacche ‘nfamità, Cant’isso sulo…ma che canta ‘affà".La Voce, il vinto dalla vita, svanisce nella notte nella nebbiolina dell’alone sula luce dei fanali del vicolo, che torna nel silenzio interrotto da na voce ‘e notte senza poter sapere cosa abbia cantato o gridato o imprecato o pianto.
Considerazioni
Il testo della Canzone “Voce ‘e notte”, come ho detto, è senza dubbio una delle più belle poesie scritte in lingua Osca, dalla Fabulae Atellanae ad oggi, ed è ancora attuale. Non ho usato la parola “dialetto napoletano” perché nella Campania si parla una lingua neolatina che riprende la matrice della lingua parlata dagli Osci, del tipo celtoitalico, anche nel periodo del dominio di Roma come Latinus Cotidianus, cioè parlato dal popolo. Ad esempio, sui muri di Pompei, in una scritta per la campagna elettorale del ’78 d.C., leggiamo nelle epigrafi “iamus” anziché “eamus” per dire “andiamo, votate…”.
La lingua Osca è quella oggi conosciuta come “dialetto Napoletano”, espressione coniata da chi ha scritto la storia ufficiale del Risorgimento, che lo riteneva solo una miscellanea da contaminazioni linguistiche delle lingue dei vari “stranieri” che avevano dominato il Regno di Napoli. Nulla di più falso!
La lingua Osca è del ceppo che comprende le lingue Portoghese, Celtibera (spagnolo antico), Catalana, Provenzale-Occitano, Ligure Sarda, in parte, ed altre minori, avendo in comune la sintassi, le parole base, le declinazioni dei verbi, differendo solo nella fonetica ed in piccoli particolari dovuti a differenze storiche ed ambientali di questi Popoli, peraltro inevitabili, una vera Nicchia Ecologica.
Alla lingua Osca manca una scrittura codificata, la cui chiave di lettura permetterebbe agli “altri” di parlarla con la pronuncia corretta. Basta pensare ai grandi Tenori, che sublimano la Canzone Napoletana, ma limitano la riuscita dell’esibizione per la pronuncia scorretta, anche se gli è stata insegnata bene, come mi è successo nel 1956 con un Coro Olandese. Spesso si vede anche una differenza grafica fra i diversi autori o studiosi che riportano i testi di scritti napoletani, non solo canzoni. Sarebbe forse utile adottare la grafia Ligure o Francese, che meglio di altre permettono di pronunciare bene le espressioni vocali particolari, soprattutto per la finale muta (e).
La lingua Osca non è una lingua morta, bensì una lingua viva ed attuale, parlata nell’ovest della Campania, con piccole differenze locali, salvo alcune enclave ove la pronuncia delle parole ha un tono ed un accento particolare. E’ una lingua viva perché si evolve col passare del tempo, basta confrontare le canzoni “Te voglio bene assaje” del 1835 e “Voce ‘e notte” del 1905. Si notano delle rilevanti differenza tra loro, anche nella grafia, e l’intervallo temporale è di solo 80 anni. Analoghe differenze si notano tra “Fenesta vascia”, del 1500, e “Lo Guarracino” del 1700, in un arco temporale più lungo. Per questa tesi mi riferisco alle canzoni sia perché sono conosciute da tutti, sia perché il testo della canzone napoletana fino al 1960, per l’80 per cento è una vera poesia, di cui almeno il 50 per cento è di alto livello.
Spesso la musica rinforza la poesia, come in “Voce ‘e notte”, “Fenesta vascia”, “A testa Aruta”, “Lariulà”, “Marechiaro”, ecc., in altre, come “O sole mio”, nobilita un testo nato per una canzone, solo in pochissime si dimostra inadeguata. La simbiosi di queste due arti, la poesia e la musica, col tempo può deteriorarsi, perché la Poesia resta sempre la stessa, inalterata nel tempo, mentre la canzone (la parte musicale) è oggetto di interpretazione, non sempre "ortodossa", anzi ne annulla l’essenza e deturpa la bellezza del brano. E’ quello che avviene nelle altri discipline artistiche. Nella pittura e scultura l’opera d’arte resta per sempre inalterata, salvo atti vandalici, per cui la Gioconda l’hanno sempre vista come la vediamo oggi e la si vedrà così finché il quadro resterà “in vita”.
In architettura l’opera d’arte può essere manomessa da chi la usa o da chi non la capisce, per cui non sempre quello che noi vediamo è “l’opera originale”, e le modifiche sono sempre a svantaggio della costruzione e della fama dell’Autore. Per questo nella Canzone (con la maiuscola) alla Musica Cantata preferisco la poesia, nessun “modernizzatore” la potrà “inguaiare”, al limite, solo danneggiare nella recitazione.
Conclusioni
Questa poesia mi è tanto cara, ed anche la canzone. Mi viene in mente nei momenti particolari della vita ed allora vedo questo scenario:
Inverno 1964, Vico Pace ai Tribunali, inizio lato “piazzetta delle Erbe” del Pendino, è sera, i lampioni illuminano in un alone di foschia fino al secondo piano, è accesa una luce al 4° piano, filtra la luce da alcuni bassi vicini alla bottega, chiusa a quell’ora, del buon Cesare “l’ugliararo”, una persona veramente buona “’e core”, il lastricato è umido e riflette la luce dei lampioni. Poi si spengono le luci delle case, un gatto esce dalle rovine lato vico Scassacocchi, è innamorato ed inizia una serenata alla sua bella che non c’é, forse lo ha lasciato per un amore del Vomero o di via Orazio. Si sente una voce seccata gridare un robusto “passa ‘a llà!” (Vai via!)
E’ il vecchio dei cartoni, non certo in vena di romanticismo, dopo una giornata a tirare il carrettino per i vicoli ed i carruggi del Mercato e del Pendino. Il gatto si allontana con dignitoso disappunto ed io bighellonando vado verso l’Ospedale della Pace e mi inoltro nel cuore chiuso del quartiere San Lorenzo.
Salvatore Bafurno
Il testo di Salvatore Bafurno è stato inviato al Portale nel mese di luglio 2007. Le opinioni ivi espresse sono dell'autore.


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