Non sono comunista, anche se riconosco al comunismo l’originario fondamento rivoluzionario a modificare il mondo in termini di giustizia sociale.

Non sono comunista perché non credo alle utopie. L’utopia ha sempre trasformato il sogno in un incubo tutte le volte che ha preteso di realizzarsi come fatto compiuto nella storia. Se la felicità ha un prezzo, il prezzo non può essere quello di un dolore immenso e incancellabile inflitto a milioni di uomini.

Non sono comunista perché oltre a essere “utopica”, l’utopia comunista è anche “negativa”, nel senso che “nega” un fondamentale e naturale istinto dell’uomo: quello di “possedere”. Io credo, invece, che nessun istinto naturale dell’uomo debba essere né reciso né castrato ma “moderato” secondo regole di giustizia sociale. Quindi: non “divieto di proprietà” e nemmeno “diritto di proprietà” ma: “diritto alla proprietà”.

Non sono comunista perché i comunisti hanno preso il pensiero di Marx, avversabile finché si vuole ma comunque geniale, riducendolo a una formula dogmatica da applicare meccanicamente alla società. Intestardendosi, per di più, e per settantanni, sotto tutte le latitudini, a realizzarla a qualsiasi costo umano e contro qualsiasi evidenza di fallimento economico, sociale e politico (la Cina, infine, per sopravvivere, ha dovuto accettare di riproporre, duecentocinquantanni dopo, il capitalismo selvaggio delle origini industriali. Inventando, per giustificare l’operazione, l'ossimoro: “socialismo di mercato”; un po' come il partito rivoluzionario istituzionale messicano).

Non sono comunista perché, se Hitler costrinse al silenzio un poeta come Gottfried Benn, al quale peraltro non doveva politicamente nulla, bollando la sua poesia come “arte degenerata”, Stalin, finita la festa della rivoluzione, costrinse il più grande poeta del futurismo russo, Wladimir Majakowskji, al suicidio. Spegnendo, con l'acqua gelida dell’ “arte realista sovietica”, lo spirito che quell’Avanguardia aveva gettato nell’incendio rivoluzionario del ’17...

Non sono comunista perché la "repubblica dei soviet" (cioè dei consigli di gestione delle imprese, detti, altrove: "socializzazione") rese legittima la sua autoproclamazione di, appunto: “sovietica”, solo nei primi due anni dalla presa rivoluzionaria del potere. Già Lenin provvide lestamente a dismettere l’esercizio delle autonomie del lavoro che, da allora, non furono mai più rese operative in CCCP. Restò operativo, invece, solo il “Soviet” talmente “Supremo” da essere accessibile solo alle più alte cariche di quella burocrazia che seppellì per sempre la fondamentale aspirazione dell’uomo a essere direttamente responsabile delle sue imprese (economiche e non).

Non sono comunista perché l’erede della rivoluzione leninista, Stalin, fu il più grande reazionario di tutti i tempi. Prima stroncò l’effervescenza e la creatività della rivoluzione russa, poi si fece co-autore della repressione dell’altra grande rivoluzione del ‘900: quella fascista. Realzzando compiutamente, secondo felice intuizione di Angelo Tarchi, non la formula della "dittatura del proletariato" (di per sé già discutibile ma, almeno, con un senso storico...) ma quella, assolutamente reazionaria e senza senso storico, della "dittatatura sul proletariato"...

Non sono comunista perché la lotta di classe, che io considero strumento di lotta legittimo quando il capitalismo, con la rivoluzione industriale, ridusse milioni di uomini al rango di schiavi nei tuguri cittadini dove li inurbò, diventa sovversiva quando viene usata politicamente contro l’unità di popolo, all’interno di un equilibrato stato sociale che realizzi o tenda fattivamente e non solo teoricamente a realizzare le condizioni di soddisfazione delle esigenze primarie di tutti, senza negare il “diritto alla proprietà”.

Non sono comunista perché i comunisti italiani si resero perfettamente complici delle armate reazionarie liberal-capitaliste per stroncare l’unica rivoluzione possibile e realizzata che l’Italia abbia mai cononsciuto: quella di Mussolini. Che la loro collabarazione al nemico anglo-amricano, sia stata quasi ininfluente per gli esiti militari del conflitto in Italia, non li assolve dalle responsabilità storiche, politiche e morali della loro scelta. Se, poi, la base partigiana si era illusa che gli americani gli avrebbero lasciato fare la “loro” rivoluzione a guerra finita, Togliatti ben più avveduto di loro, provvide, già nel 1944 (Svolta di Salerno) a dichiarare la rinuncia a qualsiasi ipotesi rivoluzionaria, optando per una, sic!: "via nazionale al socialismo".

Non sono comunista perché lo strappo con l’Unione Sovietica del Pci di Berlinguer e il suo comodo ripararsi sotto l’ampio ombrello della Nato, ha ratificato ufficialmente con chi e per cosa i comunisti italiani avevano combattuto... Rinunciando, oltre alla rivoluzione, anche a rivendicare per l’Italia il diritto ad essere nazione pienamente sovrana sul suo territorio.

Non sono comunista perché, anche nell’etica del combattimento più o meno militare, dalla guerra civile che scatenarono nel ’43 e che ha avuto il suo epilogo (forse) sul finire degli anni ’70, hanno sempre preferito il colpo del sicario a un cavalleresco faccia a faccia ad armi pari. Sempre fedeli alla tecnica del mordi, meglio se a tradimento, e fuggi...