Ho letto questo articolo nel forum dei comunitaristi e ritengo che sia utile che anche noi la leggiamo attentamente.
La divido in due parti perchè è un po' lunghetta.
Intervista al Ministro Ferrero – da Liberazione del 29 luglio 2007
«Sinistra a rischio scomparsa. Propongo di ricostruirla così»n Il ministro della Solidarietà sociale, spiega la sua idea di "Cosa rossa" Sintetizza le priorità dell'analisi e dell'azione in tre parole: «Classe, comunità, libera individualità»
Frida Nacinovich
Ministro, la domanda può apparire banale ma è quello che molti si chiedono: riuscirà o no, la sinistra italiana del 2007 - spesso e volentieri divisa e litigiosa - a metteresi insieme, quantomeno a trovare terreni comuni di azione?
Credo che la prima risposta a questo quesito risieda nelle forme che si sceglieranno per tale percorso, vale a dire se si cercherà l'unità attraverso un'idea pluralista di aggregazione che tenga dentro la ricchezza e le diversità che oggi esprime la sinistra. Parlo di pluralità pensando sia al piano delle politiche che a quello delle forme di aggregazione e partecipazione. Partiti, associazioni, collettivi, comitati e singoli individui devono potersi incontrare in una soggettività da intendere in termini ampi, dove ognuno si possa sentire a casa propria e non ospite a casa di altri. Dunque non abbiamo di fronte solo il problema della costruzione di un gruppo dirigente. Mi spiego: il nodo dei gruppi dirigenti è condizione necessaria ma non sufficiente. Un processo costituente effettivo deve essere in grado di cinvolgere anche chi oggi non fa politica. Faccio un esempio: meno del 10% dei delegati sindacali della Fiom di Torino è iscritto a un partito, il punto è riuscire ad arrivare anche all'altro 90%. Parlo di Mirafiori, ma potrei dire le stesse cose sui disoccupato organizzati di Napoli, sui no-tav della Val di Susa, i no-base di Vicenza. Penso a una sinistra plurale nel senso potente del termine, non solo perché unisce percorsi diversi. Una sinistra percepita come una casa politica utile. Plurale e pluralista, socialista, comunista, ambientalista. Su questo terreno ci sono poi anche dei segnali concreti che già vanno in questa direzione come la lettera che ho scritto insieme ai ministri Mussi, Pecoraro e Bianchi per chiedere al Governo un salto di qualità sulle politiche sociali.
Prima hai detto che la possibilità della sinistra si lega a doppio filo con il protagonismo del movimento operaio. Ma parlare di nuovo movimento operaio oggi, dopo tutto quello che è successo in questi anni, non è troppo ottimistico?
Non ho detto che sia facile e che non ci siano problemi. Penso si debba però riflettere e guardare alle fasi migliori della storia del movimento operaio, alla fine degli anni Sessanta, ma anche molto più indietro nel tempo alle esperienze della fase nascente del movimento dei lavoratori, esperienze che si caratterizzavano per forme plurali e partecipate. Rileggere le pagine della storia del movimento operaio che hanno indicato la possibilità di governare le differenze interne senza che diventassero spaccature, con un'attitudine all'ascolto delle diverse voci che si esprimevano. Alcuni grandi valori di riferimento sono la possibile base perché questo processo si metta in moto: la giustizia sociale, la libertà, la democrazia, la partecipazione, la laicità. Termini che si potrebbero usare anche per definire la sinistra di oggi. Un nuovo movimento operaio passa per la ricostruzione di un'idea di appartenenza, di comunità. Comunità che è poi fatta di tante cose: partiti, sindacati, comitati, esperienze diverse, differenti percorsi e sensibilità. Per questo insisto molto sul concetto di pluralismo.
Pluralismo è una parola bellissima, ma rischia di essere inflazionata, ferita dalle affermazioni identitarie, allungata come un elastico per giustificare atteggiamenti ben diversi.
Per essere molto chiari diciamo che tra un impianto bolscevico, centrato sulla nettezza della posizione (che è un po' quello che abbiamo usato tutti, anche noi nella discussione interna a Rifondazione), e un impianto ecumenico che accetta le differenze come fisiologiche, io scelgo l'impianto ecumenico. Proprio per questo penso che la nuova soggettività debba passare attraverso una confederazione di esperienze in cui non si chieda a nessuno di sciogliersi. Non si chiede ai partiti, non si chiede alle associazioni, ai comitati e via dicendo. Ecco perché ho parlato dell'esperienza dell'Flm per organizzare il processo unitario. Per questo, in prospettiva sono contrario all'idea del partito unico mentre credo che la strada sia quella di una soggettività politica che consenta il dialogo tra esperienze diverse in un processo unitario.
Utilizzo la tua metafora: i partiti italiani riusciranno ad essere più ecumenici che bolscevichi?
Il punto è di pensare a un'aggregazione che cerchi la propria unità sul consenso e non nella formula classica di maggioranza e minoranza. Bisogna provare a costruire una soggettività politica che faccia i conti con la crisi della politica. Quindi la ricerca di unità sulle cose da fare deve essere sempre rispettosa della pluralità degli elementi che la compongono. Insomma, non vorrei fare solo un partito più grosso. Il problema è quello di individuare una formula politica che metta a valore la pluralità delle esperienze. Incorporare la pluralità, la confederalità come elemento costitutivo, questa mi sembra la risposta.
L'unità è un obbiettivo raggiungibile?
La scelta del percorso unitario è totale. Un'unità plurale non deve essere vissuta con disagio, ma come superamento di paradigmi novecenteschi sbagliati. L'idea che la lotta per la trasformazione sociale possa avere una forma politica di riferimento che non lavora per esclusione ma per inclusione è un salto di paradigma.
Però si parla di crisi della politica. E anche quando non se ne parlava ancora forse qualcosa si era già rotto nel rapporto fra governanti e governati.
Quanto dicevo sulla crisi del movimento operaio e sulle forme della partecipazione riguarda anche la crisi della politica. La ricostruzione di un'idea di appartenenza e di comunità rappresenta senza dubbio una prima risposta perché mette in gioco in prima persona gli individui, tutti, e non solo il ceto politico.
Cambiare certi meccanismi della politica significherebbe fare una sorta di "rivoluzione copernicana". Non è una missione quasi impossibile?
In altre fasi storiche certi fatti pesavano molto meno. Il grado di identificazione con il politico era molto più alto. Il problema non è solo della sinistra ma di un intero sistema. Per la sinistra è però fondamentale avere relazione con la propria gente, condividere. C'è una contraddizione di fondo tra le motivazioni che spingono un giovane ad aprirsi alla militanza politica e le modalità concrete che regolano la vita politica. Allora bisogna aprire una riflessione che non riguardi solo le nostre proposte in Parlamento, ma anche i codici che noi stessi ci diamo. Il fatto che sei ministro (auto blu, stipendio alto) crea distacco. Lo percepisci nella compagna o nel compagno che è d'accordo con te, ma resta nella sua testa un "sì, però quello ha un'altra condizione". La ricostruzione di una comunità passa anche per una scelta secca e una discussione vera sugli stipendi, sulla rotazione degli incarichi. Passa per una discussione sulla critica concreta alla separatezza della politica. Perché la scommessa è quella di riuscire a coinvolgere non solo chi fa politica ma anche quelli che non la fanno. Allora bisogna segnare una rottura antropologica con quello che è il politico nell'immaginario collettivo. Si deve pensare concretamente a una riduzione degli stipendi dei politici di professione.
Domanda secca: Rifondazione comunista deve continuare a esistere o ha esaurito la sua funzione nel panorama politico italiano?
Rifondazione deve continuare a esistere per oggi e per domani, non solo per ragioni di memoria, ma perché soprattutto non è esaurito il tema della rifondazione del comunismo che è abbiamo ancora davanti e non dietro di noi. Ma vogliamo declinare questa rifondazione del comunismo nel contesto della costruzione di una soggettività di sinistra e nel contesto della ricostruzione del movimento operaio. Perciò dico sì al processo unitario e ti ripeto: non ho il mito del partito unico. Penso ad una soggettività politica plurale, in relazione ad un'operazione larga di ricostruzione del movimento operaio. Rifondazione comunista deve stare fino in fondo nel processo unitario, ma in quanto Rifondazione. E per quanto mi riguarda non è un fatto identitario. Per altro, nel mio percorso personale, si incrociano la storia comunista, la sinistra socialista, elementi di storia anarchica, la fede evangelica, il cristianesimo eretico… Quindi non sto parlando di nostalgia, di appartenenza che non si riesce a superare. Per me l'idea della Rifondazione ha un punto importante: il problema non è solo la redistribuzione del reddito, ma la messa in discussione di come si produce la ricchezza. In questo senso io vedo l'elemento della radicalità. E da questa radicalità la messa in discussione dei rapporti di produzione, la questione ambiente, la divisione sociale del lavoro, la critica al patriarcato. La scelta della nonviolenza - che io considero strategica - è poi fondante. E acquista per me un significato molto profondo in quanto si lega alla scelta comunista. Quindi parti dalla radicalità del tuo anticapitalismo per proporre un percorso, una prassi e un modo di essere non violento. Le parole rifondazione e comunista danno significato l'una a l'altra. In questo senso la storia della Rifondazione comunista non è finita.


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