Giovanni JervisSappiamo tutti cos’è la coscienza – scriveva William James più di cento anni or sono – fintanto che nessuno ci chiede di definirla, ma se pretendiamo di darne una definizione ci scontriamo con il più ar-duo dei problemi.
Nessuno controlla i pensieri
Gli inganni della coscienza. Le ultime ricerche accrescono i dubbi. Abbiamo davvero accesso all’interiorità?
William James aveva compreso che la coscienza non è uno stato semplice della mente e neppure è so-stanza o entità: egli la concepiva come un flusso, come il fluire stesso del nostro pensiero. Un altro e-minente filosofo-psicologo, Franz Brentano, mise a fuoco un punto importante: la coscienza è un rap-porto, il rapporto fra un oggetto e un oggetto. Qui Brentano chiamava intenzionalità l’essenza della re-lazione mentale (e cosciente) che intercorre fra noi e ciò che ci sta davanti, fra noi e l’oggetto del nostro sguardo. In quanto soggetti viventi - e oggi sappiamo che il discorso può valere anche per un cane, o per un altro animale - noi siamo sempre coscienti di qualcosa, di oggetti che stiamo «intenzionando » nella nostra mente.
A partire da queste idee ancora ottocentesche, tuttavia, per decenni lo studio della coscienza non fece
molti passi avanti. Nella prima metà del Novecento le ricerche della psicologia scientifica furono do-minate dal comportamentismo, una scuola che tendeva a considerare quello della coscienza uno pseu-do-problema; quanto a Freud e ai suoi allievi psicoanalisti, essi furono determinanti nel far accettare l’idea che la nostra vita mentale sia occultamente influenzata da fattori inconsci, legati a pulsioni biolo-giche, ma dedicarono un’assai distratta attenzione al problema di cosa fosse, propriamente, la coscien-za.
Tutto ha cominciato a cambiare negli Anni 70 dello scorso secolo, con il pieno affermarsi della corren-te cognitivista in psicologia e con i rapidi progressi delle neuroscienze. Lo studio del cervello permette di capire quali strutture siano implicate nello stato di vigilanza e nel monitoraggio di noi stessi e delle nostre azioni; molti, anche fra i profani, conoscono oggi gli studi di Edelman e di Damasio a questo ri-guardo.
Sul terreno, poi, non tanto della neurofisiologia quanto della psicologia, le cose sono divenute più com-prensibili da quando abbiamo chiarito alcuni temi metodologici.
Di questi, il più consolidato riguarda la necessità di decentrare il punto di partenza dell’indagine. La coscienza non è qualcosa che spiega, ma qualcosa che va spiegato, analizzato, smontato. Ciò significa chiedersi in che senso quello che chiamiamo «coscienza» possa essere un insieme di funzioni gradata-mente emergenti dello sviluppo dei sistemi nervosi attraverso l’evoluzione delle specie.
In che senso è cosciente un topo?E uno scimpanzè? Si può parlare di coscienza di un lombrico? Esisto-no salti di qualità fra questi animali? E - parallelamente - in che senso vi sono differenze fra le capacità di coscienza di un lattante di tre mesi, che sgrana gli occhi, di un bambino di sei o otto mesi alle prese con il cucchiaio della pappa e poi di quel bambino di tre anni che sta cominciando a capire che, se ha sognato la nonna, non è perché la nonna gli ha fatto visita mentre dormiva? Questo tipo di domande ci porta oggi a ritenere che gli animali, e in particolare gli animali con un cervello complesso, siano più coscienti delle qualità del mondo, e in pratica più simili a noi nella loro vita mentale, di quanto credes-simo, e inversamente che noi stessi siamo, per così dire, meno coscienti, meno consapevoli, di quanto dessimo per scontato. Di qui lo studio sperimentale anche della coscienza adulta, in un ramificarsi di ricerche che riprendono le classiche ipotesi di Freud. Queste ipotesi si radicalizzano: oggi infatti ci chiediamo se è proprio vero che noi controlliamo la nostra vita mentale o se, invece, questo controllo, che ci sembra evidente nel nome della coscienza, è sostanzialmente un’illusione.
Qui occorre tornare a Brentano per capire in che senso noi stessi possiamo essere presi a oggetto della nostra attenzione cosciente. Contrariamente a quanto si pensava fino a trent’anni fa né un bambino molto piccolo, diciamo di tre o quattro mesi, né la quasi totalità degli animali hanno alcuna idea, nep-pure confusa, di esistere. Ciò non toglie che essi godano di una coscienza vigile, una coscienza sempli-ce, la coscienza d’oggetto, che permette loro di costruire modelli di realtà nonché schemi di azione e, quindi, di interagire in modi duttili, e però non autoconsapevoli, con persone e cose. Alcune specie ac-cedono a un passo successivo e più raffinato: scimpanzè, oranghi, delfini, forse anche elefanti, e nella nostra specie i bambini già fra i quindici e i diciotto mesi, arrivano a prendere il proprio corpo a oggetto della propria attenzione, intendendolo come corpo proprio, cosa che può essere dimostrata da ingegnosi
espedienti basati sull’uso dello specchio. Si accede allora una primordiale coscienza di sé. Ma neanche
questa è ancora l’autocoscienza come la intendiamo: soltanto nella specie umana, e solo dal terzo-quarto anno di vita in poi, vengono presi a oggetto della coscienza anche alcuni aspetti della mente. Qui la coscienza prende a oggetto se stessa, o meglio taluni suoi contenuti, i quali vengono collocati in un virtuale teatro interiore: pensieri e ricordi, fantasie e sogni, gioie e patimenti. E’ l’introspezione.
Questa nuova capacità si concretizza in un saper dire, ossia in quella che viene chiamata la coscienza dichiarativa (alla quale si lega indissolubilmente la memoria dichiarativa) ed è altra cosa dal semplice saper fare, caratteristico di tutti gli animali nonché dei bambini sotto l’anno di età.
Un «saper fare» senza affatto un «saper dire» riguarda, però, anche molte attività umane adulte: io pos-so parlare perfettamente una lingua senza avere alcuna idea delle sue regole grammaticali e scrivere ve-locemente al computer senza saper dire se la «S» o la «P» stanno a destra o a sinistra. Quella tastiera è nella mia memoria, forse perfino nella mia coscienza, ma solo ai fini pratici: se voglio descriverla o di-segnarla, scopro che non ne so nulla.
Sembra dunque che si possano distinguere vari gradi di coscienza, che vanno dal più semplice monito-raggio ambientale a forme sofisticate di automonitoraggio. Ora, molte delle ricerche più recenti su que-sta tematica vertono su un dubbio singolare e inquietante: la coscienza introspettiva esiste veramente? Se pure esiste, è qualcosa di più precario di quello che crediamo di solito, e i dati sperimentali che ci spingono a questo dubbio sono talmente numerosi che qui si può farne solo un breve cenno.
Per esempio, siamo abituati a credere che le emozioni siano turbamenti dell’abituale serenità della co-scienza, ma questo non è sempre vero. Capita che siamo di cattivo umore, o anche spaventati, senza che ce ne accorgiamo(spesso infatti se ne accorgono prima gli altri) e Daryl Bem ha sostenuto che, se non ci osservassimo mentre canticchiamo ed esprimiamo progetti piacevoli, non sapremmo nemmeno dire che «ci sentiamo» di buon umore.
Ingegnosi esperimenti dimostrano che, nella vita quotidiana, le nostre azioni sono largamente determi-nate da fattori di cui non abbiamo consapevolezza. Persino per quanto riguarda i più razionali processi decisionali uno psicologo e un economista, Tversky e Kahneman, hanno dimostrato che essi sono in-fluenzati da moduli procedurali, di cui abitualmente non percepiamola presenza.
Più in generale, dunque, è dubbio che noi abbiamo un accesso diretto alla nostra interiorità mentale: di fatto, quest’ultima non è mai oggetto di vera descrizione introspettiva, ma solo di narrazioni più o meno convenzionali. L’autocontrollo del nostro pensare quotidiano è sostanzialmente carente, cosa che po-trebbe contribuire a spiegare una parte dei suoi più irrazionali contorcimenti: anche in campo politico e sociale il pensare «diretto» non è cosa facile, tanto che a volte ci perdiamo nelle nostre stesse parole.
Da “La Stampa”, 9 maggio 2007




Rispondi Citando
