Berman: "Il ’68 è vivo.
L’ho capito da Sofri"


"Non muore con l’Iraq la battaglia per promuovere la democrazia"

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...one=Il%20libro#
JACOPO IACOBONI


Sofri mi ha aperto gli occhi, dice Paul Berman. «Ascoltando Sofri ho realizzato che su un punto avevo torto, e la mia interpretazione richiedeva una revisione (...) Lo spirito del ‘68 è ancora vivo». Non è morto, come aveva pensato lui nel libro finale della sua trilogia sul terrore, Power and the idealists (Idealisti e potere, Baldini & castoldi, febbraio 2007).
Chiunque si sia appassionato alle vicende della sinistra italiana ed europea leggerà d’un fiato il lungo articolo che Paul Berman ha scritto sul magazine liberal The New Republic. «The Death of an Anarchist, the Murder of a Police Chief, and the Remaking of the European Left» (La morte di un anarchico, l’assassinio di un commissario di polizia, e la ricostruzione della sinistra europea) è un saggio di portata rilevante per l’accuratezza dell’analisi, che colloca la questione dell’infinita transizione della sinistra italiana in una prospettiva europea; ma anche per la tesi di fondo: Adriano Sofri è la figura che in Italia meglio aiuta a capire la parabola della generazione del ‘68, quella degli «idealisti» europei, e delle loro diverse evoluzioni, e proprio sentendo Sofri parlare - durante un dibattito avvenuto a Roma alla presentazione del libro di Christian Rocca, giornalista del Foglio (Cambiare regime, Einaudi), al quale partecipava anche Piero Fassino - Berman narra di «aver compreso il mio errore».
In Terrore e liberalismo Berman sosteneva una tesi semplice, nonostante non piaccia a molta sinistra (europea, ma non solo): la lotta contro il «fascismo islamico» è figlia della lotta contro il nazifascismo nel XX secolo. Una cosa «di sinistra», altro che le fole sul destrorso Bush e la cricca texana del petrolio. Ne consegue che Berman sostenne la guerra «con motivazioni etiche» in Iraq: occorreva rimuovere un dittatore, Saddam Hussein.
Nell’ultimo libro, Idealisti e potere, seguiva la generazione dei Joschka Fischer, Dani Cohn Bendit, Bernard Kouchner, Adam Michnik, e appunto Sofri, dall’idealismo sessantottino alle posizioni odierne - a volte di potere - che di solito riassumiamo nella formula dell’«interventismo democratico»: quella breve stagione della sinistra (anche italiana) nella quale si è appoggiato l’intervento militare (allora, in Kosovo) contro la violazione «grave e sistematica» dei diritti umani.
Ecco. Negli anni successivi quell’abbozzo di «sinistra nuova» che discuteva della guerra necessaria e della guerra «etica» si è divisa fin quasi a sparire sull’Iraq. Sofri e Cohn Bendit, favorevoli al Kosovo, hanno criticato l’intervento a Baghdad. Berman prima l’ha sostenuto, poi ha ammesso il disastro (ma che cosa dire ora che le cose nel teatro iracheno sembrano andare meno peggio?). Adesso scrive: «In Idealisti e potere conclusi, alla luce della catastrofe irachena, che la storia dell’evoluzione della sinistra dagli Anni Sessanta a oggi era arrivata alla fine; nessuno più avrebbe pronunciato parole o discorsi sulla missione sacra della sinistra della generazione del ‘68, alla maniera in cui Kouchner usava fare (per esempio sul Kosovo). Questo diede un finale ben triste al mio libro, ma che altro ci si sarebbe potuti aspettare, data la situazione in Iraq?». In altre occasioni Berman ha fissato anche una data di morte precisa dello spirito del ‘68, quel 22 agosto 2003 quando a Baghdad salta in aria il quartier generale Onu, e viene ucciso Sergio Vieira de Mello.
Senonché, sentendo Sofri, arriva la «revisione». «Ma poi io mi trovai seduto accanto a Sofri e lo ascoltai parlare al cinema Capranichetta della sua amicizia, ancora viva, con Cohn-Bendit e Michnik», racconta Berman. Michnik che - ricorda Sofri - fu favorevole alla guerra irachena, e ciononostante era e restava un «compagno» di quella sinistra idealista, rimasta in fondo sessantottina. «Fu allora - prosegue Berman - che realizzai che Adriano Sofri aveva appena pronunciato un discorso cruciale: pensava che valesse ancora la pena di parlare dei princìpi e degli ideali di tanti anni addietro, anche se alcuni dei sostenitori di quei principi (la «promozione della democrazia nel mondo», le guerre con «motivazioni etiche» contro i tiranni) avevano appoggiato l’invasione dell’Iraq, mentre lui e altri erano stati contrari. Insomma, avevo sbagliato», osserva Berman. «Il ‘68 non era morto», nonostante «sia diventato di moda dichiarare morti e sepolti quei principi del ‘68, poiché il disastro in Iraq sembra averli cancellati». Perdonatelo se la conclusione è l’unico punto ammiccante del discorso: «E invece no, la lotta continua».
Autore: Paul Berman
Titolo: Idealisti e potere
Edizioni: Baldini & castoldi
Pagine: 329
Prezzo: € 18.50