
Originariamente Scritto da
bixio_cv
mi è capitato di leggere questo documento di alcune realtà antagoniste. A me piace.
ALCUNI NODI DELL’ANTIFASCISMO OGGI
Oggi vorremmo aggiungere alcune considerazioni di diverso tipo in merito all’antifascismo oggi, più centrate a individuare problemi politici immediati che si trovano ad affrontare gli antifascisti nel movimento italiano.
Apparentemente, il tema potrebbe essere proprio quello della repressione, ma essa è dopotutto una conseguenza normale, che non può spaventare in alcun modo le compagne e i compagni, né tantomeno far recedere realtà organizzate autonome dai loro metodi e dai loro propositi militanti.
Se è sbagliato credere di poter usare la repressione come tema aggregativo o di mobilitazione per creare movimento o tensione sociale (un’idea che è ormai fatta proprio solo da realtà anarchiche del tutto marginali), altrettanto grave sarebbe – come talvolta qualcuno ha fatto e sembra fare – partire da considerazioni riguardanti questo problema per orientare le proprie scelte politiche verso comportamenti più concilianti.
In entrambi i casi sarebbero proprio le istituzioni repressive a vincere, determinando le strategie del movimento dall’esterno. La repressione non è insomma in alcun modo un nodo di particolare interesse nell’attualità politica dell’antifascismo.
Se un problema c’è è invece rappresentato dalle stesse organizzazioni neofasciste, con la capacità aggregativa che hanno saputo mostrare in questi anni, soprattutto in certe città. Le opinioni correnti e i modelli di riferimento dei settori sociali di vaste aree urbane sono oggi orientati a destra. Non sempre i fascistelli di zona militano nelle organizzazioni, e tuttavia rappresentano da un lato un potenziale aggregativo per queste ultime, dall’altro possono comportare elementi di fastidio e talvolta di vero e proprio pericolo nel rapporto che le strutture di movimento hanno con il territorio e con la metropoli.
L’azione antifascista si presenta immediatamente, quindi, come azione orientata all’aggregazione sociale: il primo e più fondamentale antifascismo non è quello “culturale” e neanche quello militante, ma l’intervento sociale nella metropoli. L’antifascismo si chiama perciò anzitutto lotta studentesca nelle scuole superiori e nelle università, occupazioni di case, vertenze sui posti di lavoro e radicamento nei quartieri, attacco politico generale alle condizioni di vita imposte dal capitalismo. Occorre mettere a fuoco che i soggetti cui si rivolgono le organizzazioni fasciste ( anche quelle che si nascondono sotto i nomi di tifoserie organizzate) sono gli stessi soggetti sociali cui si deve rivolgere l’attività sociale e di lotta di chi oggi getta le radici per la diffusione dell’antagonismo.
E’ necessario affrontare tutti questi nodi, sul territorio, essere politicamente adeguati a questa sfida. Se settori di movimento agiscono esclusivamente sul terreno della controcultura (magari proponendo modelli controculturali vecchi e ormai da tempo resi organici a un’industria culturale identificata dai giovani, in molti casi, con assetti di potere costituito) o se si mette in primo piano un elemento rigidamente ideologico, si determina uno scarto tra aree di movimento e società reale che è al tempo stesso dovuto a pecche di anacronismo e di elitarismo.
Se, d’altro canto, indirizziamo i nostri sforzi verso un soggetto precario che ha sempre solo le sembianze dello studente universitario che mette fiori nei suoi cannoni, rischiamo di perdere di vista il precariato sociale brutto e cattivo che non raggiunge l’ateneo, o magari lo attraversa in modo meno estroverso, a volte facendo propri altri linguaggi e modelli.
Talvolta si ha oggi l’impressione che vi siano soggetti, all’interno del movimento, che sarebbero pronti a dare del fascista a chiunque non faccia propri i dettami di una certa scuola politica, con le sue caratteristiche iconografiche o estetiche, quando il problema è, prima di etichettare, comprendere.
Saper comunicare, questa è in effetti la sfida dell’antifascismo oggi, dove la comunicazione è un rapporto di ascolto e interlocuzione reali con i soggetti metropolitani. Decifrare codici, riprodurli e dislocarli sul livello sociale, marcando un territorio testuale che entri in antagonismo con i canoni prefabbricati dello spettacolo o del discorso pubblico; proporre un progetto e un modello organizzativo di parte, sottolineando che la strada e le difficoltà della vita sono anche un possibile terreno di ricomposizione; saper comunicare anche attraverso i media, sempre ricordando che con l’avanzare della crisi sociale sono le gestualità conflittuali che esercitano fascino sul precariato giovanile, mentre la politica autonoma è un’attività che va necessariamente presentata come antitetica e incompatibile con quella esercitata come professione: questi sono alcuni elementi di un intervento sociale antagonista che ha immediate ricadute sulla battaglia antifascista.
Se questi aspetti faticano a esser fatti propri da molte realtà antifasciste, non solo italiane, al contrario i gruppetti dell’estrema destra cercano in ogni modo di produrre un’immaginario “antagonista” e “popolare”, e percorrono – talvolta con successo, anche se non è utile fare drammi – la strada del radicamento sul territorio. Qui si inserisce la tematica del carattere militante dell’antifascismo odierno come anticipazione di quello che sempre più sarà l’antifascismo futuro. Non serve protestare di fronte alle provocazioni fasciste, ma occorre reagire. Non è di alcuna utilità il vittimismo per le aggressioni che si subiscono, tanto più se sono gravi, né è efficace l’insulto verbale o la denuncia dell’infamità delle azioni squadriste. Sono tutti aspetti controversi, perché si rischia di permettere ai neofascisti di acquisire un’immagine di forza o, nel caso di certe località, di “onnipotenza” – un immagine che a ben vedere non meritano.
Le compagne e i compagni devono spendersi in prima persona per ostacolare concretamente l’agibilità a questi soggetti politici, anche rovesciando la mitologia che i fascisti stanno in certi casi cercando di accreditare circa la loro posizione “d’attacco” (anche se sempre pure, inevitabilmente, di immediata fuga) di fronte ai compagni.L’antifascismo è militante, ormai, o non è, ed è militante su ogni terreno, anche quelli della memoria e della ricerca. Di fronte all’insulto sistematico all’opera di resistenza delle combattenti e dei combattenti partigiani durante e dopo la guerra mondiale, occorre in primo luogo avviare percorsi di memoria, di testimonianza, di registrazione di voci e racconti.
Troppo spesso, a sinistra, la risposta alle provocazioni editoriali o giornalistiche contro la resistenza è debole e male argomentata: occorre riaffermare e spiegare con chiarezza e pazienza la necessità e legittimità storica di una giustizia popolare antifascista durante e dopo la guerra, non solo in Italia. Occorre riaffermare sempre che di fronte alla barbarie del nazifascismo le scelte di campo erano e sono dovute, che chi ha indossato la divisa sbagliata non ha giustificazioni storiche, che ogni remota possibilità di emancipazione e trasformazione sociale si ha solo a partire da un rifiuto del fascismo in ogni sua forma. Lo stesso terreno della ricerca storiografica militante sui percorsi dell’antifascismo dal biennio rosso fino al 2007 deve essere fatto proprio dagli antifascisti che lavorano presso le università o i centri di ricerca.
Ma soprattutto, ciò di cui oggi c’è assoluto bisogno sul livello dei contenuti politici è la progressiva costruzione della strategia teorica del nuovo antifascismo.
La resistenza partigiana ci consegna un lascito di tensione verso il futuro, e di responsabilità verso il passato. Contro i fascisti di oggi non servono la paranoia sociale, le paure indistinte, l’ossessione politica, la sovraesposizione verbale. L’antifascismo è, per molti aspetti, una cosa semplice. E’ anche una cosa che si rinnova, una cultura politica in trasformazione, qualcosa che è in grado di unire, anche se non secondo le coordinate politiche dei decenni passati.
Infine, non è in alcun modo la nostra strategia, ma è l’ispirazione di fondo di ogni strategia.
Network Antagonista Torinese-Askatasuna_Murazzi-collettivo universitario autonomo
Torino, Luglio 2007