Originariamente Scritto da
Barsanufio
Sì, effettivamente riconosco di non esser stato tanto chiaro: e ringrazio Waglione per aver chiarito lui il punto. Non è che il maschio possa rispecchiare il Dio di Abramo perché la donna è legata ai cicli cosmici. Lo rispecchia perché, positivamente, ne è sottratto e - in un certo senso - affrancato, con tutto il bene e il male che da ciò gli deriva e che gli pesa spaventosamente sulle spalle come destino.
Contesto però, nel ragionamento di Waglione, il collegamento eccessivo tra predominio fallico e uso della forza. Il riferimento medico è suggestivo (anche a me viene in mente prima l'impotenza sessuale rispetto all'impotenza funzionale di altri organi, esattamente come dò quasi sempre per scontato che quando si parla di anoressia ci si riferisca a quella mentale; ci sono delle espressioni che si sposano a dei significati, e certamente non in modo casuale), suggestivo, ma, sul piano della fenomenologia del religioso, secondo me non risolutivo.
Non conosco dee più feroci di Durga. E' pur vero che, se vuoi diventare un dio o una dea indù, prima o poi qualcuno lo devi sbranare, o smembrare, o squartare: non puoi rimanere solo un buon diavolo seduto in placida meditazione, nessuno ti venererebbe mai (tale è un po' la sventura di Brahma). Ma Durga (o Kali), accidenti, sembra che ci prenda proprio gusto, e che il sangue - tutto, ma particolarmente quello umano - le piaccia proprio tantissimo. Al suo confronto HaShem, il santo tetragramma, pur con tutti i sacrifici che comanda suo nel tempio e pur con tutto il fumo di carni arrostite per cui va pazzo, eh, al suo confronto sembra un vegetariano pallido come una mozzarella.
Insomma, mi pare che - proiettate nel cielo (o, meglio, proiettate dal cielo) - vi siano una violenza fallica e una violenza uterina, una tenerezza maschile e una tenerezza femminile.
Un'altra cosa: scrive altrove Waglione:
C'è un libro che mi permetto di consigliare: PULCINELLI G., "La morte di Gesù come espiazione. La concezione paolina", San Paolo 2007.
Waglione fa riferimento a una certa visione cristologica - in particolare quella anselmiana della satis-factio - la quale, progressivamente, perde terreno sul piano della teologia col venire in luce del percorso ermeneutico messo in atto dalle prime comunità cristiane nella costruzione della categoria dell'espiazione per comprendere la croce di Gesù.
La visione sacrificale mantiene però, questo è pur vero, una sua legittimità antropologica. Girard o non Girard :- ).
Un'ultima cosa (e chiedo scusa per il patchwork incomprensibile di questo mio intervento): io sono un sommesso sostenitore della zi-ità di Dio. Dovendosi usare una metafora familiare, mi piacerebbe immaginare il Dio-zio, che mi sembra più tardomoderno e post-psicanalitico del Dio PADRE. Il rapporto col Padre è troppo grosso, ci passano dentro miliardi di cose fra cui quelle più perverse (lo si vuole uccidere, lo si vuole introiettare, etc. etc.): mentre l'autorevolezza dello zio è più leggera, scherzosa, dialogante. Però l'autorevolezza resta, eccome. In molte culture africane tradizionali, se vuoi chiedere in sposa una ragazza, devi andare a chiedere il consenso allo zio (il padre, per definizione, non lo darebbe mai).
Il Dio-zio è pronto per la sfida tardomoderna. Del resto quel che ci opprime in Pinocchio è proprio il conflitto tra Padre e Figlio. Mentre possiamo ridere con semplicità e leggerezza delle conflittualità diagonali tra Paperone, Paperino e Qui-Quo-Qua (rigorosamente in linea zio-nipote: non troverete un padre o una madre, credo, in tutta Paperopoli e neppure a Topolinia).
Grazie, Barsanufio