Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
    petronius
    Ospite

    Predefinito Chi tradisce il mercato?

    Chi tradisce i risparmiatori? Il gestore che non batte neanche la performance del BoT? O chi invece cerca extra-rendimenti assumendo maggiori rischi e snaturando così la natura del fondo? L'esplosione del caso Bnp Paribas – che all'interno di strumenti di liquidità (per definizione quasi privi di pericolo) aveva inserito strumenti legati ai rischiosi mutui subprime Usa – non è certo isolato e rende la domanda più che mai attuale.

    BoT irraggiungibile, o quasi. Sotto l'aspetto dei risultati la questione è abbastanza chiara: il rendimento del BoT resta più delle volte una chimera per i gestori dei fondi obbligazionari e di liquidità italiani. Se si guardano gli indici Fideuram, il testa a testa è impietoso per le categorie obbligazionario euro governativi a breve termine e liquidità area euro, che dal 2000 in poi – come si legge nella tabella – escono sempre sconfitte dal titolo di Stato a 12 mesi (al netto della ritenuta fiscale e reinvestito ogni anno). Soltanto gli obbligazionari a medio/lungo termine riescono in media a spuntarla a 5 e a 7 anni, ma a causa dei rialzi dei tassi d'interesse restano irrimediabilmente in coda alla classifica sulla distanza di uno e tre anni. E se anche il confronto BoT-fondi obbligazionari e monetari è forse poco ortodosso per i «puristi» del risparmio gestito, resta però sempre l'amara constatazione che il più delle volte un risparmiatore avrebbe fatto meglio ad acquistare i «Buoni» che ad affidare il denaro a una gestione professionale.

    Spese pazze. Tra i principali imputati di questa disfatta, più che le capacità dei gestori finiscono i costi dei prodotti. Eccessivi e spesso difficili da giustificare quando si parla di obbligazionario o monetario, come si legge nell'articolo della pagina a fianco. Un esempio? Scorrendo la classifica di rendimento nella categoria liquidità euro troviamo agli ultimi posti Euromobiliare Tesoreria e Azimut Garanzia, cioè due dei fondi più costosi in assoluto con un Ter (Total expense ratio, indicatore sintetico degli oneri che gravano sul patrimonio del fondo) rispettivamente dello 0,94% e dello 0,91%. In testa, forse non a caso, si trova invece Anima Liquidità, il meno caro con il suo 0,19% di spese, così come Leonardo Monetario Euro primeggia a 3 anni fra gli obbligazionari a breve termine e contemporaneamente ha costi ridotti (0,42%) rispetto alla concorrenza.

    Attenti ai migliori. Senz'altro più delicata è invece la questione legata alla classificazione del prodotto di investimento. Nell'ultimo anno, per esempio, American Express Currency Alpha Plus Absolut Return è la migliore tra le Sicav estere inserita nella categoria liquidità area euro e a disposizione della clientela retail italiana: con un rendimento del 9,28% (al lordo del 12,5% delle imposte) è però a ben vedere più di un semplice fondo monetario. Infatti è sufficiente un'occhiata al prospetto informativo per far emergere che la Sicav, oltre a investire in titoli a breve termine investment grade espressi in euro, utilizza anche strumenti finanziari derivati su valute diverse. Un investimento lecito, certo, e di sicuro ben segnalato al risparmiatore attraverso la parola currency (valuta) nella denominazione del prodotto. Peccato che la gestione delle monete non sia proprio nel Dna di un fondo liquidità e comporti l'assunzione di rischi maggiori.
    Tanto è vero che c'è disaccordo anche su come classificare questo prodotto: per Assogestioni, l'associazione che riunisce le Sgr italiane, il fondo AmEx rientra appunto nella categoria liquidità area euro. Per Cfs rating, società di consulenza del settore, è invece un flessibile. «Il Currency Alpha Plus Absolute Return non è un fondo flessibile – tiene a precisare Giobatta Michelazzo, responsabile Italia della distribuzione di American Express – ed è stato inserito fra i liquidità area euro perché non esiste una categoria currency». Grande confusione, insomma, anche fra gli addetti ai lavori. E i piccoli risparmiatori (per ora) stanno a guardare.

  2. #2
    petronius
    Ospite

    Predefinito Chi tradisce il mercato? (2)

    Un settore in rapida crescita, sempre più collegato allo sviluppo globale della finanza strutturata, che basa le proprie fortune sulla reputazione di imparzialità degli operatori ma nel quale le "muraglie cinesi" tra indipendenza delle valutazioni e interessi dei clienti potrebbero essersi progressivamente erose sino a diventare permeabili. Non è una descrizione dell'attività di revisione contabile scritta nel 2002 pensando alla Arthur Andersen, la società di audit finita in pezzi per il coinvolgimento nello scandalo Enron: parliamo del business delle agenzie di rating, scosso dal crollo delle valutazioni sui mutui subprime Usa.

    Oligopolio a tre. Ne ha fatta di strada la valutazione del merito di credito dal lontano 1909, quando John Moody fondò la prima attività moderna di credit rating. Nel 2006, secondo stime di Moody's, il giro d'affari globale del settore era di 5,25 miliardi di dollari. Il mercato è un oligopolio controllato da Standard & Poor's, che con 2,1 miliardi di ricavi nel 2006 controllava il 40% del mercato globale, la stessa Moody's che, grazie a un giro d'affari di 2,04 miliardi, aveva il 39% in crescita media del 19% l'anno nell'ultimo quinquennio, e, più staccata, Fitch che con 823 milioni «valeva» il 16 per cento del mercato.

    Quanto pesano i subprime. È abbastanza ironico che sia l'analisi dei conti di Moody's, l'organizzazione globale che, con 3.350 dipendenti, controlla e giudica le prospettive finanziarie di 100 Paesi, 12mila emittenti di corporate bond, altri 29mila emittenti di prodotti finanziari e 96mila titoli di finanza strutturata, a dare un'idea del vero peso dei rating sui mutui subprime per il settore. Nel 2006, secondo una presentazione di Moody's agli analisti effettuata a marzo, i rating hanno generato l'80% dei ricavi dell'agenzia: il 44% dai prodotti di finanza strutturata e, più in dettaglio, il 23% da quelle su derivati di credito e mutui commerciali. Il 10% del giro d'affari 2006 è venuto dai rating sui derivati Usa: di questi, un quarto era su mutui subprime. Un altro 8% è venuto dalle cartolarizzazioni di mutui residenziali Usa (Rmbs) e la metà erano subprime. Dalle ipoteche Usa a rischio, quindi, nel 2006 Moody's ha tratto il 6,5% dei suoi ricavi (per 132 milioni di dollari) grazie a collateralized debt obligation e Rmbs.

    Troppo vicini ai clienti? Paradossalmente, la stessa Moody's che inonda gli analisti di dati sui ricavi non indica i settori da cui trae il suo margine operativo da 1,1 miliardi, pari al 54% del fatturato. Ma per crescere l'agenzia afferma di puntare sulla finanza strutturata e sulle opportunità di prodotti e servizi "di supporto" ai clienti. Proprio il nodo sul quale si appuntano le critiche degli esperti che segnalano rischi di conflitti di interesse, rischi che a settembre finiranno sotto la lente di un'inchiesta sul settore promossa della Commissione Ue.

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO...lesView=Libero

  3. #3
    petronius
    Ospite

    Predefinito La Fed vara la cura, giù il Tasso di Sconto

    La Federal Reserve ha tagliato a sorpresa i tassi di sconto di 50 punti base, dal 6,25% al 5,75%. La notizia è arrivata alle 14,15 di venerdì, ma il meeting si era svolto giovedì pomeriggio e proprio le indiscrezioni sul taglio avevano determinato la repentina ripresa di Wall Street. La banca centrale statunitense ha motivato la decisione con le condizioni di maggiore incertezza che proiettano ombre minacciose sulla crescita dell'economia americana. I Fed Funds, riferimento per i mercati monetari, restano invece fermi al 5,25 per cento. In ogni caso secondo gli analisti la decisione della Fed è la premessa per un allentamento della stretta sul costo del denaro auspicata in vista della riunione del 18 settembre. L'ipotesi è di un taglio di almeno lo 0,25 per cento. In un'intervista a Bloomberg, Ed McKelvey, economista della banca d'investimenti Goldman Sachs, ha previsto una discesa al 4,5% entro dicembre. L'istituto presieduto da Ben Bernanke ha anche immesso nuova liquidità per 6 miliardi di dollari con un'asta pronti contro termine a 3 giorni (scadenza il 20 agosto). Le richieste hanno totalizzato 71,45 miliardi, per la maggior parte (42,45 miliardi) relative a titoli garantiti da mutui e accettati nella misura di 5,7 miliardi, con un tasso marginale del 5,35 per cento.

    Corrono le Borse continentali. I listini europei hanno preso a galoppare immediatamente dopo l'annuncio della Fed, invertendo in toto l'andamento negativo della mattinata, influenzato dal crollo della Borsa di Tokio (-5,42%) e dall'andamento generalmente molto negativo delle piazze orientali: alle ore 15,16 +3,34% per l'Ftse100 a Londra, +3,07% il Cac40 a Parigi, +2,15% il Dax30 a Francoforte. In netta risalita anche Piazza Affari, che ha subito toccato un top del +3,2%. L'euro è subito salito oltre la soglia degli 1,35 nei confronti del dollaro. Le piazza continentali sono andate a scia del rialzo d'oltreoceano per chiudere brillantemente in positivo una settimana ad altissima tensione. Colpo di reni nel finale a Londra con il +3,50% del Ftse100 e a Parigi (+1,86% per il Cac40). Per Francoforte (Dax30) + 1,49 per cento.

    In Piazza Affari brilla Saipem, cade Fiat. A Milano l'S&P/Mib ha terminato con +2,09%, per il Mibtel +1,49% appena sotto i 30 mila punti (-7% da inizio d'anno). Bancari sotto i riflettori, in particolare Unicredit (+4,08% a 6,12 euro) e Capitalia (+3,88% a 6,75 euro) nell'ultimo giorno per l'esercizio del diritto di recesso (ora meno conveniente) da parte degli azionisti Capitalia che non intendevano consegnare le azioni all'offerta promossa da Piazza Cordusio in vista dell'integrazione. Lo scatto più significativo, tuttavia, è stato quello di Saipem (+4,41%), maglia rosa del listino milanese. L'inversione di tendenza ha ignorato Fiat: scambiato il 7% del capitale con realizzi massicci (-3,83%) e titolo a 18 euro.

    Il rally di Wall Street, bene i finanziari. La Fed ha messo le ali, in apertura, ovviamente anche a Wall Street. Dopo una partenza a +1,5%, il Dow Jones alle ore 16 segnava +2,08%, il Nasdaq saliva del 2,56%, l'S&P500 del 2,06 per cento. Alle ore 18 italiane l'incremento si ridimensionava con il Dow Jones che avanzava dello 0,97% a 12.970,88 punti, lo S&P 500 dell'1,37% a 1.430,55 e il Nasdaq dell'1,42% a 2.485,97 punti, sul calo dell'indice della fiducia dei consumatori misurato dall'Università del Michigan, passato a 83,3 punti dai 90,4 punti registrati nel mese precedente. Il dato preliminare di agosto è stato inferiore rispetto alle attese degli analisti che prevedevano una lettura a 87,5 punti. Restavano tuttavia in luce i titoli delle banche dopo il crollo dell'ultimo mese, con perdite estese, anche in Europa, tra il 15 e il 30%: da Goldman Sachs a JpMorgan a Citigroup (da +3,6%). Lehman Brothers, nei giorni scorsi affossata da voci di possibili «perdite elevate» sul fronte dei subprime, recuperava oltre il 6,2%. Un'altra grande banca a rischio, Bear Stearns, passava in rosso a -0,48% (dal +6,88% dell'avvio). Vola anche Countrywide Financial (+11,2%, ma era a +20% in premercato), numero uno dei mutui immobiliari, messa in seria difficoltà dalla crisi subprima tanto da accedere a una linea di credito da 11,5 miliardi per evitare il peggio.

    Una scossa ai mercati. La mossa del team guidato da Bernanke serve a dare fiato al sistema bancario strangolato dal prosciugamento dal prosciugamento del credito. In effetti, il tasso di sconto rappresenta il saggio al quale la banca centrale Usa concede prestiti al sistema bancario. Questo tasso, fino a poco tempo fa, aveva un' importanza quasi simbolica, in quanto il riferimento era costituito dai Fed Funds, ovvero dal tasso interbancario sul brevissimo termine. Il tasso di sconto ha però finito gradualmente con l'assumere un'importanza crescente, in quanto disciplina il saggio cui si applicano i prestiti di emergenza concessi dalla banca centrale al sistema bancario. La decisione odierna di intervenire su questo tasso e non sui Fed Funds sembra quindi legata alle attuali condizioni di criticità dei mercati finanziari che evidenziano la necessità di finanziamento straordinario dall'istituto centrale alle banche.

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO...&area=apertura

  4. #4
    Boh..
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    Io di ste cose purtroppo non capisco molto!

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Millo! Visualizza Messaggio
    Io di ste cose purtroppo non capisco molto!

    come il 99% delle persone che scrivono su questo forum...



    ...ma almeno tu lo ammetti.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Galaad Visualizza Messaggio
    come il 99% delle persone che scrivono su questo forum...

    ...ma almeno tu lo ammetti.
    Beh, una cosa però si capisce facilmente.
    Affidando i propri risparmi allo Stato se ne ricava un rendimento maggiore che ad affidarli ai Capitani della Finanza.
    E non te li frega.

  7. #7
    Boh..
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    Citazione Originariamente Scritto da Galaad Visualizza Messaggio
    come il 99% delle persone che scrivono su questo forum...
    ...ma almeno tu lo ammetti.
    Beh l'economia, il mercato, la finanza, sono argomenti che non ho mai voluto approfondire!

  8. #8
    petronius
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    La caduta delle Borse
    Crisi, «predicatori» e la lezione del mercato
    I benefici della diversificazione e il rischio delle informazioni (mancanti)

    Nei nove anni trascorsi dall’ultima crisi finanziaria d'agosto — quella che fu innescata dall’insolvenza della Repubblica Russa nel 1998 — il mondo è profondamente cambiato. La trasformazione più importante è stata la nascita di nuovi mercati che consentono di distribuire il rischio, un fenomeno che in realtà ha origini fin dalla fine degli Anni 80. In passato il rischio era concentrato soprattutto nelle banche. Oggi le banche, quando erogano un prestito (una linea di credito a un’azienda, o un mutuo ad una famiglia) hanno la possibilità di venderlo immediatamente ad altri investitori. Il rischio in questo caso non rimane più concentrato nelle banche, ma si diffonde tra una miriade di investitori.
    Quanto sta accadendo in queste settimane pone un’ovvia domanda: queste trasformazioni hanno reso i mercati più o meno fragili? Hanno prodotto dei benefici concreti per l’economia? E’ abbastanza intuitivo che un mercato con più partecipanti sia in grado di assorbire fluttuazioni nella domanda e nell’offerta in maniera molto più efficiente di un mercato limitato a pochi partecipanti. Questo è il meccanismo fondamentale. E’ miope pensare che la riduzione drammatica nei premi al rischio che ha caratterizzato gli ultimi anni sia stata una bolla speculativa. I premi al rischio sono scesi in buona parte per effetto dell’ampliamento dei mercati finanziari. Mercati più ampi hanno consentito di ridurre il costo del capitale e quindi di aumentare investimenti, attività economica e occupazione.
    I benefici dell’innovazione finanziaria sono arrivati fino alle famiglie, soprattutto a quelle che nel passato non avevano accesso al credito, ad esempio per acquistare una casa. Una maggioranza rispetto a quelle che hanno usato l’accesso al credito in maniera irresponsabile e oggi si trovano in serie difficoltà. Per produrre questi benefici i mercati finanziari processano volumi molto consistenti di transazioni che consentono a ciascun intermediario di aggiustare continuamente e con precisione la propria esposizione al rischio seguendo l’evoluzione dei prezzi. E’ per questo motivo che una tassa sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta «Tobin tax», è una pessima idea. Una simile tassa infatti renderebbe molto costoso il processo di aggiustamento delle posizioni di rischio.
    In questo modo il numero degli attori sui mercati finanziari si ridurrebbe e il costo del capitale tornerebbe a salire. Ma pur producendo benefici, i nuovi mercati finanziari non sono privi di problemi, come hanno dimostrato gli eventi delle ultime settimane. E’ vero che l’aumento dei partecipanti ha ridotto la volatilità in situazioni normali, ma in condizioni di turbolenza, paradossalmente, la volatilità e il rischio possono aumentare. Ciò può accadere perché in un mercato più ampio, complesso e articolato è più difficile per tutti capire quello che sta succedendo. In particolare diviene difficile per tutti valutare la capacità del sistema finanziario di resistere a uno choc — ad esempio l’insolvenza di un’istituzione come IKB due settimane fa in Germania — perché nessuno può valutare con precisione come un simile choc possa trasmettersi ad altri operatori.
    La ragione per cui ciò può dar luogo a maggiore volatilità è che in situazioni di tensione gli operatori privati, non potendo stimare in maniera affidabile gli effetti degli choc, seguono una regola semplice: liquidano il più velocemente possibile i loro portafogli rischiosi. Questo accentua la caduta dei prezzi e quindi può trasformare uno choc che in realtà avrebbe avuto effetti limitati in una crisi generalizzata. Siamo quindi di fronte ad una situazione del tutto nuova: il sistema finanziario è più diversificato ed efficiente. Tuttavia, proprio questa diversificazione è causa di comportamenti difensivi che possono amplificare gli effetti negativi degli choc esterni.
    Vent’anni fa le crisi finanziarie erano diverse. Il rischio era concentrato nel sistema bancario e le banche centrali avevano sia una conoscenza dettagliata e in tempo reale della situazione delle banche, sia gli strumenti per far fronte ad una crisi: i banchieri centrali conoscevano con precisione e nel giro di qualche ora i nomi delle banche in difficoltà e l’ammontare della loro esposizione nei confronti dei debitori insolventi. Gli operatori di mercato privati non erano in grado di conoscere in dettaglio la situazione del sistema bancario, masapevano che le banche centrali avevano tutta l’informazione e gli strumenti per far fronte a una crisi e quindi si fidavano.
    Ci vorranno anni per arrivare ad una situazione in cui le banche centrali dispongano con altrettanta precisione e rapidità delle informazioni relative ad un mercato che nel frattempo è diventato tanto più ampio ed articolato.Ma questo non significa che esse abbiano perso la capacità di stabilizzarlo. Quando, come nei giorni scorsi, le banche centrali intervengono offrendo liquidità o abbassando il costo del denaro, le loro azioni forniscono importanti informazioni agli investitori. Nonostante l’evoluzione dei mercati ne abbia diminuito il peso e l’efficacia, il fatto stesso che i banchieri centrali decidano di intervenire «rassicura» gli operatori.
    Questo per tre ragioni. Innanzitutto i banchieri centrali continuano a possedere molta informazione perché sono i soli che hanno completo accesso all’interno di tutte le banche, le quali rimangono la fonte principale di finanziamento di tutte le istituzioni finanziarie. In secondo luogo sono loro che stabiliscono molte delle regole che si applicano nei mercati. Infine—ed è forse il motivo più importante—perché le banche centrali sono i soli attori che hanno come esclusivo obiettivo il buon funzionamento dei mercati. Quindi la loro decisione di intervenire normalmente riduce l’incertezza degli operatori e limita il loro incentivo a liquidare di corsa i portafogli.
    Il risultato, come si è visto con le decisioni assunte dalla Federal Reserve statunitense venerdì scorso, è la ripresa dei mercati. Situazioni di crisi come quelle che viviamo in questi giorni inducono due tipi di fenomeni. Da un lato il pubblico e variegati «predicatori» chiedono ai governi di non star con le mani in mano. Dall’altro i governanti stessi sentono il bisogno di dimostrare il loro impegno ad affrontare i problemi annunciando iniziative di vario genere: indagini sulle Agenzie di rating, l’introduzione di tasse sulle transazioni finanziarie, etc. E’ vero che talvolta una crisi può mettere in evidenza in maniera più netta i fallimenti del mercato e offrire l’occasione per riforme efficaci.
    Questo è successo in più occasioni: nel 1987 ad esempio il collasso delle transazioni sui mercati americani ha avviato il processo di creazione del più efficiente sistema di infrastrutture di mercato che tuttora esista al mondo. Ma spesso l’attivismo, la fretta, l’illusione che problemi difficili abbiano soluzioni semplici, rischiano di buttar via «con l’acqua sporca», i benefici di un mercato finanziario che è diventato più efficiente nel diversificare il rischio e più aperto per tutti.


    Francesco Giavazzi e Alberto Giovannini



    19 agosto 2007 corriere.it

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Grifo Visualizza Messaggio
    Beh, una cosa però si capisce facilmente.
    Affidando i propri risparmi allo Stato se ne ricava un rendimento maggiore che ad affidarli ai Capitani della Finanza.
    E non te li frega.
    infatti l'Italia ha un debito pubblico mostruoso, la prima repubblica è caduta sotto i colpi della corruzione e la spesa pubblica ha superato il 50% del pil

  10. #10
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