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    Predefinito un articolo da diffondere!!!!!!

    http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=68228

    Lavoro a costo zero

    Furio Colombo


    Sulla legge Biagi ho questo da dire: non dovrebbe essere chiamata legge Biagi. Si copre con il nome di una vittima del terrorismo una piccola legge su alcuni aspetti dei contratti di lavoro, in modo che quella legge non si possa più discutere. La verità è che si chiama legge 30 o legge Maroni. È una serie di percorsi per permettere in tanti modi assunzioni provvisorie e consentire alle statistiche, quando è utile, di gonfiarsi. Le statistiche, in un dato momento, non distinguono fra chi lavora sempre e chi lavora nei giorni in cui si contano gli occupati, immigrati legalizzati inclusi. E - col favore di una legge in cui il lavoro si monta e si smonta facilmente - i numeri, volendo, si gonfiano. L’uso del nome Biagi per una legge che accomoda alcune richieste delle imprese è una manovra abile anche se non proprio nobile. Sarebbe come chiamare legge «Falcone-Borsellino» la riforma della Giustizia per essere più sicuri che i magistrati non oseranno avanzare obiezioni.

    Queste sono però mosse volute e calcolate con intelligenza dalla destra. Andiamo, chi avrebbe fatto della «legge Maroni» una bandiera? Il mediocre ministro del Lavoro non avrà fatto i danni indimenticabili del suo collega Castelli alla Giustizia o di Roberto Calderoli alle Riforme. Ma certo non ha lasciato altro segno, nella storia della Repubblica, che il famoso «scalone» delle pensioni (un brusco salto di generazioni contigue da un regime pensionistico all’altro). E - appunto - la legge «usa e getta» dei giovani senza impiego, per giunta camuffata sotto il nome di un giurista che aveva idee ben più ricche e complesse sul come entrare, uscire, tornare nel mondo del lavoro con sostegni adeguati.

    Ma accade che la sinistra - o almeno la parte della sinistra che si sente più impegnata nella difesa del lavoro - segua, sia pure con segno opposto, la trovata della destra: la legge Maroni come bandiera. Capisco in pieno la motivazione, l’ansia, l’obiettivo, l’impegno. Non capisco la strategia.

    Questa bandiera può andare bene per la destra, come un modesto reclamo di merito nei confronti delle imprese. Ma è troppo piccola, questa bandiera, per sventolarla su una barricata da erigere sia contro la destra che contro il proprio governo. Troppo piccola per scardinare la speranza di resistenza del governo di Prodi e - se necessario - stroncarlo, pur di occuparsi di Bobo Maroni.

    So che sto deludendo qualcuno, specialmente coloro che nelle regole non proprio felici della legge Maroni vivono. Su questo giornale ho letto ciò che hanno avuto da dire sia Damiano, l’attuale ministro del Lavoro, sia Nicola Tranfaglia e credo di poter dire che non li divide un abisso. Sopratutto ho letto Luciano Gallino (la Repubblica, 15 agosto) e posso dire che in quel suo scritto l’abisso si vede bene. Si vede bene per che cosa si devono impegnare le sinistre in Italia e ovunque: le condizioni del lavoro nel mondo.

    Infatti se i debiti non pagati negli Usa fanno tremare Tokyo, le Tigri asiatiche, Francoforte e la Banca Centrale Europea, le condizioni di lavoro in Cina, in Brasile, in Indonesia, in India fanno vedere con chiarezza ciò che si tenta di realizzare: il lavoro a costo zero. È un progetto che funziona così. Media, politici, esperti, gruppi di pressione, convegni a migliaia, si impegnano a far credere che ogni problema di sviluppo, modernità e futuro dell’impresa risiede nel costo del lavoro. È sempre troppo alto. E allora scatta una penosa concorrenza: far discendere i Paesi civili in cui le lotte del lavoro hanno dato frutti al livello dei Paesi che il lavoro non lo pagano.

    * * *

    Coloro che a qualsiasi titolo seguono con più o meno ansia le sorti delle imprese e - in generale - della produttività e competitività del proprio Paese, sono esortati a dimenticare, o a non mettere mai in conto, i cambi e gli scambi delle proprietà delle imprese, i conflitti fra azionisti, le guerre all’ultimo sangue fra manager, le clamorose prove di incapacità dei dirigenti, i loro celebrati ingressi “in azienda”, le loro uscite non proprio e non sempre trionfali, le perdite, le svendite, i licenziamenti, i collassi, l’entrata in scena drammatica e punitiva di altre imprese e gruppi e manager, a volte di altri Paesi con metodi e impegni molto diversi verso il personale, il cui numero e il cui costo viene calcolato altrove.

    Intanto il mondo dell’impresa è investito da venti furiosi e da colpi possenti di squilibrio sul lato della finanza (dal costo del denaro alle borse del mondo), della tecnologia (modalità produttive consigliano o impongono investimenti imprevisti nelle macchine e nei sistemi di produzione) delle materie prime e delle fonti di energia (si pensi ai balzi paurosi del costo del petrolio negli ultimi mesi), delle regole internazionali (improvvisi permessi, improvvise proibizioni) delle leggi e condizioni fiscali nel proprio Paese e nelle aree di importazione di alcuni beni e di esportazione dei prodotti. E il valore di tutto sale e scende in acque tutt’altro che tranquille dove sbattono le onde della politica, degli atti di violenza e di terrorismo, delle guerre, delle minacce e tensioni che improvvisamente si formano e improvvisamente si sciolgono, delle aspettative che di colpo si formano e di colpo si cancellano buttando all’aria piani di produzione, previsione di vendita, sconquassando bilanci, non solo di aziende ma anche di Paesi.

    Ora, per quelli di noi con un po’ di esperienza, nessuno ci impedisce di sapere e seguire queste notizie, che a volte dominano drammaticamente la comunicazione di una settimana o di un giorno.

    Però - fateci caso - neppure lo sconquasso delle Borse del mondo spaventate a morte dai mutui americani non pagabili (che intanto però un’astuta rete finanziaria aveva venduto e rivenduto, accumulando ad ogni passaggio profitti inghiottiti in zone sicure della finanza mondiale) induce a discutere su problemi di produttività e competitività delle imprese.

    Forse può essere esemplare il destino di molti uomini e donne della comunità di Stockton, in California (nella pittoresca area della Central Valley, che abbiamo visto mille volte al cinema). Quegli uomini e quelle donne, che lavorano in centinaia di insediamenti industriali della Central Valley sono stati indotti alla lieta avventura di comprare una tipica casetta a schiera tipo film di Doris Day a causa di un drastico e improvviso abbassamento del costo dei mutui. Quanto basso? L’uno per cento. Chiaro che a queste condizioni anche un operaio (che tipicamente - nella moderna vita americana che piacerebbe tanto a coraggiosi politici italiani - non hanno più pensione e non hanno più, insieme al contratto di lavoro alcuna assicurazione medica) può comprarsi a lunghe rate una casa. L’economia americana va bene, gli dicono, i ”fondamentali” sono buoni. In queste condizioni, se perdi un lavoro senza assicurazione medica e senza pensione, ne trovi un altro, alle stesse condizioni che il management definisce “leggere”. E intanto hai comprato casa.

    All’improvviso (davvero all’improvviso, nel caso specifico un lunedì mattina di due mesi fa) vieni a sapere che hai perso la casa e hai perso il lavoro. Come è possibile un destino alla Dickens nei giorni dell’impresa moderna, del contratto leggero e del mutuo pagabile? Semplice. Il costo dei mutui è stato rivisitato da esperti e portato al cinque per cento per timore dell’inflazione.

    Dunque tu non puoi più pagare il mutuo. La banca si riprende la casa. Ma non vai in albergo. Perché intanto le imprese colpite dallo sconquasso di Borsa (dunque perdita di valore del capitale della tua impresa investito in Borsa), tirano i remi in barca. Il credito, anche per le buone imprese, si fa difficile. Nessuno ha il tempo o la voglia o la capacità di governo per risalire alle cause o per trovare le soluzioni. E allora si taglia il lavoro. Chi lavora viene punito da consumatore perché - gli spiegano - ha comprato (la casa) in modo avventato. E viene punito chiudendogli il posto di lavoro perché “la festa è finita”.

    * * *

    Stiamo vivendo una pericolosa tempesta finanziaria dalle cause predisposte (e permesse dalle varie autorità di sorveglianza) come un immenso gioco d’azzardo su scala mondiale. Lo stiamo vivendo con totale incertezza sul suo esito e sulla portata - che potrebbe essere disastrosa - delle conseguenze. Questa tempesta però non è un incendio marginale, una occasionale noncuranza che, per caso, rischia il danno peggiore (far saltare le banche). Questa tempesta sconvolge il cuore di un sistema monetario-finanziario-creditizio che ha messo l’azzardo al suo centro. L’azzardo è un salto mortale che, quando riesce, porta guadagni che non hanno niente a che fare con il fabbricare, produrre, vendere, benché sia opportuno lasciare ai torni e alle presse le retroguardie. L’azzardo è un salto mortale che - quando non riesce - travolge tutti.

    Non stiamo dicendo che questa è la volta dell’azzardo fallito. Forse sarà tamponato in mille modi sempre con la partecipazione (straordinaria, non voluta, non prevista, non meritata) del consumatore-lavoratore.

    Stiamo dicendo che in un simile mondo è stato deciso che il lavoro è l’ultima cosa e deve restare l’ultima cosa. Perché non ci si può disporre ai grandi, rischiosi, ma super remunerativi salti mortali con un costo del lavoro e una attenzione al legame capitale-lavoro tipo Adriano Olivetti (l’unico riformista di cui si abbia traccia nel panorama industriale italiano dell’altro secolo).

    La strada è un’altra, è una strada nuova e “moderna”. Mentre ciascuno tenta la sua fortuna tra mutui rivenduti e hedge funds (i cosidetti fondi protetti con doppia uscita di sicurezza che però ti possono esplodere in mano) tutti devono intonare il canto del costo del lavoro che ti impedisce di essere produttivo e competitivo. Il senso arbitrario di queste parole chiave è stato stabilito cambiando il paesaggio: attraverso la “delocalizzazione” (vado a produrre in Romania) o la importazione (il lavoro in Cina non costa niente) ti dimostro che il tuo lavoro è sovrapagato, ogni richiesta esosa, ogni sindacato una taglia sulla mia legittima attività di imprenditore. Meglio svalutare, come moneta marginale, il lavoro, in modo da non avere mani e piedi frenati quando viene il giorno dell’avventura, quello buono, quel grande colpo in cambio di niente, che non avviene nella produzione e nel lavoro. Avviene solo in Borsa. E quello cattivo, come un brutto sogno, del cadere nel vuoto.

    * * *

    Direte che tutto ciò spiega, giustifica, sostiene la grande marcia per il lavoro immaginata dalla sinistra detta estremista, antagonista o radicale. E invece no. Per due ragioni che supplico quella sinistra di considerare. La prima è che ciò che si propongono provoca gravi danni e nessun frutto. È come tagliare la coda a una lucertola. Perché il problema non è, e non può essere, la “legge Maroni” in Italia, a proposito della quale niente impedisce a nessuno di agire in Consiglio dei ministri e nelle Commissioni parlamentari prima ancora di dibatterne in Aula. Indurre una piazza a credere di rilanciare il senso, il peso, il valore del lavoro al prezzo di far cadere un governo molto meno indecente di quello che c’era prima e di quello che verrà dopo, è clamorosamente inutile.

    * * *

    Al centro di tutto c’è il lavoro nel mondo. C’è il lancio della competizione mortale con i semi-schiavi cinesi da 25 centesimi di dollaro all’ora, l’uso vasto e negato di masse di clandestini sottopagati che fanno andare avanti per quattro soldi le economie, fino a quando vengono rintracciati (di solito prima che traggano qualche beneficio dal contributo quasi gratuito di lavoro offerto), cacciati e sostituiti da altre orde di clandestini. Nell’America di Bush questo tipo di lavoratori versa anche una parte del salario in un fondo pensione che non gli sarà mai pagato perché vengono espulsi per tempo. Al centro di tutto c’è il grande progetto del lavoro “usa e getta” e, alla fine, del lavoro a costo zero.
    http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=68228
    Come non vedere l’alternativa? Da una parte la umiliante trovata di occupare una piazza (contro l’ultimo governo italiano che può ancora dibattere la questione) mentre nella piazza accanto, al seguito di Giuliano Cazzola, si radunano i crociati del lavoro a costo zero. E in una terza piazza, tanto per alzare il livello delle manifestazioni di popolo, arrivano Bossi, Calderoli e gli striscioni dello sciopero fiscale.

    Dall’altra parte c’è una immagine molto più vasta. La lotta per la difesa del lavoro è come la lotta contro la pena di morte. O si fa in tutto il mondo, cominciando dal lavoro cinese non pagato che ci manda giocattoli avvelenati e batterie Nokia che esplodono (portano nomi giapponesi ma sono “made in Cina”) . O si fa chiamando a raccolta il talento economico e l’intelligenza del mondo. O si proclama un impegno con alla testa i Nobel per l’economia. O si comincia con una conferenza mondiale sul lavoro che sarà anche una grandiosa rivoluzione di idee e una strategia per restituire realtà e umanità al mondo. Oppure si va in piazza, tra Bossi e Cazzola, facendo strada al loro governo.

    furiocolombo@unita.it


    Pubblicato il: 19.08.07
    Modificato il: 19.08.07 alle ore 15.18


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  2. #2
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    Ecco, bravi ... veramente bravi all'Unit' (povero Gramsci come si rivolta nella tomba...)

    Ma lo sanno che stanno nello stesso Partito con Treu e forse con la Bonino e Pannella... o ci pigliano per i fondelli come al solito?

  3. #3
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    hai ragione!! Io lodo gli argomenti che coincidono con i nostri. Colombo conferma che il capitalismo è oramai in fase delinquenziale e che siamo difronte al costo di lavoro zero.
    A me serve per dedurne che è necessari una rivoluzione mondiale anticapitalistica!!
    IL socialismo scacciato dalla porta rientra dalla finestra!!

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Antiglobal Visualizza Messaggio
    Ecco, bravi ... veramente bravi all'Unit' (povero Gramsci come si rivolta nella tomba...)

    Ma lo sanno che stanno nello stesso Partito con Treu e forse con la Bonino e Pannella... o ci pigliano per i fondelli come al solito?
    Fossi in te, lo rileggerei ATTENTAMENTE l'articolo.

 

 

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