Biofuels: simbolo della trappola demo-energetica
E’ ormai esploso su tutta la stampa dei paesi industrialmente avanzati e, spesso, anche su quella del Terzo Mondo, il dibattito sui cosiddetti biocarburanti: ora salutati come una grande speranza di sviluppo per i paesi poveri o di liberazione dal ricatto petrolifero islamico per quelli dell’Occidente liberale, ora maledetti come una nuova trappola economica ed ecologica per il mondo intero.
Vediamo anzitutto perché tanto entusiasmo: un entusiasmo che ha trovato la sua immagine simbolica nella calda e cordiale stretta di mano scambiata di recente tra Bush, il presidente americano conservatore, e Lula, il presidente brasiliano progressista per cui tifano da anni tutte le sinistre europee e terzomondiste. In quell’incontro entusiasta è sembrato per un momento che il conflitto storico tra le forze conservatrici dell’Occidente e quelle populiste del Terzo Mondo fosse stato finalmente superato. Ma la speranza è svanita quando si è saputo che Bush e Lula celebravano solo un matrimonio d’interesse: essi stavano stringendo un’alleanza per la produzione massiccia di etanolo ed altri biocarburanti, che avevano negli Stati Uniti e in Brasile due grandi produttori capaci d’assicurarsi , grazie al loro enorme potenziale produttivo ed alla loro alleanza, il dominio del nuovo, prezioso mercato energetico nel futuro prevedibile.
E sicuramente il potenziale produttivo dei biocarburanti è davvero promettente, in entrambe le sue due principali versioni: il biodiesel e l’etanolo. Il biodiesel si ricava da oli vegetali di soia, di colza, di palma, di cocco, di arachidi e di girasole, è completamente biodegradabile ed ha un contenuto energetico pari al 90% del gasolio tradizionale. L’etanolo, invece, è un alcol ricavabile da vari prodotti agricoli: cereali (mais, frumento, sorgo, orzo); canna da zucchero e barbabietole; frutta, vinacce e patate. Il suo contenuto energetico è pari al 67% di quello della benzina e la sua produzione mondiale si concentra in Brasile e negli Stati Uniti (il che spiega l’entente cordiale di Bush e Lula). Stando all’entusiasmo dei suoi fautori, il biodiesel sarebbe ecologicamente quasi innocuo perché le piante usate per produrlo assorbono (e trasformano in ossigeno) tanta anidride carbonica quanta poi ne emetteranno durante la loro combustione nei motori e perché riduce del 65% le emissioni di polveri sottili.
Ma se poi, come sottolineano gli avversari, si tiene conto della energia consumata per la produzione, la raffinazione e il trasporto dei biocarburanti, tutti questi vantaggi ecologici vengono annullati, mentre si scoprono gravi danni come per esempio la deforestazione necessaria per far posto alle nuove colture, che proprio in Brasile comportano nuove devastazioni della foresta amazzonica. Ma quello che, in questa battaglia delle rane e dei topi, viene spesso taciuto è l’impatto tremendo che la corsa ai biocarburanti sta avendo sul prezzo delle derrate alimentari: come ho detto, infatti, tutti i biocarburanti sono ricavati o da oli alimentari o addirittura da cereali (soia, mais, frumento), frutta e farinacei (patate) di larghissimo consumo umano. E ciò ha già prodotto i primi (ma solo i primi) preoccupanti effetti sugli alimentari di prima necessità: il prezzo del mais americano, per esempio, è quasi raddoppiato in sei mesi, scatenando violenze di piazza tra i messicani, che hanno visto impennarsi i prezzi delle loro amate tortillas, fatte appunto col mais; mentre i nostri pastai hanno annunciato per settembre un aumento d’oltre il 20% del prezzo dei nostri amatissimi spaghetti e maccheroni. Qui forse non ci saranno violenze di piazza ma è già cominciato il tira e molla tra i produttori e i commercianti, che vogliono scaricare gli aumenti della materia prima sui consumatori, e le leghe dei consumatori, che accusano i produttori e i distributori d’indebita speculazione.
Quello che nessun commento (salvo questi miei interventi su Radio Radicale) osa mai dire è che anche dietro questa rissa furibonda tra fautori e nemici dei biocarburanti sta quella che io chiamo la madre di tutte le tragedie, cioè la sovrapopolazione. E ci sta due volte: anzitutto perché la penuria di energia è già un prodotto della sproporzione tra fabbisogno della popolazione e risorse energetiche; e poi perché la corsa ai biocarburanti accresce la penuria e quindi il prezzo del cibo, vanificando ogni tentativo di ridurre la fame del mondo e lo sterminio per fame di 15 milioni di bambini l’anno. Ma a destra come a sinistra continua la congiura del silenzio sulla questione demografica, mentre la travolgente allegria esplosa tra il conservatore Bush e il progressista Lula ci dice quanto poco le odierne stolte dirigenze politiche si curino della fame nel mondo a parole tanto deprecata e combattuta.
Ma non voglio finire nel buco nero del pessimismo. Almeno un’eccezione, in mezzo a tanta viltà e stupidità, mi sembra di vederla. Penso alla figura di Massimo Ippolito, lo scienziato d’area radicale che da un lato ha inventato il kite-gen, cioè una nuova potente centrale che può assicurare massicce forniture energetiche senza inquinare l’atmosfera né contendere i terreni al cibo ma, dall’altro, non per questo ha sviluppato deliri di onnipotenza e continua quindi a pensare che la regolazione delle nascite e la riduzione della popolazione mondiale restano comunque indispensabili alla pace ed al benessere dell’umanità oltre che alla sopravvivenza del pianeta.
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