Diritto al lavoro, sciopero come prima risposta
Diritto al lavoro, sciopero come prima risposta
Ieri si è consumato un ennesimo strappo tra le organizzazioni sindacali. Approfittando di una riunione convocata su temi apparentemente “semplici” (modulazione dell’orario di lavoro per conciliare vita lavorativa e vita personale) si è proposto, da parte della Cisl e con successiva adesione di tutte le organizzazioni sociali, con l’esclusione della Cgil, una “dichiarazione comune” relativa alle problematiche dell’arbitrato, introdotto dalla recente legge, approvata dal Parlamento ma ancora neppure pubblicata in gazzetta ufficiale.

Scopo dichiarato del testo, attivare un percorso per l’implementazione dell’arbitrato, secondo equità ossia senza il vincolo del rispetto di leggi e contratti collettivi, chiarendo che tale arbitrato non si deve applicare alle “controversie in materia di risoluzione dei rapporti di lavoro”

La Cgil ha dichiarato la propria indisponibilità a questo percorso, in quanto rimane ferma al giudizio pessimo dato durante tutto il percorso parlamentare di queste norme, in solitudine, ma rafforzata dalla convergenza con i migliori giuristi italiani, firmatari di un appello rimasto naturalmente inascoltato dal legislatore. Neppure il parere contrario dell’Avvocatura giuslavoristica italiana ha smosso il governo, eppure in quell’associazione siedono avvocati che sostengono le ragioni dei lavoratori, ma anche delle imprese. Neppure la contrarietà dell’Associazione Nazionale Magistrati ha modificato le cose.

Adesso, con il pastrocchio della “Dichiarazione comune” siglata oggi, si tenta di rimediare al misfatto; ma troppe e troppo profonde sono le ferite al diritto per pensare che i datori di lavoro possano “gentilmente” restituire quanto il legislatore gli ha graziosamente offerto.

Infatti, pure la dichiarata esclusione dall’arbitrato secondo equità delle controversie sui licenziamenti pone al riparo i lavoratori dai guasti possibili con queste norme: intatta rimane, ad es., la facoltà di inserire in ogni nuovo contratto individuale da far certificare clausole peggiorative della vigente contrattazione collettiva, o ancora giustificati motivi di licenziamento aggiuntivi a quelli previsti da leggi e contratti, ma di cui il giudice dovrà “tener conto” (così dice la nuova legge). Come si vede, non è con pannicelli caldi che si rimedia ai guasti.

Serve ora una capillare campagna informativa, rivolta in particolare ai giovani e ai nuovi lavoratori, che li metta sull’avviso dei rischi che si corrono, e prepari, in una stretta sinergia tra categorie e sistema delle tutele individuali, strumenti di contestazione capillare di ogni contratto certificato. In questo contesto sarà impegno della Cgil contrastare ogni tentativo che faccia degli enti bilaterali di fonte contrattuale, gli unici esistenti, luoghi di certificazione dei contratti.

Non solo; ma dovrà essere rapidamente percorsa la strada dell’eccezione di costituzionalità di norme che, ribaltando la tutela del rischio dal lavoro all’impresa, di fatto stravolgono l’impianto costituzionale, fondato, a partire dall’articolo 1 della Costituzione, sul sostegno alle ragioni del lavoro.

Lo sciopero generale di domani è la prima risposta a questo ennesimo affronto alle ragioni del lavoro, e non ci fermeremo qui.

Claudio Treves

Cgil nazionale