La malattia chiamata Israele
Avigail Abarbanel / Maurizio Blondet
25/07/2007
Abarbanel è nata in Israele nel 1964, ha compiuto là il servizio militare, oggi vive in Australia dove è una delle più importanti psicologhe e psicoterapiste.
Presidente dello Australian National Network of Counsellors, ha presentato uno studio su «terapia e politica» alla seconda conferenza di Gestalt a Brisbane.
Ha anche fondato un'associazione chiamata «Deir Yassin remembered», «Ricordare Dei Yassin».
Difficile avere un nome più ebraico che Abarbanel.
E solo con un nome così si può dire ciò che Avigail dice in questo articolo che traduco dal suo sito, il cui titolo originale suona: «Cosa significa in realtà la parola 'pace' per gli israeliani».
In sunto, con le stesse parole di Avigail: «Quando gli israeliani s'impegnano in 'colloqui di pace' è essenziale capire qual sia la loro posizione di partenza», dice Avigail: «Essi non hanno alcun interesse reale ad una soluzione che vada al cuore di ciò che è, di fatto, il loro problema. Somigliano a un individuo che vuole che i suoi sintomi spariscano, ma che rifiuta di fare qualcosa per quanto riguarda le loro cause reali».
E' una diagnosi.
(nota introduttiva di Maurizio Blondet)
TEL AVIV - Due mesi fa sono tornata da una visita familiare in Israele.
Benchè io militi per i diritti dei palestinesi, avevo deciso che questa visita sarebbe stata del tutto privata.
Il fatto di vivere due settimane con mio fratello, sua moglie e le loro due bambine, nel loro piccolo appartamento alla periferia di Tel Aviv, mi ha dato l'occasione di osservare e comprendere ciò che è la vita quotidiana, oggi, per gli israeliani.
Non ho fatto niente di eccezionale.
Sono andata a passeggiare per le strade, ho visitato luoghi che già conoscevo, ho fatto la spesa al supermercato, ho preso un caffè al bar all'aperto del centro commerciale, ho guardato la TV… per due settimane mi sono tuffata nella vita quotidiana di Tel Aviv.
Invece d'essere io a parlare, ho deciso di tacere ed ascoltare, ascoltare molto.
Parlo l'ebraico, cosa che mi permette di fondermi nella conversazione, e con la gente che parlava senza reticenze.
In Australia i media insistono molto sulla durezza dell'esistenza per gli israeliani.
Volevo verificare io stessa…
La cosa più evidente nella società israeliana è la profondità dell'insicurezza che provano gli israeliani.
Sono nervosi e irascibili, vivono quasi tutti in uno stato di estrema ansietà.
Non che questo fosse nuovo per me, ma le cose non sono migliorate [….].
Dall'adolescenza sono abituata a che si ispezioni la mia borsetta ogni volta che entro in un luogo pubblico, un cinema, un supermercato, dovunque in Israele.
E benchè abiti in Australia da oltre 13 anni, ho conservato il riflesso di aprire spontaneamente la mia borsa al controllo, come vivessi ancora in Israele.
Oggi anche i negozietti, i piccoli ristoranti e i bar hanno il loro agente di sicurezza all'entrata, a sorvegliare.
Vi si propone di prelevare sul conto una piccola «tassa di sicurezza» di due shekel come contributo al salario dell'agente di sicurezza.
Ma non è obbligatorio.
Se non volete, non la pagate, e tutto finisce lì.
Gli israeliani hanno sempre parlato di pace.
L'hanno cantata, hanno composto poesie ispirate alla pace, le hanno dedicato opere d'arte.
Ma come se la pace fosse qualcosa di soprannaturale.
Come se la pace fosse un paradiso a cui aspirare, ma che non ha niente a che vedere con la loro realtà quotidiana.
Come se la pace fosse qualcosa di impossibile a raggiungere.
Bisogna sapere che la «pace», per questi israeliani sfiniti dall'ansia, significa, in realtà, che li si lasci tranquilli.
Ho trovato triste e irritante constatare con quanta energia della disperazione gli israeliani si aggrappino a ciò che ritengono essere «la normalità».
Vogliono assolutamente essere «come tutti gli altri», in un qualunque altro Paese occidentale: andare al lavoro, fare shopping, andare al caffè con gli amici.
Quando, occasionalmente, dei militanti palestinesi sconvolgono la routine di ciò che gli israeliani considerano la loro normalità, ne risentono rabbia, senso d'offesa e disperazione.
Fino a un certo punto, li compatisco.
Dopotutto, una delle principali ragioni per cui io me ne sono andata da Israele è appunto perché trovavo questo genere di esistenza insopportabile.
Quando la vita diventa così difficile è umano, penso, desiderare di veder allontanarsi le vostre difficoltà.
Ma è appunto questo il problema.
Quando una persona, un gruppo, una società intera deve vivere in permanenza portandosi dentro un segreto oscuro, o in stato di denegazione di qualcosa di molto grave sepolto nel suo passato, questa persona, gruppo e società non potrebbe vivere in pace.
E' semplicemente impossibile vivere una esistenza «normale», pacifica, su fondamenta di menzogna e di segreto.
La negazione dell'epurazione etnica dei palestinesi nel 1948 [i massacri di Deir Yasin, perpetrati per spingere centinaia di migliaia di palestinesi terrorizzati a lasciare le loro case, ndr.], l'energia spesa per sforzarsi di non pensare mai alle conseguenze di anni interminabili e innumerevoli di occupazione militare brutale… e ci si contenta di desiderare che tutto questo sparisca come per incanto.
Ecco qualcosa che è, né più né meno, pensiero magico.
Nella terapia familiare è ampiamente riconosciuto un principio: finchè non si prende coscienza e non si fanno i conti con le gravi ingiustizie, non ci può essere pacificazione, acquietamento.
Le famiglie che proteggono gelosamente dei tabù inconfessabili, che hanno «uno scheletro nell'armadio», finiscono per pagare un prezzo carissimo.
Ho guardato, alla TV, degli intellettuali israeliani partecipare a discussioni appassionate e sincere sul motivo per cui la situazione, in Israele, è così cattiva.
Hanno sollevato tutte le ragioni possibili e immaginabili che potevano contribuire a questa situazione, tranne una - la più evidente la storia stessa d'Israele.
Seguire questi dibattiti era estremamente doloroso, ma avevano qualcosa di scomodamente familiare: non ho mai visto una società più incagliata nella denegazione della società israeliana.
La politica israeliana tutta intera, destra e sinistra, tutto lo spettro, vive nella denegazione della storia d'Israele, ed è per questo che non ho la minima fiducia che la sinistra, se succedesse alla destra, potrebbe apportare il minimo beneficio.
I pochi pensatori che non sono in stato di denegazione, come il dottor Illan Pappe, o come Uris Davis, sono esclusi dalla spettro politico.
Le loro ricerche sugli avvenimenti del 1948 e le circostanze in cui è nato lo Stato d'Israele non sono state tradotte in ebraico: le case editrici ebraiche le rifiutano, con la motivazione che «mancano di valore accademico»! …
Il modo in cui gli israeliani percepiscono la propria storia si riduce a questo: alla finzione di non aver mai cessato di essere delle vittime oppresse e indifese.
La domanda se era o no moralmente difendibile, o anche solo intelligente, creare uno Stato a spese di un altro popolo, questa domanda, nessuno la solleva mai.
Nessuno, in tutto lo spettro politico israeliano, mette in causa l'autenticità della «democrazia» in un Paese dove la cittadinanza dipende dalla vostra etnia (per diventare cittadino israeliano dovete portare la prova che vostra madre era ebrea).
Quando gli israeliani indicono «colloqui di pace», è fondamentale capire qual sia la loro posizione di partenza.
Non hanno alcun interesse reale a una soluzione di ciò che è il loro vero problema.
Il desiderio che «ci si lasci in pace» non può costituire una base minimamente solida per una pace durevole, e ancor meno per una «pace» senza altre future epurazioni etniche…
Sei milioni di palestinesi sono lì, e ci sono da moltissimo tempo, a ricordare ad Israele il suo passato.
Non partiranno, non scompariranno come per incanto dietro al Muro.
Se un giorno, come spero, gli israeliani decideranno di smettere di vivere nella rimozione -denegazione, bisognerà pure che prendano coscienza che una vera pace non può instaurarsi se non grazie alla giustizia.
La giustizia, nel loro contesto, significa una cosa sola e molto semplice: bisogna abbandonare «l'ideale» di uno Stato esclusivamente ebraico, alle spese di un popolo intero.
Solo uno Stato bi-nazionale, e il diritto per i palestinesi di ritornare a casa loro potrebbe bene o male correggere una parte delle ingiustizie commesse dal 1948 in poi.
E' anche ciò cui hanno diritto i palestinesi in quanto sono stati vittime di una epurazione etnica, ciò che hanno diritto in base al diritto internazionale e alla semplice dignità umana.
Sarebbe l'espiazione di Israele.
Sarebbe anche l'opportunità di liberarsi del peso di quel fardello di colpa che - ne sono convinta - fa della loro vita (e di quella dei palestinesi) un vero incubo.
Certo, è una sfida difficile.
Ma questa sfida offrirà la possibilità di una pace reale, per gli israeliani come per i palestinesi, e senza dubbio per il Medio Oriente.
Persistere invece nella mentalità e nella politica della denegazione non porterà a niente, continuerà a costare serenità, benessere, ed anche la vita a sempre più persone, individui e comunità.
Avigail Abarbanel
Nota conclusiva di Blondet
Non si potrebbe meglio spiegare ciò che nessun goy può dire senza essere bollato come antisemita: che Israele non è uno Stato, ma una malattia morale e spirituale.
Solo chi si chiami Abarbanel può dire una così lucida verità: che Israele fa male agli ebrei e persino all'ebraismo, come un verme o un virus che rode l'anima.
Che è una patologia basata sulla «rimozione» - così Freud chiamò ciò che Abarbanel chiama «denegazione» - a cui segue la inevitabile «proiezione»: la colpa, rifiutata a livello cosciente e sepolta nell'inconscio, riaffiora come accusa alle vittime dell'ingiustizia e agli innocenti.
«I palestinesi ci vogliono cancellare» traduce il pensiero non confessabile: «Dobbiamo cancellare i palestinesi, altrimenti non saremo mai in pace».
Di qui la frase infinitamente ripetuta, «Israele è in pericolo nella sua stessa esistenza», e la continua esigenza che gli altri, tutti i non ebrei, riconoscano la loro «colpa originaria» verso Israele, anzi verso tutti gli ebrei.
Ma per quanto i goym moltiplichino e intensifichino gli atti di culto della shoah, coltivino la «memoria» e la sua «unicità», gli israeliti non si placano, li sospettano di doppiezza: sì, ci rendono omaggio, ma nel profondo del loro cuore restano antisemiti, e covano un nuovo genocidio ai nostri danni.
Ciò traduce il pensiero occulto e inconfessabile, semi-conscio: «Tutti gli altri devono essere cancellati, altrimenti non vivremo mai in pace. L'umanità intera. Dopotutto, sono animali parlanti».
Avigail indica la cura per recuperare la pace interiore: smettere di rimuovere e di proiettare, smettere di accusare gli altri dei propri inconfessabili intenti, e ammettere la propria colpa.
E chiedere perdono.
Come ha bisogno di fare ogni uomo che voglia vivere in pace.
L'insonnia visita chi dorme in letti rubati, l'angoscia abita dentro case rubate, la vita non ha quiete su terre strappate ad altri.
Saranno capaci di farlo?
Io credo di no, perchè questo significa rinunciare allo status che costituisce l'essere ebreo: il vittimismo di proiezione.
Gli ebrei diverrebbero normali esseri umani, indistinguibili da essi.
Contro questo « pericolo», è pronta l'altra frase fatta: «Ci vogliono convertire, ossia sterminarci spiritualmente».
Forse, a questo passo così difficile, riuscirà il «piccolo resto».
Maurizio Blondet




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