Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
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    Predefinito Una malattia chiamata....

    ....maternità

    Talvolta la donna rimane incinta e questo naturalissimo fatto innesca, a secondo della donna interessata, molti problemi.
    L’”incidente” viene preso come una benedizione e tutto va bene. Lo “stato sociale” è pronto e sollecito ad intervenire per aiutare la futura madre e quelli attorno a lei interessati.
    Il rimanere incinte è un “incidente”, ed ecco i problemi.
    La maternità improvvisamente diventa una malattia, e come tale viene affrontata.
    Per guarire c’è solo l’aborto: come in tutte le malattie lo stato interviene offrendo gratis assistenza quasi totale.
    Oddio, ci sarebbe un’altra soluzione finale diversa, partorire.
    Ma se la donna non vuole, o non può, non c’è che l’aborto.
    Che comunque, è inutile giragli attorno, è un omicidio
    “legalizzato”.
    E “pagato” da noi tutti.

    Una donna con più figli e che rimane incinta ha tutte le ragioni per chiedere l’aiuto necessario a guarire dal guaio che ora per lei è diventato una malattia.
    La prima volta. Perché se il fatto si ripete evidentemente c’è qualcosa che non và, il caso necessita di approfondimento.
    Passi per “un omicidio legalizzato” a carico dello stato, ma se si insiste lo stato deve fare un passettino indietro.
    Un passettino, perché nessuno proibisce di abortire ripetutamente, ma se ne assuma la responsabilità e si paghi la “brutta abitudine”.
    Dopo accurati approfondimenti, naturalmente.

    La ragazzina che considera la maternità una malattia dalla quale vuole guarire deve essere aiutata a farlo: sarebbe comunque indispensabile conoscere i perché di questa convinzione.
    La famiglia non “gradisce”? Mancano i “soldini”? Il futuro è “nero” per mancanza di lavoro?
    Qualcuno potrebbe intervenire a risolvere questi problemi (la cosa avrebbe un suo costo ma si tratta comunque di salvare una vita) e mettere così la giovane interessata nella condizione migliore per capire se desidera ancora “guarire” dalla sua malattia.

    saluti

  2. #2
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    la 194 consente di portare a termine la gravidanza, partorire in ospedale e affidare il figlio allo Stato.

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da DrugoLebowsky
    la 194 consente di portare a termine la gravidanza, partorire in ospedale e affidare il figlio allo Stato.
    Cosa che peraltro succede in rarissimi casi. Purtroppo.

  4. #4
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    Predefinito

    In origine postato da DrugoLebowsky
    la 194 consente di portare a termine la gravidanza, partorire in ospedale e affidare il figlio allo Stato.
    Al massimo ad una famiglia o casa-famiglia, tramite gli organi pubblici, non "allo Stato", ma comunque, qualcuno lo dice alla donna, o come mi risulta, le viene presentato il modulo per l'aborto da firmare e arrivederci?

  5. #5
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    Predefinito

    In origine postato da DrugoLebowsky
    la 194 consente di portare a termine la gravidanza, partorire in ospedale e affidare il figlio allo Stato.
    -----------------------------------------
    Bene: considerata la tua sicurezza dovresti allora conoscere molto bene i numeri.

    Informaci.

  6. #6
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    Predefinito Cognizione del dolore

    Si litiga sul dolore fetale (reale, presunto o negato), in attesa di leggere, sul Journal of the American Medical Association (Jama), lo studio nel quale si sostiene che il feto non possa provare nessun tipo di sofferenza fino alla ventinovesima settimana di gravidanza.
    L’anestesia che gli viene praticata in caso di aborto tardivo sarebbe, quindi, inutile per lui e dannosa per la donna (che ora, prima dell’intervento, è obbligata, in alcuni Stati americani, a prendere atto di un documento sul dolore fetale e sulla necessità di quell’anestesia).
    Molto si litiga e molto si litigherà, prove scientifiche contro prove altrettanto scientifiche, nella battaglia che oppone, sul punto in questione, i pro-life ai pro-choice. Ma al di là dei risvolti clinici e tecnici, che pure contano (ci sarà un motivo se in Gran Bretagna le procedure anestetiche sul feto vengono consigliate a partire dalla diciottesima settimana), ad apparire come una battaglia persa è l’idea di negare o imbellettare un dolore che si farà sempre beffe di ogni tentativo di esorcizzarlo. Sono patetici, i solerti pro-choice, convinti che negare o minimizzare quel dolore, magari riducendolo a un semplice “riflesso” senza sofferenza, significhi proteggere la donna che abortirà da un disagio aggiuntivo.
    Sono anche incomprensibili, quei pro-choice, nel loro fastidio per il fatto che la notizia del dolore fetale possa avere (perché a volte lo ha) un effetto deterrente rispetto alla decisione già presa di abortire.
    Dovrebbero invece essere informati loro, i censori del dolore, del fatto che il dolore, quel particolare e buio dolore dell’aborto, che sempre, per una donna, è farsi e fare del male e lacerare se stessa, si fa beffe delle cautele e delle rassicurazioni (peraltro assai discutibili) veicolate da Jama.
    La cognizione del dolore prima o poi la sua strada la scava, e l’unica cosa da fare è accettare che accada.
    E’ quanto racconta la femminista Anna Bravo, nel suo discusso saggio pubblicato dalla rivista Genesis all’inizio dell’anno: “C’è stato un non detto, probabilmente un non pensato, che oggi mi colpisce più di ogni altro. Da quanto so e ricordo, né durante le riunioni di autocoscienza, né nei documenti in circolazione, si sono affacciati un timore o un’inquietudine per l’eventualità che il feto potesse risentire dell’intervento, neppure quando si trattava di tecniche pesanti o di gravidanza avanzata”. E “anche oggi, quando si parla dei pericoli dell’amniocentesi si intende pericolo per la buona riuscita del ‘prodotto’, non per le sue reazioni di fronte all’ago che penetra nel sacco amniotico. Il dolore del feto non rientra fra quelli ‘autorizzati’ dai codici sociali, medici, linguistici, non dispone di una retorica per descriverlo, lo si può al massimo spiare attraverso rilievi clinici. Fino agli anni Ottanta non era autorizzato neanche quello dei prematuri e dei neonati”.
    Eppure, conclude la Bravo, “se si dà credito al dolore delle donne, bisogna dar credito anche all’impegno (di molte, di alcune?) a non duplicarlo nel feto, dunque a aumentare l’attenzione contraccettiva e magari a porre la questione delle tecniche più protettive per provocare, o scongiurare, l’aborto, in primo luogo l’anestesia. Pensieri disperatamente improbabili, allora.
    Resta il fatto che la domanda ‘Farà male?’, è la prima reazione di fronte a qualsiasi intervento medico-chirurgico, e che non è stata posta”.
    Porsi quella domanda, certo, non significa trovarle rimedio, così come qualsiasi giudizio sociale negativo sull’aborto non ha mai impedito che all’aborto si continuasse a far ricorso.
    E’ bene saperlo, e ripeterselo, anche in considerazione di qualsiasi illusione proibizionista.
    Ma rinunciare a guardare il dolore per quello che è non è possibile, alla lunga. Perché anche l’ipotetica certezza della non sofferenza (ci viene detto che entro il terzo mese si può star tranquille) neanche quella salva, né può farlo, dal dolore. E non può essere la contabilità delle settimane di gravidanza il metro di una rassicurazione impossibile.

    Un conflitto d’interessi
    Si parlerà ancora molto, quindi, del dolore del feto, e dell’inutilmente rassicurante studio di Jama.
    E magari di Eleanor Drey, una delle ricercatrici che firmano quello studio, che dirige una clinica degli aborti a San Francisco ed è coinvolta nelle attività di un centro per la salute riproduttiva noto per le sue posizioni pro-choice.
    A Jama dicono che non ne sapevano nulla, quando hanno deciso di pubblicare lo studio, ma certo balza agli occhi il conflitto d’interessi.
    Si parlerà anche del battagliero pioniere degli studi sulla sofferenza fetale, Kanwaljeet Anand (Università dell’Arkansas), che negli anni Ottanta, con i suoi articoli sul New England Journal of Medicine, osò parlarne per primo.
    La tesi dello studio di Jama “non è certo l’ultima parola”, ha detto Anand alla Reuters. C’è anche la sua, di parola, in un libro che uscirà il 31 agosto in Inghilterra, edito da Foxwell e Davies.
    S’intitola “Pain and brain damage in fetus and newborn” (“Dolore e danno cerebrale nel feto e nel neonato”) e a curarlo sono i neonatologi italiani Giuseppe Buonocore e Carlo Bellieni.
    Nel testo si dà conto dei recentissimi studi di Nicolas Fisk, che rivelano come, già a metà della gravidanza, gli ormoni dello stress s’impennino nel sangue del feto punto dall’ago di una trasfusione in utero. O delle osservazioni di Anand sul rischio di danno cerebrale dovuto all’esposizione del feto al dolore.

    Nicoletta Tiliacos su il Foglio

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Lidia Ravera si è....

    ….stufata

    Lidia Ravera aveva ventisette anni, aveva già scritto “Porci con le ali”, era rimasta incinta (“un po’ per caso, il padre lo conoscevo da tre giorni”), andava a fare ginnastica pre parto al Policlinico Gemelli, a Roma, e si sentiva vecchissima. “C’era un cartello sulla porta con scritto: le primipare attempate (dai ventinove anni) in fondo a sinistra, allora io pensavo: ho già un piede nella fossa”.
    Poi tutto è cambiato, e un figlio a ventisette anni adesso è un’eccezione, un azzardo, una cosa carina ma bizzarra.
    Un figlio a vent’anni no, a trenta vediamo, “a quaranta a volte è troppo tardi”.
    La Ravera ha dato ieri sull’Unità (nella sua rubrica “Fra le righe”) una scossa gentile alle donne, ha scritto care ragazze, fate bambini, fate carriera, fatelo nei tempi della natura, non rinunciate a nulla, siate forti, più forti, andiamo tutte alla carica, ma “con prole”.
    Un battaglione di donne con figli, con un po’ di disinvoltura, con un po’ d’allegria, da qualche parte succede davvero, da molte parti anzi, e infatti in Irlanda la Ravera ha osservato la presenza
    “schiacciante, rumorosa, bionda, nuda, indomabile e divertente” di marmocchi fra zero e sei anni: “Per ogni adulto femmina, vedi sei-otto ragazzini”. Da queste parti è più o meno il contrario, se la media è uno virgola tre figli a coppia, quaranta per cento sotto la crescita zero, almeno trent’anni l’età media per il grande salto, il primo (l’unico) bambino.
    “La verità è che in Italia non si fanno figli – dice al Foglio – ci si nega il viaggio più profondo che un essere umano possa compiere, l’avventura più grande, soprattutto non si fa valere la diversità femminile: ma cosa me ne faccio di una super donna in carriera che fa il simil maschio?”.
    Perché i dati sono chiari: le donne che ricoprono posizioni lavorative di spicco diminuiscono appena aumentano le responsabilità familiari: la coppia, i figli (soprattutto i figli).
    “E certo – ride la Ravera – se i figli li facessero gli uomini ce ne sarebbero ancora meno”.
    Lei non vuole dare la colpa alle ragazze, alle donne, dice che “è difficile prendersi una responsabilità con il frigo vuoto, con il co.co.co. fino a quarant’anni, con il capufficio che ti ricorda di prendere la pillola, con i maschi che fanno il comodo loro perché tanto possono decidere di avere tutto, un figlio a cinquanta, sessanta, settant’anni – se ce la fanno ancora”, e spiega che serve “un cambiamento profondo”. Un rafforzamento del welfare, un’attenzione diversa, la considerazione del figlio da parte della società come di un bene prezioso, la capacità e la volontà di farsene carico, di aiutare le donne a non sentirsi sole, capacità che né la destra né la sinistra hanno avuto (“e gli uomini hanno ancora parecchio da imparare, perché partorire un figlio è una responsabilità celeste e femminile, d’accordo, ma poi il figlio non è della madre, e soprattutto non è un fardello”).
    La società, allora, la società colpevole di indifferenza e la politica incapace di mettere al primo posto la qualità della vita.
    Ma certamente non basta a spiegare questo vecchiume, quest’ansia, questi figli desiderati ma non fatti, “la metà delle mie amiche che sono senza figli, e quelle che a quarant’anni li hanno voluti ma non ce l’hanno fatta”.
    Non basta a spiegare il fatto che siamo qui, “quattro bianchicci ricchi vecchi e spelacchiati, a parlare dei nemici islamici, senza capire che verremo mangiati dalla loro giovinezza”.
    Lidia Ravera aveva ventisette anni, aspettava un bambino e si sentiva vecchissima. “A trenta mi sentivo ormai di mezz’età, e certo che la vita si è allungata: i miei cinquant’anni non sono più quelli di mia madre, io macino quaranta chilometri di corsa alla settimana e per fortuna nessuno dice più quel che mia madre diceva della mia insegnante di pianoforte senza figli, che io adoravo: è una donna incompleta.
    Adesso si sceglie.
    Ma l’orologio biologico non si è allungato, le lancette battevano gli stessi rintocchi anche nelle caverne”.
    Lidia Ravera aveva ventisette anni e la società non era molto più meravigliosamente accogliente per i bambini che arrivavano e per le mamme che li portavano nella pancia ma volevano anche lavorare, realizzarsi.
    “C’era un po’ più di casualità, è vero, c’era allegria anche senza una lira in tasca, ce ne fregavamo ed eravamo più coraggiosi”.
    Il coraggio di fare un figlio come se fosse un fatto naturale e non la fine del mondo e della vita della madre, come se non fosse affatto la perdita di sé.
    Quel che ha scritto Lidia Ravera ieri sull’Unità: “Care ragazze e donne, diamoci da fare… non si tratta di essere ‘career oriented’, si tratta di non essere più disposte a languire nel retrobottega delle professioni, in attesa che il mondo del lavoro si faccia carico della continuazione della specie”.
    Fate bambini, è un fatto politico, ha scritto, e fateli presto.
    Non è solo il co.co.co., non è solo il maschilismo subdolo e la società stupida, “è che si ingigantiscono i problemi economici e si deformano anche i bisogni di un bambino: un figlio vuole solo amore, quattro stracci e un po’ di latte, non il passeggino elegante”, dice la Ravera. Un bambino così sarà felice senz’altro,
    “anche senza tutto il tempo addosso a lui: non potrò stare sempre con te, piccolo, ma ti darò il mio tempo migliore”.
    Invece no, qui, racconta la Ravera “se entri in una pizzeria vedrai sei, otto adulti di diverse generazioni tutti protesi a covare un unico cucciolo. Estenuato da tutta quell’attenzione e di conseguenza insopportabile”.
    Ma fare un figlio è un salto nel buio, si rimanda per cercare il momento giustissimo, il compimento del percorso, la perfezione, fare un figlio fa paura.
    “Fare un figlio è seguire l’istinto, come per gli animali, basta farsi guidare da quello. E la paura c’è, ovvio, ma se uno non si butta nelle cose di cui ha paura, allora che vita è?”.

    Annalena Benini su il Foglio

    saluti

  8. #8
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    Predefinito In India e in Cina non nascono....

    …..più femmine

    Roma. Prima di Londra e delle proposte in discussione per scegliere il sesso del nascituro con la fecondazione assistita come riequilibrio familiare, il figlio maschio si otteneva (si ottiene ancora) così: una donna urla sdraiata su un lettino, sta per partorire; la testa del neonato appare, il medico infila una siringa nella fronte, poi lo tira fuori, morto.
    Era una bambina, una femmina in Cina.
    Succede così alle stupide, quelle che non risolvono il problema in tempo con l’aborto selettivo. Un’ecografia e la decisione immediata: liberarsene.
    A Bombay, in India, su 8 mila aborti dopo un’amniocentesi l’Unicef ha stimato che almeno 7.999 riguardano feti femmina. Perché in India, dove si dice che le donne sono molto emancipate perché lavorano, fanno l’amore e possono tranquillamente abortire, queste donne non valgono nulla.
    Sono un peso per la famiglia, non hanno diritto all’eredità e costano in spese per il matrimonio. Meglio non nascere, perché poi 25 mila all’anno muoiono in “incidenti di cucina”.
    Cioè in fondo a un pozzo o bruciate dai fornelli.
    Quelle cattive perché senza dote o ancora peggio perché hanno partorito femmine.
    Meglio non nascere, oppure nascere e venire buttate lì sul marciapiede, come nel sud della Cina, come un piccione schiacciato da una macchina, e la gente le cammina accanto, non ci fa caso.
    E’ una femmina.
    Se abiti in campagna e devi andare in città per lavorare, abbandonerai tua figlia:
    “In Cina le lavoratrici migranti non considerano la bambina una vita umana, perciò non ritengono che ucciderla sia un omicidio”,
    ha detto un ricercatore dell’Accademia delle scienze sociali di Anhui. Non è vita umana quando piange e muore di fame, non è nemmeno un pensiero quando non è ancora nata e bisogna disfarsene, fino alla ventesima settimana in modo assolutamente legale e discrezionale, poi anche con la forza.
    La chiamano “salute riproduttiva”, e in effetti l’Onu in questi paesi ha offerto aborto e contraccezione come “primo elemento di emancipazione delle donne” (come hanno scritto Lucetta Scaraffia ed Eugenia Roccella in “Contro il cristianesimo.
    L’Onu e l’Unione europea come nuova ideologia”, Piemme, 11 euro e 50): abortire donne per poter essere donne, per sopravvivere.

    L’anno scorso, in India, undici milioni. Bambine gettate via prima che nascessero.
    Secondo l’Unicef, quaranta milioni di donne “scomparse”, per aborti, infanticidio, incidenti di cucina.
    Emma Bonino denuncia da sempre questi orrori.
    Il premier indiano Manmohan Singh ha lanciato un appello, tre giorni fa, durante una conferenza sul ruolo delle donne nella vita pubblica:
    “L’aborto selettivo è un crimine inaccettabile – ha detto – dobbiamo impedire che si faccia cattivo uso delle tecnologie mediche più avanzate e che si aggravi così un fenomeno che ha già raggiunto proporzioni allarmanti”.
    Perché a New Delhi c’è una legge già dal 1994, misure restrittive nei confronti di ginecologi e radiologi che praticano la determinazione prenatale del sesso, ma nessuno la osserva, e nelle regioni occidentali nel solo biennio 1996-1998 si sono registrati dai 51mila ai 62mila aborti selettivi.
    Così, ha denunciato il premier indiano, “l’aborto selettivo sta creando enormi squilibri a livello demografico, con effetti nocivi per il nostro paese”. Cioè ottocento donne ogni mille uomini, mentre “la natura – ha detto il demografo Antonio Golini – fa nascere 105-106 maschi per ogni femmina.
    E funziona in questo modo perché nel corso della vita i maschi vengono eliminati un po’ più precocemente, così in quarant’anni si arriva a un equilibrio dei sessi”.
    In India no, in Cina nemmeno. In Cina poco a poco muore la spaventosa politica del figlio unico, muoiono gli aborti forzati al settimo mese e le punizioni anche corporali per le madri che non eseguono gli ordini demografici, ma non muore l’omicidio preventivo delle figlie: già oggi sono molti di più i maschi delle femmine, e nel giro di un decennio si prevede che quaranta milioni di uomini resteranno senza donne. Dicono che allora importeranno fidanzate e mogli dalla Corea e dal Vietnam.
    Forse permetteranno loro di abortire qualche femmina in meno.

    Da il Foglio

    ps: penso che i numeri riferiti ai maschi nati per femmina siano errati.

    saluti

 

 

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