di Alberto Bobbio
LOCRIDE DOPO LA STRAGE DI DUISBURG
ASPETTANDO LO STATO...
A tenere accesa la speranza di un'"ammutinamento del bene" sono rimasti la Chiesa e i giovani. L'ultimo ministro dell'Interno che si è fatto vedere a Locri è stato Roberto Maroni, nel 1994.
La strada s’aggrappa alla terra che frana. Eppure sale tenace e cocciuta dentro queste valli d’Aspromonte, che segnano identità terribili, filoni d’oro delle cosche della ’ndrangheta, che qui, negli anfratti del monte, custodiva segreti e stabiliva la misura del potere, riuniva il suo parlamento di "santisti" e dettava assassinii e investimenti. Si può riscattare l’identità? Si può scovare una memoria diversa, oltre la vergogna che inchioda un intero popolo a vivere come morti, dove l’odio diventa autodifesa per sopravvivere? Andiamo su nel cuore dell’Aspromonte selvaggio. Andiamo a Polsi, dove una Madonna di pietra e una croce di ferro sbrecciano la durezza degli uomini, invocano una capriola della memoria e dei risentimenti. Potrebbe essere questo il luogo dell’ammutinamento verso il bene.
Adesso che i funerali delle vittime della strage di Ferragosto a Duisburg sono stati celebrati, adesso che una famiglia ha pronunciato la parola che mai da queste parti alcuno aveva osato dire, "perdono", adesso che forse la gente si rende conto che il governo della ’ndrangheta è la Passione per un popolo intero e che il sangue versato in Germania è l’ultimo capitolo di una faida, che è solo un sistema di selezione della classe dirigente del male, forse c’è, finalmente, un modo per ritrovare vita, lavoro, tradizioni, cultura e far ripartire la storia.
Ne è convinto don Pino Strangio, il parroco di San Luca, il paese-capitale dell’aristocrazia mafiosa. Lo dice monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di Locri e abate di Polsi: «È la forza delle mitezza evangelica, il grande e reale antidoto alla faida». Perché qui c’è solo la Chiesa a impedire che il tempo e la mano dell’uomo soffochino la speranza. Giriamo attorno alla Pietra Kappa, il monolite d’Aspromonte, il più grande d’Europa.
Si riparte dal quel «perdono»
Pochi turisti s’arrischiamo a venir fin quassù. La fama è sinistra. Dice don Pino: «Ecco perché noi dobbiamo tornare alla Madonna di Polsi e riscattare il territorio con la predicazione del perdono». D’altra parte, spiega, «la storia di Maria e quella del mistero della croce, strettamente legate, stanno a indicare la vittoria e il trionfo del bene sul male».
Il giorno della festa, il 2 settembre, salgono a Polsi oltre 10.000 persone. E quest’anno, dopo la strage di Duisburg e l’urlo che invocava il perdono della mamma di Francesco Giorgi, a Polsi, con le parole e i gesti, la Chiesa di Locri e il suo vescovo spiegheranno quanto inedita e straordinaria è l’arte di chi spalma di Vangelo le strade della paura e dell’odio. «Quelle parole sono una svolta epocale», spiega don Pino. Ai funerali, il 23 agosto, tutti i familiari di Francesco hanno scelto di indossare un abito bianco e non quello nero del lutto: «Per la prima volta un dolore si è trasformato in un messaggio». Monsignor Bregantini parla di "germoglio", da coltivare con tenacia: «Hanno indicato una via con il dito dritto. Non sarà facile percorrerla. Occorre fiducia e non pessimismo». Don Pino nell’omelia dei funerali ha colto il segno e ha trasformato il rito funebre in una lezione, davanti a tutto il paese. Ha parlato della rinuncia al lutto: «Il lutto può essere un segnale di attesa che significa vendetta. Per questo a nome della Chiesa di Locri e di ogni cristiano e della nostra comunità, forse incredula, vi dico grazie».
Il Vangelo della speranza
Verrà spezzato per sempre il sentimento di vendetta? Bregantini parla di San Luca come un "laboratorio", dove qualcosa sta cambiando: «La Chiesa è stata vicina alla gente, ha predicato un Vangelo efficace. Perdonare non è come schiacciare sbadatamente un bottone». Spiega don Pino Strangio: «In fondo io non mi sono meravigliato della scelta della famiglia di Francesco. La sorella Elisa dirige il coro della parrocchia. E tutti hanno sempre camminato con il Vangelo sottobraccio».
I preti e i religiosi della diocesi di Locri sono ottanta. Formano una squadra, che funziona e gioca contro la globalizzazione del male. Monsignor Bregantini li riunisce a San Luca, la settimana successiva alla strage di Duisburg, nell’asilo delle suore, tre ore di discussione sullo stile pastorale, tre ore di allenamento per imparare, dice il vescovo, «a leggere i segni del cielo e non quelli della storia: è l’arte della comunione che diviene forte antidoto alla divisione prodotta dal male». C’è don Massimo Nesci, parroco a Siderno, la cittadina sul mare diventata la capitale degli affari delle cosche, che due giorni dopo la strage è andato di notte nelle discoteche sulla spiagga a discuterne con i giovani. Si parla dell’importanza del lavoro congiunto di preti e laici, consigli pastorali, del "bene comune" che è misura e verifica dell’evangelizzazione di un territorio dove la Chiesa è l’unica istituzione che funziona.
Fuori, San Luca attende di vedere chi vince: il perdono o la paura, la vita o la vendetta. Nessuno si accoda alla processione dei sacerdoti, con in testa la croce di Polsi portata da don Pino con accanto il vescovo. Non era stata programmata e meraviglia anche i poliziotti. Qualche anziana sbircia dalla finestra di casa. C’è un rosario potente che s’alza nella calura di San Luca e infila i vicoli su fino alla chiesa parrocchiale, davanti alla casa natale di Corrado Alvaro, lo scrittore dell’Aspromonte e della sua gente, che giudicava severamente, ma con amore, che lanciava invettive con un lirismo infinito, che non ha esitato a scrivere che la «peggior disgrazia per un popolo è rendersi conto che essere onesti è inutile» e che ha descritto nel suo romanzo più noto, Gente in Aspromonte, i rapporti duri e spietati e le ingiustizie profonde.
C’è una storia da ricostruire
San Luca è spezzato da o’destinu.È il paese più grande da queste parti, 4.000 abitanti, le case dell’antico centro storico abbandonate dopo alluvioni e frane, quelle nuove lasciate a metà, scheletri appiccicati alle colline, nel nulla. Eppure c’è una storia da ricostruire e anche questa sarebbe una scelta dell’ammutinamento del bene.
Il sindaco Giuseppe Mammoliti, diessino, elenca la vergogna. Mostra uno studio dell’Università di Reggio Calabria per il recupero del centro storico, inviato da un anno al ministero delle Infrastrutture: «Non ci hanno nemmeno risposto». Racconta la storia della nuova caserma dei Carabinieri, lasciata a metà dopo il fallimento della ditta di costruzione, degli operai idraulici forestali che puliscono la scuola elementare, del depuratore finanziato a metà dal Comune e sepolto tra le carte della Regione, che non mette il resto della somma, del finanziamento per i parcheggi a Polsi approvati e revocati in una notte.
La congiura del silenzio
La precarietà gioca a favore delle cosche. A dicembre il tribunale di Paola ha scritto in una sentenza che lo Stato ha perso la sovranità su parti importanti del territorio calabrese. Ma intanto blinda il territorio. Nei 42 Comuni della Locride, 140.000 abitanti, ci sono una Procura della Repubblica, tre compagnie e un nucleo territoriale dei Carabinieri, due commissariati di Polizia, una compagnia delle Finanze, stazioni dei carabinieri su tutto il territorio.
Ma l’ultimo ministro dell’Interno che si è fatto vedere a Locri è stato il leghista Roberto Maroni nel 1994; l’attuale vice-ministro dell’Interno Marco Minniti, calabrese, a San Luca non è mai salito, e Giuliano Amato, dopo i fatti di Duisburg, non ha neppure telefonato al sindaco del paese.
Spiega Domenico Vestito, direttore della Scuola di formazione all’impegno sociale e politico della diocesi: «Insistere sulla logica della faida, da parte delloStato, significa autoassolversi e nascondere la sua impotenza. La realtà è del tutto diversa. Qui le cosche controllano il territorio e si sono globalizzate. I suoi uomini fanno parte direttamente della politica. La ’ndrangheta ha superato il concetto dei politici collusi, perché di loro non si fidava».
Il "tesoro" della ’ndrangheta
La criminalità organizzata calabrese gestice un giro d’affari di 36 miliardi di euro all’anno, più di una Legge finanziaria. L’ultimo Rapporto del Sisde, che definisce la ’ndrangheta «l’attore criminale più competitivo e quello in grado di esprimere le maggiori potenzialità eversive», elenca i settori nel mirino della mafia calabrese: «I lavori stradali, soprattutto quelli di ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e delle Statali 106 (Jonica) e 182 (trasversale delle Serre); il comparto sanitario, dove i forti interessi non si manifestano solo nel semplice condizionamento degli appalti relativi a specifici servizi, forniture o prestazioni, ma puntano a un’infiltrazione/occupazione delle strutture amministrative per un intervento diretto e gestionale; il settore turistico-alberghiero, che costituisce un utile ambito per riciclare proventi illeciti; quello agroalimentare, rispetto al quale viene segnalato il crescente interesse verso i più produttivi mercati del Centro-nord».
Ma il 90 per cento della ricchezza della ’ndrangheta è nelle mani del 10 per cento degli affiliati. Osserva Vincenzo Linarello, responsabile delle cooperative sociali del Progetto Policoro e capo dell’Ufficio diocesano della pastorale del lavoro: «È il grande imbroglio della ’ndrangheta, una fregatura per le stesse famiglie mafiose. Tuttavia è su questo che si può fare leva, se lo Stato fosse presente. San Luca è un posto chiave».
Le cooperative sociali stanno crescendo nonostante gli attentati. Quest’anno aumenteranno del 50 per cento fatturato e occupati. «Ma non siamo tranquilli», spiega Linarello, «perché quando capiranno che le armi della violenza sono spuntate passeranno a quelle della diffamazione».
Qualche segnale c’è già. Monsignor Bregantini è stato accusato di far lavorare i figli dei boss. E la Chiesa ha risposto che si tratta dell’unica scelta che può cambiare il futuro di questa terra. Dice Silvana Pollicchieni, presidente della Commissione diocesana Giustizia e pace e professoressa al liceo classico di Locri: «Bisogna investire sulla scuola e sulle famiglie. Sbaragliare nelle madri l’idea che i figli si allevano a pane e vendetta e infilare nella mente dei bambini la logica della competenza da opporre a quella dell’appartenenza e del rispetto». Ma non è facile. Manca lo Stato che previene, e non quello che reprime con scarsi risultati.
«Condannare non basta»
«Con la tecnologia avanzata si può tracciare chiunque», osserva ancora Linarello. «La ’ndrangheta potrebbe essere sradicata in poche settimane. Perché non lo si fa? Perché Prodi fa appello solo ai giovani, un appello che noi giudichiamo offensivo, e non manda a San Luca il suo ministro dell’Interno, visto che anche i segni contano per tutti quelli che stanno alla finestra a vedere chi vince la partita, ma per ora si fidano solo delle cosche?».
«Forse», denuncia il responsabile del Progetto Policoro, «non si vuole far saltare il banco della ’ndrangheta in un Regione dove quasi l’80 per cento dei voti è comprato e venduto, come dimostra una ricerca dell’Università di Cosenza sui passaggi delle preferenze alle amministrative da destra a sinistra e viceversa, se il candidato cambia bandiera. Ecco la vera antimafia: il modo di andare con le mani libere nella cabina elettorale. In Calabria l’emergenza riguarda la democrazia, non la sicurezza dei cittadini».
Don Pino Strangio lo dice nella notte dei funerali a San Luca: «Non basta solo condannare. Bisogna scegliere la verità, per essere liberi da ogni mafia, per deporre le armi dell’odio e della vendetta, per credere nella giustizia come realizzazione del bene comune. E giustizia significa sempre scegliere lo Stato e mai l’antistato».
San Luca aspetta. Finora solo la Chiesa ha incrinato o’destinu del male.
http://www.sanpaolo.org/fc/0735fc/0735fc24.htm




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