Se Giordano avesse detto a Prodi "o abolite totalmente lo scalone o si va tutti a casa", Prodi per non perdere l'amata poltrona avrebbe abolito lo scalone
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I "dico" non creano problemi a confindustria, l'abolizione dello scalone si (se fosse stato abolito). Il punto è che Prodi, Fassino, Rutelli, Casini, Fini, Veltroni sono i rappresentanti politici degli interessi confindustriali in Italia, con le dovute differenze del caso. Berlusconi, invece difende i propri, di interessi.
Ma diliberto e Giordano quelli di chi?
Bertinotti lancia la manifestazione del 20 ottobre
ROMA - La manifestazione del 20 ottobre continua ad agitare le acque del centro-sinistra, e fa sognare all’opposizione l’atteso collasso del governo Prodi. Sabato è toccato a Fausto Bertinotti il ruolo di provocatore. A Parigi ospite della Festa de l’Humanité, l’organo del Partito Comunista Francese, Bertinotti si è tolto la grisaglia da Presidente della Camera ed è tornato a indossare i panni del “compagno Fausto”, augurandosi una partecipazione massiccia dell’intera sinistra radicale alla manifestazione contro la politica sociale del governo. Ministri compresi, perché «nessuna funzione, anche di esecutivo, impedisce la manifestazione della propria individualità».
E Bertinotti versa benzina sul fuoco parlando del raporto tra sinistra e governo: «Se la sinistra cerca a tutti i costi di stare al governo, smetterebbe di essere sinistra». E ancora:«Se la sinistra non avesse contribuito alla sconfitta di Berlusconi e a costruire un’alternativa di governo, sarebbe stata cancellata dalla storia del Paese».
http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=66283
L'appello di Serafini (PRC) per la manifestazione del 20 ottobre
Benevento
- Dopo alcuni mesi di silenzio torna a parlare l’ex segretario provinciale di Rifondazione Comunista, Gianluca Serafini. Lo fa in qualità di responsabile regionale Lavoro e Inchiesta del partito per lanciare una proposta sulla manifestazione del 20 ottobre indetta dalla sinistra radicale per protestare contro il protocollo sul Welfare sottoscritto tra Governo e parti sociali.
Secondo Serafini è giunto il momento di “mettere in piedi comitati che parlino di lotta alla precarietà, alla disoccupazione e alla criminalità”. L’esponente del PRC parte dalla manifestazione di lunedì di Casal di Principe dove è emersa “la necessità di riscatto delle popolazioni della Campania dal potere della criminalità organizzata. La lotta contro il tentativo delle mafie di entrare nella vita di milioni passa attraverso una restituzione di dignità all’istruzione, alla formazione e al lavoro”.
L’appuntamento del 20 ottobre è anche l’occasione per ribadire che “quando la politica e le istituzioni abbassano la guardia rispetto ai fenomeni criminali condannano intere popolazioni a vivere in un perenne stato di soggezione culturale e sociale”. Per Serafini la manifestazione di Roma “non avrà una piattaforma rigida ma che costituiremo con le tante vertenze che vengono dai territori del mezzogiorno e dell’Italia. Vogliamo fare di quella giornata un evento che costruisca una nuova piazza dei cittadini!”.
http://www.ilquaderno.it/index.php?c...ionenotizie=12
20 ottobre: in piazza per mettere i diritti del lavoro al centro
di Alberto Burgio, Claudio Grassi, Riccardo Realfonzo, Antonella Stirati, Nicola Tranfaglia
Sarebbe difficile sopravvalutare la rilevanza del voto contrario della Fiom sul Protocollo di intesa tra governo e sindacati su welfare e competitività. Il no all'accordo di luglio, pronunciato prima dal segretario generale della Fiom e sancito poi a stragrande maggioranza (l’80 %) dal voto finale dell'organismo dirigente non lascia adito ad equivoci. E schiera la Fiom alla testa del movimento di lotta contro la politica dei sacrifici (richiesti come sempre al lavoro dipendente) e la concezione iperflessibilista del mercato del lavoro professata dalle componenti moderate del governo Prodi.
È un passaggio drammatico, che merita tutta la nostra attenzione e determinazione. E dal quale possono sortire conseguenze determinanti per il futuro del sindacato italiano.
Andiamo con ordine, partendo dal merito. La posizione assunta dalla Fiom boccia l’accordo sia sul tema delle pensioni che sulla parte relativa al mercato del lavoro. Sulle pensioni la conferma dello scalone Maroni (solo diluito in tre anni) si è coniugata con misure pesanti nei confronti dei lavori usuranti (per i quali si prevede un meccanismo che non riduce, a regime, gli anni di contribuzione richiesti per il pensionamento) e persino peggiorative della controriforma varata dalla destra (si pensi allo sfondamento dei 60 anni, all'aumento del numero di anni di contribuzione, alla determinazione dei coefficienti in base a parametri esterni al conto previdenziale e all'apertura delle finestre anche per le pensioni di vecchiaia).
Sul mercato del lavoro la disciplina ipotizzata sui contratti a termine (forma contrattuale strategica nel processo di precarizzazione del lavoro in Italia) non solo ne confermerebbe la condizione di reiterabilità ad infinitum ma, spostando l'accento dal controllo di merito sulle causali alla verifica formale della regolarità delle procedure, consegnerebbe i soggetti sindacali a una funzione neocorporativa di convalida preventiva dei contratti.
Si aggiunge a questo l'ipotesi di riduzione della pressione fiscale sugli straordinari, intensamente voluta dalla Confindustria: una misura incompatibile non solo con l'asserita volontà di dispiegare maggiori tutele sulla sicurezza del lavoro, ma anche con una politica di estensione della base occupata. Sul piano del merito, insomma, la posizione assunta dalla Fiom appare del tutto condivisibile, e apre uno spiraglio in un contesto difficile e preoccupante.
Ma, come talvolta avviene in politica, al merito specifico delle questioni si lega in questo caso una problematica ancor più complessa e di portata più generale. In questo caso ci pare che parlare di un tornante storico non sarebbe - una volta tanto - esagerato.
È evidente, infatti, che la differenziazione della Fiom sull'accordo di luglio rompe il fronte compatibilista che tendeva a costituirsi e che rischiava di imprigionare il sindacato, a cominciare dalla Cgil. Il progetto accarezzato dalla Confindustria e dai settori della maggioranza e del governo che fanno riferimento al Partito democratico è chiaro ed è stato del resto esplicitato. Il sindacato dovrebbe muoversi dentro il quadro delle compatibilità di volta in volta definito dalle politiche «di rigore e sviluppo» del governo. Dovrebbe assumere i vincoli materiali che hanno prodotto un gigantesco processo di precarizzazione e di impoverimento del lavoro dipendente, e dovrebbe subire come fatalità incontrastabile la progressiva riduzione delle tutele, delle garanzie, dell'autonomia contrattuale, dei livelli salariali. L'eventuale esito di questo processo – che ha origini lontane, legate alla stessa svolta dell'Eur e agli accordi del ’92 e del ’93 – è del tutto chiaro: sarebbe la fine del sindacato come vettore di conflitto e di rivendicazione. Sarebbe – secondo i presupposti della filosofia della concertazione – la sua riduzione a soggetto istituzionale, sussunto entro l'edificio preposto al governo del lavoro.
La presa di posizione della Fiom blocca questa deriva. Si oppone alle accelerazioni che le sono state imposte dal processo di formazione del Partito democratico. E segnala una indisponibilità del più importante sindacato di categoria della Cgil ad armonizzarsi a questa tendenza neocorporativa e alle sue implicazioni restaurative. Per questo eccede i pur rilevantissimi contenuti dello scontro.
Ora si apre un confronto drammatico, che attraversa in primo luogo la Cgil. Guardiamo a questo passaggio con partecipazione e preoccupazione. L'unità della Cgil sta a cuore a tutta la sinistra del Paese ed è fondamentale in primo luogo per il mondo del lavoro. Va scongiurato il rischio di fratture e lacerazioni che potrebbero rivelarsi non ricomponibili. Ma occorre anche che l'unità si coniughi alla difesa delle ragioni e dei diritti del lavoro, che in questi anni sono stati sistematicamente sacrificati sull'altare del «risanamento». Precisamente questa è la richiesta che leggiamo nella posizione assunta dalla Fiom. È una richiesta che condividiamo e che ci induce a sostenere la battaglia aperta con coraggio dal Comitato centrale dei meccanici italiani.
Come avvenne già nel lontano luglio del 2001, la Fiom ha aperto con coraggio una stagione di lotta che deve vedere tutta la sinistra impegnata nella difesa del salario, del contratto nazionale, delle pensioni, dei diritti di quanti – a cominciare dai giovani, dalle donne e dai migranti – subiscono il peso maggiore della precarietà. L’inaccettabile attacco di cui è oggetto è il segno allarmante del grado di intolleranza e di autoritarismo che rischia di instaurarsi nel Paese impedendo la dialettica democratica. Non si capisce perché si programmi una consultazione tra i lavoratori ma non si tolleri che venga sostenuta nel merito una delle posizioni sulle quali i lavoratori dovranno pronunciarsi. Sembra che sia possibile dichiararsi solo a favore dell’accordo e che sostenere la posizione contraria sia un reato. È un gioco al quale non ci prestiamo.
A quanti si sono già iscritti al partito che invoca la normalizzazione del sindacato dei metalmeccanici della Cgil, rispondiamo che questa normalizzazione sarebbe una ennesima gravissima aggressione ai diritti del lavoro. La Fiom non va lasciata sola. La sua battaglia è la nostra e consideriamo intollerabile la pretesa che la Fiom rinunci alla propria autonomia di giudizio. La manifestazione del 20 ottobre sarà la prima, decisiva occasione per dimostrarlo.
da Il Manifesto del 20 settembre 2007
Posto il manifesto di una iniziativa che si terrà a Roma in preparazione della manifestazione.
http://img518.imageshack.us/my.php?image=factoryso6.jpg
Mancano idee e coraggio a sinistra di Paperino
di Giulietto Chiesa
su Il Manifesto del 20/09/2007
Andrò alla manifestazione del 20 e invito a partecipare tutti quelli che la pensano come me, e dintorni. Ci vado per tanti motivi, il primo dei quali è la mia solidarietà con i lavoratori metalmeccanici. E la necessità di rimettere il lavoro al centro dell'attenzione non solo della sinistra ma dell'intera, io credo maggioritaria, opinione pubblica democratica del paese.
Ci andrò, il 20, a maggior ragione dopo il Vaffanculo Day. Perché penso che, se la giusta spallata che Beppe Grillo ha dato alla classe politica italiana dovesse «finire male» (come molti commentatori e membri dell'oligarchia, che non aspettano altro, si affannano a profetizzare) la responsabilità primaria sarebbe della parte della classe politica che ancora non è interamente soggiogata alle esigenze dei poteri forti.
Parlo della sinistra che io chiamo istituzionale (in polemica con il termine «radicale» che le è stato ingiustamente affibbiato) e che si colloca, almeno spiritualmente, «a sinistra di Paperino» (non so chi abbia inventato questa espressione, ma la trovo azzeccata), cioè del Partito democratico. E' ad essa che spetta di dare risposte, visto che gran parte dei seguaci di Grillo sono - come risulta dai sondaggi, ai quali credo - di sinistra, mentre un'altra parte, non meno grande, è fatta di gente (giovane) che non è di sinistra perché non l'ha mai incontrata in vita sua, non la conosce e l'accomuna al resto della classe politica nel suo disprezzo.
Andrò alla manifestazione del 20 perché penso che sia nell'interesse del paese. Perché un governo che continua a mettere al centro della sua azione essenzialmente la crescita del prodotto interno lordo non è in grado di fare fronte ai tremendi compiti che si delineano sul vicino orizzonte. Tra questi, prioritaria, è la questione del clima e quella, ad essa correlata, dell'energia.
Abbiamo di fronte una manciata di anni per affrontare (non dico risolvere) questioni che riguardano la vita dei nostri figli e siamo soffocati da un'ignoranza generalizzata. Nessuno (anche nei media, nella tv pubblica) sembra preoccupato del fatto che lo stesso, ahimé realistico, obiettivo (europeo) di contenere la crescita della temperatura del pianeta entro i 2 gradi centigradi significherà comunque catastrofi immense e grande dolore umano. Chi pensa che riguarderà soltanto i poveri del pianeta, si sbaglia: anche noi ne saremo investiti, e, in massa, siamo impreparati.
Una classe politica (e io direi anche imprenditoriale) così stupida non merita di essere trattata meglio di quanto abbia fatto Beppe Grillo, ma una risposta energica e meditata deve seguire la spallata. Vogliamo lasciare a Grillo l'onere di formularla? Mi aspettavo e mi aspetto dai partiti della «cosa rossa» qualche cosa di più degli attuali balbettii. Al Parlamento europeo ho voluto dare forza a Sinistra democratica, aderendo alla sua frazione europea come indipendente. Ma da Roma non è arrivata nessuna idea fino ad ora. Non vedo ampiezza di vedute, respiro; non vedo segnali che abbiano capito, a sinistra di Paperino, che bisogna rinnovare forme organizzative e metodi di analisi della società.
Non stupisce in verità, perché anche loro hanno «perduto il contatto» con la gente. Altrimenti non avrebbero perduto mesi a discutere con Angius e Boselli. E, quando ho proposto di costruire una Fondazione, di creare una vera «maniglia» di massa, per studiare insieme, partiti e movimenti, dove sta andando il pianeta, per trovare insieme le risposte, tutto si è fermato.
Il 20 significa dare una spallata anche a questo impressionante immobilismo, che è un sintomo anch'esso del fatto che non solo la classe politica oligarchica non ha in testa null'altro che la deriva neoliberista, ma anche che a sinistra di Paperino mancano idee e coraggio. E che, se continua così, Paperino potrà svolgere il compito che i poteri forti gli hanno assegnato, cioè di farla finita con la democrazia liberale e con la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza.
Andrò il 20 alla manifestazione perché voglio gridare forte contro la guerra che sta per cominciare contro l'Iran, e contro la base di Vicenza, e contro le spese militari in aumento, e contro la follia suicida delle oligarchie belliche americana e europea.
Andrò alla manifestazione del 20 ottobre anche perché penso che, se c'è una via per salvare la sinistra, la democrazia, il paese, è quella di costringere il sistema mediatico a dire la verità sullo stato del mondo. Dico costringere sapendo quello che dico. Neanche il migliore dei governi potrà infatti prendere, negli anni a venire, le decisioni dolorose che s'imporranno (di nuovo sul clima, sull'acqua, sull'energia, sulla vita organizzata delle nostre città) senza un minimo di consenso. E milioni di cittadini ignari del pericolo non potranno darglielo, educati come sono a essere consumatori compulsivi. Se la televisione non glielo spiegherà, con tutta la crudezza necessaria, non potranno né sapere, né capire. E allora, sinistra istituzionale, come puoi pensare di fare fronte, e di non essere travolta tu stessa, senza porre sul tappeto la questione di una informazione e comunicazione democratica? Dovresti saperlo, sinistra istituzionale, che Paperino andrà oltre la lottizzazione, privatizzerà anche la tv pubblica, ci elargirà una finta informazione buonista e bugiarda come quella di Gianni Riotta e di Clemente Mimun, di Bruno Vespa e della coorte dei pennivendoli che ne hanno seguito l'esempio.
Andrò in piazza il 20 perché abbiamo poco tempo.