Sissignore”, recita una vignetta sulla burocrazia, “faremo rotta su una moderata via di mezzo tra una politica sensata e la dissennatezza più totale”.
Lo stesso spirito guida da anni la politica energetica in tutto il mondo.
Il “senno” in questo caso sarebbe l’energia nucleare.
La “dissennatezza” la fantasia per cui possiamo mantenere la stessa rotta per uscire dai problemi energetici e ambientali.
Quasi nessuno che abbia studiato la questione ci crede davvero, ma quasi tutti si sentono in dovere di fingere di crederci. Le economie moderne usano l’energia in modo sempre più efficace, ma poiché crescono molto velocemente, il consumo totale di energia continua ad aumentare, anche se l’utilizzo di energia per dollaro scende.
Poiché il settore industriale produce nuovi beni e servizi indispensabili, il settore energetico deve generare più elettricità.
Nell’America del Nord l’energia in più è venuta dal carbone, la risorsa energetica più economica di tutte.
Ma i governi del Nord America stanno per decidere che il carbone infligge danni ambientali inaccettabili: quei gas a effetto serra. Abbiamo bisogno di alternative.
Il nucleare è quella più ovvia: più costoso del carbone o dell’energia idraulica, ma più economico di tutto il resto, produce elettricità su larga scala senza emettere gas a effetto serra.
Sì, presenta dei problemi propri, in primis per lo stoccaggio delle scorie.
Cosa non presenta problemi?
Almeno presenta anche risposte. Tutte le altre alternative, invece, presentano solo fantasie. Prendiamo l’energia eolica. Costa il doppio del carbone. (Il vero costo è nascosto ai consumatori dagli alti sussidi governativi).
Ancor più preoccupante, non è affidabile: l’elettricità non può essere immagazzinata, e i venti non possono essere chiamati a raccolta su richiesta quando i consumatori lo desiderano.
L’energia solare è più costosa e meno affidabile. L’idea più fantasiosa è che il problema non debba essere affrontato: che spegnendo le luci e investendo nell’efficienza tecnologica possiamo in qualche modo bloccare i consumi di energia elettrica al livello attuale, o addirittura ridurli. Sentiamo parlare molto di conservazione delle risorse di questi tempi. E’ importante ricordare che anche il capitale e il lavoro sono risorse, anzi, le risorse decisive.
“Lavoro” nel gergo economico sta per vita umana.
Una lavastoviglie elettrica che riduca i tempi per lavare e asciugare i piatti di un’ora e mezza al giorno, 180 ore l’anno, 9.000 ore nella vita di un adulto, svolge la stessa funzione di una cura medica che prolunghi la speranza di vita media di un anno.
“Capitale” è a sua volta un termine estroso per indicare i soldi; e i soldi si possono usare per qualsiasi cosa. Se spendiamo più soldi del necessario per produrre energia, li sprechiamo. Soldi che potrebbero essere investiti in nuove tecnologie, che potrebbero aiutare i poveri, finanziare la ricerca di esperimenti sui farmaci invece di muovere le turbine eoliche per fare il lavoro che una centrale nucleare potrebbe svolgere a un prezzo ben inferiore. Chiamare tutto questo “conservazione” è come voler spendere milioni per risparmiare pochi euro.
Perché lo facciamo? Perché facciamo le nostre scelte di energia in modo politico e non economico. Se tutto quel che volessimo fare fosse controllare le emissioni di gas serra, vi imporremmo una tassa e poi lasceremmo alle imprese e ai singoli di trovare il modo più economico per ridurle. Questo porterebbe al nucleare, e i governi sanno che gli elettori, che hanno un’idea molto vaga del suo funzionamento, temono una tecnologia che associano alle armi.
Così, per progredire verso l’unica soluzione sensata, i governi temporeggiano davanti a paure frutto di ignoranza e si producono in riverenti genuflessioni alla dissennatezza, come gli imperatori romani che celebravano sacrifici a dèi in cui non credevano.
Forse i governi ritengono che sarebbe troppo pericoloso, politicamente, ammettere la verità.
Sarà ancora più politicamente pericoloso però, quando le bollette dei servizi schizzeranno verso l’alto e le luci non si accenderanno.
Gray Davis, governatore della California durante la crisi elettrica del 2001-2002, tergiversò davanti alla necessità d’intervenire prima che fosse troppo tardi.
Ha inflitto al suo stato una crisi economica e perso la carica nelle elezioni convocate apposta per decidere se dovesse rimanere o meno, nel secondo caso di recall-election della storia americana.
I politici di ogni dove dovrebbero ricordare Gray Davis e capire che, per quanto possa essere spaventoso darsi da fare per prevenire una crisi, è sempre molto peggio quando la crisi arriva.
David Frum
traduzione di Elia Rigolio su www.ilfoglio.it del 5 settembre 2007 pg 2
saluti




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