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  1. #1
    denty
    Ospite

    Predefinito Tanzi, le tasse e la lezione di Buenos Aires

    Il CorrierEconomia ha anticipato l'introduzione di Francesco Giavazzi al nuovo libro dell'Istituto Bruno Leoni: “Questioni di tasse. La lezione dall'Argentina” di Vito Tanzi, pubblicato dall'Università Bocconi Editore. Il saggio di Vito Tanzi (uno degli economisti italiani più noti a livello internazionale) è una testimonianza importante, di un osservatore acutissimo sulla “lezione fiscale” a monte del default argentino. Una lezione che l'Italia di oggi farebbe bene ad imparare, prima che sia troppo tardi. L'affettuosa introduzione di Francesco Giavazzi spiega bene perché.

    ***

    Ho affrontato questo libro con curiosità, perché avevo sempre pensato che la spiegazione della crisi argentina fosse «tutta» fiscale. Ma non è necessario leggere molte pagine per capire il senso del titolo che Vito Tanzi ha dato al suo libro (“It is Mostly Fiscal in Argentina”). E subito il pensiero è corso, con nostalgia e commozione, a Rudi Dornbusch. Perché Rudi, come Vito, amava l’Argentina e per tutta la vita si è chiesto perché gente tanto colta e gentile potesse perdersi.
    Nel mezzo della Patagonia, in viaggio verso i ghiacci del Perito Moreno, Vito si ferma con la moglie in un luogo sperduto, abitato da non più di una decina di persone: «il nome, molto azzeccato, dell’insediamento era: La Esperanza». Descrive la donna che serve loro una colazione «Una signora notevolmente raffinata per un posto sperduto come quello. Ma questa è una caratteristica dell’Argentina: si trovano persone sofisticate nei posti più improbabili». Intorno alle cime del Parco nazionale dei ghiacciai – di cui più maestoso è il Perito Moreno – Rudi volava spesso con il suo grande amico, Agostino Rocca. Agostino morirà proprio lì, precipitando col suo aereo, una mattina nebbiosa.
    Anche Vito, come Rudi, si diverte alle aste dove, nei momenti di difficoltà, le famiglie argentine vendono mobili e oggetti un tempo acquistati dai migliori antiquari di Parigi (nel 1913 il reddito pro-capite argentino era più alto di quello francese, due volte quello italiano). Ma non c’è solo il ricordo della ricchezza svanita: Buenos Aires è una città viva, le gallerie di La Boca espongono giovani artisti e nella casa di Vito a Washington, come in quella di Rudi a Boston, cominciano a trovar posto alcune di queste opere. Per gli economisti l’Argentina è un laboratorio straordinario: non per caso tanti economisti brillanti sono argentini. Anche quando insegnano nelle migliori università statunitensi mantengono vivo l’interesse per il loro paese. Nessun altra terra è stata un tempo così ricca e ha dissipato tanto rapidamente – in meno di un secolo – la propria ricchezza. Pochi paesi, come l’Argentina della prima amministrazione del Presidente Menem, all’inizio degli anni Novanta, hanno tentato con altrettanta determinazione di ridurre il peso dello stato nell’economia. Anche il contributo scientifico che ha reso Vito famoso: il cosiddetto «effetto Tanzi», che spiega perché il gettito fiscale di un paese cade quando l’inflazione cresce – è il risultato dei molti mesi che egli ha trascorso cercando di capire come fosse possibile aumentare il gettito fiscale argentino.
    Vito sorvola sulla sua esperienza nel governo italiano: ma più di una volta le sue analisi delle vicende fiscali argentine sembrano riflessioni sul caso italiano. Verso la fine del 1992, sembrava «un paese ben diverso da quello che avevo che avevo conosciuto nel 1989. La nuova Argentina esibiva un atteggiamento mentale, un dinamismo economico e istituzioni decisamente trasformate; e, forse l’aspetto più importante, dava mostra di avere riacquistato quell’ottimismo che mancava da lungo tempo. Tra i cambiamenti fondamentali, vi fu il tentativo di ridurre il ruolo dello stato nell’economia attraverso le privatizzazioni». Le privatizzazioni erano state la grande intuizione di Domingo Cavallo. Un giorno, alcuni anni fa, riflettendo sul disastro, ma anche su quegli anni felici, Domingo mi disse: «Mi resi conto che aumentare il gettito fiscale, come cercavamo inutilmente di fare da decenni, era un’impresa disperata. Quindi l’unica via era ridurre il ruolo dello Stato, privatizzando tutto. Solo così quelle poche tasse che riuscivamo a raccogliere sarebbero bastate».
    Ma Vito comprende presto che anche questa è un’illusione: nonostante le privatizzazioni, la quota della spesa pubblica sul prodotto nazionale non scende. Anzi, «la spesa in percentuale del PIL è decisamente aumentata, nonostante lo stesso PIL fosse cresciuto considerevolmente (…)», soprattutto perché – a causa degli incentivi perversi del federalismo fiscale che dà alle province autonomia di spesa, ma nessun incentivo a raccogliere gettito – i trasferimenti alle province crescono anno dopo anno. «Il miglioramento dei conti pubblici è interamente dovuto all’aumento del gettito fiscale». Ma se la spesa non scende c’è il serio pericolo che quel miglioramento risulti effimero. Siamo nel 1993, otto anni prima della crisi che Vito già vede delinearsi con grande preveggenza. Fu più lungimirante di Rudi Dornbusch, il quale fino all’ultimo non volle credere che gli argentini si sarebbero perduti.
    Le soluzioni «magiche» sono una costante dei politici che hanno studiato poco l’economia e ancor meno la storia. A Buenos Aires Vito ascolta le ricette più strampalate per aumentare il gettito fiscale e con pazienza cerca di convincere ministri e presidenti che non esistono soluzioni magiche. Leggendo queste pagine è difficile non chiedersi quanto debba aver sofferto partecipando a un governo (a Roma nel 2001) che fece della finanza creativa lo strumento per correggere i conti dello Stato.
    In un passaggio del libro Vito si sofferma su quella che secondo me è la spiegazione di molti dei problemi dell’Argentina: la chiusura del paese, che nonostante il suo passato non ha mai saputo aprirsi. L’Argentina è un’economia straordinariamente chiusa per un paese delle sue dimensioni. La quota delle esportazioni sul PIL non raggiunge il 10 per cento e i prodotti industriali rappresentano solo un terzo delle sue esportazioni. Il Cile esporta il 30 per cento di quanto produce; il Brasile, un’economia otto volte più grande dell’Argentina, il 12 per cento e oltre la metà delle esportazioni brasiliane sono prodotti dell’industria. Quando un’economia è tanto chiusa ogni aggiustamento a shock esterni diventa difficile perché il settore che deve farsi carico dell’aggiustamento è troppo piccolo. Più aperta è l’economia, più è facile l’aggiustamento a shock esterni.
    L’Argentina ha perso una grande occasione. La svalutazione del 2002 offriva l’occasione per aumentare la quota del commercio estero, e invece l’economia è uscita dalla crisi non molto diversa da quanto fosse negli anni Novanta. Condivido quindi, seppur per motivi un po’ diversi, il pessimismo col quale Vito chiude il suo libro. Ma essendo rimasto anch’io affascinato da quella terra continuo come Rudi a illudermi che la classe dirigente argentina sia troppo colta e raffinata per perdersi nuovamente.

  2. #2
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    uno che ha fatto parte del governo Bananas dovrebbe solo ritirarsi e vergognarsi per come ci hanno ridotti, altro che scrivere libri sull'Agentina come l'ex sottosegretario Vito Tanzi.

  3. #3
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  4. #4
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