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di CARLO JEAN
INTORNO alle 19 di ieri la Difesa ha confermato che ritiene siano stati rapiti i nostri due militari scomparsi a Sud di Herat, insieme con due afghani, successivamente rilasciati. Dunque rapimento. Per quale fine? Probabilmente per ottenere un riscatto in denaro o la liberazione di Talebani prigionieri nelle carceri afghane.
C’è da augurarsi che non si ripetano le scene un po’ pietose del “caso Mastrogiacomo”. Esso costituirà comunque un precedente di cui sarà difficile non tener conto. Ma altre sono le spiegazioni possibili. Una seconda ipotesi è che si sia trattato di una vendetta per l’intercettazione di un carico di armi, provenienti dall’Iran e destinate ai Talebani. Esse sono state bloccate il 6 settembre nella provincia di Farah che, a Sud di Herat, fa parte del settore italiano.
Una terza ipotesi è che la scomparsa dei due italiani sia una reazione all’annuncio, dato il 9 settembre dal ministro della Difesa Parisi, che l’Italia aumenterà di 250 soldati il suo contingente in Afghanistan nel prossimo dicembre, allorquando assumerà il comando della forza Isaf della Nato. Anche i francesi e i tedeschi sono stati attaccati quando i rispettivi governi hanno dichiarato che avrebbero continuato ad onorare gli impegni assunti in Afghanistan o che avrebbero rafforzato le loro truppe.
La più interessante delle ipotesi legate al rapimento dei nostri soldati è la seconda, e che vi sia lo “zampino” dell’Iran. Viene subito da chiedersi perché gli iraniani sostengano i Talebani, loro nemici storici. Avevano contribuito a farli sconfiggere dagli Usa nel 2001, appoggiando con l’India e con la Russia, l’Alleanza del Nord, costituita dai Tagiki d’etnia persiana, ma sunniti dagli Hazara sciiti ma turchici e dagli Uzbeki, turchici e sunniti. I Talebani, come i Pashtun, sono sunniti delle correnti più rigoriste. Considerano gli sciiti eretici da distruggere.
L’interesse dell’Iran per l’Afghanistan non è nuovo. Teheran, già nell’Ottocento, aveva cercato di impossessarsi della provincia di Herat, raggiunta più volte dai suoi eserciti. Si è sentita penalizzata dalla creazione dell’Afghanistan decisa d’intesa fra Londra e San Pietroburgo per formare una zona cuscinetto fra l’impero britannico e quello zarista, che miravano entrambi ad impossessarsene. Crocevia fra l’Asia centrale, quella meridionale e il Golfo, il Paese è stato attraversato dagli eserciti che muovevano verso l’India: da Alessandro il Grande, a Tamerlano, ai Mogol. La frontiera meridionale dell’Afghanistan fu tracciata sulla cosiddetta linea Durand. Essa divise i Pashtun, che in Pakistan vengono chiamati Afghani. I tre quarti di essi vivono a Nord e costituiscono il 50% della popolazione dell’Afghanistan, che hanno sempre preteso di governare. La vecchia famiglia reale e il presidente Karzai sono Pashtun. Quelli a Sud della linea Durand vivono nelle aree tribali del Nord del Pakistan. Non sono mai stati sottomessi al potere centrale. Anzi, gli inglesi avevano concesso loro una larga autonomia e un tributo perché le loro bellicose tribù difendessero la frontiera settentrionale dell’Impero delle Indie.
I guai incominciarono con la rivalità fra l’India e il Pakistan. Entrambi hanno cercato di strumentalizzare i Pashtun per i loro fini. L’India per indebolire il Pakistan, costituendo un Pashtunistan con l’unione delle tribù a Nord e a Sud della linea Durand. Quando il progetto si rivelò inattuabile, l’India si sforzò di mantenere a Kabul una forte influenza. Ha dato 650 milioni di dollari per la ricostruzione dell’Afghanistan e impiega un’unità del genio paramilitare per costruire strade strategiche anche in prossimità della frontiera pakistana, con grande rabbia di Islamabad. Dal canto suo, quest’ultima in particolare l’Isi, i suoi servizi segreti militari ha cercato di estendere a Nord la profondità strategica pakistana, armando e sostenendo i Talebani. Solo sotto le forti pressioni degli Usa è stata obbligata, almeno formalmente, a contrastarli. Nel vuoto di potere si è inserito l’Iran.
Oltre alle vecchie ambizioni territoriali e alla volontà di dimostrare la solidarietà islamica, i motivi di Teheran per cercare uno spazio in Afghanistan sono legati al duello negoziale in corso con gli Usa sul futuro dell’Iraq e sugli assetti geopolitici del Golfo. Si tratta di un vero e proprio braccio di ferro. Sicuramente gli iraniani pensavano che il rapporto del generale Petraeus avrebbe provocato la reazione del Congresso e un rapido ritiro degli Usa dall’Iraq. Il Paese sarebbe così caduto nelle mani iraniane come una mela matura. Le cose non sono andate in tal modo. Washington manterrà in Iraq e nel Golfo una consistente presenza militare. Se l’Iran si muoverà, verrà schiacciato. Gli Usa hanno poi abbracciato non solo in Iraq, ma nell’intero Golfo la parte dei sunniti. Bush ha detto che intende dichiarare organizzazione terroristica il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, isolando così l’intero Iran dalla finanza internazionale. Darà, inoltre, ai suoi alleati mediorientali ben 63 miliardi di dollari di armi e di aiuti militari.
Si è anche messa di mezzo la Francia di Sarkozy e di Kouchner a parlare di bombardamenti degli impianti nucleari iraniani. E in questo contesto resta infine il mistero del bombardamento israeliano in Siria, contro cui solo Teheran ha protestato. Insomma, venti di tempesta un po’ dappertutto. È quindi logico per Teheran diversificare. L’Afghanistan è ideale per aprire un nuovo fronte. Il confine con l’Iran è lunghissimo ed incontrollabile. Il mosaico delle tribù afghane si presta a molte manovre.
Beninteso, l’episodio dei due soldati italiani non ha forse a che vedere con il “grande gioco” geopolitico che abbiamo descritto. Ammesso ma non concesso che sia stata un’azione decisa dai sostenitori iraniani dei Talebani, andrebbe comunque inquadrata in questo contesto molto complesso. Non per caso il nostro ministro degli Esteri D’alema ha contattato ieri all’Onu il suo collega iraniano Manuchehr Mottaki.




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blog, che la Siria era entrata in possesso di armi atomiche nord-coreane.
