Roma. Se va via Lamberto Dini vuol dire che è davvero finita. Nel centrosinistra lo dicono un po’ tutti e comincia a diventare quasi un auspicio liberatorio.
Poi magari non sarà così, e comunque non dovrebbe essere un eventuale trauma sul voto di oggi in Senato, quello sul rimescolamento forzoso (e prodiano) del cda, a determinare la caduta.
Certo è che il sommario di decomposizone ulivista si alimenta di ora in ora, malgrado il centrosinistra abbia rimpannucciato su una proposta unitaria il debole fronte che oggi a Palazzo Madama cercherà di reggere l’urto dell’opposizione.
Ancora una volta la sinistra massimalista può rivendicare un piccolo successo, visto che è riuscita a imporre lo stallo delle nomine nella tv pubblica fino a che non verrà presentato un piano industriale.
La controversia sull’amministrazione della Rai può diventare il pretesto per un tremendo regolamento di conti. Con Clemente Mastella e Antonio Di Pietro da una parte, distinti ma non distanti, e Rifondazione con Verdi e Pdci dall’altra, a moltiplicare mozioni e seccature pur di segnalare a Prodi e TPS tutt’altro ordine di problemi.
Alla fine s’è deciso (ma chissà) d’ibernare la Rai per non farsi troppo male a destra o a sinistra.
In ogni caso sono numerosi i testi da votare in Aula sul pasticcio televisivo (Bordon e Manzione vogliono presentare un loro testo e non votare con la maggioranza, ma in serata Rifondazione si è fatta carico di una mediazione), varie le trappole del solito Roberto Calderoli (Lega), negativi i pareri dei diniani Natale D’Amico e Giuseppe Scalera, indecifrabile il peso di alcune assenze probabili o impreviste.
Come quelle di Francesco Storace e dei due storaciani dissidenti.
E soprattutto come quella dell’ex premier Dini.
In cima al sommario c’è lui, come un magnete sul quale convergono le linee di frattura nella maggioranza.
Il sospetto d’intelligenza con Silvio Berlusconi è del tutto secondario.
Oltretutto Dini sta lavorando per allestire un proprio gruppo parlamentare (almeno dieci senatori) che ospiterebbe anche esponenti di Forza Italia (si parla di Alfredo Biondi) e dell’Udc.
Al momento si sa che Dini e i suoi, liberi da obblighi di coalizione, si apprestano a reinserire nella Finanziaria (sotto forma di emendamento) la proposta già presentata per il Dpef di luglio (e poi ritirata) che stabiliva un piano di riduzione della spesa corrente a vantaggio del bilancio preventivo del 2011. In altre parole: una pozione liberista, non negoziabile e velenosa per le sinistre, servita da una posizione contraria allo scorporo del protocollo sul welfare dalla manovra (Rifondazione si ostina a pretenderlo).
Conti alla mano, in Senato, la volontà di emendare e di non votare a occhi chiusi una fiducia sulla manovra rappresenta la zona di minor resistenza prodiana, il luogo del cedimento annunciato. Sempre che il tracollo non avvenga prima dell’autunno inoltrato.
La coabitazione improbabile
Il presidente del Senato, Franco Marini, è consapevole che lo sfilacciamento del centrosinistra è tale da non lasciare l’illusione d’una tenuta duratura. Che sia il protocollo sul welfare o un dossier di politica estera, il prossimo serio appuntamento parlamentare può diventare una ghigliottina per il governo. Da qui ai prossimi due mesi si attende l’impatto fatale.
A rendere credibile il presentimento c’era la spericolata immagine della coabitazione tra un Walter Veltroni fresco d’investitura popolare (dal 14 ottobre) e un premier troppo affaticato.
Si aggiunge l’incomprensibile collisione tra il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, e il collega titolare della Funzione pubblica, Luigi Nicolais, che ha teorizzato un provvedimento parasarkozista per svecchiare la categoria dei dipendenti statali e ne ha guadagnato in cambio fischi sindacali e rimproveri postcomunisti.
Resta da decrittare, poi, il capitolo delle intercettazioni sulla faccenda Unipol riguardanti Massimo D’Alema e Piero Fassino. Un’arma fatale spiegata sulla classe dirigente ds, che ieri ha trovato in Carlo Giovanardi una voce rassicurante (ha detto che il mittente della richiesta del gip Forleo è errato: nel 2005 l’attuale ministro degli Esteri non era deputato italiano ma europeo, sicché la magistratura doveva bussare alle porte di Strasburgo).
Il che rischia di produrre ulteriori divisioni e sospetti fra i rivoltosi dell’antipolitica eccitati contro il centrosinistra.
Ma il sommario di decomposizione è “temporaneamente irreversibile”, come la sedizione di Lamberto Dini. Nel senso che non tutto è senza rimedio.
Anzi è ancora un interesse maggioritario per la coalizione, Veltroni compreso, non accelerare un decorso infausto prima d’aver stabilizzato il Pd e messo in mostra la sua forza.
L’impegno massimo sarà concentrato nel dilatare i tempi almeno fino a gennaio.
In questo caso diventerebbe molto difficile che il Cav. e i suoi alleati riescano a ottenere elezioni primaverili.
Diversamente sarà un disastro per i superstiti dell’Unione: con la Cdl sopra di sette punti nei sondaggi, la campagna elettorale berlusconiana sarebbe lunga e trionfale.
Su www.ilfoglio.it del 20 09 07 pg 1
Nota: l’articolo è scritto il giorno precedente la votazione in Senato
saluti




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