"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

Tonino Bucci . Destra e Sinistra

Come un ritornello ossessivo sentiamo ripetere da anni che destra e sinistra non esistono più. Un tempo la formula “non sono né di destra né di sinistra” era segno equivocabile di appartenenza alla cultura della destra. In essa si è storicamente riconosciuta un’ampia zona grigia della nostra società. L’Italia dei piccoli ceti medi sfilacciati e del sottoproletariato urbano, l’Italia della piccola borghesia si è sempre riconosciuta nella ritrosia al prendere partito. L’antipolitica, il qualunquismo, l’opportunismo, lo scambio mafioso e il tengo famiglia rappresentano il peggio del carattere nazionale italico. Il “né a destra né a sinistra” è stato il collante ideologico di strati sociali perennemente sospesi tra rassegnazione e protesta, tra ribellismo e delega passiva all’autorità.
Oggi però l’invito ad andare oltre gli steccati - e a buttar via l’antifascismo - è diventato una litania della postmodernità, non più esclusiva - per intendersi - di aree marginali della destra e di gruppi neofascisti e neonazisti. Dalla nuova destra ai tecnocrati del mercato è ormai tutta la classe dirigente a dire che la politica deve regolarsi non sulla coppia destra-sinistra ma su altri criteri, sul pragmatismo, sull’efficienza, sulla capacità di amministrare l’esistente. È il mercato e le sue esigenze di funzionamento, la contrattazione con i poteri forti, le regole del marketing e della costruzione di consenso che dettano tempi e contenuti dell’azione politica. Se la distinzione tra destra e sinistra ha perso smalto è colpa anche del sistema politico della Seconda repubblica, di un bipolarismo coatto tra due schieramenti in competizione tra loro per la conquista del centro (più o meno come funziona nell’audience televisiva).
Eppure «in Occidente lo spazio politico continua a polarizzarsi intorno alla destra e alla sinistra... Proprio la crisi economica globale sta dimostrando che è in atto un tentativo della politica di ritrovare la propria centralità attraverso una nuova capacità di regolare l’economia... Insomma, destra e sinistra sono categorie della politica moderna, ma in qualche modo continuano ad avere senso anche in una politica largamente postmoderna come quella dell’età globale».

Il minimo che si possa dire di queste tesi è che sono controcorrente. L’autore è Carlo Galli - docente di storia delle dottrine politiche all’università di Bologna - di cui è appena uscito per Laterza il nuovo saggio Perché ancora destra e sinistra? (pp. 94, euro 9). Il rischio qui è di ritrovarsi tra le mani due contenitori abbastanza vaghi. “Sinistra” e “destra”, senza ulteriori specificazioni, vogliono dire ben misera cosa o, al contrario, possono voler dire l’universo mondo. Sarebbe compito arduo, ad esempio, spiegare cosa hanno in comune personaggi come Hitler e Scruton, Burke e Maurras, Marinetti e Lorenz, Evola e Schmitt, Jünger e Gentile, Céline e Sironi, Churchill e monsignor Lefebvre, Rattazzi e Degrelle e si potrebbe procedere a lungo nell’elenco. Esiste la destra dei controrivoluzionari cattolici alla Maistre che volevano ripristinare la dipendenza della politica da un qualche fondamento non negoziabile (la tradizione, la religione, la nazione), una destra anticapitalistica che guarda indietro a una società feudale rigidamente gerarchica, una destra che vuole abolire il discorso politico moderno e la democrazia rappresentativa. Ma c’è anche una destra che sceglie di starci, nella modernità, una destra conservatrice che si schiera dalla parte del mercato e difende i rapporti di dominio esistenti. E, ancora, esiste una destra bonapartista e populista, capace di ricorrere a forme plebiscitarie di governo, che non esita a mettere da parte gli istituti liberali del parlamento e della democrazia. La destra può assumere un volto anarcoide quanto autoritario, statalista quanto liberista, nazionalista quanto ripiegato sulle piccole patrie regionali.
Lo stesso potrebbe dirsi della sinistra: dai liberali figli dell’illuminismo ai democratici radicali e ai giacobini, dai repubblicani e dai mazziniani ai socialisti, dagli anarchici ai comunisti. Anche qui ritroviamo tratti eterogenei: libertarismo e autoritarismo, individualismo e collettivismo, pauperismo e produttivismo, industrialismo ed ecologismo, relativismo e universalismo e chissà quant’altro ancora. Ha ragione Carlo Galli. Di schemi formali se ne possono costruire quanti se ne vogliono. Ma per quanti sforzi si facciano «questo schematismo va parecchio complicato. Le tradizioni politiche di destra e sinistra non sono infatti, nella realtà storica, univoche, ma anzi contraddittorie». Bisogna quindi concludere che alla fine della giostra destra e sinistra sono due contenitori vuoti che si riempiono di volta in volta casualmente? Nient’affatto. Ma la soluzione, si fa per dire, si ottiene con la classica mossa del cavallo. La tesi di Galli è che di quelle due categorie, checché se ne dica, continuiamo a fare uso e continueremo ad averne bisogno almeno finché staremo nel mainstream del discorso politico moderno. Destra e sinistra nascono con la cesura della modernità. Prima di Hobbes, Locke, Pufendorf, Rousseau, Kant - insomma, i classici del pensiero politico - valeva l’idea che vi fosse un ordine naturale inscritto nel cosmo e in grado di orientare la politica verso la giustizia. Dopo di loro cambia tutto, cambia lo «sguardo sul mondo»: «esiste un’esperienza primaria del disordine, della scarsità, dell’aggressione, ma in essa si manifesta anche, contemporaneamente, un’esigenza di liberazione del soggetto singolo dalle sue angosce e deficienze». Il discorso della modernità promuove «l’artificio» nella politica, consiste nella consapevolezza che non vi è alcun ordine naturale cui aggrapparsi e che il destino dell’umanità si gioca tutto intero nello scarto tra il «disordine come dato» e «l’ordine come esigenza». Destra e sinistra non nascono per caso, ma sono due visioni obbligate dalla stessa natura doppia del moderno: da un lato, la paura del disordine, dall’altro, il razionalismo politico, il progetto razionale di una società artificiale. Intorno alla prima si coagula il discorso della destra. L’intransigentismo con cui questa si richiama a fondamenti assoluti della politica (la religione, la razza, la tradizione, i valori ma anche il mercato) si accompagna in realtà sempre alla paura che l’ordine di quei fondamenti venga minacciato da qualche pericoloso agente. Siamo sempre sul terreno della modernità: «l’esperienza primaria è che la natura non è antropomorfa, ma è instabile». L’ordine, quindi, va realizzato, «ma non tanto con l’artificio razionale quanto con la lotta incessante contro chi lo minaccia». Il che, però, non significa che la destra sia sinonimo di immobilismo e conservazione e che la sua lettura del mondo debba per forza coincidere con la difesa di una tradizione dai suoi nemici. La destra può abbracciare altre soluzioni, può adottare in pieno l’instabilità cronica del capitalismo e fare propria la legge dell’imprevedibilità dell’iniziativa economica privata, fino a legittimare, attraverso una visione darwinista del mercato, una società in cui i vincitori dominano sui vinti. Ma la destra può infine «ricorrere a quel radicale modello di instabilità che è il Nichilismo, con cui afferma la inconsistenza del reale, esibendosi in un duro e tragico decisionismo extra-legale ma anche in una futuristica creatività immaginativa».
Erede del razionalismo e dell’illuminismo - l’altro polo del moderno - si è invece sempre proclamata la sinistra in tutte le sue varianti. In quest’altra declinazione della modernità l’attenzione va alla funzione normativa assegnata alla natura umana in un mondo di per sé contingente e pieno di disuguaglianze. Con l’avvertenza che l’essere umano non ha una natura rigida, fissa e immutabile, ma consiste piuttosto in una dignità che deve realizzarsi. Dai liberali di sinistra al giovane Marx si fa avanti un’altra lettura del moderno: «è giustizia non l’ordine dell’essere ma il progetto delle soggettività di emanciparsi, attraverso la politica, da impedimenti e condizionamenti». Alla politica tocca il compito di realizzare concretamente l’umanità, altrimenti destinata a rimanere in uno stato seminale e virtuale. Di destra e sinistra continueremo insomma a parlare, almeno finché non potremmo sottrarci a queste due visioni del moderno in lotta tra loro. Una destra portatrice di un’antropologia negativa in cui il soggetto e la sua uguale dignità non è centrale. Una sinistra dotata di un’immagine positiva dell’umanità, almeno come possibilità. E forse proprio per questo è destinata ad apparire meno realista, con quel suo azzardo a non credere che il mondo contingente e senza razionalità in cui viviamo debba precludere la liberazione dell’umanità.