Milano Segreta
Il bandito della Comasina e la sua banda
Ecco la storia di Renato Vallanzasca, come l'ha raccontata lui stesso nel libro «Il fiore del male»: dai furti di figurine ai sequestri
C'è chi nasce per fare lo sbirro, chi lo scienziato, chi per diventare Madre Teresa di Calcutta. Io sono nato ladro. (Renato Vallanzasca)
Milano. Giardini di piazza Gobetti. Un gruppo di ragazzini gioca a pallone nel prato. Due poliziotti si avvicinano ad uno di quei bambini e lo caricano su di una Volante.
E' in una mattina del 1958 che il piccolo Renato Vallanzasca viene arrestato per la prima volta e condotto al carcere minorile Cesare Beccaria. Ignora il motivo del suo arresto, perché, anche se ha solo otto anni, ha già compiuto diversi furtarelli. La permanenza di qualche ora al Beccaria è dovuta, invece, a un fatto che risale alla notte precedente, quando Renato, con la complicità del fratello minore,
ha aperto le gabbie degli animali portati in città dal circo Medini. Una bravata punita in modo forse un po' troppo severo, che darà il via a una serie di arresti ben più clamorosi.
DALLE FIGURINE ALLA BANCA - La carriera del giovane Vallanzasca ha inizio con
i furti di figurine ai chioschi delle edicole. Mentre il biondino dal viso innocente chiede all'edicolante di poter tenere in mano la cassetta delle figurine, per scegliere personalmente le buste, un suo coetaneo lancia un sasso contro il retro dell'edicola. L'edicolante si precipita fuori, incurante dei pacchetti nelle mani del bambino, ormai refurtiva dei due ragazzini in fuga verso casa. Nell'appartamento al primo piano del condominio di via Porpora 162, Renato sfoglia soddisfatto i suoi album quasi completi, dimenticando per qualche istante
i soldatini di piombo e i fumetti di Tex e Mandrake anch'essi rubati. A dieci anni, Renato frequenta abitualmente grandi magazzini come Upim, Standa e Rinascente. Ruba coperte, phon, saponette e vestiti, che poi distribuisce alle signore del circondario in cambio di caldarroste, frittelle, o pane e marmellata.
Non ruba per necessità economica (mamma Marie e papà Osvaldo sono proprietari di un negozio di abbigliamento), ma per piacere, per sfizio.
Renato cresce e si divide tra la «professione» di ladro e quella di studente. Nel '66 si iscrive a ragioneria, con la convinzione che presto sarebbe entrato in banca, saltando il bancone, però! A Lambrate si guadagna il soprannome di
Mister taxi, perché è l'unico mezzo che usa per spostarsi, nonostante sia soltanto un ragazzo di sedici anni. Sveglio e svelto, non tarda a farsi apprezzare dai veterani della mala, con i quali svaligia gli appartamenti del centro e della zona di San Siro, senza trascurare le ville sui laghi. Anche polizia e carabinieri lo notano ed è questo il periodo in cui
entra ed esce dal Beccaria, piuttosto che da case di rieducazione per minorenni.
Renato Vallanzasca in una foto giovanile (archivio Corsera)
FUGA DALL'OSPEDALE - Nel 1969 debutta a
San Vittore: sconta dieci mesi per un furto a un portavalori trasformatosi in rapina. Una volta fuori, decide di investire il denaro messo da parte e, in società con il fratello Roberto,
apre un negozio di parrucchiere in corso di Porta Romana, due boutique e un autosalone con tanto di officina e pompe di benzina. Renato guadagna tanto e spende tanto: si serve nelle migliori botteghe e sartorie, cambia una macchina alla settimana (grazie anche all'attività di ricettazione dell'autosalone), trascorre le vacanze in luoghi esclusivi, alloggiando in alberghi di lusso. E' un buon cliente: paga subito e in contanti.
14 febbraio 1972. Ore 9.30.
Esselunga di viale Monterosa. La Fiat 500 blu dell'Istituto bancario italiano si ferma di fronte al supermercato per ritirare l'incasso del fine settimana. Un'Alfa Romeo bianca tampona l'auto dei portavalori. Scendono quattro uomini con il volto coperto da un passamontagna; vogliono le chiavi del sedile-cassapanca adibito a cassaforte. Imprevisto: le chiavi non si trovano. Dall'interno del supermercato viene avvisata la polizia, che in pochi minuti è sul posto. Gli agenti sparano, i rapinatori sparano. Le grida dei passanti sono soffocate dal rumore assordante delle centinaia di colpi esplosi. Vallanzasca fa fuoco contro la parte alta delle vetrine del supermercato; il fragore dei vetri che si infrangono a terra spaventa e confonde. I quattro banditi riescono a scappare.
Vallanzasca è arrestato a fine mese: lo aspettano sei anni di galera. Ne sconterà «soltanto» quattro, però, perché decide di contrarre l'epatite. Fuggire da un ospedale, infatti, è molto più semplice che evadere dal carcere. Il 25 luglio 1976, Renato Vallanzasca è di nuovo un uomo libero. Gli servono soldi, però, e se li procura con una rapina in una banca di Como. Il suo pensiero, ora, è quello di
riabbracciare la sua compagna Consuelo e suo figlio Massimiliano, di quattro anni. Trascorre con loro quasi un mese sulle spiagge tra Positano e Maratea. Di rientro a Milano, è costretto alla fuga e alla latitanza, che lo allontanano per sempre dai suoi affetti più cari.
LA BANDA DELLA COMASINA - Il ragazzo non si scoraggia e chiama a raccolta i compagni della
«batteria», la banda di amici cresciuti alla Comasina, apprendisti ladri divenuti rapinatori di professione.
Vito Pesce e Claudio Gatti, in comune la passione per cocaina ed eroina, a dividerli i continui battibecchi;
Mario Carluccio e Rossano Cochis, l'uno amante del fucile, l'altro fanatico del mitra, e infine
Antonio Colia, l'autista del gruppo. A coordinare i lavori, lui, Renato Vallanzasca. Sei uomini che in piena notte fermano le auto della polizia e disarmano gli agenti, mentre di giorno gestiscono agenzie immobiliari, controllano appartamenti e garage e dispongono delle più svariate armi: fucili a canna lunga, media e mozza, mitragliatori, pistole calibro 38 e calibro 9 bifilari, bombe ananas e al carburo fatte in casa.
Dalla fine dell'estate '76 al febbraio '77, la cosiddetta «banda della Comasina» mette a punto
una settantina di rapine e quattro sequestri di persona.
Con tante armi a portata di mano, i ragazzi non avrebbero tardato a improvvisarsi anche assassini. A volte per errore,
perché sotto l'effetto della droga, a volte per necessità, come nel caso di
piazza Vetra. Un colpo all'Esattoria civica e le tasse dei milanesi sarebbero finite nelle tasche di pochi banditi. Un colpo studiato fin nei minimi dettagli.
Un colpo andato male. Il 16 novembre 1976, viene compiuto il primo sopralluogo, ma sette uomini che si aggirano con fare losco intorno agli uffici dell'Esattoria destano sospetto. Arriva una Volante con a bordo tre agenti.
Uno di loro morirà. Morirà anche Mario Carluccio. Sulla testa di Vallanzasca pesa ora l'accusa di omicidio.
SEQUESTRI E SPARATORIE - Ha inizio la stagione dei sequestri: due balzati agli onori delle cronache, due mai denunciati. Il nome Vallanzasca è sinonimo di garanzia di cibo, letto, bagno, e, in un caso in particolare, anche di telefono e televisione. Il caso in questione è quello della prima vittima:
la figlia adolescente di un noto imprenditore della Milano bene. Con un'ingenuità e un'incoscienza forse tipiche dell'età e della sua condizione di privilegiata, la ragazza vive i quaranta giorni di sequestro come un'avventura,
arrivando ad invaghirsi del bel René, complice il Natale e i fiocchi di neve che cadono sulla città.
Durante un sopralluogo che avrebbe dovuto precedere il sequestro di un costruttore bergamasco, sull'autostrada Milano-Bergamo, uscita Dalmine, un conflitto a fuoco tra Vallanzasca e i suoi uomini da una parte, e tre agenti della polizia stradale dall'altra, termina con
tre corpi inermi sull'asfalto. Uno appartiene ad Antonio Furiato, un ragazzo della «batteria». Renato decide di cambiare aria e si trasferisce nella capitale. E' in un appartamento di Roma che
viene catturato dai carabinieri. Gli uomini dell'Arma stentano a riconoscere il pericoloso bandito ricercato in tutta Italia, che si presenta loro in pigiama e stampelle, con una bottiglia di whisky semivuota e un pacchetto di sigarette posati accanto a una 357 magnum e a una 38 special.
Nel '77 è di nuovo in carcere.
Con lui il bandito rivale Francis Turatello, che diventerà suo inseparabile amico, tanto da fargli da testimone di nozze al pomposo matrimonio celebrato nel carcere di Rebibbia. Un tentativo di fuga fallito, un tentativo di fuga (celebre) andato in porto, poi di nuovo in «gabbia». E' di pochi giorni fa la dichiarazione di
non pensare più all'evasione, ma a scontare la pena dell'ergastolo a cui è condannato con dignità.
Le informazioni sono tratte dal libro «Il fiore del male» di Carlo Bonini e Renato Vallanzasca