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Risultati da 1 a 10 di 46
  1. #1
    legione muti
    Ospite

    Predefinito Solo un pensiero per Lui....

    Solo un pensiero per chi da 40anni è dietro le sbarre, sebbene non abbia , probabilmente, mai ucciso nessuno, SICURAMENTE mai spacciato droga, mai fatto usura, mai sparato per primo nemmeno ai poliziotti.....

    Non mi va poi di rispondere ai soliti giudizi forcaioli o destrorsi di chi qua sicuramente condividerà la negata grazia per uno dei detenuti con più lunga carcerazione (spesso carcere durissimo) della storia italiana....

    Solo un pensiero, nient'altro che un pensiero per Lui......

    Il suo nome fa ancora paura: oggi come ieri quando i diseredati dei quartieri milanesi riempivano i muri con scritte a lui inneggianti....

  2. #2
    Klearchos
    Ospite

    Predefinito

    chi è?

  3. #3
    legione muti
    Ospite

    Predefinito è Lui


  4. #4
    legione muti
    Ospite

    Predefinito ...sempre Lui....


  5. #5
    legione muti
    Ospite

    Predefinito Quando Milano era ancora Milano, con meno droga e senza infamie


  6. #6
    legione muti
    Ospite

    Predefinito Ergastolo autoaccusato


  7. #7
    legione muti
    Ospite

    Predefinito Rv


  8. #8
    TRUCIDO
    Ospite

    Predefinito storia di Renato Vallanzasca, come l'ha raccontata lui

    Milano Segreta
    Il bandito della Comasina e la sua banda
    Ecco la storia di Renato Vallanzasca, come l'ha raccontata lui stesso nel libro «Il fiore del male»: dai furti di figurine ai sequestri
    C'è chi nasce per fare lo sbirro, chi lo scienziato, chi per diventare Madre Teresa di Calcutta. Io sono nato ladro. (Renato Vallanzasca)

    Milano. Giardini di piazza Gobetti. Un gruppo di ragazzini gioca a pallone nel prato. Due poliziotti si avvicinano ad uno di quei bambini e lo caricano su di una Volante. E' in una mattina del 1958 che il piccolo Renato Vallanzasca viene arrestato per la prima volta e condotto al carcere minorile Cesare Beccaria. Ignora il motivo del suo arresto, perché, anche se ha solo otto anni, ha già compiuto diversi furtarelli. La permanenza di qualche ora al Beccaria è dovuta, invece, a un fatto che risale alla notte precedente, quando Renato, con la complicità del fratello minore, ha aperto le gabbie degli animali portati in città dal circo Medini. Una bravata punita in modo forse un po' troppo severo, che darà il via a una serie di arresti ben più clamorosi.



    DALLE FIGURINE ALLA BANCA - La carriera del giovane Vallanzasca ha inizio con i furti di figurine ai chioschi delle edicole. Mentre il biondino dal viso innocente chiede all'edicolante di poter tenere in mano la cassetta delle figurine, per scegliere personalmente le buste, un suo coetaneo lancia un sasso contro il retro dell'edicola. L'edicolante si precipita fuori, incurante dei pacchetti nelle mani del bambino, ormai refurtiva dei due ragazzini in fuga verso casa. Nell'appartamento al primo piano del condominio di via Porpora 162, Renato sfoglia soddisfatto i suoi album quasi completi, dimenticando per qualche istante i soldatini di piombo e i fumetti di Tex e Mandrake anch'essi rubati. A dieci anni, Renato frequenta abitualmente grandi magazzini come Upim, Standa e Rinascente. Ruba coperte, phon, saponette e vestiti, che poi distribuisce alle signore del circondario in cambio di caldarroste, frittelle, o pane e marmellata. Non ruba per necessità economica (mamma Marie e papà Osvaldo sono proprietari di un negozio di abbigliamento), ma per piacere, per sfizio.
    Renato cresce e si divide tra la «professione» di ladro e quella di studente. Nel '66 si iscrive a ragioneria, con la convinzione che presto sarebbe entrato in banca, saltando il bancone, però! A Lambrate si guadagna il soprannome di Mister taxi, perché è l'unico mezzo che usa per spostarsi, nonostante sia soltanto un ragazzo di sedici anni. Sveglio e svelto, non tarda a farsi apprezzare dai veterani della mala, con i quali svaligia gli appartamenti del centro e della zona di San Siro, senza trascurare le ville sui laghi. Anche polizia e carabinieri lo notano ed è questo il periodo in cui entra ed esce dal Beccaria, piuttosto che da case di rieducazione per minorenni.

    Renato Vallanzasca in una foto giovanile (archivio Corsera)
    FUGA DALL'OSPEDALE
    - Nel 1969 debutta a San Vittore: sconta dieci mesi per un furto a un portavalori trasformatosi in rapina. Una volta fuori, decide di investire il denaro messo da parte e, in società con il fratello Roberto, apre un negozio di parrucchiere in corso di Porta Romana, due boutique e un autosalone con tanto di officina e pompe di benzina. Renato guadagna tanto e spende tanto: si serve nelle migliori botteghe e sartorie, cambia una macchina alla settimana (grazie anche all'attività di ricettazione dell'autosalone), trascorre le vacanze in luoghi esclusivi, alloggiando in alberghi di lusso. E' un buon cliente: paga subito e in contanti.
    14 febbraio 1972. Ore 9.30. Esselunga di viale Monterosa. La Fiat 500 blu dell'Istituto bancario italiano si ferma di fronte al supermercato per ritirare l'incasso del fine settimana. Un'Alfa Romeo bianca tampona l'auto dei portavalori. Scendono quattro uomini con il volto coperto da un passamontagna; vogliono le chiavi del sedile-cassapanca adibito a cassaforte. Imprevisto: le chiavi non si trovano. Dall'interno del supermercato viene avvisata la polizia, che in pochi minuti è sul posto. Gli agenti sparano, i rapinatori sparano. Le grida dei passanti sono soffocate dal rumore assordante delle centinaia di colpi esplosi. Vallanzasca fa fuoco contro la parte alta delle vetrine del supermercato; il fragore dei vetri che si infrangono a terra spaventa e confonde. I quattro banditi riescono a scappare.
    Vallanzasca è arrestato a fine mese: lo aspettano sei anni di galera. Ne sconterà «soltanto» quattro, però, perché decide di contrarre l'epatite. Fuggire da un ospedale, infatti, è molto più semplice che evadere dal carcere. Il 25 luglio 1976, Renato Vallanzasca è di nuovo un uomo libero. Gli servono soldi, però, e se li procura con una rapina in una banca di Como. Il suo pensiero, ora, è quello di riabbracciare la sua compagna Consuelo e suo figlio Massimiliano, di quattro anni. Trascorre con loro quasi un mese sulle spiagge tra Positano e Maratea. Di rientro a Milano, è costretto alla fuga e alla latitanza, che lo allontanano per sempre dai suoi affetti più cari.

    LA BANDA DELLA COMASINA - Il ragazzo non si scoraggia e chiama a raccolta i compagni della «batteria», la banda di amici cresciuti alla Comasina, apprendisti ladri divenuti rapinatori di professione. Vito Pesce e Claudio Gatti, in comune la passione per cocaina ed eroina, a dividerli i continui battibecchi; Mario Carluccio e Rossano Cochis, l'uno amante del fucile, l'altro fanatico del mitra, e infine Antonio Colia, l'autista del gruppo. A coordinare i lavori, lui, Renato Vallanzasca. Sei uomini che in piena notte fermano le auto della polizia e disarmano gli agenti, mentre di giorno gestiscono agenzie immobiliari, controllano appartamenti e garage e dispongono delle più svariate armi: fucili a canna lunga, media e mozza, mitragliatori, pistole calibro 38 e calibro 9 bifilari, bombe ananas e al carburo fatte in casa. Dalla fine dell'estate '76 al febbraio '77, la cosiddetta «banda della Comasina» mette a punto una settantina di rapine e quattro sequestri di persona.
    Con tante armi a portata di mano, i ragazzi non avrebbero tardato a improvvisarsi anche assassini. A volte per errore, perché sotto l'effetto della droga, a volte per necessità, come nel caso di piazza Vetra. Un colpo all'Esattoria civica e le tasse dei milanesi sarebbero finite nelle tasche di pochi banditi. Un colpo studiato fin nei minimi dettagli. Un colpo andato male. Il 16 novembre 1976, viene compiuto il primo sopralluogo, ma sette uomini che si aggirano con fare losco intorno agli uffici dell'Esattoria destano sospetto. Arriva una Volante con a bordo tre agenti. Uno di loro morirà. Morirà anche Mario Carluccio. Sulla testa di Vallanzasca pesa ora l'accusa di omicidio.

    SEQUESTRI E SPARATORIE - Ha inizio la stagione dei sequestri: due balzati agli onori delle cronache, due mai denunciati. Il nome Vallanzasca è sinonimo di garanzia di cibo, letto, bagno, e, in un caso in particolare, anche di telefono e televisione. Il caso in questione è quello della prima vittima: la figlia adolescente di un noto imprenditore della Milano bene. Con un'ingenuità e un'incoscienza forse tipiche dell'età e della sua condizione di privilegiata, la ragazza vive i quaranta giorni di sequestro come un'avventura, arrivando ad invaghirsi del bel René, complice il Natale e i fiocchi di neve che cadono sulla città.
    Durante un sopralluogo che avrebbe dovuto precedere il sequestro di un costruttore bergamasco, sull'autostrada Milano-Bergamo, uscita Dalmine, un conflitto a fuoco tra Vallanzasca e i suoi uomini da una parte, e tre agenti della polizia stradale dall'altra, termina con tre corpi inermi sull'asfalto. Uno appartiene ad Antonio Furiato, un ragazzo della «batteria». Renato decide di cambiare aria e si trasferisce nella capitale. E' in un appartamento di Roma che viene catturato dai carabinieri. Gli uomini dell'Arma stentano a riconoscere il pericoloso bandito ricercato in tutta Italia, che si presenta loro in pigiama e stampelle, con una bottiglia di whisky semivuota e un pacchetto di sigarette posati accanto a una 357 magnum e a una 38 special.
    Nel '77 è di nuovo in carcere. Con lui il bandito rivale Francis Turatello, che diventerà suo inseparabile amico, tanto da fargli da testimone di nozze al pomposo matrimonio celebrato nel carcere di Rebibbia. Un tentativo di fuga fallito, un tentativo di fuga (celebre) andato in porto, poi di nuovo in «gabbia». E' di pochi giorni fa la dichiarazione di non pensare più all'evasione, ma a scontare la pena dell'ergastolo a cui è condannato con dignità.

    Le informazioni sono tratte dal libro «Il fiore del male» di Carlo Bonini e Renato Vallanzasca
    Il 20 marzo 1981 mentre è rinchiuso a Novara, Renato Vallanzasca è autore di un atto che per la sua gratuita efferatezza sconvolge nuovamente l'opinione pubblica: durante una rivolta taglia la testa ad un ragazzo e ci gioca a pallone. Per lui si aprono le porte del carcere duro.


    Vita avventurosa certo...ma non e' la vita che sceglierei io

  9. #9
    VECCHIO
    Ospite

    Predefinito Intervista

    Voghera, 30 Agosto 2004

    Il mito della mala milanese sta scontando i suoi quattro ergastoli nel supercarcere di Voghera. Dopo anni di silenzio (imposto) racconta i suoi sogni e i suoi rimorsi.

    Vita: Perché ha scritto a te?
    Vallanzasca: Non lo so, forse perché sono uno che conosce la sofferenza.
    Vita: Come hai risposto?
    Vallanzasca: Di tenere duro. Di vivere per questo ragazzo. Di stargli vicino.
    Che altro potevo fare.
    Vita: Nella tua vita pensi di aver lasciato qualcosa di buono alle tue spalle?
    Vallanzasca: L'elenco non è molto lungo.
    Chi mi ha conosce però sa che io, come mio padre, ho una sola parola e quando prometto qualcosa, mi faccio in quattro pur di mantenere l'impegno.
    Sempre.
    Vita: Un'ultima domanda. Quando sarà, cosa vorresti ci fosse scritto sulla tua lapide?
    Vallanzasca: Renato Vallanzasca.
    Ha vissuto.
    Male.
    Ma ha vissuto.


    L'intervista è finita.
    Come tre ore fa l'orologio all'ingresso del braccio segna le 8 meno qualche minuto.
    In realtà sono le 17,15.
    Ci sarà tempo per ripararlo.
    Qui il tempo non manca mai.

  10. #10
    email non funzionante
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    Predefinito

    Renato Vallanzasca
    14 febbraio 1950
    I confini del male
    Renato Vallanzasca nelle opere letterarie



    Renato Vallanzasca





    "C'è chi nasce sbirro, io sono nato ladro".
    Parola dell'ex boss della Comasina famoso per aver seminato il terrore a Milano e dintorni durante gli infuocati anni '70. Parola di Renato Vallanzasca, personaggio complesso e contraddittorio di indiscutibile fascino. Un fascino torbido e respingente, ma testimoniato anche dalle centinaia di lettere che il "bel Renè", com'è stato soprannominato, riceve tuttora in carcere.

    Nato nel capoluogo lombardo il giorno di San Valentino, 14 febbraio del 1950, a metà anni '60 è già un capetto rispettato della Comasina. In breve tempo grazie a rapine e furti è pieno di soldi tanto da permettersi un alto tenore di vita e una casa prestigiosa in piena Milano, che condivide con la sua compagna.
    Da qui, avvalendosi di un carisma da tutti riconosciuto, guida la sua banda che già dalla fine degli anni '60 aveva procurato guai e commesso omicidi in tutta la Lombardia.


    All'epoca Vallanzasca era un ventenne di piacevole aspetto che aveva già avuto a che fare precocemente con la legge. Già a otto anni infatti si rese protagonista di un episodio poco piacevole, avendo liberato per dispetto gli animali di un circo, procurando un grave rischio per la comunità.
    In seguito le sue bravate gli costano il carcere minorile (il famigerato "Beccaria"), primo contatto con quella che sarà la sua futura dimora.

    Il sipario su di lui comincia lentamente a calare il 14 febbraio 1972 quando viene arrestato solo una decina di giorni dopo una rapina ad un supermercato. Resta in carcere per quattro anni e mezzo (intanto la sua compagna, a piede libero, partorisce un figlio), ma non si può certo dire che sia un detenuto modello.
    Partecipa a numerose rivolte, ma ovviamente la sua ossessione è l'evasione.
    Non trovando altri mezzi si procura un'epatite attraverso una cura massiccia di uova marce e iniezioni di urina (si dice anche di sangue infetto), così da essere ricoverato in ospedale.
    Il 28 luglio 1976 grazie fra l'altro alla complicità di un poliziotto Renato Vallanzasca è uccel di bosco.

    Di nuovo libero torna alla vecchia vita. Con la banda raccogliticcia che ha saputo ricostruirsi fugge al sud in cerca di riparo.
    La scia di sangue che si porta dietro è impressionante: prima l'omicidio di un poliziotto ad un posto di blocco di Montecatini: nessuno l'ha visto ma l'esecuzione porta inequivocabilmente la sua firma. Poi cadono un impiegato di banca (Andria, 13 novembre), un medico, un vigile e tre poliziotti.

    Stanco delle rapine Vallanzasca pensa in grande, è alla ricerca del pingue introito che lo sistemi per sempre. Si dà alla vigliacca pratica dei sequestri. Il 13 dicembre 1976 cade nella rete Emanuela Trapani (poi fortunatamente liberata il 22 gennaio 1977 dietro pagamento di un miliardo di lire), mentre, inseguito dalle forze di polizia, lascia sul terreno due agenti ad un posto di blocco di Dalmine.
    Stanco e ferito all'anca, finalmente lo pescano nel suo covo il 15 febbraio.

    Questa volta è in prigione e ci resta.
    Il suo nome è ormai non solo simbolo di criminalità, ma anche di vita eroica e spericolata, di avventure al ben oltre il limite della legalità, così come piace alla fantasia popolare colorare le vicende banditesche.
    Era inevitabile dunque che il nome di Renato Vallanzasca finisse nel titolo di qualche film italiano, cosa puntualmente avvenuta con "La banda Vallanzasca" (1977), pellicola che porta la firma del regista Mario Bianchi.

    Il 14 luglio 1979, nel carcere milanese di San Vittore, sposa Giuliana Brusa, premessa "sentimentale" alla sua seconda e mancata evasione avvenuta il 28 aprile 1980.
    La dinamica della tentata fuga è a dire poco rocambolesca. Pare che durante l'ora d'aria siano comparse tre pistole che consentirono ai detenuti di prendere in ostaggio un brigadiere. Portatisi fino al cancello d'ingresso, diedero il via ad una furibonda sparatoria, proseguita anche nelle strade e nel tunnel della metropolitana. Vallanzasca, ferito, e altri nove vengono riacciuffati subito, altri detenuti riusciranno a darsi alla macchia.
    Non si è mai saputo chi fornì le pistole ai banditi.

    Il 20 marzo 1981 mentre è rinchiuso a Novara, Renato Vallanzasca è autore di un atto che per la sua gratuita efferatezza sconvolge nuovamente l'opinione pubblica: durante una rivolta taglia la testa ad un ragazzo e ci gioca a pallone. Per lui si aprono le porte del carcere duro.
    L'ex boss della Comasina è un uomo pieno di risorse e il 18 luglio 1987 riesce a scappare attraverso un oblò dal traghetto Flaminia che, sotto scorta, lo sta portando all'Asinara: i cinque carabinieri che lo accompagnavano gli avevano assegnato una cabina sbagliata.
    Si reca a piedi da Genova a Milano dove concede un'intervista a "Radio Popolare" e sparisce.

    Nel frattempo si taglia i baffi, schiarisce i capelli e si concede una breve vacanza a Grado, alla pensione Uliana, dove di lui si parla come di una persona affabile e divertente.
    Il 7 agosto è fermato ad un posto di blocco mentre sta cercando di raggiungere Trieste. È armato, ma non oppone resistenza.
    Una volta tornato in gattabuia divorzia dalla moglie Giuliana, ma il suo spirito non è ancora domo. Il suo chiodo fisso è la libertà. E' disposto a qualunque cosa pur di evadere.

    Il 31 dicembre 1995 ci prova un'altra volta dal carcere di Nuoro ma la cosa non gli riesce, sembra per una soffiata.
    Nel frattempo colleziona ammiratrici, e non solo quelle che leggono le sue gesta sui giornali popolari: una sua "tutrice", forse innamorata di lui, viene accusata di falsa testimonianza mentre la sua avvocatessa con la quale riesce a stringere un rapporto molto profondo, sospettata, è accusata di averlo aiutato nel tentativo di fuga nuorese.

    In totale ha collezionato quattro ergastoli e 260 anni di galera, è accusato di sette omicidi di cui quattro attribuiti direttamente alla sua mano.

    Nel 1999 è uscita una sua biografia scritta in collaborazione con il giornalista Carlo Bonini.

    Dal 2003 Renato Vallanzasca è recluso nel carcere speciale di Voghera come vigilato speciale.

 

 
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