Riporto qui uno stralcio, piuttosto ampio dei "Punti fondamentali per una Pastorale degli Zingari: Prospettiva Ecclesiale" redatti da S.E. Mons. Agostino Marchetto in occasione del V° Congresso Mondiale della Pastorale per gli Zingari, patrocinato dal Pontificio Consiglio della Pastorale dei Migranti e tenutosi a Budapest, Ungheria, 30 giugno - 7 luglio 2003; lo posto perchè oggi il Papa in occasione della sua visita a Velletri ha fatto un accenno alla necessità che i cristiani ascoltino ed amino gli zingari, visto e sentito al TG3 anche se le ANSA non vi fanno cenno
il testo intero può essere letto qui
http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/migrants/documents/rc_pc_migrants_doc_2003082_Nomads_Budapest_Marchet to_it.html
La vita degli zingari, paradigma della vita cristiana
Ne deriva così che la condizione itinerante, sia nella sua oggettiva realizzazione, sia come visione di vita (“Weltanschauung”), diventa un richiamo permanente di quel «non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Eb 13,4). Essa si configura come un segno ecclesiale ancorato saldamente nella rivelazione biblica, trovando nel tessuto vivo della Chiesa le sue diverse forme esistenziali. Fra tutte queste va certamente annoverata quella incarnata dalla vita degli zingari, tanto nelle sue variegate realizzazioni storiche quanto nelle odierne circostanze.
Fra i valori, che in un certo modo definiscono il loro stile di vita, spiccano, infatti, i più rassomiglianti ai tratti biblici appena delineati. Segnata dalla persecuzione, dall'esilio, dalla non‑accoglienza, dalla sofferenza e dalla discriminazione, la storia degli zingari si è forgiata come un andare permanente che lo distingue dagli altri popoli e lo conserva nella sua tradizione nomade, tradizione che non si lascia trascinare in genere dall'influsso dell’ambiente circostante. Si è così configurata un'identità a sé stante, con la sua cultura, con lingue, religiosità e abitudini proprie e con un senso forte d'appartenenza ad un popolo, e conseguenti legami con chi lo compone. Grazie agli zingari e alle loro tradizioni, l'umanità si arricchisce dunque di un vero patrimonio culturale, trasmesso soprattutto attraverso la vita: infatti «la loro saggezza non è scritta in nessun libro, ma non per questo è meno eloquente»[3].
Abbandonati dagli uomini ma non da Dio, la fiducia nella Provvidenza è diventata così una realtà impressa nel codice genetico della cultura zingara. Non è difficile intravedere in essa un'eco fedele di quelle Parole del Signore: «per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?» (Mt 6, 25‑26). La vita degli zingari è una testimonianza viva di libertà interiore di fronte ai vincoli del consumismo e delle false sicurezze fondate sulla presunta autosufficienza dell'uomo.
Dovrebbe perciò destare stupore e ammirazione il costatare tanti tratti della Rivelazione divenuti realtà nel seno del popolo zingaro. Nella sua vita si avvera, cioè, quanto Geremia riportava sulla tradizione degli antenati che esortava così: «non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne e non ne possederete alcuna, ma abiterete nelle tende tutti i vostri giorni, perché possiate vivere a lungo sulla terra, dove vivete come forestieri» (Ger 35,7). Assecondando l'invito profetico, la loro itineranza è un richiamo simbolico e permanente al cammino della vita verso l'eternità. In un modo del tutto speciale essi vivono ciò che tutta la Chiesa dovrebbe vivere, vale a dire essere continuamente in cammino verso un'altra Patria, la vera, unica.
All'itineranza degli zingari si affiancano le loro sofferenze, conseguenza di tante persecuzioni, pregiudizi, ingiustizie e rifiuti subìti. Anche in questa dimensione del loro vivere essi rendono presente all'umanità un "peculiare volto di Dio", quello dell'immagine dolorosa del Cristo flagellato, coronato di spine e caricato della croce fino alla sua morte sul Golgota. Inserita nel mistero della croce, la loro sofferenza è contemporaneamente un'interpellazione e una sfida al mondo, simile a quella sapienza diventata «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani», ma che per gli eletti diventa «potenza di Dio» (1 Cor 1,23-24).


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