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  1. #1
    McFly
    Ospite

    Marchionne ed il Welfare

    Sergio Marchionne, ad del gruppo Fiat (Lapresse)
    «Una società liberale che vuole durare deve difendere chi è colpito dal cambiamento»
    Mercato e welfare, l'Italia e la Fiat sulla scena economica mondiale L'intervento di Sergio Marchionne al convegno de «L'industria»



    Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha pronunciato al convegno della rivista «L'Industria» un applaudito intervento sui modelli di capitalismo e la responsabilità sociale. Eccone i passaggi più significativi.
    ***
    Forum: capitalismo e responsabilità sociale
    La storia della Fiat richiede di essere collocata e compresa all'interno del contesto sociale in cui il turnaround è stato realizzato. Gestire un'impresa in Europa significa prima di tutto avere a che fare con un modello di capitalismo che ha caratteristiche molto specifiche. Alcuni economisti sono convinti che il sistema europeo — per migliorare produttività, efficienza e profitti — debba convergere verso il modello americano. Non credo che questo tipo di convergenza sia possibile nel medio termine, ma non credo neppure sia auspicabile. Le organizzazioni europee sono nate e cresciute in un terreno culturale fertilizzato da due condizioni storiche: una tradizione di apertura al mercato relativamente recente e un forte senso di responsabilità sociale. Non esiste un unico modello di capitalismo. Stati Uniti, Asia, Europa sono tutti in competizione fra loro ma nessuno converge verso nessun altro. L'unico denominatore comune è il mercato. Queste organizzazioni danno il meglio di sé quando sono messe a bagno nella concorrenza aperta e globale.
    È il concetto di responsabilità sociale che differenzia l'Europa dagli Stati Uniti. Secondo un'analisi dell'Ocse, la spesa pubblica sociale è circa il 27% del Pil in Francia, Germania e Italia — in Svezia addirittura il 38% — mentre si aggira intorno al 16% negli Usa. La differenza tra i livelli di spesa pubblica — europeo e americano — si manifesta in modo evidente a partire dal 1975. Da quel momento vi è un notevole aumento della spesa in Europa mentre in Usa si mantiene costante nel tempo. Indagare quali siano i motivi è compito dei politici. Qualunque sia la ragione, queste differenze esistono e chiunque operi in Europa deve considerare questo particolare contesto sociale e politico. Sono convinto, non solo sulla base della mia esperienza in Fiat, ma anche in altre realtà industriali europee, che si può e si deve cercare il dialogo costruttivo. E che le soluzioni si possono trovare.
    In Fiat abbiamo ottenuto risultati importanti sulla via del dialogo. Dopo dieci anni— e senza un'ora di sciopero, che è un caso più unico che raro per l'Italia— è stato rinnovato il contratto integrativo aziendale. Dopo dieci anni sono stati assunti in fabbrica i primi giovani, in cambio di turni straordinari di lavoro. Abbiamo siglato un importante accordo con le istituzioni locali per la riqualificazione di Mirafiori, il più grande complesso industriale italiano, che ha comportato anche l'avvio di una nuova linea di produzione e l'assorbimento della cassa integrazione congiunturale. I risultati raggiunti da Fiat dimostrano che trasformazioni simili sono possibili, anche in un Paese con una forte coscienza sindacale e con quello che la maggior parte dei commentatori anglosassoni chiamerebbero «struttura del lavoro poco flessibile». Se dovessi scegliere tra cercare di risolverela relazione di General Motors con i suoi sindacati (Uaw) o di trattare i livelli occupazionali in Europa, io preferirei la seconda.
    Non c'è dubbio che la produttività e la flessibilità rimangono gli elementi chiave del nostro sviluppo industriale. In questo contesto, l'Italia è decisamente indietro rispetto al resto dell'Europa, ma resto convinto che è sulla strada del dialogo costruttivo che i problemi si possono risolvere. Se una società liberale deve durare nel tempo, è nel suo interesse sostenere coloro che sono colpiti dal cambiamento.
    L'Europa può e deve distinguersi nella creazione e nella gestione di mercati liberi, riconoscendo e trattando in modo efficace le conseguenze delle loro attività sui propri membri. E deve farlo in maniera onesta e giusta, senza cadere preda di certi meccanismi troppo protettivi che sono già in uso in alcuni paesi membri e che, soprattutto in Italia, possono seriamente minacciare la ripresa industriale del Paese. Ma l'impegno esiste e non può essere ignorato. Lo sviluppo di un'impresa non è solo una questione di tecnologia o di risorse finanziarie. È prima di tutto una questione di cultura. Le nostre imprese hanno bisogno di abbracciare la sfida del nuovo e pensare al futuro come a una grande opportunità. Hanno bisogno di un contesto trasparente e altamente competitivo. Hanno bisogno di vivere la cultura del cambiamento come una necessità. Di misurarsi ogni giorno sul merito, di fondare le proprie radici sui valori della concorrenza e del mercato. Quello che ogni Paese può fare è garantire che questa partita si giochi alla pari, che le opportunità siano le stesse offerte ad altre imprese in altri Paesi. In Italia non sempre queste condizioni sono così facili da trovare.
    Qualche ragione c'è se gli investimenti esteri sono ancora così bassi. E queste ragioni si chiamano burocrazia, servizi, infrastrutture, tasse e costi di gestione. Dalla mia esperienza personale, ho visto che i vincoli burocratici alla fine proteggono aziende inefficienti, aziende che non hanno prospettive di sviluppo e nella maggior parte dei casi scaricano i costi sui clienti. La burocrazia non fa che alimentare se stessa. Perché porta la società a chiudersi a riccio, a proteggere quello che già esiste, senza mai affrontare le sfide del cambiamento. Allo stesso modo, ci sono altri elementi importanti per costruire un sistema economico che possa mostrarsi «attrattivo» non soltanto per chi opera già oggi in Italia ma anche per le aziende estere. Penso al miglioramento dei servizi pubblici, alla creazione di una rete di infrastrutture efficiente e moderna, a cominciare dal sistema viario e dei trasporti in genere. Ma penso anche alla riduzione della pressione fiscale e ad un tema come il costo dell'energia che in Italia è decisamente eccessivo rispetto al resto dei Paesi più industrializzati.
    Tutti questi ragionamenti valgono a maggior ragione per il Sud Italia, dove è prioritario colmare il gap nei confronti del resto del Paese. Ma la prospettiva con cui ci si deve muovere non può essere quella assistenziale. La cultura dell'assistenzialismo produce dipendenza e spegne lo spirito di iniziativa e il senso di responsabilità. Il lavoro si crea solo se i meccanismi economici sono efficienti e se gli stimoli del mercato sono forti. In questo modo anche la cultura del cambiamento e della competizione possono trovare un terreno fertile. Credo che il caso della Fiat sia solo un esempio della ristrutturazione dell'industria in Europa e della forza positiva del cambiamento. Il nostro cambiamento è stato realizzato da un gruppo di manager internazionali, molti dei quali italiani, che hanno abbracciato l'idea della competizione globale e che sono disposti a mettersi in gioco e a coinvolgere gli altri stakeholders nel sistema economico per raggiungere i necessari livelli di competitività. Grandi organizzazioni sono il risultato dell'esercizio della leadership di uomini e di donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità, di rispetto fondamentale per gli altri e che ispirano.
    C'è una storia che oggi non vi ho raccontato. In un certo senso è troppo presto per raccontarla, è la storia della trasformazione personale dei leader che sono stati coinvolti nel rilancio della Fiat e delle persone che gestivano. Ci sono dozzine di esempi simili e indubbiamente più validi e significativi: General Electric negli ultimi 25 anni, prima con Jack Welch ed adesso con Jeff Immelt; la resurrezione di Ibm operata da Lou Gerstner, le esperienze di Robert Oppenheimer nel Manhattan project con il team che ha costruito la bomba atomica, l'incredibile vittoria di Bili Clinton nelle elezioni presidenziali del 1992. Ma l'elemento comune a tutti questi casi è che tutti hanno lasciato un segno indelebile sulla formazione e sulla crescita dei leader. Sono cambiati per sempre.
    Stiamo imparando come si vive da sopravvissuti e stiamo sviluppando le capacità di pensare al futuro in modo aggressivo e positivo. E lo stiamo facendo in un paese che è stato spesso etichettato dall'Economist strutturalmente e cronicamente perdente con titoli quali «Arrivederci. dolce vita» e «Don't cry for me, Italia». Ma questa è la prova che c'è speranza per tutti noi: nemmeno gli inglesi hanno la capacità di andare oltre i limiti della credulità e dell'immaginazione. Dopo tutto, la storia della Fiat è la storia del potere della leadership e della mancanza di paura di un gruppo di leader integri impegnati a raggiungere gli obiettivi. Come dice Mel Gibson nel film Braveheart: «Gli uomini non seguono gli uomini. Gli uomini seguono il coraggio». E forse dobbiamo dare ragione a un teorico politico molto frainteso — Niccolò Machiavelli — che circa 600 anni fa disse: «Il ritorno al principio è spesso determinato dalla semplice virtù di un uomo. Il suo esempio ha una tale influenza che gli uomini buoni desiderano imitarlo e quelli cattivi si vergognano di condurre una vita contraria al suo esempio».
    In Fiat stiamo costruendo un gruppo guidato da uomini e donne di virtù. Ed è grazie al loro coraggio e alla loro virtù se oggi posso concludere citando la fine del libro ‘‘Una storia tra due città'' di Charles Dickens e parafrasando le ultime parole: «It is a far, far better thing Fiat does, than it has ever done. It is a far, far better place it is going to than it has ever gone». Tradotto: «Fiat sta facendo molto, molto meglio di quanto non abbia mai fatto. Sta andando verso un posto migliore, molto migliore di quanto non sia mai stata».




    Sergio Marchionne



    23 settembre 2007

  2. #2
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    Ah, Maccaflà, 'sto marpione di Marchionne (perciò detto Marpionne) a noi non c' incanta punto, vero?
    Spiegasse intanto i reconditi arcani che gli hanno permesso di "risanare" nel giro di un cinque-sei mesi un' azienda che stava colando a picco ed il cui ex-amministratore delegato svendette tutte le sue azioni convinto del crack imminente...
    Voglio dire che noi repubblicani di sinistra proprio non si può parteggiare per uno dei pilastri del trio infernale (gli altri sono Bazoli Giovanni SanIntesa e Profumo Alessandro Unicredit) della Grande Finanza e dell' Industria Decotta che, come sciame di cavallette, stanno devastando la Patria nostra portandola alla rovina.
    Per l' intanto ti cito un bel passo dell' articolo "Uno scenario sempre più grigio e deprimente" pubblicato da Gianfranco la Grassa sul blog "ripensaremarx" il 21/62007, che dovrebbe aprire gli occhi un po' a tutti:

    << E veniamo appunto alla Fiat, una delle principali cellette dell’alveare in cui ronzano le “apine” che accumulano i progetti sempre falliti da 15 anni a questa parte, ma sempre ritentati come sta appunto avvenendo in questi giorni. Era sull’orlo del fallimento, ma Marpionne (pardon, Marchionne) ha fatto il miracolo. Si dice, anzi l’ho letto come sicuro, che il vecchio ad, Fresco, vendette i titoli Fiat che gli erano stati dati come parte della liquidazione perché anche lui (e un ad dovrebbe avere accesso ai libri contabili, ai piani pluriennali, alla situazione delle risorse finanziarie e mercantili, ecc.) vedeva un futuro tutto nero. Invece no, arriva il Mago, e tutto va a gonfie vele in un batter d’occhio. Certo è strano che un’azienda, che si sostiene essere ormai in condizioni floride, chieda al governo (per cui invitò a votare tramite il direttore di un giornale su cui ha molta presa) i prepensionamenti, la rottamazione, ecc.
    Ciò è molto curioso; evidentemente, però, questo non basta per andare dal rosso al nero di bilancio. Non conosco i trucchi di questi imprenditori – perché nell’azienda di mio padre, quando ci lavorai, ero nel settore tecnico-produttivo, non in quello amministrativo – tuttavia immagino che sia un po’ come i dati Istat sul costo della vita (e, oggi, sui tassi di crescita del Pil). In qualche modo, che non so immaginare (lo ammetto), è stata creata la “realtà virtuale” di un’azienda solida, in pieno sviluppo, che espande le sue quote di mercato all’interno, all’estero, forse anche sulla Luna. Ho letto alcuni mesi or sono un’intervista all’ad della Toyota (certo, si tratta di un concorrente) il quale, alla domanda sulle prospettive della Fiat, ha sorriso, sornione, e ha detto che aspetta il prossimo biennio prima di pronunciarsi.
    Provo a fare un’ipotesi previsiva. Se le manovre attualmente in atto – quelle di cui ho appena sopra discusso e che penso siano state esposte (in modo mascherato e distorto ovviamente) nella quattro giorni di Milano alla Bocconi – sortiranno infine un buon risultato, allora la Fiat metterà le mani, tramite un governo apertamente amico e controllato dall’establishment di cui sopra, sulle risorse del paese: in forme nuove o che magari ricorderanno invece quelle del regime fascista negli anni ’30 (IRI, ecc.). Se però l’operazione in corso di svolgimento, come credo (e spero), fallisce ancora una volta, è molto probabile che non ci siano altre prove d’appello. Per Intesa-San Paolo, per Unicredit Group, e qualche altro, ci sarà forse ancora “ciccia” da godere; ma la Fiat non se la passerà troppo bene. E allora non so se il Luca riuscirà a “buttarla in politica”, una volta terminata la sua presidenza confindustriale. Tutto da vedere, insomma. Purtroppo, si sta giocando sulla nostra pelle, e stare a vedere non è una gioia >>

  3. #3
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    Predefinito Nulla di nuovo se non la solita brodaglia

    E' questo il titolo del' ultimo intervento di Gianfranco La Grassa, pubblicato oggi giovedì 27 settembre sul blog "ripensaremarx", che spiega che cosa significhi in realtà la recente sparata di Marchionne, che il nostro Maccaflà ha giustamente postato.
    Eccovi dunque una sintesi dell' illuminante testo di GLG, grande come sempre:

    Questa sinistra è una accolita di semplici servi e complici dei “padroni” (mi si passi la terminologia un po’ arcaica); quelli di questi ultimi che hanno in mano il paese sono i più parassiti di tutti, rappresentano una malattia lunga e grave che porta alla morte tra molte sofferenze. Tale gruppo di “padroni” ha al vertice il “Trio infernale”, cioè Intesa, Unicredit e il “gruppo Fiat” (non necessariamente d’accordo fra loro, anzi….); quest’ultimo è dall’inizio del secolo scorso che imperversa nel nostro paese, e ha acquisito “meriti speciali” (di sanguisuga) dopo la caduta del fascismo. E’ su quest’ultimo che oggi vorrei dire due paroline.

    Tutti sanno che, dopo la lotta tra Romiti e Ghidella, finita con la piena sconfitta del secondo (interessato alla Fiat auto e contrario alla “diversificazione” delle attività aziendali con eccessivo spazio concesso a quelle meramente finanziarie), la grande impresa attraversò un periodo di falsa floridezza, in cui persino una pattuglia di cretini di “estrema sinistra” (non a caso “operaisti”; con purtroppo l’aggiunta, per brevissimo tempo, del sottoscritto, non mi tiro indietro), già adoratori del “toyotismo” (o ohnismo, da Ohno allora “boss” della casa automobilistica giapponese), si mise ad inneggiare alle “grandi tecnologie avanzate” utilizzate dalla casa torinese, tipo il robogate o il Lam, ecc. Finì, come tutti sappiamo, con la Fiat sull’orlo del fallimento più completo. Arrivò però il “mago” Marchionne (alias Marpionne) e compì il “miracolo”.
    Qualche dubbio permane, tuttavia, dato che, anche dopo questo miracolo (di prima è bene nemmeno parlarne, perché ci vorrebbe un libro di centinaia di pagine per illustrare i favori fatti alla Fiat da maggioranze ed opposizioni), il membro più prestigioso del “Trio infernale” non ha fatto altro che chiedere favori su favori (in bei soldini) allo Stato: dai prepensionamenti (di 2000 lavoratori sui 50 anni), in gran parte finanziati dal settore “pubblico”, alla nuova rottamazione e via dicendo. Recentemente, tale impresa ha lanciato in pompa magna la “novità del XXI secolo”, la nuova 500 (fatta in Polonia e che sembra avere qualche difficoltà in Cina, mercato assai ambito), mentre non pare andare per niente bene la vettura (la nuova Bravo? Se sbaglio macchina mi si scusi) fatta in Brasile.
    Negli ultimissimi tempi – dopo aver pienamente appoggiato il centrosinistra alle elezioni, così come ha fatto l’intero gruppo Rcs (editoriale di Mieli sul Corriere dell’8 marzo 2006) – il “gruppo Fiat” ha deciso di imitare la sua accozzaglia politica preferita, sceneggiando almeno due posizioni diversificate (tipo sinistra “moderata” e quella “estrema”). Montezemolo, anche per cercare di far eleggere uno dei “suoi uomini” (o donna) presidente di Confindustria, critica il Governo soprattutto sulle tasse, cercando così di recuperare le piccolo-medie imprese, che cominciano ad accorgersi di quanto siano parassiti i grandi capitalisti controllori del centrosinistra al governo. “Marpionne”, invece, blandisce quest’ultimo, cercando perfino consensi presso i “radicali” e i sindacalisti. Ecco la più perfetta commedia delle parti, con divisione dei ruoli e dei compiti.
    Sabato scorso l’ad “fiatino” è andato a Bari al convegno organizzato dalla rivista Industria, di pretta area prodiana, e ha fatto il suo show in favore del capitalismo nostrano di tipo “solidaristico” (ha detto proprio così!), mentre ha criticato quello anglosassone, così liberista e duro verso i lavoratori. Il credente, e dunque “beato in quanto povero di spirito”, Fassino ha subito cercato la via per il “Regno dei Cieli” con una intervista al Corriere (di Domenica scorsa), in cui ha più che lodato ed elogiato “Marpionne” in quanto capitalista “buono” (del resto l’aveva già detto mesi fa uno che se ne intende: Bertinotti). In genere, tutta la sinistra apprezza vivamente l’ad della Fiat, il “mago del miracolo” (mi sembrava però che gli operai, visti qualche tempo fa a Mirafiori mentre insultavano i segretari confederali, non avessero la stessa opinione bertinottiana e fassiniana).
    In perfetta concomitanza con le “solidaristiche” affermazioni baresi, “Marpionne” ha riproposto quanto già era in piedi da qualche mese: se si vuole rilanciare e sviluppare la produzione della Lancia Y a Termini Imerese (sventolando la solita “acciughina” dell’incremento o almeno mantenimento dei posti di lavoro), è necessario che lo Stato (cioè il Governo “amico” di centrosinistra) dimostri il suo spirito “solidaristico” sganciando una bella manciata di “sghei” (la “mobilità lunga”, tanto per ricordarlo, già costa sul miliardo di euro). Il Governo “amico”, pronto (e prono), ha subito annunciato che darebbe 250 milioni a fondo perduto (cioè regalati; sempre per “solidarietà”). La Regione Sicilia (in mano al centrodestra) ne ha promessi altri 75. “Marpionne” si è in pratica messo a ridere di fronte alla pretesa governativa che una “nobildonna” come la Fiat si accontenti di tariffe da prostituta extracomunitaria sui vialoni di Torino. E così ha rilanciato per una cifra non inferiore a 1,3-1,5 miliardi di euro; e proprio perché è stata data la preferenza al capitalismo solidaristico nostrano piuttosto che a quello liberista anglosassone; altrimenti…..
    Adesso è meglio scherzare, tanto non siamo in grado di cambiare le cose; fosse al governo il centrodestra (come in Sicilia), malgrado tutte le sviolinate fatte ai piccolo-medi imprenditori e al lavoro autonomo, la scusa della “occupazione”, pur di favorire la Fiat, sarebbe avanzata anche da tale schieramento. Siamo in mano a veri “grassatori di strada”, ai “banditi di cosche” sempre più perverse e assetate dei “nostri” soldi. E sinistra (certo la “più amica”) e destra sono sempre lì pronte a cedere allo spirito “solidaristico” del nostro capitalismo guidato dal “Trio infernale”.

    Cerchiamo solo di trarne qualche lezione, “a futura memoria”. Intanto, è ben difficile non nutrire seri dubbi sul “miracolo” Fiat, poiché altrimenti non si comprende questa continua questua allo Stato. La Fiat ha sempre agito così; ricordiamoci che la sua grave crisi di anni recentissimi è stata di molto ritardata solo dalla continua “socializzazione delle perdite”. Non vorrei che, in capo a qualche anno, una simile “mignatta” si ritrovasse in piena crisi. Tuttavia, non è questo il più importante. L’unico modo per sfuggire ai continui salassi, cui l’impresa torinese sottopone la società italiana onde godere di profitti invece che di perdite, sarebbe quello di toglierle ogni potere sul governo, e quindi sullo Stato, italiano; e sarebbe meglio, per sicurezza, toglierlo anche agli altri membri del “Trio infernale” e della GFeID (grande finanza e industria decotta).
    Alcuni punti vanno tenuti presenti. Non si toglie il potere ai gruppi dominanti economico-finanziari, in sella da un’intera epoca, se non attraverso l’azione – eufemisticamente, definiamola “energica” – di agenti politici “autonomi” rispetto ai gruppi dominanti in oggetto. Salvo però che non si sia in grado di veramente sollecitare le “energie” della maggior parte del popolo, il togliere potere a questi gruppi dominanti non significa riuscire a farli uscire immediatamente di scena; debbono invece essere colpiti i suoi agenti politici: questi, sì, vanno buttati fuori dal palcoscenico. I gruppi dominanti, insomma, perderebbero potere (sul governo della “cosa pubblica”) in quanto sarebbero battute e disperse le loro truppe politiche ed esautorati i generali che le comandano. In secondo luogo, gli agenti del “rinnovamento” debbono trovare riferimento in altri gruppi dominanti, […] I gruppi dominanti capitalistici sono solo efficienti o inefficienti; sanno fare profitti o scaricare le loro perdite sulla collettività lavoratrice; sanno utilizzare i mezzi finanziari per lo sviluppo tecnico-scientifico e dei settori di punta, innovativi, o invece se ne servono per farli apparentemente crescere su se stessi, con ciò provocando appunto i fallimenti (e le “esplosioni delle bolle”) con devastazioni; sanno darsi una certa autonomia oppure si pongono al servizio di altri predominanti

    Detto in termini più chiari, bisogna togliere il potere politico alla GFeID e al “Trio infernale”, scompaginando le loro truppe politiche, in particolare quelle di sinistra, le più prone ai loro voleri; per di più in grado di organizzare – cosa che non può fare, strutturalmente, la destra – la commedia delle parti (“riformisti” e “radicali”) che tanto serve ai loro interessi, protraendo una situazione di degrado politico e di putrefazione sociale che ha ormai del pericoloso. Nuovi gruppi di agenti politici – non so quali, sia chiaro, sto parlando in termini di necessità per sopravvivere, non di esistenza delle condizioni necessarie a sopravvivere – debbono prendere il davanti della scena, piegando ben bene il capitale finanziario a nuovi progetti; dando nel contempo forte impulso ad aziende – si tratta di esempi – tipo Finmeccanica, Eni, Enel, forse Fincantieri, ecc. Il fatto che si tratti di imprese ancora – solo in parte – “pubbliche” non è per nulla la questione decisiva; anzi tale condizione rende i suoi vertici dirigenti troppo “accomodanti” verso il Governo della GFeID e del “Trio infernale”. Bisogna rafforzare questi vertici, se del caso mutarli, renderli in ogni caso più autonomi e liberi da “lacci e laccioli”, affinché siano in grado di svolgere fino in fondo il loro mestiere.

  4. #4
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    Un utile contributo alla discussione su Marpionne ce lo dà anche il condiscepolo di La Grassa che si firma G.P.
    Ieri, 27 settembre, nel suo articolo "Politica ed antipolitica" pubblicato sul blog "ripensaremarx", ricordava alcune cosette riguardanti la cara FIAT:

    << Per tutti citiamo la solita Fiat che è riuscita ad ottenere dal governo di Centro-Sinistra prebende di ogni tipo, trasferimenti di denaro pubblico che il "fascistissimo" governo Berlusconi si era sempre rifiutato di concedere alla brigata montezemoliana.
    Un esempio varrà a chiarire come si è sostenuta finora l’azienda torinese. Pare, di fatti, che solo negli anni ’90 quest’ultima abbia ricevuto dallo Stato trasferimenti "pubblici" pari ai dividendi distribuiti ai propri azionisti "privati". Tradotto significa che siamo noi italiani a pagare le operazioni della Fiat, soprattutto quando la stessa sbaglia i propri investimenti.
    Allora urge una "lotta di casta" senza quartiere che spazzi via al più presto tutto il marciume politico ed economico di questa Italia sempre più depressa>>

  5. #5
    McFly
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    Fiat anticipa i futuri aumenti. A ottobre cresce la busta paga




    Sembra poco, ma è un segnale importante: la Fiat ha annunciato che anticiperà subito ai dipendenti i futuri aumenti contrattuali. I dipendenti cos' si troveranno subito 30 euro in più a partire dalla busta paga di ottobre. Lo ha annunciato l'azienda dopo il consiglio di amministrazione che ha approvato la trimestrale.

    "Le trattative per il rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici, scaduto il 30 giugno scorso - dicono alla Fiat - sono ferme su alcuni aspetti normativi e non è stato fino ad oggi individuato un percorso che possa portare ad una rapida conclusione".

    La cifra di 30 euro è comprensiva dell'indennità di vacanza contrattuale. "Per l'importante contributo dei lavoratori della Fiat ai buoni risultati del Gruppo, abbiamo voluto - ha detto l'amministratore delegato Sergio Marchionne - dare un segnale di attenzione, andando incontro, almeno parzialmente, alle attese di miglioramento economico e cercando di ridurre i disagi di un eventuale protrarsi delle trattative. Ci auguriamo che le discussioni per il rinnovo del contratto possano proseguire in un clima di corretta dialettica e si concludano rapidamente. Siamo convinti che esistano gli spazi per un accordo e fiduciosi che le parti sapranno trovare il giusto punto di equilibrio tra le necessità di competitività e flessibilità delle imprese e le attese dei lavoratori".

  6. #6
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    Maccaflà,
    non farti ipnotizzare da una delle teste del Cerbero che sta scuoiando e squartando l' Italia (le altre due essendo SanIntesa e Unicredit). In proposito eccoti una sintesi di un articolo comparso oggi sul "blog ripensaremarx": (http://splinder.ripensaremarx.com)

    giovedì, 25 ottobre 2007

    I MIRACOLI DELLA FIAT di G.P

    << Quel furbastro di Luca Cordero di Montezemolo si è dato alla filantropia, del resto i soldi che distribuisce “a cuor leggero” sono frutto di un cospicuo “bonifico” statale recante la firma del Governo Prodi, con causali plurime che vanno dalla mobilità lunga, alla rottamazione, al cuneo fiscale ecc. ecc.. Peccato però che questa beneficenza non vada a saldare il conto che languisce da giugno, ben più salato, del rinnovo contrattuale per i metalmeccanici.
    Se facciamo qualche “conticino” vediamo subito che quest’operazione costerà alla FIAT 3 milioni al mese (30 euri di aumento per 75mila dipendenti), ma evidentemente il gioco vale la candela. Ovvero, potrebbe trattarsi della solita iniziativa a doppio fine: “addolcire” le relazioni industriali a livello aziendale prima di arrivare al nocciolo della tenzone (il rinnovo contrattuale, per l’appunto) e, al contempo, indebolire il potere di contrattazione dei sindacati giocando sulle loro divisioni [...]. Ma vi è anche un segnale politico nell’azione di Montezemolo & c. perché le maestranze Fiat sono tra quelle che hanno risposto con un secco niet al protocollo di Luglio sul walfare. E siccome il presidente della Fiat è stato il primo sponsor di quell’infausto accordo...
    La Fiat sta facendo una vera e propria campagna pubblicitaria sul suo risanamento, ed ora mette sul banco anche i risultati record con i quali ha chiuso il terzo trimestre, raddoppiando l’utile dei primi 9 mesi rispetto all’anno passato. Eppure, nonostante tanta prosopopea il mercato resta piuttosto scettico sul titolo facendolo precipitare di 4 punti percentuali. Potrebbe essere un caso ma date le ultime vicende, con il gruppo che si è rifiutato di mostrare i bilanci consolidati all’organismo che vigila sul mercato borsistico americano e con la stranezza di non scorporare mai i dati del settore auto da quelli dei veicoli commerciali, qualche dubbio continua ad aleggiare nell'aria. Altrettanto strane sono pure le esose richieste di Montezemolo e soci alla Regione Sicilia (sono stati offerti da quest'ultima 75milioni di euri) per l’ammodernamento dello stabilimento di Termini Imerese, alle quali vanno ad aggiungersi quelle rivolte a Roma (che da par suo offre 250milioni). Diciamo che un’azienda rinnovata nello spirito e nei conti dovrebbe agire in ben altro modo e togliersi dalla testa il vizio di chiedere la questua allo Stato.[...] Questo non fa che rafforzare la nostra tesi per cui o alla Fiat riesce l’operazione politica di blindare i suoi legami con il governo (a prescindere da chi siederà sullo scranno più alto di palazzo Chigi, resti Prodi o arrivi qualcun altro) oppure l’anno prossimo ci sarà da ridere, con i favolosi bilanci di questa fase che potrebbero perdere molti rattoppi (per esempio, le numerose "pezze" derivanti dagli aiuti statali). Del resto anche la Parmalat era un’azienda “fiorente” poco prima di collare a picco.>>

  7. #7
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    Teniamoci sempre aggiornati sulle vicende di 'sta nuova FIAT di Montez e Marchionne, perchè merita. Oggi lo spunto è offerto da un passaggio dell' ultimo testo di La Grassa intitolato "Piluccando qua e là", comparso il 31 ottobre 2007 sul blog http://splinder.ripensaremarx.com


    << Fini si è adontato delle critiche bipartisan di Montezemolo alla politica, e gli ha ricordato che il Governo di centrodestra è stato "quasi" decisivo nell’aiutare l’azienda a salvarsi dalla bancarotta; ha poi aggiunto di essere contento di tale salvataggio perché la Fiat "è capitale nazionale" (ma va là, deve aver visto un libro dei soci del tutto particolare; altrimenti è meglio fargli la prova dell’alcolometro). E’ "meravigliosa" la capacità dell’essere umano di concentrare tante scemenze in poche parole. Innanzitutto, sarà allora bene rendere ben noti i dati dei finanziamenti pubblici forniti alla Fiat poiché, ad occhio e croce, si può ritenere che i due governi siano più o meno "benemeriti" allo stesso livello. Anche Prodi – con la mobilità lunga, con la rottamazione (anche se non ne beneficia solo la Fiat), con i finanziamenti offerti per Termini Imerese e altre varie "offe" che adesso non ricordo (ma nemmeno forse le conosciamo tutte) – ha molto aiutato la grande impresa "nazionale". Certo, il "gruppo Fiat" non è ancora soddisfatto e ha chiesto, solo per lo stabilimento in Sicilia, almeno cinque-sei volte di più di quanto offerto dal Governo (e dalla Regione). Comunque, mentre tutti sono invitati a stringere la cinghia, per l’azienda "vanto della Patria", che ha lanciato il principale prodotto innovativo del XXI secolo (la Nuova 500), i cordoni della borsa si slacciano sempre ("E io pago, io pago", come diceva Totò).
    Soprattutto, però, la Fiat non è capitale nazionale; è impresa che ha sempre influito sulla politica nazionale, che, dopo un tentativo di fronda (è possibile definirlo giolittian-turatiano?), si è messa con il fascismo fino a quando non è stato sconfitto, facendo poi il salto della quaglia. Nel dopoguerra, è stata laica e democristiana (che fosse già in anticipo rispetto al "ma-anche", oggi ripreso alla grande da Veltroni?) e ha "incementato" tutta l’Italia con (auto)strade atte a favorire la vendita delle sue auto, de suoi autocarri, ecc.; ha inoltre ottenuto materia prima sottocosto dall’industria pubblica (ad es. le Acciaierie di Cornigliano ligure); ha avuto finanziamenti e prepensionamenti e quant’altro; permettendosi così di accettare la scala mobile ("fregando" gli altri industriali), passando per alfiere di un capitalismo "buono" e dando vita alla cosiddetta concertazione con quegli effettivi apparati (di Stato) che sono i sindacati (la Triplice), un’azione che ha spesso stretto in una morsa il resto della società italiana (per nulla affatto divisa in due soli grandi schieramenti: capitale e lavoro).
    Anche oggi, l’impresa in questione si serve degli aiuti statali (tipo quelli già considerati) per sfoggiare risanamenti, capitalisti "buoni" (Marchionne ad es.).
    Comunque, l’impresa Fiat è dei suoi "proprietari", che non sono solo quelli che ne hanno i pacchetti azionari di controllo e che godono dei profitti nella forma dei dividendi, fin troppo spesso reali rendite finanziarie (che non sono quelle che vergognosamente la sinistra, in specie la "estrema", ritiene tali pretendendo di tassarle). Capitalisti sono anche certi manager, perfino senza nemmeno una azione, che controllano l’amministrazione, il marketing, il settore produttivo, ecc. di una grande impresa e che sono remunerati nella forma del salario (non certo "equivalente" al valore lavoro della loro merce forza lavoro!). Marchionne e Montezemolo sono due "proprietari" della Fiat. Il primo è forse più transitorio, e può persino essere "licenziato", ma per andare a controllare qualche altra parte del capitale "nazionale" (o di altri paesi). Il secondo è proprietario formale, ufficialmente deve sottostare al "terribile" rischio di perdita dei capitali investiti (però non si è mai visto nessun capitalista fallito andare ad elemosinare, diciamo ad esempio, 30 euro). Del resto, egli si è già di fatto "parato il culo", mettendo in piedi – assieme ai suoi sodali: Merloni, Della Valle, Unicredit, Monte Paschi (se ho sbagliato o dimenticato qualche socio, non ha grande importanza; la sostanza del problema non sta nei loro nomi) – il fondo Charme, con sede in Lussemburgo (quante imposte paga allo Stato italiano? Si sa qualcosa di questo capitale?). Il fondo in oggetto, già da un paio d’anni se non erro, ha costituito una società che poi ha formato una joint venture con un’impresa cinese che produce cachemire (in Cina, a costi "cinesi"), con lo scopo di commerciare il prodotto nei "paesi dell’area mediterranea". E tale fondo, con tutto il resto che ne è seguito, non sarà certo la sola iniziativa messa in piedi dai sunnominati capitalisti "nazionali". Così, mentre i vari governi italiani aiutano la Fiat perché è di interesse nazionale (e ovviamente per l’occupazione; il "primo pensiero" dei governanti è "sicuramente" per gli operai e impiegati dell’azienda, non può "assolutamente" essere quello, servile, di favorire i "padroni" effettivi della stessa), questi ultimi si preparano ad ogni possibile evenienza.>>

  8. #8
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    Teniamoci sempre aggiornati sulle vicende FIAT, uno delle tre teste del cerbero della GF & ID che sta scuoiando l' Italia e che su questo forum abbiamo avuto il merito di identificare oer quello che è, in tal senso sfruttiamo tutti gli spunti di riflessione che ci vengono forniti da La Grassa.Qui presento un passo del suo ultimo intervento in proposito, tratto da http://ripensaremarx.splinder.com :PILUCCANDO ANCORA - G.La Grassa2 novembre[...] Tra il 28 settembre e il 25 ottobre, quattro alti manager del “gruppo Fiat” (uno di questi passato ora alla Mondadori) hanno venduto parte del patrimonio acquisito con le stock options. In parole povere, avevano ricevuto come emolumenti a vario titolo (non certo per il valore-lavoro della loro forza-lavoro) pacchetti azionari Fiat di possibile vendita entro una certa data. Hanno scelto il periodo indicato per liquidare almeno parte di tali pacchetti (si parla di un valore complessivo, per i quattro, di oltre 3 milioni di euro). Evidentemente, si erano convinti che il titolo avesse raggiunto, o quasi, il top. Del resto, questa è pure l’opinione del Wall Street Journal; e anche di Mediobanca, che ha abbassato il giudizio sui titoli Fiat da outperform a neutral, riducendo anche il target price (obiettivo di prezzo fissato in base ad analisi delle potenzialità del titolo) da 27 a 25 euro ad azione (dopo la pubblicazione dei dati relativi al terzo trimestre); a meno che – allora verrebbero rivisti sia giudizio che prezzo-obiettivo – il Governo non rinnovi le facilitazioni relative alla rottamazione anche per il 2008, cosa che si ritiene quasi sicura. Si è infine capito da dove derivano i “successi” (e gli utili) della Fiat? Certo, la rottamazione non è il peggio per le casse dello Stato (ci sono poi anche rientri), ma aggiungiamoci pure i prepensionamenti e tutti i finanziamenti sempre avuti da tale nefasta azienda, che continua a vivere, come sempre nella sua lunga storia, alle spalle dell’intera società italiana; da sola fa ben poco (salvo il “grande prodotto innovativo” del secolo, la famosa “stufa a quattro ruote”; pardon, la nuova 500). Il “meraviglioso mago” Marchionne gioca al capitalista buono, di tipo social-riformista (dopo gli esempi luminosi di Adriano Olivetti, di Raffaele Mattioli e, ovviamente, di Enrico Mattei; è proprio vero che la storia si ripete in farsa!), facendo l’elemosina di 30 euro (lordi) ai lavoratori Fiat, e pretendendo di averne all’incirca un miliardo e mezzo per lo stabilimento di Termini Imerese. Mi sembra che l’offerta governativa, al momento “sbertucciata” dagli interessati, sia di 250 milioni di euro più 75 da parte della Regione Sicilia (e sono già troppi per un’azienda del genere); alla fine, vedremo su quale cifra ci si assesterà (anzi, non vedremo un bel nulla, perché quella reale non la sapremo mai). Del resto, quanto è ormai costata al sistema-paese questa azienda, considerata “modello” perfino dalla sinistra (anche “estrema”), è incalcolabile; essa si è comunque sicuramente dimostrata una vera piovra (o pare un po’ meno lesivo il termine mignatta?). [...]

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Filippo Strozzi Visualizza Messaggio
    Teniamoci sempre aggiornati sulle vicende FIAT, uno delle tre teste del cerbero della GF & ID che sta scuoiando l' Italia e che su questo forum abbiamo avuto il merito di identificare oer quello che è, in tal senso sfruttiamo tutti gli spunti di riflessione che ci vengono forniti da La Grassa.Qui presento un passo del suo ultimo intervento in proposito, tratto da http://ripensaremarx.splinder.com :PILUCCANDO ANCORA - G.La Grassa2 novembre[...] Tra il 28 settembre e il 25 ottobre, quattro alti manager del “gruppo Fiat” (uno di questi passato ora alla Mondadori) hanno venduto parte del patrimonio acquisito con le stock options. In parole povere, avevano ricevuto come emolumenti a vario titolo (non certo per il valore-lavoro della loro forza-lavoro) pacchetti azionari Fiat di possibile vendita entro una certa data. Hanno scelto il periodo indicato per liquidare almeno parte di tali pacchetti (si parla di un valore complessivo, per i quattro, di oltre 3 milioni di euro). Evidentemente, si erano convinti che il titolo avesse raggiunto, o quasi, il top. Del resto, questa è pure l’opinione del Wall Street Journal; e anche di Mediobanca, che ha abbassato il giudizio sui titoli Fiat da outperform a neutral, riducendo anche il target price (obiettivo di prezzo fissato in base ad analisi delle potenzialità del titolo) da 27 a 25 euro ad azione (dopo la pubblicazione dei dati relativi al terzo trimestre); a meno che – allora verrebbero rivisti sia giudizio che prezzo-obiettivo – il Governo non rinnovi le facilitazioni relative alla rottamazione anche per il 2008, cosa che si ritiene quasi sicura. Si è infine capito da dove derivano i “successi” (e gli utili) della Fiat? Certo, la rottamazione non è il peggio per le casse dello Stato (ci sono poi anche rientri), ma aggiungiamoci pure i prepensionamenti e tutti i finanziamenti sempre avuti da tale nefasta azienda, che continua a vivere, come sempre nella sua lunga storia, alle spalle dell’intera società italiana; da sola fa ben poco (salvo il “grande prodotto innovativo” del secolo, la famosa “stufa a quattro ruote”; pardon, la nuova 500). Il “meraviglioso mago” Marchionne gioca al capitalista buono, di tipo social-riformista (dopo gli esempi luminosi di Adriano Olivetti, di Raffaele Mattioli e, ovviamente, di Enrico Mattei; è proprio vero che la storia si ripete in farsa!), facendo l’elemosina di 30 euro (lordi) ai lavoratori Fiat, e pretendendo di averne all’incirca un miliardo e mezzo per lo stabilimento di Termini Imerese. Mi sembra che l’offerta governativa, al momento “sbertucciata” dagli interessati, sia di 250 milioni di euro più 75 da parte della Regione Sicilia (e sono già troppi per un’azienda del genere); alla fine, vedremo su quale cifra ci si assesterà (anzi, non vedremo un bel nulla, perché quella reale non la sapremo mai). Del resto, quanto è ormai costata al sistema-paese questa azienda, considerata “modello” perfino dalla sinistra (anche “estrema”), è incalcolabile; essa si è comunque sicuramente dimostrata una vera piovra (o pare un po’ meno lesivo il termine mignatta?). [...]

    Caro strozzi...fregnacce......c'ho fatto la tesi sulla Fiat e ste cose poi proprio te le dovresti risparmiare.....i successi della Fiat??? le vendite.....stop!!!!Naturalmente con un ottima politica di alleanze....senza la Fiat il Pil nazionale non avrebbe nemmeno registratio l'aumento che si caratterizzo tra la fine del 2005 e tutto il 2006!!!

    ...poi su...sei repubblicano.....non t ricordi quando mamma fiat contribuo al e nel P.r.i.???? insomma...prenditela con barilla con Pigna...con Amadori ma non con laFIat!!!!!

    saluti

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da A.Gi.Re. Visualizza Messaggio
    quando mamma fiat contribuo al e nel P.r.i.???? insomma...saluti
    Veramente, nel periodo mamma fiat contribui al PRi al PLI, al PSDI, alla Dc, al PCI... senza dimenticare altri ... insomma aveva una parola buona per tutti. Poi le simpatie dell'Avvocato erano un'altra cosa, ma erano soprattutto simpatie verso UGO.

 

 
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