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    Predefinito L'ombra massonica dietro il "risorgimento italiano"

    L’OMBRA MASSONICA DIETRO IL NAZIONALISMO ITALIANO

    Dopo la vittoria al mondiale di calcio il rigurgito di nazionalismo italiota ha riportato in auge i relitti dell’educazione civica fascio-risorgimentale: gli ammuffiti tricolori, che da tanti anni giacevano in cassetti dimenticati alla mercè delle camole, sono riapparsi sventolanti e i giovani discotecari del sabato sera hanno imparato persino la prima strofa dell’inno, magari interrogandosi, col contegno ottuso del calciodipendente, su chi fossero “Scipio” e “Ferruccio”! Capisco benissimo come i sentimenti nazionali travalichino gli angusti ambulacri della ragione ma dovremmo tutti essere coscienti del significato dei segni che usiamo e della parole che pronunciamo; è evidente infatti come il verde del tricolore italiota, ben lungi da rappresentare la speranza, sia il colore della massoneria, principale artefice dell’unificazione italiana, e come l’incipit “Fratelli d’Italia” indichi la fratellanza delle logge, in cui era ben addentro il framassone Goffredo Mameli.
    D’altra parte è innegabile come il Risorgimento, esportazione dei principi della Rivoluzione francese sul suolo italiano, sia stato principalmente opera della massoneria, chiarendo però come parlare di massoneria al singolare non dia ragione di un fenomeno molto più complesso che vede spesso conflitti tra diverse logge, se non all’interno della stessa loggia; comunque tale opera occulta e sotterranea, svelata negli ultimi anni da studiosi quali la Pellicciari e orgogliosamente ostentata dagli odierni massoni, riguardò sia il piano organizzativo, quale il reperimento di risorse economiche e la cooptazione di uomini, che i principi ideali posti alla base dell’opera di costruzione italiana e di distruzione degli antichi regimi.
    In questo ultimo senso è assolutamente necessario rimarcare come la stessa idea moderna di nazione, cioè quello che viene definito nazionalismo, trovò un eccezionale tramite di diffusione e amplificazione in epoca romantica da parte della massoneria: alla base delle rivendicazioni nazionali dei paesi europei, soprattutto contro l’impero asburgico, vi fu un’intesa attività propagandistica delle logge locali; il punto non sta tanto nel determinare quanto legittime fossero tali aspirazioni, questione che andrebbe trattata caso per caso, ma quanto genuine, cioè quanto sentite veramente dal popolo, e soprattutto indagare se la massoneria sostenne con simpatia i nazionalismi oppure se li adoperò per finalità ulteriori. A tal proposito il nazionalismo italiano si configura, dalla genesi fino alla realizzazione delle sue brame, come un adeguato campo di studio dell’operare massonico contro le monarchie dell’Ancient Regime.
    La storiografia romantica, diffusa dall’educazione scolastica italiana, ci ha infatti imposto la visione di un’identità italiana che si sviluppa linearmente e senza discontinuità dalla romanità sino ai giorni nostri, trascurando l’importanza del contributo del substrato preromano e addirittura eliminando l’apporto di altri popoli che hanno abitato la penisola, influendo sulla diversa identità dei popoli italiani (come bizantini, arabi, longobardi, normanni, ecc.). In base a questi principi i periodi della storia d’Italia vennero giudicati, e seguitano a venir giudicati, in base al grado d’unità politica della penisola (notevole preconcetto ideologico) e non alla prosperità, all’accordo popolare o ad altri fattori: proprio per questo la storia moderna italiana, cioè quella che segue la rottura della pace di Lodi (1494) fino ai primi barlumi di moti risorgimentali, non poteva che essere oggetto di valutazioni critiche negative.
    Di fatto però il nazionalismo italiano, tenendo ben presente la distinzione tra l’idea medievale di nazione, ancora presente in Machiavelli, e quella moderna , nasce e si sviluppa fin dai suoi principi nelle logge massoniche, diffondendosi poi nel mondo culturale in epoca illuministica e giacobina senza però riuscire mai a penetrare nel popolo . Non solo l’idea d’Italia era ignota al sensus communis ma finanche il concetto di nazione non trovava spazio nella mente di chi era abituato a ragionare nei termini, non contraddittori ma complementari, di universalismo (cattolico e imperiale) e localismo comunitario; la patria difesa dagli insorgenti antigiacobini non era una terra dai confini tracciati sulla carta, bensì la terra dei padri, la terra in cui erano nati e cresciuti e nella quale avevano affetti e rapporti umani reali .
    I prodromi del nazionalismo italiano si ritrovano, a detta di molti studiosi, nell’articolo del capodistriano Gian Rinaldo Carli, iniziato alla massoneria, scritto per Il Caffè nel 1765 in forma anonima col titolo La patria degli italiani; in questo scritto il Carli, nella figura di un ignoto che entra in un Caffè, si lamenta con un avventore, Alcibiade, che lo ha definito “forestiero” in quanto non milanese, esclamando: “Un italiano in Italia non è mai forestiero”. E’ evidente che il Carli dava per scontato un’identità italiana che in realtà non esisteva, in quanto essa era tale solo a livello letterario, dato che la lingua letteraria accettata sin dal ‘500 era il fiorentino, e geografico, poichè la penisola italiana è racchiusa entro confini naturali; questa identità non era però assolutamente sostenuta dal popolo che si sentiva legato ai suoi legittimi sovrani, dunque ben distante da qualsiasi idea di unità politica italiana e per giunta non utilizzava assolutamente il fiorentino letterario il quale, d’altra parte, non era nemmeno quello parlato dagli abitanti di Firenze nel XVIII secolo. Proprio per questo i primi diffusori dell’idea di italianità furono letterati, solitamente massoni e illuministi; fa eccezione ad esempio il noto Giuseppe Carpani, successore del Metastasio come poeta di corte a Vienna, il quale pur non negando una certa idea di nazione italiana considerava, in virtù del suo attaccamento agli Asburgo, l’unità politica un processo assai pernicioso. Ad ogni modo lo scritto del Carli nascondeva anche quel processo di affratellamento fra le varie logge massoniche in suolo italiano che incominciarono a diffondere queste idee attraverso le loro migliori penne. Tale era il gesuita mantovano Saverio Bettinelli, iniziato probabilmente alla loggia cremonese “La concordia”, il quale scrivendo il Risorgimento d’Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il Mille (1775) oltre a inaugurare una visione storiografica nella quale l’età comunale era sentita, in maniera assolutamente anacronistica, come affrancamento italiano dalla tutela straniera, utilizzò, translandone il significato, un termine religioso destinato ad avere un grande successo .
    Il vento della rivoluzione francese amplificò la tematica del nazionalismo italiano consentendo ai giacobini italiani, già ben diffusi, di uscire dai loro club clandestini, che spesso erano in stretta connessione con le logge; questi erano convinti che il Bonaparte avrebbe portato l’unificazione e l’indipendenza italiana sulla punta delle baionette: speranza invero malriposta considerando i veri obbiettivi dei francesi sulla penisola, sintetizzabili nell’espressione del membro del direttorio Lazare Carnot “un limone da spremere”. Nonostante ciò i giacobini ebbero per la prima volta l’occasione di venir fuori dalle loro asfittiche riunioni e proclamare i loro ideali ad alta voce: tra questi è eminente il concetto di nazione italiana e la volontà di creare una repubblica italiana; uno dei più attivi patrioti del triennio giacobino (1796-99) fu Matteo Galdi, iniziato alla massoneria napoletana dal celebre maestro Caracciolo ma fuggito a Genova, il quale vergò il suo pensiero nello scritto Sulla necessità di stabilire una repubblica in Italia(1796).
    Ben presto le chimeriche aspettative giacobine furono deluse dalla dura realtà dei fatti, infatti il Direttorio francese non aveva alcuna intenzione di trattare le varie entità statuali italiane come repubbliche sorelle bensì come utili sottoposte: non a caso nella breve vita della Repubblica Cisalpina i generali francesi dovettero “correggere” le decisioni dei riottosi consigli con frequenti colpi di Stato. La traumatica disillusione costrinse i patrioti italiani a ritornare a tramare nell’ombra: nella Repubblica Cisalpina prese vita un’oscura associazione nota come Società dei Raggi, con sede a Bologna e a Milano, la quale, sfruttando una complicata onomastica astrologico-solare, si prefiggeva di combattere i francesi per fondare una repubblica italiana; per quanto non si possa negare una certa derivazione massonica, evidente anche dalla terminologia solare, la Società dei Raggi secondo F.M.Agnoli era “senza giuramenti, senza iniziazioni, senza simboli, senza quelle grottesche cerimonie che costituivano i misteri della setta massonica” . Nonostante fosse arrivata ad assommare 30.000 linee, cioè membri, la Società dei Raggi andò incontro ad una rapida decadenza a causa di divergenze politiche interne seguite alla fondazione della Repubblica Italiana (1802). Ben più duratura fu invece l’esperienza della Carboneria la quale travalicò il confine cronologico del periodo napoleonico per continuare la sua esistenza nell’età della Restaurazione, fino a traghettare l’ideale di unificazione italiana alla generazione che l’avrebbe effettivamente realizzata. Sebbene le origini della carboneria siano sostanzialmente arcane non pare possibile dubitare dell’evidente derivazione massonica di tale organizzazione; questo è peraltro confermato dallo storico massone Giuseppe La Farina che ne parla nella sua Storia d’Italia (1851), come “figliuola della framassoneria” mentre un rapporto della polizia austriaca del 1820 la cita come “ società […] semi-massonica, e popolare, composta cioè nella maggior parte da popolo minuto” . Anche Pio VII, condannando la Carboneria al pari della Massoneria con la bolla “Ecclesiam a Iesu Christo” (1821), non sembra trovare distinzioni di sorta tra le due società anzi affermò chiaramente come “i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle Costituzioni di Clemente XII e Benedetto XIV”, cioè le due precedenti condanne della Massoneria.
    Proprio dalla carboneria all’inizio dell’800 fuoriuscirono alcuni documenti che possono lasciare intendere come l’opera di unificazione italiana non fosse una generosa esplosione di un presunto sentimento nazionale, ma il simulacro dietro cui nascondere i reali obbiettivi massonici: la distruzione della Chiesa e della società cristiana. Questi documenti sono un epistolario e la cosiddetta Istruzione permanente ; nella lettera dell’11 giugno 1829 Felice scrive a Nubio (nomi di battaglia dei due carbonari): “L’indipendenza e l’unità d’Italia sono chimere. Pure queste chimere producono un certo effetto sopra le masse e sopra la bollente gioventù. Noi, caro Nubio, noi sappiamo quello che valgono questi principi. Sono palloni vuoti”. Quale sarebbe ordunque il vero scopo della carboneria e del progettato moto di liberazione italiana? Ci risponde l’Istruzione permanente: “Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo […] Noi abbiamo intrapreso la fabbrica della corruzione alla grande. Questa corruzione deve condurci al seppellimento della Chiesa Cattolica”. C’è altro da aggiungere?

    Davide Canavesi

    Tratto da "Il Cinghiale Corazzato" numero 24, agosto 2008

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: L'ombra massonica dietro il "risorgimento italiano"

    LIX Conferenza di formazione militante della Comunità Antagonista Padana dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

    Mercoledi' 22 aprile 2009 alle ore 15.30
    aula "Alberto da Giussano" Ammezzato scala G

    "L'Inno di Mameli. Un'analisi critica testuale"

    Relatore: Dott. Davide Canavesi

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: L'ombra massonica dietro il "risorgimento italiano"




    22 aprile 2009

    LIX Conferenza di formazione militante della Comunità Antagonista Padana dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

    "Inno di Mameli: un'analisi critica testuale"

    Davide Canavesi ha tracciato un breve ritratto biografico del genovese Goffredo Mameli, dall’educazione liberale presso gli Scolopi alla formazione mazziniana, dal volontarismo militare (peraltro piuttosto marginale almeno sino alla primavera 1849) alla morte avvenuta durante la caduta della neo-giacobina “Repubblica romana”, il 6 luglio 1849. Dopo un breve cenno alle fortune postume del suo “Canto degli Italiani”, musicato dal Novaro, ha analizzato la poesia da un punto di vista contenutistico, soffermandosi sul mito risorgimentalista del “risveglio nazionale” mutuato da autori eterodossi quali il Sismondi e il Bettinelli e sul mito della “latinità repubblicana”.
    E’ poi passato in rassegna i quattro eventi storici, mitizzati in chiave nazionalistica all’interno dell’Inno: la “Repubblica fiorentina” e Francesco Ferrucci, la Battaglia di Legnano contro il Barbarossa, i Vespri Siciliani anti-angioini e la rivolta antiaustriaca di Genova (con la figura del “Balilla”). Tutti eventi riconducibili a battaglie di tipo localistico, campanilistico o fiscale, sui cui la retorica risorgimentalista (e in parte anche q uella liberale neo-guelfa), alla ricerca disperata di precursori, ha innestato la tematica nazionalistica unitaria. La conferenza si è chiusa con interessanti accenni alla torbida figura del poeta polacco Adam Michiewicz, corifeo del nazionalismo polacco e sodale del “risorgimento italiano”, cui probabilmente sarà dedicata una conferenza nei prossimi mesi.
    Ultima modifica di Guelfo Nero; 12-02-14 alle 13:56

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: L'ombra massonica dietro il "risorgimento italiano"

    Ultima modifica di Luca; 14-11-11 alle 02:33

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: L'ombra massonica dietro il "risorgimento italiano"

    quello a sinistra lo incontro quasi tutti i giorni
    anche oggi a pranzo nella mensa dell'università
    iaociao:
    La verità produce effetti anche quando non può essere pronunciata.

    L. von Mises

    SILENDO LIBERTATEM SERVO

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: L'ombra massonica dietro il "risorgimento italiano"

    Un saluto cordiale e un evviva alla mensa!

  7. #7
    Vedo la mano invisibile
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    Predefinito Riferimento: L'ombra massonica dietro il "risorgimento italiano"

    Saluti a te e al cap!
    W la mensa però mi esce un po' forzato
    La verità produce effetti anche quando non può essere pronunciata.

    L. von Mises

    SILENDO LIBERTATEM SERVO

  8. #8
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    Predefinito La grande menzogna del "Risorgimento italiano"

    Giorgio Napolitano: La riflessione storica, ed egualmente l'indagine sulle vicende politico-istituzionali ed economico-sociali, debbono peraltro abbracciare l'evoluzione dell'Italia unita nei periodi successivi alla fondazione del nostro
    Stato nazionale, fino a consentire un bilancio persuasivo da far valere nel tempo presente.


    Fronte Indipendentista Lombardia: Ammesso e non concesso che sia giusto celebrare i 150° anni dall’inizio del dominio sabaudo sulla penisola, quest’occasione non potrebbe essere usata per restituire la loro memoria storica recente ai popoli italiani? Napolitano dimostra di non essere d’accordo. Vorrebbe unicamente celebrare un evento che individua come palingenetico: per Napolitano non c’è nulla d’interessante prima del Risorgimento. L’oblio della storia degli stati italiani preunitari, come già notava tempo fa il compianto professor Cesare Mozzarelli, è un vero e proprio gap della storiografia italiana, che le altre storiografie europee non condividono


    Giorgio Napolitano: Perché in effetti con l'avvicinarsi del centocinquantenario si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell'800 il formarsi dell'Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861

    Fronte Indipendentista Lombardia: A cosa si riferisce Napolitano? Possiamo anche essere d’accordo sull’acriticità di una parte della storiografia antirisorgimentale ma anche tra le file di quella filo-risorgimentale non mancano giudizi tendenziosi e palesemente propagandistici. Il problema è che ogni ricostruzione storica dovrebbe essere valutata in base alla sua coerenza interna e alla sua fondatezza (cioè al riferimento alle fonti), mentre Napolitano è afflitto da un pregiudizio di stampo snobistico: solo ciò che ha provenienza accademica è “storiografia seria”.


    Giorgio Napolitano: C'è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua; e sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale

    Fronte Indipendentista Lombardia: Napolitano è vittima della stessa disinvoltura che rimprovera ad altri. A Chiunque abbia buona fede non può sfuggire come all’atto dell’unità, secondo il calcolo di Tullio de Mauro, la percentuale di popolazione che parlava italiano era di circa il 2,5%, comprendendo tra essi i toscani e i romani (altrimenti un misero 8,9‰). Non può inoltre ignorare come l’italiano letterario si fondava sulla proposta bembesca di una lingua ispirata ai modelli del fiorentino trecentesco e non seguisse quindi la reale lingua parlata, nemmeno quella dei fiorentini. Inoltre la creazione di una cultura “nazionale” è una tipica invenzione romantica, che ha poco a che vedere sia con la cultura barocca che con quella rinascimentale e al massimo s’incomincia a intravedere con l’illuminismo.



    Giorgio Napolitano: Non deve sottovalutarsi la presa che può avere in diversi strati dell'opinione pubblica questa deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni di umori negativi e di calcoli di parte.


    Fronte Indipendentista Lombardia: L’accusa di un interesse politico (“calcoli di parte”) nascosto dietro gli studi revisionistici, bollati come “vecchi e nuovi luoghi comuni”, è risibile considerando che con questo discorso è evidente come Napoltano stessa voglia utilizzare e condizionare la produzione culturale al fine di puntellare l’unità d’Italia (a meno che questa non sia una finalità politica ma morale o, addirittura,”religiosa”!)


    Giorgio Napolitano: E bisogna perciò reagire all'eco che suscitano, in sfere lontane da quella degli studi più seri, i rumorosi detrattori dell'Unità italiana.

    Fronte Indipendentista Lombardia
    Traduciamo: chi vuole parlare deve avere una cattedra e chi ha una cattedra deve parlare bene dell’unità d’Italia. Circolo vizioso, no?


    Giorgio Napolitano: E bisognerà così rivalutarne e farne rivivere anche aspetti e momenti esaltanti e gloriosi, mortificati o irrisi spesso per l'ossessivo timore di cedere alla retorica degli ideali e dei sentimenti.

    Fronte Indipendentista Lombardia: La scuola dell’obbligo, imposta dal Regno d’Italia mentre distruggeva l’insegnamento religioso, ha educato generazioni di scolari non certo attraverso meditate ed equilibrate opere storiche bensì attraverso la retorica farsesca dei Mercantini, le esagerazioni propagandistiche dell’ Abba e il greve sentimentalismo di De Amicis. Là dove la storia non dava sufficienti garanzieFrancesco De Sanctis prima, e Giovanni Gentile, poi, sapevano bene che sarebbe stato meglio educare con la poesia e la retorica. Napolitano ha la stessa idea: ridare fiato alla tromba del patriottismo!



    Giorgio Napolitano: Io vorrei solo - guardandomi dal tentare impossibili sintesi - suggerire, qui, il punto di osservazione dal quale si può meglio cogliere la forza e la validità dell'esperienza storica dell'Italia unita.

    Fronte Indipendentista Lombardia: Cosa significa “la validità dell’esperienza storica”? La storia (senza alcuna S maiuscola) è meramente l’insieme degli eventi del passato i quali non possono essere classificati come “validi” o “non validi” ma, caso .mai, unicamente come “veri” oppure “falsi”.


    Giorgio Napolitano: Un punto di riferimento come quello costituito dagli eventi che fanno per così dire da spartiacque tra l'Italia che consegue la sua unità e l'Italia che inizia, ottantacinque anni dopo, la sua nuova storia. Parlo del momento segnato dall'avvento della Repubblica, dall'elezione dell'Assemblea Costituente, dall'avvio e dallo svolgimento dei lavori di quest'ultima.


    Fronte Indipendentista Lombardia: Il Risorgimento di Napolitano è quello delle 3 R (Risorgimento-Resistenza-Repubblica) in cui le ultime due sono tese ad inverare hegelianamente la prima. Napolitano non si estranea dal giochetto che tutte le filosofie politiche novecentesche (Gramsci, Mussolini, Gobetti) hanno tentato. Il Risorgimento per loro non è tanto una serie di eventi da spiegare, bensì il principio di un movimento dello spirito (il geist hegeliano) che deve ancora assumere la sua vera forma (o, nel caso di Napolitano, l’ha assunta 85 anni dopo). Questa patina filosofica data alle vicende storiche offusca la loro realtà: cosa potrebbe mai centrare Cavour con la Resistenza? Se però questo giochetto è lecito lo si permetta anche a noi: il Risorgimento è l’affermazione del folle principio nazionalistico che portò alla catastrofe delle guerre mondiali .

    Giorgio Napolitano: L'unità forgiatasi nel Risorgimento aveva ben presto dovuto far fronte all'esplodere - già nell'estate del 1861 - del brigantaggio meridionale, che sembrò mettere in causa l'adesione delle popolazioni del Mezzogiorno al nuovo Stato nazionale, e su cui fece leva il tentativo borbonico di suscitare una guerriglia politica a fini di restaurazione Le forze del giovane Stato italiano dovettero impegnarsi per anni, fino al 1865, per sventare quel tentativo, per sconfiggere militarmente il "grande brigantaggio" senza che peraltro venissero date risposte a quel che era stata anche una disperata guerriglia sociale dei contadini poveri del Mezzogiorno


    Fronte Indipendentista Lombardia: Napolitano liquida la complessa questione delle insorgenze antiunitarie meridionali con il termine “grande brigantaggio”, che implica di necessità una valutazione criminale del fenomeno. Prende inoltre una posizione insostenibile per unilateralità: il brigantaggio sarebbe stato fomentato dai Borboni e, di conseguenza, nulla di spontaneo e di “popolare”. Senza voler negare il ruolo giocato dai Borboni, le sollevazioni popolari al sud si sviluppano a causa di motivazioni economiche sì ma anche culturali, religiose e sociali. Le insorgenze popolari, ovunque si siano generate, hanno avuto cause molteplici proprio perché scaturite da organizzazioni sociali caratterizzate da un forte grado di coesione: la legittimità del sovrano non è solo un fattore politico ma ha anche dirette conseguenze sul piano sociale e religioso, così come il fattore religioso ha un immediato riflesso sul piano sociale. Dall’altra parte usare il termine “guerriglia sociale” ci sembra vada ben oltre la stessa interpretazione marxista del “brigantaggio”, perché sembrerebbe attribuire al popolo una volontà di rivalsa e rivoluzione sociale (un’autocoscienza rivoluzionaria) che non solo è impensabile, ma neppure Gramsci gli avrebbe attribuito. E’ da notare che inoltre Napolitano non spende una parola per commemorare le decine di migliaia di persone uccise dalla repressione piemontese, che nella sua neolingua diventa l’ “impegno per sconfiggere militarmente il grande brigantaggio”. Non temete: nessuno parlerà degli stermini, dell’applicazioni della legga marziale, delle condanne basate sulla presunzione di colpevolezza in base alla “scienza” fisiognomica di Lombroso. Non si parla dei vinti ma solo dei vincitori!


    Giorgio Napolitano: Le ragioni storiche profonde dell'Unità risultarono più forti dei limiti e delle tare, pure innegabili, dell'unificazione compiutasi nel 1860-61; e ressero per lunghi decenni, da un secolo all'altro, a fratture e sommovimenti.

    Fronte Indipendentista Lombardia: Pur ammirando la sincerità nell’ammettere le tare del processo di unificazione, non si può tacere dell’infondatezza di questa affermazione. Non furono presunte “ragioni storiche profonde” (che altrimenti avrebbero dovuto funzionare anche nei secoli precedenti) a tenere insieme l’Italia bensì, la forza di reiterate repressioni militari (al sud così come al nord, come Bava Beccaris a Milano), di un congegnato sistema di sradicamento territoriale attraverso la leva militare e dell’omologazione culturale tramite la scuola dell’obbligo, studiata a tavolino con “compasso e squadra”.


    Giorgio Napolitano: Cavour grazie al quale, al Congresso di Parigi del 1856, per la prima volta nella storia uno Stato italiano aveva "pensato a tutta l'Italia" e "parlato in nome dell'Italia"


    Fronte Indipendentista Lombardia: In realtà è assai dubbio che Cavour volesse veramente costituire uno stato peninsulare. Molto più probabilmente avrebbe voluto un ‘espansione sabauda verso la Lombardia e un generale riassetto della penisola, che comunque non avrebbe mai voluto vedere unificata, soprattutto sotto i Savoia, che avrebbero guadagnato dall’unificazione solo grattacapi. A Cavour interessava la ricca Lombardia non certo il sud!

    Piergiorgio Seveso - Luca Fumagalli
    Ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia

  9. #9
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    Predefinito Rif: La grande menzogna del "Risorgimento italiano"

    Lucio Villari: uno storico italiano tra qualche verità e tanta ideologia


    Rassegna Stampa

    Commenti all'intervista di Lucio Villari rilasciata a "Il Fatto quotidiano" del 17 marzo 2010 a cura della Comunità Antagonista Padana dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

    Cattaneo: un federalista italiano, risorgimentalista e massone

    Non possiamo che considerare assolutamente corretta la posizione del prof. Villari tendente a mostrare l’assoluta incoerenza e grettezza della posizione leghista su Carlo Cattaneo. Anche nella nostra Università abbiamo visto campeggiare manifesti inneggianti a Carlo Cattaneo ma è evidente come la proposta repubblicana e federalista di Cattaneo sia da leggere in opposizione a quella monarchica e centralista sabauda ma non sia in alcun modo contraria al “Risorgimento” italiano in sé. Il federalismo di Cattaneo è una forma di organizzazione territoriale che non ha nulla a che vedere con la rivendicazione di un’identità locale o anti-italiana bensì si rifà esplicitamente ad un’ “idea ferma e precisa d’Italia come Nazione”. E’ evidente come i leghisti si pongano sulla scia del loro leader che nel gennaio del 2005 fu in grado di tuonare contro l’Europa dei massoni proprio dalla finestra della casa del massone Cattaneo.

    La storia o la Storia: la greve ipoteca crociana sull'Università italiana

    Villari ha la strana, ma purtroppo diffusa, tendenza di scrivere il termine Storia con la s maiuscola. Non ci sarebbe nulla di male se questo fosse un mero espediente per sottolineare la dignità della disciplina, ma pensiamo che in realtà sotto quest’uso si nasconda qualcosa di ben diverso. Villari si è formato all’ “Istituto di Studi Storici” , fondato da Benedetto Croce, dove ha evidentemente assunto una visione crociana della storia. Per la filosofia crociana, così come per tutte le filosofie ispirate all’hegelismo (fascismo, liberalismo, storicismo, marxismo, gramscismo, ecc.), la storia non è il mero insieme delle vicende umane bensì è la manifestazione, o meglio l’oggettivazione, dello Spirito nel tempo. La Storia diviene in questo modo una sorta di Provvidenza immanente al mondo o, ancora peggio, la sua oggettivazione è una sorta di Incarnazione di Dio, un Dio però immanente anziché trascendente. Questa patina filosofica data alle vicende storiche porta il discorso su tutt’altro piano, in quanto il dispiegarsi delle vicende storiche si autogiustifica: niente può esserci di sbagliato se a realizzarsi nella storia è una “Provvidenza” in sé giusta. Non vorremmo esagerare ma affermazioni quali “il Risorgimento è una felice congiunzione astrale sotto il segno della modernizzazione” sembrano rispondano a questo clichè. In questo modello storico non ha senso interrogarsi sulla veridicità di un fatto, sulle intenzioni dei personaggi o sui loro fallimenti: tutti coloro che hanno assecondato il processo storico sono dalla parte giusta (e così Garibaldi, Cavour e Mazzini possono andare a braccetto anche se avevano idee totalmente diverse), tutto il resto (i briganti, la Chiesa cattolica, i cattolici non risorgimentali) è anti-storia, immeritevole di considerazione. Villari assume sempre da Croce l’idea che il Risorgimento italiano non sia un mero insieme di eventi verificatisi nell’Ottocento ma, come appunto lascia intendere il nome, il risveglio dello Spirito universale in terra italiana. Lo Spirito (“la modernità”) non si è potuto però compiere immediatamente, esso è dovuto progredire nel resto della storia dello Stato Italiano e in particolare si è compiuto, dopo il periodo fascista (che per Croce era “la calata degli Hyksos”, una parentesi inspiegabile dello sviluppo storico), con la Resistenza.

    Il giovane Mameli: davvero un grande poeta e grande intellettuale?

    La figura di Goffredo Mameli, morto ventunenne nell’opporsi alla liberazione di Roma da parte del generale Oudinot, merita certamente la certa cavalleresca simpatia che si deve ad (alcuni) avversari, fosse solo per la generosità e l’attaccamento agli ideali. Allo stesso modo non possono essere messe in discussione le sue capacità intellettuali, evidenti in un dignitoso percorso scolastico e in un’ingente produzione letteraria. Il suo pensiero è però fortemente condizionato dal clima mazziniano mentre la sua poesia, come è chiaro anche nel “Canto degli italiani”, è affetta da un’enfasi artificiosa e a tratti ributtante. Badate bene che questo non è affatto un nostro giudizio bensì quello di Carducci il quale considerava gli scritti di Mameli “rigatteria romantica” e li stroncava affermando che “rendono e negli argomenti e nel modo onde sono trattati un’eco languida e mozza di quella poesia di second’ordine”.

    I garibaldini: gente seria?

    Non crediamo che per provare un giudizio ottimistico sui Mille sia sufficiente affermare, come fa Villari, che fossero tutti “intellettuali e professionisti seri”. Evidentemente è apprezzabile lo spirito di coraggio che li portò a partire, ma la loro condotta militare è assolutamente impossibile da giudicare considerando come l’avanzata garibaldina fosse accompagnata, e a tratti preceduta, dalla scorta delle navi inglesi, ben rifornite di quattrini per corrompere gli ufficiali borbonici. Difficilmente comunque Bixio e Garibaldi potrebbero rientrare nella categoria degli intellettuali, a meno che non si considerino capolavori i raffazzonati romanzi di Garibaldi, e nemmeno in quella dei professionisti , a meno che le attività di giramondo massone, schiavista, presunto ladro di cavalli, cospiratore e placido oziante nell’isola di Caprera, denotino un professionista serio. Bisognerebbe inoltre ricordare come, per proteggere i feudi inglesi in Sicilia, gli “intellettuali e professionisti seri” in camicia rossa si macchiarono dell’eccidio di Bronte, trucidando popolani insorti al grido di “Viva Garibaldi”. Inoltre è necessario ricordare il giudizio che Garibaldi stesso aveva dei propri seguaci: “Tutti generalmente di origine pessima e per di più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto” (Discorso al Parlamento di Torino del 5 dicembre 1861)

    Giulio Cesare Abba: un storico o un propagandista?

    Villari consiglia al pubblico di imparare la storia della spedizione dei Mille dal famoso libro di Giuseppe Cesare Abba: “Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei mille”. Il diario di Abba è sicuramente una fonte storica di primaria importanza ma sembra strano che uno storico consigli al pubblico un approccio così ingenuo a un testo sicuramente di parte, in quanto Abba stesso partecipò alla spedizione. Avrebbe invece dovuto sottolineare, in accordo con un adeguato metodo di trattamento delle fonti storiche, che:
    1) Abba è una fonte diretta delle vicende ma sconta di una certa parzialità;
    2) Il suo racconto non sempre si accorda con altre fonti e racconti, il che non vuol dire sia per forza
    sbagliato o menzognero;
    3) E’ vero che il testo di Abba è un diario ma ha successivamente subito una revisione letteraria, pertanto certe vicende sono enfatizzate e rivisitate con fantasia.

  10. #10
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    Predefinito Rif: La grande menzogna del "Risorgimento italiano"

    vi suggerirei di organizzare una conferenza sulla figura di pellegrino rossi, illustre studioso di economia politica della prima metà dell'800 e premier dello stato pontificio nominato da Pio IX: per questo, trucidato dai "patrioti" risorgimentali nel 1849. si tratta di uno dei due delitti strategici del risorgimento (l'altro è l'avvelenamento di Ferdinando II) con i quali vennero tagliate le gambe all'alternativa federalista all'unificazione giacobina e massonica della penisola. tra l'altro, il fatto che rossi non fosse, notoriamente, cattolico (e tuttavia personalmente devoto al Papa)dimostra l'insospettata'apertura mentale di un pontefice qualificato quotidianamente di "oscurantista" dai detti "patrioti".

 

 
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