La prima volta che mi accorsi, da elettore di Alleanza Nazionale e del Polo della Libertà, che Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi "non si volevano più bene" fu nell'ormai lontanissimo 1999. Allora compravo settimanalmente il Borghese e mi ricordo ancora le polemiche furbonde circa l'operazione "elefantino" che doveva causare anche uno scontro interno in AN con una prima fronda anti-Fini dei berluscones. Ricordo le accuse durissime di un'Alessandra Mussolini e di chi imputava a Fini di non aver "riconoscenza" nei confronti del Cavaliere. Ricordo anche che allora un certo Vittorio Feltri stava dietro a Fini e non dietro a Berlusconi. Ma è storia vecchia.
Ancor più vecchia se per questo era la volontà, da destra, di liberarsi di colui che l'aveva sdoganata. Infatti già nel gennaio del 1995, a ribaltone avvenuto, L'Italia settimanale ancora diretta da Marcello Veneziani lanciava Fini e D'Alema contro i Dini e... i Berlusconi. Allora, infatti, praticamente nessuno a destra considerava il Cav. quale "suo" leader. Di più, quasi nessuno era convinto che Berlusconi avesse delle qualità "politiche". La sua leadership era considerata di "transizione" alla quale avrebbe seguito l'impegno del più "serio" Fini. Del resto, allora, anche Montanelli diceva che l'unico a destra che ne capiva di politica era Gianfranco...
Il 1999 fu l'anno in cui le strade dei due rappresentanti del Polo della Libertà sembrarono realmente dividersi. Purtroppo la scelta di Fini di far virare AN verso una linea più "anglosassone" insieme al liberaldemocratico Mario Segni non venne nè capita nè accettata dal popolo della destra e il progetto abortì. O meglio, come si è visto poi, demandato a tempi migliori. Tuttavia allora la scelta "conservativa" di Fini mi deluse e ancora oggi penso che sia stato sbagliato da parte sua fare dietrofront.
I veri leader si vedono non tanto nella tattica quanto nella strategia. E Fini come stratega è ancora un rebus. Ha un suo modo di agire, poco diretto, che procede per strappi progressivi, che non mi ha mai convinto. Nel '99 Fini aveva con sè un gruppo di personalità liberali, che non a caso guardavano al Partito repubblicano americano quale stella polare, da contrapporre all'Asinello di Prodi. Allora gran parte della destra, da Veneziani in giù, ironizzò tantissimo su questa scelta. Oggi la stella polare di Fini è Sarkozy e i finiani son son più liberali doc, ma transfughi della nuova destra, intellettuali senza un'identità politica precisa. Inutile dire che anche Berlusconi non è più quello di un tempo. Non è più l'imprenditore liberista-reaganiano riferimento delle partite IVA, ma un ducetto democratico, qualcuno dice "carismatico", che fa del pragmatismo statalista la sua arma vincente presso un'elettorato nazionalpopolare.
Ecco, mi sembra che dieci anni fa la nostra politica fosse più avanti di oggi. Non erano Bossi e Di Pietro a rappresentare le carte vincenti dei due schieramenti. C'era una discussione interna al centrodestra di cui Berluscone era ancora "primus inter pares" e non padrone assoluto. Se Fini avesse rotto allora, portando avanti l'elefantino con Segni, la destra non avrebbe vinto nel 2001, ma probabilmente l'Italia non si troverebbe nel caos politico e istituzionale di oggi. E dal quale sarà difficilissimo uscire, per tutti.




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