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    Predefinito Il giorno della vendetta

    Il giorno della vendetta

    Che schifo, caro lettore. Questa volta non uso mezzi termini. Sì, proprio schifo.
    Mi fa schifo, la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dal procuratore aggiunto di Bari Giovanni Colangelo e dai suoi sostituti della Procura di Bari nei confronti di Salvatore Stefio e Giampaolo Spinelli.
    Mi fa schifo, che venga chiesto nei loro confronti un processo con l'accusa di aver ingaggiato e inviato in Iraq come mercenari al servizio di una potenza straniera - è reato secondo l'articolo 288 del nostro codice penale - Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio Quattrocchi.
    Perché mi fa schifo? Ma ve lo ricordate, Fabrizio Quattrocchi? Quando nell'aprile del 2004 venne catturato dai terroristi iracheni a Bagdad insieme ai suoi compagni, fu colui che rifiutò la benda con cui gli assassini volevano coprirgli il volto prima dell'esecuzione, e gridò «adesso vedrai come muore un italiano» in faccia ai suoi carnefici, mentre i colpi degli incappucciati lo rapivano alla vita.
    È lo stesso Quattrocchi al quale il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi ha riconosciuto la medaglia d'oro al valor civile, per questo suo eroismo indubbiamente d'altri tempi.
    La massima onorificenza che possa essere attribuita a un privato cittadino, perché l'assassinio vile e barbaro di Quattrocchi era un atto terroristico a freddo contro l'Italia, recita la motivazione ufficiale.
    Ora badate bene, cari lettori.
    Quella medaglia d'oro fu già un atto di riconciliazione e di risarcimento dovuto, rispetto alle polemiche che immediatamente mezza sinistra antagonista e pacifondaia scatenò contro Quattrocchi e i suoi compagni.
    Testate come il Manifesto e Liberazione ospitarono titoli su titoli, degli esponenti dei partiti a loro cari che insultavano Quattrocchi e i suoi compagni dando loro dei mercenari, sicari prezzolati, servi dell'imperialismo americano e via proseguendo.
    Eravamo dunque convinti che con l'attribuzione del pubblico riconoscimento la polemica fosse da considerarsi chiusa, una volta per tutte.
    Ma ci sbagliavamo.
    Laddove persino la politica più priva di vergogna si ferma, in Italia, ecco che può esserci un pubblico ministero che si fa avanti raddoppiando le stesse accuse.
    E con ben altra eco e conseguenze.

    La bocca dell'ideologia
    Così capita alla Procura di Bari. Bisogna sempre aver rispetto del magistrato, chiunque egli sia, perché egli è la bocca della Legge. Questo insegnava un'antica massima, ai tempi in cui la giustizia veniva considerata la classica tutela del cittadino contro gli eventuali soprusi dello Stato o di terzi.
    Ma a parte il fatto che da anni col nuovo codice molti pubblici ministeri ci hanno abituato a considerarli, per le loro iniziative e le tesi espresse a sostegno dei loro provvedimenti e delle loro richieste, tutt'altro che bocche della Legge ma invece meri megafoni di partiti politici e tesi ideologiche, c'è poi un limite oltre il quale ogni idea di rispetto viene meno.
    Per lasciare il posto a un'amarezza sconfinata. In casi come questi, anzi, diciamola tutta: a un disprezzo assoluto.
    Al ripudio dell'idea stessa, che chi svolge la funzione di cercare - secondo il codice - elementi sia a carico che a discarico di un indagato, possa invece concepire e ridurre i propri atti nel procedimento giudiziario quali rumorosi interventi da una tribuna congressuale di partito.
    È ovvio ai più che un pm dotato di elementare buon senso avrebbe desistito dall'azione giudiziaria, di fronte a una medaglia d'oro concessa per una morte coraggiosa in faccia a un pugno di sanguinari terroristi.
    Ma ai pm di Bari no. La magistratura se ne fotte di tutto e di tutti, nel nostro Paese, figuratevi delle medaglie d'oro. E dunque tiè, ecco che i pm baresi gli operatori privati di sicurezza, quelle figure che nelle zone ad alto rischio sempre più hanno accresciuto la loro presenza visto che svolgono funzioni di tutela personale e di impianti che mal si coniugano con i ben diversi impegni, regole d'ingaggio e obblighi di rispetto di regole internazionali che spettano ai regolari corpi armati degli Stati nazionali e delle coalizioni internazionali, vengono disconosciuti nella loro vera natura - acclarata e descritta ormai in una copiosa letteratura internazionale, proprio grazie alla loro massiccia presenza nei teatri operativi iracheni e afgani - e ridotti invece alla ben diversa, spregevole e penal- mente perseguibile natura di "mercenari".
    Zeloti pagati dagli americani, che dunque non i terroristi tagliagole ma i legittimi resistenti iracheni - ricordate la definizione appioppata agli assassini jihadisti dalla Gip Clementina Forleo? questi di Bari sono della stessa pasta - facevano bene a eliminare.
    Altro che medaglia d'oro. Quattrocchi si è meritato i suoi proiettili. E i suoi compagni italiani della società Presidium bisognerà farli marcire in carcere, più e meglio di quanto abbiano saputo fare le belve che a Bagdad li avevano rapiti.

    Poi dice perché in Italia dilaga la protesta, perché Grillo acchiappa l'attenzione. No carissimo Ezio Mauro, secondo noi non è affatto perché Miss Italia dura in televisione quattro serate di fila, perché in politica parla la Brambilla, perché gli italiani sono rimbambiti dai famigerati servi del perfido incantatore Berlusconi, e via proseguendo con la riedizione delle invettive che un tempo - con altra grandezza e argomenti - spingeva il filone azionista italiano a dipingersi come straniero in patria, visto che gli italiani erano lazzaroni votati al borbonismo un giorno e al masaniellismo un altro. No. A tanti italiani viene tutto a noia anche perché persino a un morto da eroe in Italia pezzi di istituzioni - sono tali, i pubblici ministeri, ci ripugna dirlo per taluni, ma sono tali riservano sputi in faccia e calci alla memoria.

    Buoni solo da morti
    E lo fanno nei giorni in cui agenti militari del Sismi tornano in Italia feriti in azione da eroi anch'essi, loro che pure servono la Repubblica in divisa e dunque con tutt'altri obblighi e tutt'altre protezione dagli operatori privati di sicurezza.
    Eppure gli uni e gli altri, chi in divisa e chi no, una parte d'Italia li considera buoni solo da morti, e, se vivi, come avanzi da galera da assicurare ai penitenziari. Lo schifo è anche poco, di fronte a un atto simile. Tanto è l'odio politico che trasuda da quella richiesta di rinvio a giudizio, da smarrire ogni senso di patria e di comuni legami nazionali. In un gorgo di follia partigiana, che sogna di far giustizia di Bush e dei suoi schiavi nel pretorio barese.

    Oscar Giannino su www.libero-news.it del 28 09 07

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Processo agli eroi

    «Mercenari al soldo di una potenza straniera».
    Questo erano, secondo la procura di Bari, i quattro italiani rapiti in Iraq da una banda di terroristi islamici il 12 aprile 2004.
    Rapimento durato 56 giorni e durante il quale fu ucciso Fabrizio Quattrocchi, a cui l'allora capo dello Stato Ciampi conferì poi la medaglia d'oro al valor civile. Un riconoscimento, quello di Ciampi, al gesto che lo stesso Quattrocchi oppose ai suoi carnefici al momento dell'esecuzione, quando rifiutò la benda sugli occhi e si rivolse all'assassino con una frase divenuta storica: «Ti faccio vedere come muore un italiano».

    STRUTTURA PARAMILITARE
    In particolare, i magistrati chiedono il rinvio a giudizio per Salvatore Stefio - uno dei quattro rapiti assieme a Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e allo stesso Quattrocchi - e per il suo socio Giampiero Spinelli, titolari della società Presidium, con sede alle Seychelles, specializzata nella fornitura di servizi di sicurezza anche in Paesi ad alto rischio, come appunto l'Iraq. Secondo le conclusioni della procura - depositate la scorsa settimana dal procuratore aggiunto Giovanni Colangelo e rivelate dal settimanale L'Espresso la Presidium non si limitava a ingaggiare guardie del corpo o vigilantes addetti alla protezione di uomini e strutture per lo più civili. Ma agiva come una vera e propria struttura di intelligence paramilitare, che collaborava con altre simili società americane. Nel documento dell'accusa, si sostiene infatti che la stessa Presidium «si autodescrive come società leader nell'addestramento operativo in Paesi ad alto rischio» e offre «corsi di formazione per persone che vogliano intraprendere attività a dir poco peculiari quali la negoziazione per la risoluzione di rapimenti, controspionaggio, piani di evacuazione, ricognizioni, sminamento e bonifica nel territorio, combattimento nella giungla, in ambiente urbano, nel deserto, commandos, controterrorismo, controguerriglia e, addirittura, controsorveglianza, cioè tecniche per eludere la sorveglianza di altri bodyguard». Insomma, concludono i pm, un'organizzazione in grado di offrire servizi di attacco, non soltanto di difesa. E di fatto al servizio della coalizione militare guidata dall'esercito americano.

    «AL SERVIZIO DELLO STRANIERO»
    Stefio e Spinelli sono dunque accusati di aver violato l'articolo 288 del codice penale sull'arruolamento o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero: «Chiunque, nel territorio dello Stato e senza approvazione del governo, arruola o arma cittadini, perché militino al servizio o a favore dello straniero, è punito con la reclusione da tre a sei anni». Perché, secondo i magistrati, Stefio e Spinelli avrebbero appunto arruolato per la "missione irachena" proprio Agliana e Cupertino, e anche Dridi Forese, un ex alpino che alla fine non prese parte alla drammatica spedizione. Peraltro, nell'ambito della stessa inchiesta, il gip del tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis, su richiesta della procura, stabilì nell'ottobre 2004 a carico di Spinelli il divieto di espatrio per sei mesi: nelle motivazioni al provvedimento, il giudice aveva appunto definito i bodyguard italiani ««mercenari o, quantomeno, gorilla a protezione di uomini di affari in quel martoriato territorio», lanciandosi in giudizi del tipo «erano veri e propri fiancheggiatori delle forze di coalizione e questo spiega, se non giustifica, l'atteggiamento dei sequestratori nei loro confronti». Per inciso, il provvedimento fu annullato dopo pochi giorni dal tribunale del Riesame, che accolse nel merito la tesi difensiva.
    E De Benedictis, di fronte alla bufera scatenata dalle sue parole, sostenne di essere stato «frainteso». Nell'ordinanza, la procura di Bari ricostruisce poi la rete dei contatti tra la società di Stefio e Spinelli, i grandi con tractors statunitensi operanti a Bagdad e il governo provvisorio iracheno gestito da Paul Bremer: una ragnatela in cui risulterebbe dominante il ruolo della Dts, la società registrata nello stato americano del Nevada e al centro delle indagini condotte a Genova sull'arruolamento di Fabrizio Quattrocchi.

    Andrea Scalia www.libero-news.it pg 2

    -----

    Confesso la mia profonda ignoranza sulle leggi italiane ma tento di farmi capire ugualmente.

    Ora: abbiamo un “mercenario” preso e ucciso in Iraq assieme ad altri 3 compagni.
    Abbiamo un Capo dello Stato che conferisce la medaglia d’oro al valore civile a uno dei quattro per aver mandato a “vaffa” i suoi assassini – chi uccide a sangue freddo e senza processo è un assassino-.
    La motivazione al conferimento dell’onorificenza contiene anche il concetto che “l’assassinio” è stato un atto chiaro contro l’Italia.
    Quel Capo di Stato era anche Presidente del CSM e dunque Presidente dei Magistrati italiani.
    Ora il Presidente è cambiato, ora è Lui il nuovo Presidente dei Magistrati, ora è Lui che deve chiarire chi, fra il suo predecessore e i pm baresi ha ragione e chi ha torto.
    E pretendere che chi ha torto paghi.

    In nome del popolo italiano

    saluti

 

 

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