Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    Bart Colleoni
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    Predefinito Myanmar Birmania e popolo Karen

    Pur cercando in giro per un po' non sono ben riuscito a comprendere al di la dei soliti buonismi democratici da MTV quale sia la reale situazione politica del paese,mi spiego so che l'attuale giunta militare ha preso il sopravvento su una precedente giunta di stampo socialista nazionale,la quale aveva posto in essere tutta una serie di riforme quali socializzazioni ed interruzioni dei rapporti di libero scambio,in seguito ad un colpo di stato la leadership nel paese è cambiata a quella odierna,hanno indetto poi delle elezioni in cui il partito democratico era stato trionfatore,elezioni però mai tenute in considerazione,quello che ora però non riesco a comprendere è l'inclinazione politica della giunta ora al potere,allo stesso tempo non mi torna la scelta di cambiare il nome al paese,nonchè la sua capitale,propio per dare una sembianza più politicamente corretta nel rispetto delle minoranze,salvo poi continuare a perpetrare sistematicamente con bombardamenti omicidi stupri e fucilazioni il genocidio del popolo Karen(per inciso nessun tribunale internazionale l'ha mai, credo,condannato ufficialmente per cui questo puo' benissimo essere che non esista chi lo volesse negare quindi ne ha tutti i diritti legali).C'è qualcuno in grado di illuminarmi?
    Una postilla,per il bene della discussione,visto che si tratta di una lotta democratica molto di tendenza,prego eventuali fan di Bono nonchè rivoluzionari da MTV di evitare di postare banalità...grasie!

  2. #2
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    Predefinito

    Questa è una recente intervista di Peacereporter a Saw Madho Mahn Sha leader degli indipendentisti karen.
    A questa intervista che non commento voglio soalmente aggiungere che da anni esiste tra Myanmar e Giappone un accordo commerciale per cui proprio per il territorio karen dovrebbe passare (e se non mi risulta male lo stanno costruendo da diversi anni) un oleodotto giapponese per il trasposto di gas naturale.

    Myanmar (ex-Birmania) - Thailandia - 23.10.2006
    Una speranza per i Karen
    Parla il leader politico degli indipendentisti Karen che combattono il regime birmano



    Il 15 settembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato l'iscrizione della questione birmana nella sua agenda formale. La mozione, passata con il voto contrario della Cina, è un passo politicamente rilevante perché consente alla comunità internazionale di mettere "sotto osservazione" la situazione del Myanmar (ex Birmania): in particolare le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dalla giunta militare al potere ai danni degli oppositori democratici e delle minoranze, Karen in primis.
    A questo proposito, e in generale sulla situazione del problema Karen, abbiamo incontrato e intervistato Saw Padho Mahn Sha, segretario generale dell'Unione Nazionale Karen (Knu), il braccio politico della guerriglia Karen che da decenni combatte contro il governo di Yangoon per uno Stato Karen indipendente.


    Scritto per noi da
    Federico Saracini

    Saw Padho Mahn ShaPomeriggio di calura post-temporalesca nella cittadina di Mae Sot, in Thailandia, al confine con il Myanmar. Dopo un breve viaggio attraverso le stradine periferiche della cittadina frontaliera, costeggiando baracche di legno e lamiera che ospitano immigrati clandestini e derelitti della società tailandese, giungiamo a destinazione. Un cancello verde si apre dinnanzi a noi e una grande casa accoglie il nostro pick up giapponese. Saw Padho Mahn Sha ci viene incontro scendendo una lunga scalinata. Porgendomi la mano nella tipica maniera Karen – sostenendosi il braccio destro con la mano sinistra – mi prega di dare inizio alla nostra chiacchierata.

    Parliamo subito delle novità più recenti. Cosa ne pensa della mossa delle Nazioni Unite nei confronti del Myanmar?
    Le Nazioni Unite ci offrono una grande possibilità richiamando l’attenzione della comunità internazionale sulla nostra triste vicenda. Per la prima volta la questione è stata messa in agenda e questo evento ci permette di compiere importanti passi in avanti. La giunta militare birmana dell’Spdc (State Peace and Development Council) dovrà porre più attenzione alle proprie mosse. E al tempo stesso noi abbiamo l’occasione di farci ascoltare da una platea più ampia.

    bambini karen ©J. Redfern-UnhcrPerò giungono notizie di movimenti di truppe dell’Spdc nel nord della vostra regione, nel Myanmar orientale. C’è comunque uno spiraglio per delle negoziazioni?
    I movimenti delle truppe del Tatmadaw, l'esercito birmano, ci preoccupano. Da parte nostra abbiamo tentato più volte un approccio dialettico con il governo birmano, ma la loro posizione è ferma nel non voler attivare seri dialoghi di pace. Soprattutto adesso che hanno dichiarato decaduto il “gentlemens agreement” del 2004. Senza accordi politici è impossibile pensare alla costruzione di uno Stato Karen autonomo e pacifico. Ma noi siamo pronti anche a combattere. D’altronde lo facciamo da decenni. Abbiamo a disposizione circa 10-12.000 uomini ben addestrati nelle file del Knla, il Karen National Liberation Army (ma fonti di organizzazioni presenti sul territorio dicono essere composto da 5-6.000 uomini, NdA).

    Che cosa può dirci riguardo al popolo Karen che vive e lavora entro lo Stato birmano, per esempio a Rangoon? Crede che siano ancora interessati alle vicende politiche del vostro popolo?
    I Karen che vivono nelle città controllate dall’Spdc, o che lavorano per il governo, continuano a sentirsi Karen, non cittadini birmani! Anch’essi subiscono quotidianamente l’onta di appartenere a una minoranza etnica non riconosciuta. A loro toccano i lavori di medio-basso livello. Anche quelli che per necessità si trovano schierati entro le file dell’esercito non potranno mai aspirare a posizioni di rango elevato. Siamo un popolo discriminato e questo ci fa mantenere coscienza della nostra origine. Anche dopo lunghi anni di tentata “birmanizzazione” (entro lo Stato birmano gli appartenenti a minoranze etniche non possono per esempio parlare o studiare la propria lingua d’origine, né tantomeno hanno l’opportunità di coltivare la propria cultura, NdA).

    insedimento karen. ©J. Redfern- UnhcrPensa che la politica di reinsediamento portata avanti dall’Alto Commisariato delle Nazioni unite per i Rifugiati sia una soluzione positiva? La guardo favorevolmente perché offre una possibilità al popolo Karen di vivere e crescere in pace. Certo non è facile per una famiglia lasciarsi dietro il proprio Paese ed emigrare lontano. Ma è anche vero che molti di coloro i quali vivono nei campi profughi disseminati lungo il confine tra il Myanmar e la Thailandia hanno già abbandonato da lunghi anni le speranze di poter far ritorno alla propria terra natale. Ricordiamoci che mentre parliamo, il Tatmadaw sta portando avanti i suoi quotidiani atti di genocidio verso il nostro popolo.

    Eccoci ad un punto importante. Ha usato il termine “genocidio”. Sa che molti sono scettici circa l’uso di questa parola in modo troppo arbitrario? Di arbitrario io vedo solo le quotidiane uccisioni della nostra popolazione civile. Le distruzioni di interi villaggi abitati da povera gente. Le razzie dell’esercito. Le costrizioni al lavoro forzato attraverso cui l’esercito costruisce nuove strade per un più facile accesso al nostro territorio. E lei mi viene a dire che l’utilizzo di questo termine da parte mia sarebbe arbitrario?

    Come vede il futuro per il suo popolo?
    Sono fiducioso. Sentiamo che qualcosa di importante si sta muovendo e crediamo fortemente in un esito positivo nel futuro prossimo. Come torno a ripeterle, l’attenzione che è stata posta su di noi dalle Nazioni Unite ci fa ben sperare ed è importante che ogni Paese che abbia a cuore la pace nel mondo contribuisca ponendo attenzione sulla nostra tragedia.

    Il suo sguardo però tradisce della preoccupazione. E’ un momento delicato. Per il popolo Karen si prospettano settimane difficili e lui lo sa.

    A luta continua

  3. #3
    Bart Colleoni
    Ospite

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    Non sapevo nulla riguardo agli accordi commerciali con il Giappone,ovviamente la cosa non mi stupisce per nulla.

  4. #4
    Bart Colleoni
    Ospite

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    .

  5. #5
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  6. #6
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    Karen pronti alla battaglia

    Karen pronti alla battaglia

    Ore decisive per la Birmania. Quello che avverrà poi, lo vedremo in seguito
    Il mondo si accorge che esiste la Birmania. Uno dei meriti della protesta sacrosanta dei monaci della capitale e delle principali città del Myanmar è innanzitutto questo. L’attenzione del mondo si concentra su questo angolo del sud est asiatico, scosso dalla più imponente manifestazione degli ultimi venti anni. E per tutti gli attori, diventa così più difficile agire senza dare nell’occhio, senza scatenare reazioni nelle coscienze delle “pubbliche opinioni” delle nazioni democratiche.

    Fare pronostici su chi vincerà questo pericoloso braccio di ferro (i rigorosi monaci interpreti dell’esasperazione di un intero popolo o i paranoici gerontocrati in stellette rinchiusi nella finta capitale Naypidaw) è difficile.

    C’è chi sostiene che vinceranno i generali, soffocando la rivolta nel sangue, nella repressione di cui sono maestri, o semplicemente facendo valere il peso delle minacce nei confronti di gente che conosce la brutalità e la capillare efficienza della macchina poliziesca del regime. C’è chi è invece certo della vittoria dei manifestanti, forti appunto di una solidarietà ideale del resto del mondo e dello spettro di nuove sanzioni economiche prospettate dall’Occidente al regime.

    “Popoli” guarda con attenzione all’evolversi della situazione. E’ normale che chi si occupa da qualche anno di portare aiuti umanitari ad una etnia perseguitata dalla giunta militare speri che l’aggressore venga indebolito, messo in crisi, ridimensionato dalla dissidenza interna. A “Popoli” interessa innanzitutto la sicurezza e la libertà per i Karen, che in questo momento sono ancora negate dai generali birmani.

    Ma siamo consci del fatto che questa sfida, chiunque ne sia il vincitore, porterà probabilmente nuovi drammi per le orgogliose genti delle colline dell’est.

    Personalmente, e forse troppo ottimisticamente, ho la sensazione che il regime abbia il tempo contato. Ci sono due motivi per cui mi lascio andare a tale speranza (conscio però di poter essere smentito nelle prossime ore da qualche decisione forsennata dei vecchi di Naypidaw). Il primo è l’atteggiamento dell’esercito in questa fase della protesta. Straordinariamente pacato negli interventi. Cinque, dieci morti, forse venti e qualche centinaio di arresti dopo diversi giorni di agitazioni sono un bilancio incredibile, in un paese in cui quotidianamente le forze armate investono i villaggi dell’est incendiando, stuprando e uccidendo.

    La grande manifestazione del 1988, alla quale parteciparono soprattutto studenti universitari e lavoratori di Rangoon, venne stroncata immediatamente dai fucili dei soldati: allora non si sparò in aria per disperdere i manifestanti. Si mirò alle teste dei birmani che osavano chiedere maggiore libertà. Diverse centinaia di vittime, c’è chi parla addirittura di 3000 morti. L’ odierna cautela dell’esercito potrebbe essere il prezzo pattuito per un passaggio di potere che risulti indolore per i vecchi generali.

    L’altro elemento che mi fa sperare in un non lontano cambiamento ai vertici dello stato è la presa di posizione della Cina, principale e indispensabile angelo custode della giunta militare.

    Pechino ha auspicato una ragionevole soluzione della crisi, invitando di fatto il governo di Rangoon ad evitare eccessive violenze. Non credo che la raccomandazione sia scaturita dal fastidio della leadership cinese per la vista del sangue (chiedete ai tibetani o ai dissidenti interni), quanto dalla considerazione che la Birmania, rappresentando un buon partner commerciale e un alleato strategico importante, va resa “presentabile” agli occhi delle altre potenze, USA in testa, con cui Pechino ha interesse a dialogare. Non va scordato che le Olimpiadi sono alle porte, e che l’ormai capitalista Cina cura molto il “look”.

    Il business, credo, vincerà la sfida. India, Cina, Tailandia, Singapore, Israele, più alcune importanti multinazionali occidentali hanno grandi interessi nel “paese delle mille pagode”.

    Il rischio di incontrare ostacoli di carattere diplomatico, problemi di immagine e legali (sanzioni) è forte, d’ora in avanti. Prima della marcia dei monaci tutti facevano quel che volevano, all’ombra del potente “Tatmadaw”, l’esercito birmano.

    La Unocal (l’azienda californiana amica dei Talebani durante la guerra che le milizie filo pachistane, foraggiate dal Dipartimento di Stato USA, conducevano contro il comandante Massoud) è da molti anni socia dei generali birmani. Il gasdotto di Yadana, costruito in partnership con la Total, attraversa territori “ripuliti” dalla presenza dei legittimi abitanti (Karen e altre etnie) grazie a violente azioni dei soldati di Rangoon.

    Israele da circa venti anni vende armi e “servizi” a esercito e sbirri birmani: si vede che la solidarietà, tra massacratori di popoli originari, è d’obbligo.

    New Delhi sta riempiendo gli arsenali del Myanmar in cambio del gas birmano, di cui la frenetica economia indiana ha estremo bisogno.

    Singapore ha stipato le sue banche di narcodollari provenienti dalle tasche dei trafficanti birmani e dei loro protettori in divisa. E la Tailandia (fedele alleato degli Stati Uniti) firma con Rangoon accordi milionari per costruire dighe e impianti idroelettrici sui fiumi che attraversano le terre dei Karen, destinate ad essere sommerse dalle acque.

    Non è escluso quindi che tutte le componenti della ambigua economia birmana premano sul governo perché questo inizi a considerare la possibilità di un negoziato con le forze democratiche. Per evitare danni alle loro redditizie imprese. E per continuare, in regime liberale, a rapinare le ricchezze del Myanmar, questa volta con altri complici.

    Infatti, i monaci stanno forse porgendo (più o meno inconsciamente) su di un piatto d’argento il Paese alle fameliche oligarchie britanniche, statunitensi e apolidi. C’è un forte legame che unisce la principale figura della dissidenza, Aung San Suu Kyi, alla Gran Bretagna. I circoli influenti, quelli della “esportazione della democrazia” a tutti i costi, sono particolarmente eccitati, in queste ore.

    E anche questo ci piace poco. Non ci pare infatti che le democrazie occidentali siano istituzioni particolarmente attente alle istanze fondamentali dei popoli che desiderano vivere preservando la propria specificità culturale.

    Se la piazza dovesse vincere, se il regime si dichiarasse disponibile a trattare con l’opposizione, se si preparasse un graduale cambiamento degli assetti politici, probabilmente nel giro di alcuni mesi verrebbe disegnata una “road map” verso la democrazia. Immaginiamo folle di “esperti” occidentali indaffarati a ristrutturare il sistema giudiziario, legislativo, economico del Paese. Sarebbero molto probabilmente ex dipendenti della Unocal e della Total, ex funzionari dell’antidroga statunitense impiegati per molti anni in Birmania in finte campagne di distruzione dell’oppio. O magari vecchi importatori svizzeri di rubini color “sangue di piccione”.

    Cosa succederebbe ai Karen in cerca di autonomia ? Verrebbero forse bloccati i progetti milionari che violentano la loro terra ? Verrebbero forse chiuse le fabbriche di eroina e di anfetamine contro le quali si sono così coraggiosamente battuti per tanti anni ? Verrebbe riconosciuto loro il diritto di chiamarsi “nazione” ?

    Temo che se dovessero continuare ad avanzare le loro legittime rivendicazioni, rifiutandosi magari di deporre le armi, da “combattenti della libertà”, come vengono ora definiti poiché si oppongono ad una dittatura, diventerebbero, per il baraccone mediatico internazionale governato dai soliti sovrani senza patria ne’ etica, dei “signori della guerra”, ovvero elementi terroristici che incomprensibilmente rifiutano le allettanti promesse della democrazia. Autodeterminazione, identità, tradizione: cosa sono per i freddi burocrati del parlamentarismo d’assalto ?

    Ma lasciamo la dimensione dei pronostici fantasiosi e torniamo ad oggi.

    I Karen, dimostrando ancora una volta una indole saggia e poco incline allo sciacallaggio, sono fermi, nella giungla, in attesa dello sviluppo della situazione. Agire subito con le armi avrebbe significato provocare i generali, costringere il regime ad una risposta violenta, avrebbe esposto i manifestanti al rischio di un bagno di sangue. Hanno invece fatto sapere che sono pronti (l’ordine è già arrivato ai comandanti operativi del KNLA), assieme alle truppe di altri gruppi etnici, a scatenare una grande offensiva contro il Tatmadaw in caso di repressione violenta della protesta dei monaci, nelle prossime ore.

    Non resta, per il momento, che attendere. Da parte nostra auspicando intanto la fine di una casta di macellai, trafficanti di droga, avidi affaristi senza scrupoli che ha affamato il suo popolo. La democrazia non c’entra. Vi sono stati nella storia regimi non democratici che hanno goduto del reale consenso popolare. Che hanno creato stati etici. Che hanno messo al primo posto il bene della nazione. Che hanno sfidato e combattuto le oligarchie criminali. Non è certo il caso della giunta birmana. Ne’ delle nazioni che in queste ore alla giunta stanno facendo la ramanzina, fingendo di non vedere quanto in fondo le assomiglino.

    Quel che verrà poi, è un’altra pagina di storia. Che “Popoli” spera verrà scritta dai Karen con lo stesso rigore, la stessa onestà e chiarezza di ideali che hanno accompagnato durante gli ultimi sessant’anni la loro lotta per la libertà.

    F.Nerozzi

    http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=9632

  7. #7
    Chaumette
    Ospite

    Predefinito

    La Birmania in Italia c'è tutti i giorni con la comunità cinese aggredita, le campagne terroriste anti rom , anti immigrati, le bastonate in testa a chi dissente al regime, alla tav, alla sporca guerra, alle basi usa e persino ai pensionati che chiedevano davanti al palazzo di prodi e bush pensioni dignitose.Fermare gli eccidi e le atrocità usa! Basta repressioni e razzismo!Giustizia per Carlo Giuliani ed i dissidenti torturati!Libertà per i comunisti arrestati!http://it.youtube.com/watch?v=Hks5n0...elated&search=

 

 

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