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Discussione: La religione dei Celti

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    Predefinito La religione dei Celti

    La religione dei Celti

    1 gennaio 2000 | Autore: Lodovico Ellena



    All’incirca all’inizio del primo millennio avanti Cristo i Celti fecero la loro comparsa tra il Mare del Nord, il Reno, le Alpi ed il Danubio. Il periodo della loro massima diffusione fu tra il VI ed il IV secolo avanti Cristo, in cui attraverso la Francia raggiunsero Spagna e Portogallo indi le isole britanniche e l’Irlanda, mentre in Italia occuparono la Valle del Po, la Puglia e la Sicilia giungendo infine in Grecia, dove nel 279 a.C. saccheggiarono Delfi: da lì giunsero a toccare l’Asia Minore.

    Il termine Celti aveva per gli antichi differenti significati; per i Romani questi erano i Galli, per i Greci erano i popoli dell’Anatolia, questo in quanto i CeltiDe bello gallico, in quanto questa veniva utilizzata prevalentemente per dediche alle divinità, iscrizioni funerarie o per indicare limiti e confini. Tutta la loro conoscenza veniva tramandata oralmente dai druidi spesso in forma poetica, soprattutto in quanto era ritenuto fondamentale abituare i giovani aspiranti druidi all’allenamento mnemonico ed in secondo luogo per non divulgare il sapere presso il popolino: ma di ciò si dirà più avanti. nella loro espansione diedero vita a gruppi etnici assai differenti tra loro. Una delle prime particolarità che li riguardava fu l’utilizzo a fini puramente pratici della scrittura, lo affermò tra gli altri anche Giulio Cesare nel
    Lo storico e geografo greco Strabone ricordò l’uso che suscitava orrore tra greci e romani del taglio delle teste del nemico vinto in battaglia, così come quello del sacrificio umano ad opera degli stessi druidi: scopo di quest’ultimo quello di placare gli dèi. Cesare aggiunse che in alcune etnie era invece uso bruciare vivi i colpevoli di delitti in “grandi gabbie di vimini a forma umana” (1).
    Le divinità celtiche vennero, come sempre accadeva, identificate con le divinità del pantheon romano; gli studi in merito hanno comunque portato a concludere che non si è certi sia possibile affermare l’esistenza di un vero e proprio pantheon celtico valido per tutte le etnie, anche e soprattutto perché l’identificazione data dai Romani non sempre fu coerente, tanto che generò tra gli studiosi non poche incertezze. E’ quindi possibile affermare con un buon margine di sicurezza che la ricostruzione di un vero e proprio pantheon celtico è quanto meno problematica. Figura centrale anche in questo campo quella del druido; una definizione approssimativa può tradurre la parola druido con sacerdozio; anche se altre interpretazioni lo traducono invece con molto esperto o esperto della quercia, resta certo invece che tale casta fosse una vera e propria élite intellettuale che praticava la conoscenza.
    La formazione culturale dei druidi poteva durare fino a vent’anni ed era appunto fondata sull’apprendimento mnemonico per due ordini di ragioni: in primo luogo per abituare il neofita a non contare troppo sugli scritti e quindi impigrirsi, in secondo luogo al fine di evitare che il popolo venisse a conoscenza del sapere e della conoscenza “esoterica” druidica. Ancora Cesare fece sapere che il centro più importante di irradiazione culturale celtica fu la Britannia. Sembra altresì certo che anche la metempsicosi entrasse tra le competenze dei druidi, che peraltro mantenevano con i capi un rapporto di non concorrenza, anche se spesso in realtà ne ispiravano le azioni: la loro autorevolezza consentiva inoltre ai druidi di parlare prima degli stessi capi, e fu proprio dettaglio questo che preoccupò a tal punto i Romani da imporre durante il processo di romanizzazione della Gallia l’abiura della “religione druidica” per quei Galli che avessero voluto diventare cittadini romani.
    Altre figure di rilievo nella società celtica erano i bardi ed i vati; secondo alcuni studiosi il bardo altro non sarebbe stato che il druido durante la celebrazione di imprese eroiche, così come il vate sarebbe ancora stato il druido nel momento della interpretazione della volontà divina. E’ però idea di altri studiosi che le tre caste rappresentassero invece tre differenti gradi gerarchici di tre ben distinte e rispettive classi sociali. L’ipotesi di un’origine indoeuropea della cultura celtica viene invece oggi ampiamente accetta dal mondo accademico, tanto che “è anche possibile intravedere un retaggio culturale della cultura indoeuropea nel timore dei Celti che il cielo crollasse loro sulla testa” (2), timore fondato dall’idea che questo fosse di pesante pietra e che il medesimo potesse un giorno crollare pesantemente sull’umanità.
    Quel che oggi appare invece certo è il fatto che gli accademici da qualche tempo sono anche concordi nel parlare del fatto che “in quasi tutti gli autori greci e latini è fortissimo il pregiudizio [in quanto] essi pongono in rilievo tutto ciò che vi appariva barbarico e incivile” (3), fatto da non poco se si considera che l’idea generica e comunque negativa dei “barbari” assimilata per secoli a scuola ha formato generazioni di studenti con tale convinzione. Fu comunque anche e soprattutto la cristianizzazione a disperdere l’antico patrimonio culturale trasmesso oralmente dai druidi ma, ad esempio in Irlanda, i prìncipi convertiti non rinunciarono all’idea di essere discendenti di un dio, come da idea tradizionale.
    A proposito di dei Lucano ricorda alcuni dei costumi religiosi sacrificali dei Galli; Teutates (identificato con il romano Mercurio) veniva placato mediante la coercizione di un uomo la cui testa veniva immersa in una tinozza piena d’acqua, mentre Esus (Marte) lo si placava appendendo un uomo ad un albero e facendolo morire dissanguato, infine Taranis veniva soddisfatto bruciando uomini vivi in un bacino di legno. Non si scordi ad ogni modo che, per quanto aberranti siano potuti sembrare tali costumi agli occhi dei Romani, proprio questi ultimi andavano in delirio assistendo ai cruenti scontri di gladiatori o a massacri “in diretta” di cristiani da parte di animali selvaggi e feroci, e che ciò accadde ancora molti secoli dopo.
    “L’opinione pubblica vedeva nei Celti l’espressione di tutto ciò che [era] negativo, crudele, barbarico, incivile e, quindi, anche sciocco, irrazionale, bestiale, e spesso sostanziava tali giudizi con riferimento a specifici usi valutati, però, in maniera del tutto astratta ed avulsi dal loro contesto culturale o, addirittura, interpretati in maniera arbitraria e scorretta” (4). Non a caso ancora Strabone descrisse come i Celti usassero conservare le teste dei nemici vinti in battaglia unte d’olio per mantenerle integre, e sottolineò il fatto che non le avrebbero cedute a chicchessia nemmeno a peso d’oro. Ma ciò derivava dalla credenza che il cervello fosse la sede dell’anima e che quindi – almeno oggi si ipotizza ciò – la conservazione della testa fosse un modo per impedire la rinascita tramite metempsicosi.
    E’ interessante rilevare che l’idea di rinascita da un corpo all’altro non era strettamente vincolata agli uomini, bensì ciò era ritenuto possibile anche da uomo ad animale o ad oggetto inanimato; altresì và aggiunto che l’uso di mozzare teste era retaggio di una credenza assai più antica.
    Cicerone ricordò invece sempre in forma denigratoria, come descritto anche da Cesare, il sacrificio umano in cui ladri o assassini, ma in mancanza anche gente comune, venivano arsi vivi in enormi figure umane intrecciate di vimini: peraltro “questo uso che tanto offendeva la coscienza degli autori greci e romani, non [era] in realtà affatto ignoto nemmeno alla loro civiltà” (5). Infatti il governo di Roma nei momenti di maggiore difficoltà aveva più volte praticato questo rito spesso senza renderlo pubblico, sacrificio peraltro in uso tanto in India quanto nella cultura iranica, come presso i Germani ed i Balti o nelle cultura pre-colombiane e anche nel civilissimo mondo greco. Si pensi che proprio nella periferia di questo era in uso una singolare forma di sacrificio (il pharmakòs) che prevedeva tra l’altro sferzate di rami di fico sul membro per almeno sette volte dopo che il malcapitato era stato disseccato dalla fame. E ancora in Ionia “un infelice, ridotto all’estremo della miseria e della disperazione, veniva arruolato dalla città per essere sacrificato, con disumane torture, come capro espiatorio di tutte le colpe dei cittadini, dopo aver goduto per un anno di cibo abbondante e di vari piaceri”.(6) Il sacrificio umano era quindi ampiamente praticato sotto varie culture e oggi l’idea degli accademici è che spesso venisse censurato, ovvero si parlasse solo di alcuni di quelli in uso tra i Celti e non di altri, forse proprio perché ricordavano troppo costumi analoghi di romani e greci.
    La religione celtica era comunque indubbiamente volta ad ottenere il successo in questa vita e su questa terra; si richiedevano buona salute, mandrie abbondanti, lunga vita, figli obbedienti e riti e sacrifici erano praticati per ottenere dagli dei questi favori. Della morte le testimonianze galliche lasciano invece intuire un’immagine disperata. Precisando comunque che sulla cultura celtica il mondo accademico tende a sostenere che non esistono fonti del tutto soddisfacenti, và aggiunto che le notizie inerenti sono spesso frammentarie e a volte assai controverse, come quella con cui concludiamo.
    Un ecclesiastico inglese del XIII secolo, Giraldo di Cambrai, compì un viaggio nell’Ulster in Irlanda e descrisse un episodio legato al rito di un’investitura regale a cui aveva personalmente assistito: per molto tempo il racconto fu ritenuto fantastico (e da alcuni accademici lo è tuttora), ma uno studioso tedesco, F.R. Schroder, scoprì che nel mondo indiano un’analoga cerimonia aveva luogo in tempi antichissimi. Questo il racconto: “Vi sono cose che […] il pudore suggerirebbe di tacere. […] C’è, dunque, nella zona più settentrionale dell’isola, cioè a Kenelcunnil, una tribù che suole intronizzare il suo re con una cerimonia barbara e abominevole. Radunatasi in un posto tutta la gente del luogo, si fa venire una giumenta candida. E allora colui che verrà elevato non certo a re bensì ad animale, non certo a sovrano bensì a criminale, bestialmente innanzi a tutti si accosta all’animale e con imprudenza pari all’impudenza manifesta la sua natura bestiale. Subito dopo la giumenta viene uccisa e bollita a pezzi, e in quella stessa acqua gli viene preparato il bagno. Quivi egli mangia di quella carne, circondato dal popolo, che ne mangia anch’esso. Del brodo, in cui fa il bagno, egli ne beve non una coppa o con la mano, ma solo succhiando con la bocca tutto intorno. Compiuta questa cerimonia secondo la tradizione (ma non secondo vera giustizia), il suo potere di sovrano diviene definitivo” (7). Il racconto suscitò molto sconcerto, ma fu in seguito la conoscenza della letteratura irlandese che potette parzialmente spiegare il rito: il concetto reiterante era infatti che poteva diventare re soltanto chi si fosse unito fisicamente ad una bella fanciulla recante il nome di un’antica dea pagana o chiamata proprio Irlanda, in questo caso materialmente rappresentata da una cavalla.


    Note


    1) Filoramo-Massenzio-Raveri-Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Ed Laterza, pag. 85, Bari 1998.
    2) Filoramo-Massenzio-Raveri-Scarpi, op. cit. pag. 94.
    3) Enrico Campanile, Le religioni antiche (a cura di G. Filoramo), ed. Laterza, pag. 606, Bari 1994.
    4) Enrico Campanile, op. cit., pag 613.
    5) Enrico Campanile, op. cit., pag. 617.
    6) E. Campanile, op. cit., pag. 619.
    7) E. Campanile, op. cit., pag . 627.





    (Tratto da: La religione dei Celti | Lodovico Ellena)
    "C'era un Tempo in cui l'uomo viveva accanto agli Dei..poi la predicazione galilea ci porto' il deserto del nulla...e infine caddero le tenebre della modernità"



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    Predefinito Rif: La religione dei Celti

    La civiltà celtica

    1 gennaio 2000 | Autore: Michele Fabbri




    La storia dei Celti è un argomento affascinante che riesce ad appassionare anche il grande pubblico e su questo tema si è aperta la strada a filoni culturali che vanno dalla fantarcheologia a ricostruzioni arbitrarie ad uso commerciale. Ma non manca, naturalmente, una letteratura storica di grande rigore scientifico: uno degli studi più seri e qualificati sulla materia è La civiltà celtica di F. Le Roux e C.J. Guyonvarc’h.
    Com’è noto i Celti, pur occupando vastissime aree dell’Europa centrale e occidentale, non furono in grado di creare una grande entità statuale e gli antichi greci e latini li confondevano coi Germani. Sulle origini dei Celti si può affermare con certezza soltanto che appartengono al mondo indoeuropeo e che le prime testimonianze greche risalgono al VI° secolo a.C., quando i Celti risultano già stabilmente insediati. I progressi delle scienze archeologiche hanno gettato luce sulle fasi più antiche (Halstatt, La Tène), ma il moltiplicarsi di studi, recentemente intrapresi anche in molti paesi dell’Est, rende sempre più arduo un lavoro di sintesi. Altrettanto complesso è lo stato degli studi linguistici a causa della frammentazione dialettale delle lingue celtiche moderne e dello scarso numero di studiosi di celtismo. È certo però che alcune delle più grandi città europee portano nomi celtici: Parigi, Londra, Ginevra, Milano, Nimega, Bonn, Vienna, Cracovia, Bologna…
    Le fonti classiche riportano racconti di viaggio dei navigatori greci e narrano della continuata situazione di conflittualità fra i Romani e i Celti nella pianura padana, ma l’unico autore che ha lasciato un’ampia descrizione dei Celti è Cesare nel De bello gallico. La testimonianza di Cesare, seppur significativa, osserva la civiltà celticaletteraturaantichità celtica. solo nella sua fase finale e comunque Cesare scrive una relazione militare in cui le notizie etnografiche hanno un ruolo secondario. Le iscrizioni celtiche sono numerose, ma hanno un carattere frammentario e quasi mai formano frasi complete e le iscrizioni ogamiche risalgono solo al VI° secolo della nostra epoca. Altri elementi si possono desumere dalla letteratura medievale che ha in qualche misura trasmesso elementi della mitologia celtica, anche se talvolta in forma cristianizzata. La medievale irlandese ha lasciato cicli mitologici, eroici, storici dai quali si è poi sviluppata la letteratura “ossianica” del periodo romantico. Quest’insieme di fonti pone notevoli problemi metodologici nello studio della civiltà celtica, infatti lo studio delle testimonianze continentali appartiene alle scienze dell’antichistica, prevalentemente archeologiche ed epigrafiche, mentre lo studio delle fonti insulari, soprattutto irlandesi, presuppone conoscenze medievistiche di paleografia, linguistica, filologia e agiografia. Occorre dunque incrociare questi campi di ricerca e trarne una sintesi per tracciare un quadro dell’
    L’archeologia ha fissato l’apogeo della civiltà celtica nel periodo di La Tène: dal 500 a.C. fino all’arrivo di Cesare in Gallia. In questo periodo si nota anche l’insorgere di un’arte caratteristica, lineare e decorativa che, pur ispirandosi a modelli greci, si rivela vivace ed originale. Fra il 200 e il 50 a.C. i Romani conquistano quasi tutti i territori occupati dai Celti: la fine dell’indipendenza celtica assume un carattere precipitoso. Eppure la presenza dei toponimi celtici è frequente in tutta Europa e in Francia non c’è una frontiera provinciale o dipartimentale o vescovile, che non abbia un’antica giustificazione risalente, attraverso il Medioevo, fino al periodo gallico. Come si è detto, gli antichi a volte confondevano Celti e Germani e in effetti ci sono parole di origine celtica entrate nella lingua tedesca: ad esempio la parola Reich (impero). Quando era possibile gli intellettuali Greci e Romani usavano definizioni miste per identificare in modo più completo la popolazione di cui parlavano: Celto-Traci, Celto-Sciti, Celto-Liguri. Cesare, infine, riesce a operare una chiara distinzione fra Celti e Germani.
    A causa della difficoltà di dare una definizione antropologica univoca del tipo celtico, bisogna concludere che i Celti hanno rappresentato una minoranza aristocratica e guerriera: questa è, ad esempio, l’impressione suscitata dall’epopea irlandese. Cesare ha lasciato una descrizione della civiltà celtica che ricalca il tradizionale schema tripartito degli indoeuropei: sacerdoti, guerrieri, artigiani. La classe sacerdotale dei druidi è al vertice della scala sociale. I re erano generalmente eletti ed erano considerati più degli equilibratori della ricchezza che i detentori di poteri civili e militari, e comunque la loro autorità era soggetta al controllo dei druidi e anche per questo il re dispone di uno scarso numero di funzionari. L’archetipo del sovrano celtico è colui che, grazie a una buona amministrazione, può permettersi di donare senza rifiuto alcuno, mentre cattivo re è chi grava i suoi sudditi con imposte e tasse senza alcuna contropartita. L’organizzazione statuale dei Celti è sempre rimasta allo stato tribale: il patriottismo celtico non ha mai superato i confini del territorio locale, infatti le tribù celtiche non disdegnavano alleanze coi Romani o coi Germani per attaccare tribù confinanti: questo è il limite più grande della civiltà celtica e ne determinerà la scomparsa. La frantumazione territoriale celtica deriva dal fatto che i Celti consideravano come cellula sociale fondamentale il clan che poteva contare al massimo qualche migliaio di persone; al di là del clan potevano essere riconosciuti solo vincoli di alleanza a carattere personale che ricordano quelli del mondo feudale. L’insediamento celtico era generalmente costituito da un villaggio protetto da una palizzata in legno e raramente i villaggi hanno assunto la dimensione di vere e proprie città. I Celti, inoltre, non avevano elaborato un diritto scritto e si affidavano alle norme del diritto consuetudinario; tuttavia la letteratura irlandese ha lasciato testimonianza di discussioni serrate e di arguzie sottili in materia giuridica. L’organizzazione finanziaria era piuttosto arcaica e per lo più si utilizzavano come moneta i lingotti d’oro o di rame.
    L’invasione romana della Gallia segna di fatto la fine dell’autonomia celtica: le tribù celtiche, frammentate e incapaci di organizzazione unitaria, erano inadeguate ad affrontare una situazione di guerra totale come quella che conducevano i Romani. I Celti sono scomparsi perché la struttura religiosa e politica della loro società non era adattabile alla nozione romana, poi moderna, dello stato e la cultura celtica, non avendo elaborato una scrittura, dovette soccombere di fronte al greco e al latino. Le isole britanniche hanno lasciato esempi di letteratura celtica, sebbene di epoca tarda rispetto al momento di formazione della lingua. Da queste testimonianze si può desumere che le lingue celtiche fossero piuttosto semplici, inoltre l’assenza dei relativi e la collocazione del verbo all’inizio della proposizione subordinata impedivano periodi oratori di una qualche ampiezza: la letteratura celtica era destinata alla recitazione, non alla lettura. I racconti orali dovevano avere grande diffusione e ne rimane traccia nella “materia di Bretagna” che ispira i racconti arturiani del Medioevo: in particolare il simbolismo del Graal sarà assorbito dall’esoterismo cristiano.
    La società celtica assumeva un carattere teocratico, essendo il riflesso delle concezioni metafisiche dei druidi, i quali plasmavano la società umana sul modello della società divina di cui erano i rappresentanti in terra. Gli studi che hanno gettato luce sulla religione celtica delineano una filosofia non aristotelica, una forma di speculazione indipendente dalla logica dei ragionamenti greci e che si avvaleva essenzialmente dei simboli. Un’operazione di questo tipo non è facile per la mentalità moderna, impoverita dalla cultura materialista, e la ricerca deve avvalersi di dati essenzialmente comparativi: il parallelo con la cultura induista e orientale trova riscontri interessanti nei miti celtici, in particolare risalta una certa tendenza a ricondurre le varie divinità a una dimensione unica del sacro. Cesare quando descrive la religione dei Galli cerca di paragonare le divinità celtiche a quelle romane, ma un’operazione di questo tipo rischia di essere approssimativa e arbitraria: lo stesso Cesare, infatti, non ha la pretesa di essere esaustivo sull’argomento. Lug, dio della luce, sembra avere attribuzioni che lo avvicinano a Mercurio, Brigit, dea della sapienza, è assimilata a Minerva. Con procedimento simile, gli dèi celti hanno trasmesso alcune delle loro caratteristiche ai santi cristiani: caso emblematico è quello di santa Brigit.
    La potente casta dei druidi aveva al suo interno delle ulteriori gerarchie: chi si occupava dei sacrifici, chi della poesia e della letteratura (i bardi), chi della profezia. Anche le donne erano ammesse al sacerdozio con la qualifica di profetesse. I druidi insegnavano la dottrina dell’immortalità dell’anima: alla morte del corpo le anime passano all’Altro Mondo, ovvero alla dimora degli dèi, denominata sid (parola che contiene l’etimologia della pace). L’Altro Mondo è un luogo di pace e di delizie simile al Walhalla germanico: i suoi abitanti gustano cibi prelibati, sono amati da donne bellissime e hanno tutti un rango sociale elevato. Questo paradiso è riservato a chi in vita si è comportato in modo virtuoso ed eroico. L’Altro Mondo è descritto nei celebri testi definiti “navigazioni” (immrama) che troveranno la loro prosecuzione nelle “navigazioni” dei monaci medievali, la più celebre delle quali, quella di San Brandano, farà da modello a tutti i racconti medievali di viaggi nell’Aldilà. I Celti non costruivano templi nel senso classico del termine e celebravano i loro riti per lo più nei boschi sacri. Il druidismo si è estinto anche perché, come si è visto, la cultura celtica nel suo insieme era incompatibile con la cultura scritta dei Romani. Con la diffusione del cristianesimo ci fu il colpo di grazia a eventuali sopravvivenze del paganesimo celtico, la cui influenza, tuttavia, è presente soprattutto nella Chiesa irlandese, al punto che si parla di un “cristianesimo celtico” che ha dato tratti peculiari alla letteratura religiosa d’Irlanda.
    In conclusione il lavoro dei due storici francesi rende giustizia alla civiltà celtica, senza indulgere alle mode degeneri dei celtomani moderni, ma descrivendo la ricchezza e la profondità della cultura celtica, tutt’altro che “barbara” come potrebbe sembrare dalle testimonianze frammentarie di certi autori classici. Gli autori hanno anche il merito di aver preso in considerazione suggestioni provenienti dalla cultura tradizionalista, in particolare da René Guénon, il quale riteneva che la religione celtica fosse particolarmente vicina alla Tradizione primordiale. La tradizione celtica appartiene al passato, ma il mito, a condizione che venga trasmesso e ripetuto fedelmente, rimane sempre vivo e in perpetuo efficace.
    * * *
    Françoise Le Roux, Christian J. Guyonvarc’h, La civiltà celtica, Edizioni di Ar, Padova, 1987, pp.148, € 10,35.




    (da: http://www.centrostudilaruna.it/civilta-celtica.html)
    Ultima modifica di Iperboreus; 16-03-10 alle 22:07
    "C'era un Tempo in cui l'uomo viveva accanto agli Dei..poi la predicazione galilea ci porto' il deserto del nulla...e infine caddero le tenebre della modernità"



 

 

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