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Discussione: MD CODE (Estratti)

  1. #11
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    Even Better:

    "The Divine Nature of the Bride of the Lord Jesus Christ".

  2. #12
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    è un testo assai ponderoso che secondo me necessita di un commento da parte tua David...:mmm:

  3. #13
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    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    è un testo assai ponderoso che secondo me necessita di un commento da parte tua David...:mmm:

    Dear Eric - Sia che ti riferisca agli "estratti" in questo thread, oppure all'MD CODE in tuo possesso, preferirei domande specifiche o tematiche.

    Forse per "testo" intendi la dichiarazione dell'ultimo post circa la natura divina…

    In tal caso posso intanto dire che si tratta di un tema essenziale per l'MD CODE, ma siccome tocca i "nervi" del Giudeocristianesimo - meglio dire delle sue istituzioni temporali - si e ritenuto necessario trattenerne il relativo capitolo fino a tempi più adatti. Il titolo del capitoletto è semplice: "La Sposa", ma forse per sottolineare che non si tratta di una entità autonoma ed al contrario intimamente legata nella Sua Divina Natura alle altre Persone Divine, si dovrebbe estenderne il titolo all'incirca come sopra: "The Divine Nature of the Bride of Our Lord Jesus Christ" - dove il "Nostro" sta ad indicare che non si tratta di una speculazione dall'esterno a "tabula rasa" che altrimenti non potrebbe accederne la "Sostanza". Altra cosa che posso dire, infatti, è che Tommaso d'Aquino rientra a larga misura nella questione.

    La necessità della "autocensura" era inevitabile all'epoca ed infatti un amico e collaboratore aveva innocentemente fatto filtrare delle informazioni al riguardo innescando immediate reazioni - che poi col tempo si erano assopite in quanto la vicenda era pur sempre circoscritta.

    Siccome però alcune più sintomatiche affermazioni si stanno facendo strada in "predicatori' a rischio di deformazione di questioni relative alla "nuova natura" del cristiano - come si vede dal link youtube dei precedenti posts - mi sembra che - assieme ad altre ragioni - si debba iniziare a venire allo scoperto.

    Certi "predicatori" infatti sembrano avere un elevato intuito mistico ed esoterico - se non teologico nel senso stretto - ma come il profeta Balaam, sono inclini a svendere le verità per amore di potere e denaro, senza aver prima però deformato e stravolto tali verità, avendone di partenza recepito solo la versione "usa e getta" per il "fast-food" di decime e facili estorsioni via satellite.

    Comunque è un segno dei tempi! Il Rinascimento ha gettato nuova luce circa la "Giustificazione Per Sola Grazia e Fede" dando luogo a ricchissimi fenomeni culturali per la fondazione dell'Occidente Moderno ed il consolidamento della moderna Democrazia Repubblicana, e credo i tempi stiano ora portando verso la riscoperta della vera natura di una umanità destinata alla "Correggenza" Via "Apoteosi Divina della Sostanza".

    Fammi Sapere - Take Care
    Ultima modifica di david777; 21-10-10 alle 00:50

  4. #14
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    Predefinito Rif: Even Better

    beh...intanto ti ringrazio per la spiegazione esauriente....

    ti farò sapere riguardo il resto di quanto da te postato....iaociao:

  5. #15
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    Predefinito Rif: MD CODE (Estratti)

    L'originale thread MD CODE di POL è stato ripescato da pcosta

    PoliticaOnLine

    ma del post introduttivo manca circa l'80% - dopo che era riapparso e scomparso più volte in POL.

    Anche la II Parte - il cui intento era quello di alleggerire il thread - è riapparsa:

    PoliticaOnLine

    Credo che anche l'originale di "Popolo e Repubblica in Pericolo" con tutti i posts sia in pcosta.

    Ripescato infatti, ma del post introduttivo solo una paginetta rimasta. Tutti i posts mi sembrano però preservati.

    La lettera introduttiva al Presidente Ciampi è comunque preservata per intero in un file indipendente:
    popolo_e_repubblica_in_pericolo [EnciPolpedia]

    Sarei veramente sorpreso se pure il post introduttivo dell'MD Code venisse fuori per intero. Proverò a cercarlo.

  6. #16
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    Predefinito Rif: MD CODE (Estratti)

    Citazione Originariamente Scritto da david777 Visualizza Messaggio
    L'originale thread MD CODE di POL è stato ripescato da pcosta…

    Sarei veramente sorpreso se pure il post introduttivo dell'MD Code venisse fuori per intero. Proverò a cercarlo.
    Niente! Comunque i posts sono stati ripescati, l'MD CODE è al sicuro e vi sono varie copie stampate in giro. Pian piano caricherò altri estratti, a seconda dell'attualità dei tempi - per non fare nuovamente inutile indigestione!

    L'ultimo capitolo però non è per questi tempi - l'argomento è scottante e riguarda i tempi a venire, benché prossimi.

    Inoltre da "eretico" l'ho già "pagata cara"… e per il momento mi basta.

    Nel frattempo suggerisco di dare una sbirciatina alla II Parte come da link sopra indicato - mi sembra molto attuale per l'imminenza di un microchip impiantato nel corpo umano per "vendere e comprare", oltre che per l'avvento della Global Governance di cui ora Perry Stone è divenuto - con merito e competenza - Cavalier Maggiore.
    Ultima modifica di david777; 30-10-10 alle 09:51

  7. #17
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    Predefinito AntiocoIV-Nerone:Topos Riattivato!

    Estratto e relative note dall'MD CODE


    Il Piccolo Corno è adempimento di una tipologia ciclica della storia e, che per realizzarsi “nella pienezza dei tempi” necessita di premesse culturali e socio-economiche di carattere internazionale. Il collegamento della IV Bestia alla ciclicità storica della tipologia della bestia, è evidente nel sogno della statua d’oro e nella descrizione delle quattro bestie nel libro di Daniele, così come il Piccolo Corno è collegato ciclicamente a precedenti e limitate manifestazioni della sua tipologia.191 Per queste ragioni l’identità del Piccolo Corno non va discussa secondo spericolate elucubrazioni numerologiche sul marchio della Bestia, la cui menzione nell’Apocalisse di Giovanni si dimostrerà particolarmente utile al momento opportuno, quanto piuttosto riferendosi all’andamento delle relazioni funzionali descritte in seno alle strutture socio-economiche e dell’ideologia complessiva di uomini e civiltà, la cui personalità e strategia, ed il cui atteggiamento nei confronti dei tempi e della legge, li rendano specialmente interessanti.192 Se siamo alla vigilia della organizzazione totale di Adorno,193 la ciclicità storica potrebbe produrre un personaggio animato dagli stessi moventi di Antioco IV o Domiziano, il medesimo fascino carismatico e la perversa determinazione di Hitler, ma estremamente cosmopolita, diplomatico, laico,moderno e consapevole del ruolo della finanza e dell’economia nella scalata al dominio del pianeta e nella propaganda avversa ai tempi ed alla legge, onde restaurare e consolidare il culto dell’uomo nella persona dell’Imperatore.194 Se i mass media sono pronti per l’interdipendenza culturale e dunque economica e politica delle nazioni, allora è probabile che alcune entità del mondo finanziario guardino ben oltre i bugget aziendali; che sia verosimile l’idea apocalittica della volontà titanica dell’uomo di porsi come l’esclusivo signore dell’universo e di poter dichiarare sprezzanti dell’ancient regime: “La ricréation c’est fini” !195 Un solo piccolo errore? Laddove un non vecchio adagio recita: “Articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto”, gli stessi mercanti nel cordoglio rispondono: “In un’ora sola è andata dispersa sì grande ricchezza... lusso e splendore sono perduti per te...”196



    192. Quando si confrontano infatti la personalità del
    piccolo corno
    del capitolo 7 e del capitolo 8, riscontriamo una notevole somiglianza, sia per quel che riguarda la condotta politica sia per quel che attiene alla sfera morale, compatibilmente con le impressioni a cui si giunge quando confrontiamo la perversità di Antioco IV con quella di Nerone:


    "Antioco Epifane... fu il tiranno e l'oppressore dei Giudei... Gli eserciti del cielo sopra i quali questo corno si fece così forte e le stelle che gettò al suolo calpestandole, sono simbolo del popolo israelita e di quelli che occupavano posti di autorità e di responsabilità fra i Giudei, come i principi, i sacerdoti ed i rabbini. (cfr. Dn. : 25) Tuttavia egli fece più di questo; una volta conquistata Gerusalemme, offrì un maiale in sacrificio sopra l'altare degli olocausti e ne sparse il brodo per tutto l'edificio. Corruppe i giovani di Gerusalemme introducendo pratiche dissolute e trasformò la festa dei Tabernacoli in festa di Bacco. Aggiudicò all'incanto l'ufficio di Sommo Sacerdote. Da lui fu perpetrata ogni sorta di infamia, e fu permessa ed incoraggiata ogni più terribile oscenità. Il vero culto fu proibito e sostituito dal culto degli idoli, specialmente di Giove Olimpo. La città ed il paese furono devastati e circa 100.000 Giudei pii massacrati." (A. C. Gaebelein, op. cit., p. 109).

    "Nerone offrì l'anello nuziale alla donna di cui aveva avvelenato il fratello e messa al bando la sorella; ma Antonia ebbe orrore di un letto macchiato di sangue che le ombre dei morti rendevano ossessionante. Nerone si rese conto allora di esserle assolutamente odioso e giudicando che essa rientrava nei progetti di Pisone, ordinò la sua morte. Statilia Messalina, rimasta vedova in seguito alla morte di Vestino, che Nerone aveva fatto uccidere, fu una preda menò difficile di quanto non lo fosse stata Antonia... L'accumularsi dei delitti e dei rimorsi aveva costretto Nerone ad una sorta di esaltazione, di eccitazione e quasi di lotta intellettuale che avrebbe distrutto un organismo meno forte del suo.

    Proprio nel bel mezzo dei progetti senza senso, delle stravaganti preoccupazioni e delle indescrivibili e mostruose orge che avevano fatto la sua fortuna, gli si presentò Sporo.

    Questo infelice giovane, dotato di una considerevole bellezza, aveva attirato l'attenzione di Nerone per la sua straordinaria rassomiglianza con Poppea... Dopo di che Nerone sposò la vittima, che fu chiamata Sabina in onore di Poppea. Per rendere la rassomiglianza con Poppea, Sporo ricevette in dono i vestiti e i gioielli della donna che sembrava rivivere in lui e il "povero" Nerone, che voleva a tutti i costi ritrovare un'illusione perduta, gli mise vicino perché gli facesse la guardia una certa Gallia Crispinilla, donna di nobile nascita.

    Dal grado di abiezione a cui si era ridotto, Nerone precipitò di abisso in abisso. Dopo aver cercato di usurpare il potere degli dei, concentrò la sua attenzione verso la bestie, quasi bramandone gli appetiti energici e la violenza degli istinti.

    Osservando ogni giorno nel circo i leoni e gli orsi affamati che si gettavano sui cristiani, aveva finito per invidiare quasi i piaceri della loro ferocia. I suoi giardini del Vaticano e della Domus Aurea erano forniti di stadi e di anfiteatri per il suo uso personale. Ed era proprio là che, nel bel mezzo di festini che si prolungavano nella notte, venivano preparati al divino Cesare gli intermezzi che soltanto lui sapeva e poteva escogitare. Egli si copriva di una pelle di bestia e si faceva rinchiudere nella gabbia dei leoni; alcuni ragazzi e ragazze nudi in mezzo all'arena, erano attaccati a dei pali; si aprivano quindi le inferriate delle gabbie e simile a tigre o ad orso, dei quali aveva senza dubbio assunto sia l'aspetto sia la feroce rabbia, Nerone si gettava su questi infelici come per divorarli e li penetrava nelle loro varie cavità naturali. ... dopo essere stato il primo persecutore dei cristiani... lo stesso Nerone, personificazione del Paganesimo, fu il promotore della rovina degli ebrei, custodi dell'antica legge…

    Il popolo ebreo era disperso su tutta la superficie del mondo romano e le sue sinagoghe e le colonie religiose, restavano pure nel caos delle superstizioni. Era il solo popolo il cui culto non si fosse confuso con la religione dei vincitori, poiché rifiutava di adorare l'immagine di Cesare...Tra la prostrazione generale, gli ebrei si rivoltarono, soli ed ultimi. Rinchiusi nel Tempio e rinfrancati dalla loro fede, fedeli all'alleanza del Sinai, essi protestarono fino all'ultimo con un'eroica difesa contro gli idoli e contro Cesare."
    (L.Saint-Ybars, Nerone, Edizioni di Cremille, Ginevra, pp. 203-207).

    Un personaggio si dimostra "interessante" non soltanto per le caratteristiche morali, la cui incidenza è generica e non decisiva, bensì soprattutto per la capacità e l'incivile determinazione incurante di Dio e degli uomini ad assicurarsi con ogni mezzo il potere economico internazionale, onde esercitare un dominio politico e religioso sul mondo (idea che ha interessato una certa cinematografia fantastica del tipo di "Conflitto finale" di G. Baker, con S. Neil e R. Brazzi - 1981).


    193.


    Da Theodor Adorno, pseudonimo di Theodor Weisengrund, filosofo, sociologo e compositore tedesco di origine israelita (vedi l'art. di Gianni Vattimo,


    Ma non verrà l'apocalisse da mass
    media, nello speciale Universo informazione, allegato a La Stampa, ). Nel sommario dell'articolo a p. 5 leggiamo: "Fino a qualche anno fa la filosofia demonizzava la comunicazione di massa e ne denunciava i rischi totalitari. Oggi questa posizione è in crisi. A volte il condizionamento è così sottile da diventare libertà." Nella pagina seguente, però, l'ottimismo viene ridimensionato: "Naturalmente, non si può essere troppo ideologicamente ottimisti, come se i mass media fossero necessariamente una garanzia di libertà e di emancipazione; è già importante, però, constatare che l'evoluzione verso un mondo totalitario non è il loro esito fatale e rendersi conto delle impreviste possibilità positive che aprono." La società dell'informazione si accompagnerebbe alla "liberazione dalle ideologie, dai loro deliri di onnipotenza, dai sensi di colpa che creano, dai rischi di violenza che sempre comportano" all'abbandono dell'ideale "di un possibile punto di vista assoluto sul mondo e la storia". Sembrerebbe quasi la dichiarazione di abdicazione alla ricerca dell'essenza aristotelica interdisciplinare, per cui realmente le ideologie sono giunte alla fine del loro percorso. Poi ci si accorge che la nuova società dell'informazione generalizzata ha una sua ben precisa ideologia, pretendendo definire la legittimità dell'ideale su un possibile punto di vista assoluto sul mondo e la storia: "Ma ora che proprio la società dell'informazione generalizzata ci ha mostrato che l'ideale di un simile punto di vista assoluto è un mito, anche le aspettative di libertà e di emancipazione possono finalmente ridimensionarsi, diventando più umane e più realistiche." Ora, la società dell'informazione non ha dimostrato "un bel niente" di ciò che riguarda il medesimo ideale di una spiegazione assoluta della realtà, ed il dibattito relativo alla questione continua ad essere di competenza delle scuole filosofiche, a meno che, una di queste scuole, non potendo ottenere il verdetto del giudizio filosofico con la logica di prove irrefutabili ed argomentate, non voglia pensare di comprarlo, tradendo la natura mercantile dei propri interessi e della vocazione filosofica, al servizio di chi occulta la verità per vincere con i soldi. Una pericolosa approssimazione: "Si dice che propaganda e pubblicità sono forme di dominio altrettanto assolute di quelle più dirette, fondate sulla minaccia o addirittura sulla coercizione fisica, solo più subdole e sottili... Non è possibile che, diventando così sottile, il dominio finisca anche per attenuarsi, per sbiadire, aprendo nuovi spazi alla libertà?" Per quel che mi riguarda, non saprei e non potrei negare tale possibilità. E' certo comunque che, se il libro di Daniele è autentico, il dominio sarà prima mitigato dalle strategie politiche e burocratiche, per poi rivelarsi palesemente nella persecuzione fisica di coloro che non ne condividono le premesse ideologiche e le finalità. Se la dinamica di tale dominio fosse rappresentata dall'Europa ricostituitasi in Impero (per ragioni che verranno spiegate nelle pagine che seguono), non dovremmo attenderne necessariamente l'antica caratterizzazione latina. (cfr. l'art. Reificazione, in D.F.R., p. 378 e D.F.U., p. 738)


    194. Caligola e più consapevolmente Nerone, tentarono per la prima volta di dare una connotazione apertamente autocratica alla figura dell'imperatore. Diocleziano legò la figura dell'imperatore ad una concezione divina, attribuendosi l'appellativo di
    Iovius.
    Da Cesare in poi, l'imperatore veniva divinizzato solo dopo la morte. L'inizio del culto imperiale venne iniziato con prudenza ed Augusto ricorse a formule indirette, associando il proprio nome a quello di Roma o di altre nozioni religiose. In oriente la tradizione ellenistica favoriva il culto diretto e l'imperatore fu subito adorato come un dio. Domiziano pretese di essere chiamato dominus et deus noster (cfr. A. Camera & R. Fabietti, Le civiltà antiche, II ediz. Zanichelli, p. 458; E.E, vol. 9, pp. 919, 924, 932; E.J., vol. 3, p. 852, vol. 5, p. 60; vol. 12, p. 964; vol. 6, p. 60, 164, 729; Dizionario Biblico, a cura di Giovanni Miegge, Feltrinelli, p. 31). La successione imperiale da Augusto a Domiziano è rilevante per la comprensione dell'Apocalisse.
    Ultima modifica di david777; 05-11-10 alle 01:14

  8. #18
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    Predefinito AntiocoIV-Nerone:Topos Riattivato!


    Il Piccolo Corno è adempimento di una tipologia ciclica della storia e, che per realizzarsi “nella pienezza dei tempi” necessita di premesse culturali e socio-economiche di carattere internazionale. Il collegamento della IV Bestia alla ciclicità storica della tipologia della bestia, è evidente nel sogno della statua d’oro e nella descrizione delle quattro bestie nel libro di Daniele, così come il Piccolo Corno è collegato ciclicamente a precedenti e limitate manifestazioni della sua tipologia.191 Per queste ragioni l’identità del Piccolo Corno non va discussa secondo spericolate elucubrazioni numerologiche sul marchio della Bestia, la cui menzione nell’Apocalisse di Giovanni si dimostrerà particolarmente utile al momento opportuno, quanto piuttosto riferendosi all’andamento delle relazioni funzionali descritte in seno alle strutture socio-economiche e dell’ideologia complessiva di uomini e civiltà, la cui personalità e strategia, ed il cui atteggiamento nei confronti dei tempi e della legge, li rendano specialmente interessanti.192 Se siamo alla vigilia della organizzazione totale di Adorno,193 la ciclicità storica potrebbe produrre un personaggio animato dagli stessi moventi di Antioco IV o Domiziano, il medesimo fascino carismatico e la perversa determinazione di Hitler, ma estremamente cosmopolita, diplomatico, laico, moderno e consapevole del ruolo della finanza e dell’economia nella scalata al dominio del pianeta e nella propaganda avversa ai tempi ed alla legge, onde restaurare e consolidare il culto dell’uomo nella persona dell’Imperatore.194 Se i mass media sono pronti per l’interdipendenza culturale e dunque economica e politica delle nazioni, allora è probabile che alcune entità del mondo finanziario guardino ben oltre i bugget aziendali; che sia verosimile l’idea apocalittica della volontà titanica dell’uomo di porsi come l’esclusivo signore dell’universo e di poter dichiarare sprezzanti dell’ancient regime: “La ricréation c’est fini”!195 Un solo piccolo errore? Laddove un non vecchio adagio recita: “Articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto”, gli stessi mercanti nel cordoglio rispondono: “In un’ora sola è andata dispersa sì grande ricchezza... lusso e splendore sono perduti per te…”196



    192. Quando si confrontano infatti la personalità del piccolo corno del capitolo 7 e del capitolo 8, riscontriamo una notevole somiglianza, sia per quel che riguarda la condotta politica sia per quel che attiene alla sfera morale, compatibilmente con le impressioni a cui si giunge quando confrontiamo la perversità di Antioco IV con quella di Nerone:

    "Antioco Epifane... fu il tiranno e l'oppressore dei Giudei... Gli eserciti del cielo sopra i quali questo corno si fece così forte e le stelle che gettò al suolo calpestandole, sono simbolo del popolo israelita e di quelli che occupavano posti di autorità e di responsabilità fra i Giudei, come i principi, i sacerdoti ed i rabbini. (cfr. Dn. : 25) Tuttavia egli fece più di questo; una volta conquistata Gerusalemme, offrì un maiale in sacrificio sopra l'altare degli olocausti e ne sparse il brodo per tutto l'edificio. Corruppe i giovani di Gerusalemme introducendo pratiche dissolute e trasformò la festa dei Tabernacoli in festa di Bacco. Aggiudicò all'incanto l'ufficio di Sommo Sacerdote. Da lui fu perpetrata ogni sorta di infamia, e fu permessa ed incoraggiata ogni più terribile oscenità. Il vero culto fu proibito e sostituito dal culto degli idoli, specialmente di Giove Olimpo. La città ed il paese furono devastati e circa 100.000 Giudei pii massacrati." (A. C. Gaebelein, op. cit., p. 109).

    "Nerone offrì l'anello nuziale alla donna di cui aveva avvelenato il fratello e messa al bando la sorella; ma Antonia ebbe orrore di un letto macchiato di sangue che le ombre dei morti rendevano ossessionante. Nerone si rese conto allora di esserle assolutamente odioso e giudicando che essa rientrava nei progetti di Pisone, ordinò la sua morte. Statilia Messalina, rimasta vedova in seguito alla morte di Vestino, che Nerone aveva fatto uccidere, fu una preda menò difficile di quanto non lo fosse stata Antonia... L'accumularsi dei delitti e dei rimorsi aveva costretto Nerone ad una sorta di esaltazione, di eccitazione e quasi di lotta intellettuale che avrebbe distrutto un organismo meno forte del suo.

    Proprio nel bel mezzo dei progetti senza senso, delle stravaganti preoccupazioni e delle indescrivibili e mostruose orge che avevano fatto la sua fortuna, gli si presentò Sporo.

    Questo infelice giovane, dotato di una considerevole bellezza, aveva attirato l'attenzione di Nerone per la sua straordinaria rassomiglianza con Poppea... Dopo di che Nerone sposò la vittima, che fu chiamata Sabina in onore di Poppea. Per rendere la rassomiglianza con Poppea, Sporo ricevette in dono i vestiti e i gioielli della donna che sembrava rivivere in lui e il "povero" Nerone, che voleva a tutti i costi ritrovare un'illusione perduta, gli mise vicino perché gli facesse la guardia una certa Gallia Crispinilla, donna di nobile nascita.

    Dal grado di abiezione a cui si era ridotto, Nerone precipitò di abisso in abisso. Dopo aver cercato di usurpare il potere degli dei, concentrò la sua attenzione verso la bestie, quasi bramandone gli appetiti energici e la violenza degli istinti.

    Osservando ogni giorno nel circo i leoni e gli orsi affamati che si gettavano sui cristiani, aveva finito per invidiare quasi i piaceri della loro ferocia. I suoi giardini del Vaticano e della Domus Aurea erano forniti di stadi e di anfiteatri per il suo uso personale. Ed era proprio là che, nel bel mezzo di festini che si prolungavano nella notte, venivano preparati al divino Cesare gli intermezzi che soltanto lui sapeva e poteva escogitare. Egli si copriva di una pelle di bestia e si faceva rinchiudere nella gabbia dei leoni; alcuni ragazzi e ragazze nudi in mezzo all'arena, erano attaccati a dei pali; si aprivano quindi le inferriate delle gabbie e simile a tigre o ad orso, dei quali aveva senza dubbio assunto sia l'aspetto sia la feroce rabbia, Nerone si gettava su questi infelici come per divorarli e li penetrava nelle loro varie cavità naturali. ... dopo essere stato il primo persecutore dei cristiani... lo stesso Nerone, personificazione del Paganesimo, fu il promotore della rovina degli ebrei, custodi dell'antica legge…

    Il popolo ebreo era disperso su tutta la superficie del mondo romano e le sue sinagoghe e le colonie religiose, restavano pure nel caos delle superstizioni. Era il solo popolo il cui culto non si fosse confuso con la religione dei vincitori, poiché rifiutava di adorare l'immagine di Cesare...Tra la prostrazione generale, gli ebrei si rivoltarono, soli ed ultimi. Rinchiusi nel Tempio e rinfrancati dalla loro fede, fedeli all'alleanza del Sinai, essi protestarono fino all'ultimo con un'eroica difesa contro gli idoli e contro Cesare."
    (L.Saint-Ybars, Nerone, Edizioni di Cremille, Ginevra, pp. 203-207).

    Un personaggio si dimostra "interessante" non soltanto per le caratteristiche morali, la cui incidenza è generica e non decisiva, bensì soprattutto per la capacità e l'incivile determinazione incurante di Dio e degli uomini ad assicurarsi con ogni mezzo il potere economico internazionale, onde esercitare un dominio politico e religioso sul mondo (idea che ha interessato una certa cinematografia fantastica del tipo di "Conflitto finale" di G. Baker, con S. Neil e R. Brazzi - 1981).


    193. Da Theodor Adorno, pseudonimo di Theodor Weisengrund, filosofo, sociologo e compositore tedesco di origine israelita (vedi l'art. di Gianni Vattimo, "Ma non verrà l'apocalisse da mass media, nello speciale Universo informazione", allegato a La Stampa, ). Nel sommario dell'articolo a p. 5 leggiamo: "Fino a qualche anno fa la filosofia demonizzava la comunicazione di massa e ne denunciava i rischi totalitari. Oggi questa posizione è in crisi. A volte il condizionamento è così sottile da diventare libertà." Nella pagina seguente, però, l'ottimismo viene ridimensionato: "Naturalmente, non si può essere troppo ideologicamente ottimisti, come se i mass media fossero necessariamente una garanzia di libertà e di emancipazione; è già importante, però, constatare che l'evoluzione verso un mondo totalitario non è il loro esito fatale e rendersi conto delle impreviste possibilità positive che aprono." La società dell'informazione si accompagnerebbe alla "liberazione dalle ideologie, dai loro deliri di onnipotenza, dai sensi di colpa che creano, dai rischi di violenza che sempre comportano" all'abbandono dell'ideale "di un possibile punto di vista assoluto sul mondo e la storia". Sembrerebbe quasi la dichiarazione di abdicazione alla ricerca dell'essenza aristotelica interdisciplinare, per cui realmente le ideologie sono giunte alla fine del loro percorso. Poi ci si accorge che la nuova società dell'informazione generalizzata ha una sua ben precisa ideologia, pretendendo definire la legittimità dell'ideale su un possibile punto di vista assoluto sul mondo e la storia: "Ma ora che proprio la società dell'informazione generalizzata ci ha mostrato che l'ideale di un simile punto di vista assoluto è un mito, anche le aspettative di libertà e di emancipazione possono finalmente ridimensionarsi, diventando più umane e più realistiche." Ora, la società dell'informazione non ha dimostrato "un bel niente" di ciò che riguarda il medesimo ideale di una spiegazione assoluta della realtà, ed il dibattito relativo alla questione continua ad essere di competenza delle scuole filosofiche, a meno che, una di queste scuole, non potendo ottenere il verdetto del giudizio filosofico con la logica di prove irrefutabili ed argomentate, non voglia pensare di comprarlo, tradendo la natura mercantile dei propri interessi e della vocazione filosofica, al servizio di chi occulta la verità per vincere con i soldi. Una pericolosa approssimazione: "Si dice che propaganda e pubblicità sono forme di dominio altrettanto assolute di quelle più dirette, fondate sulla minaccia o addirittura sulla coercizione fisica, solo più subdole e sottili... Non è possibile che, diventando così sottile, il dominio finisca anche per attenuarsi, per sbiadire, aprendo nuovi spazi alla libertà?" Per quel che mi riguarda, non saprei e non potrei negare tale possibilità. E' certo comunque che, se il libro di Daniele è autentico, il dominio sarà prima mitigato dalle strategie politiche e burocratiche, per poi rivelarsi palesemente nella persecuzione fisica di coloro che non ne condividono le premesse ideologiche e le finalità. Se la dinamica di tale dominio fosse rappresentata dall'Europa ricostituitasi in Impero (per ragioni che verranno spiegate nelle pagine che seguono), non dovremmo attenderne necessariamente l'antica caratterizzazione latina. (cfr. l'art. Reificazione, in D.F.R., p. 378 e D.F.U., p. 738)


    194. Caligola e più consapevolmente Nerone, tentarono per la prima volta di dare una connotazione apertamente autocratica alla figura dell'imperatore. Diocleziano legò la figura dell'imperatore ad una concezione divina, attribuendosi l'appellativo di
    Iovius.
    Da Cesare in poi, l'imperatore veniva divinizzato solo dopo la morte. L'inizio del culto imperiale venne iniziato con prudenza ed Augusto ricorse a formule indirette, associando il proprio nome a quello di Roma o di altre nozioni religiose. In oriente la tradizione ellenistica favoriva il culto diretto e l'imperatore fu subito adorato come un dio. Domiziano pretese di essere chiamato dominus et deus noster (cfr. A. Camera & R. Fabietti, Le civiltà antiche, II ediz. Zanichelli, p. 458; E.E, vol. 9, pp. 919, 924, 932; E.J., vol. 3, p. 852, vol. 5, p. 60; vol. 12, p. 964; vol. 6, p. 60, 164, 729; Dizionario Biblico, a cura di Giovanni Miegge, Feltrinelli, p. 31). La successione imperiale da Augusto a Domiziano è rilevante per la comprensione dell'Apocalisse.[/I]
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    Predefinito Soteriologia Vs Antropologia (1)

    IV
    ______________________

    L’ORIGINE ANTROPOLOGICA
    DELL’ETICA SOCIALE




    A. L’INCIDENZA DEL PIETISMO

    L’antropologia prodottasi negli ambienti del pietismo, rispecchia generalmente la reazione antiformalistica verificatasi in seno alle chiese riformate del XVII secolo. Giacomo Spenser, riconosciuto come il fondatore del pietismo 1 ricevette le prime impressioni del “vero Cristianesimo” dal cappellano del castello del conte di Ribeaupierre, ed i primi elementi d’ispirazione da alcuni libri che egli lesse. 2 Durante i suoi studi presso l’Università di Strasburgo subì l’influsso di due maestri: l’esegeta Sebastiano Schimdt ed il teologo Dannhaurer, il quale gli ispirò una notevole avversione per il formalismo ed il gusto per la vita interiore. Nel 1666 divenne a Francoforte primo pastore. La necessità della rigenerazione divenne per Spenser una specie di ritornello. Il primo invito rivolto ai suoi parrocchiani a riunioni edificanti (mentre Labadie istituiva a Ginevra le “riunioni di pietà”), coincise con l’appello ai “collegia pietatis” della XVII domenica dopo la festa della S.S. Trinità del 1669, all’origine del termine di “pietismo” o di “Cristianesimo delle conventicole” che fu dato al movimento. Le riunioni si tenevano a casa di J. Spener due volte alla settimana per riesaminare il contenuto della predicazione della precedente domenica, cantare e compiere opere devote. Dal 1675 la lettura e lo studio della Bibbia furono compiuti senza preoccupazioni scientifiche ed esegetiche e gli incontri furono trasferiti nella sala delle istruzioni catechistiche. Gli appartenenti al movimento iniziarono a manifestare sentimenti di pregiudizio verso coloro che non avevano aderito all’iniziativa, tanto che lo stesso Spener dovette opporsi al separatismo in via di degenerazione verso un bigottismo intollerante. G. Spenser pubblicò nel 1675 i sermoni di Arndt, con una sua introduzione, destinata a rappresentare l’essenza del pietismo ed a sollevare molte reazioni, pubblicata, in seguito, separatamente e conosciuta con il titolo di “Pia desideria” 3 I rimedi che Spenser definisce di “rigenerazione”, sono i seguenti:

    1. Lettura quotidiana della Bibbia in famiglia o nelle riunioni di pietà.
    2. Impegno di tutti i cristiani nella crescita e nell’edificazione della chiesa (sacerdozio universale).
    3. Certezza che il Cristianesimo sia innanzitutto una vita prima che un patrimonio di idee.
    4. Pazienza, carità, dolcezza verso i peccatori e coloro che non praticano il pietismo.
    5. Riforma universitaria conforme alla “teologia tedesca” delineata nelle opere di Taulero e Tommaso da Kempis, con frequente uso della Bibbia.
    6. Riforma della predicazione cristiana (presenta come modello gli edificanti sermoni di Arndt).

    I semplici suggerimenti di Spenser, rappresentativi di altri uomini del pietismo, quali Zinzendorf, Francke, Anton, Breithaupt, Michaelis, Lange, Hernachmied, Jäger, Pfaff, Hochstetter, Reuchlin, la maggior parte dei quali divennero docenti della facoltà di teologia presso l’Università di Halle o presso quella di Tubinga, alimentarono il clima di controversia che, tra il 1690 ed il 1699 produsse oltre 500 pubblicazioni. Il maggior rivale e critico del pietismo, nello stesso decennio, fu B. Mentzer, predicatore di corte a Darmstadt, 5 e nel XVIII secolo, Valentino Löscher, il quale vi intravide le seguenti caratteristiche:
    1. Indifferentismo dottrinale mascherato di pietà.
    2. Disprezzo dei sacramenti.
    3. Mancanza di rispetto verso il ministero sacro, reso succube delle forme di pietà.
    4. Confusione della fede con le opere, in tema di giustificazione.
    5. Tendenza al millenarismo.
    6. Limitazione dell’efficacia della Grazia di Dio.
    7. Tendenza al misticismo.
    8. Meticolosità nella condanna di entità definite come “adiaphora”. 6
    9. Distruzione dei “subsidia religionis”. 7
    10. Indulgenza verso i settari illuministi.
    11. “Perfettismo” che identifica l’attività cristiana con la crescita della fede e che richiede “il completo annientamento del vecchio Adamo.
    12. “Riformismo” che limita la chiesa al mondo dei “rigenerati”. 8
    13. Separatismo.

    Alcune delle caratteristiche biasimate sono oggi del tutto scontate e naturali, nel mondo protestante come in quello cattolico, mentre altre rispecchiano una visione dell’uomo che non è altro che una derivazione, se non un surrogato, dell’antropologia riformata tradizionale, anche se spesso non organizzata in termini dogmatici formali, il cui separatismo o pregiudizio, il quale può essere verificato anche in ambito sociale, politico ed economico, è un suo più immediato prodotto. Si ritiene che il pietismo sia stato contemporaneamente combattuto dal Luteranesimo ortodosso e dall’Aufklärung. Ai nostri giorni il pietismo è la componente principale del fondamentalismo evangelico, il cui ruolo è risultato decisivo nella politica della Casa Bianca. Se l’antropologia cattolica ha prodotto la dottrina sociale da Leone XIII a Giovanni Paolo II, la dimensione socio-economica del pietismo, come delle chiese riformate in genere, non può che essere il prodotto dell’antropologia a loro più affine. L’etica è collocata tra l’antropologia, a sua volta collegata alla teologia in senso stretto (dottrina di Dio), ed i vari prodotti sociali, economici e politici. Le affermazioni e le scelte del Rev. W. A. Criswell, pastore della prima chiesa battista di Dallas, in favore del partito repubblicano statunitense, sono dunque espressione della sua visione dell’uomo. Criswell è il più illustre rappresentante del vangelo del successo economico, ritenuto un chiaro segno del favore di Dio. Egli ha rivolto ai giovani un esplicito invito all’arricchimento: “... Sa cosa dico ai giovani della mia chiesa? Fate soldi! Fate fortuna! ... La povertà non è una virtù... “ 9 La missione evangelica viene normalmente intesa a Dallas come un mandato all’annuncio della grazia e della giustificazione per fede, propedeutico al credo del successo quale segno della benedizione oppure dell’elezione divina, il quale è anche all’origine della forte disapprovazione della convinzione secondo cui “i ricchi sono responsabili dei poveri”. 10 Criswell ha inoltre fatto di tutto per incoraggiare il separatismo tra chiese di etnie diverse, in genere e non solo tra i bianchi, tra i quali si distingue tradizionalmente una classe A, e l’insieme delle altre razze. I poveri, gli emarginati, i drogati e gli alcolizzati di Dallas devono sorbirsi una predica d’un paio d’ore per avere qualcosa da mangiare. Comprendere oltre che giustificare Criswell risulta difficile. Non basta neppure chiamare in causa l’attenuante dell’eterogeneità ideologica e religiosa, che, per i precedenti di persecuzione sofferti dalle minoranze protestanti emigrate nel Nordamerica, riveste un significato valutabile adeguatamente nella misura in cui si è minoranza e si esperimenta la banale vacuità di sedicenti istituzioni d’etica tolleranza e coesistenza. La distanza storico-esistenziale e la diversità dei presupposti spirituali del tipico europeo continentale rendono ardua la comprensione di uomini d’oltreoceano quali Criswell. L’impressione è che quando un europeo elabori formulazioni etiche, il più tipico statunitense sia indotto a supporre nell’interlocutore un movente strategico, il quale, pur di evitare il confronto sui contenuti oggettivi dei propri fondamenti spirituali, garantendone comunque la solidità, si serve dello strumento culturale più efficace ed attuale di cui si possa disporre. Secondo quanto Furio Colombo ha fatto notare, 11 il fenomeno che negli Stati Uniti appare come “egoismo morale” ha radici più profonde della cultura del laicismo socio-economico: “La cultura sociologico-politica italiana cerca costantemente cause economiche ed elaborazioni politico-ideologiche. Se non le trova, non riesce a distinguere e a descrivere nulla.” Può apparire strano che studiando il libro di Daniele ci si occupi di etica economica, ed ancor più strano che si colleghi l’etica all’antropologia ed alla teologia in genere, mentre usualmente si studia la letteratura biblica limitandosi alle norme, alle informazioni ed ai principi tradizionali dell’esegesi, della storia, della linguistica, dell’archeologia, che, certamente, hanno un importante ruolo nella ricerca biblica, la quale è comunque per sua natura e vocazione, attività interdisciplinare collegata ad un sistema filosofico. Se “per capire che cosa è successo negli Stati Uniti bisogna guardare alla religione”, per capire il libro di Daniele bisogna guardare anche a ciò che è successo negli Stati Uniti ed in Occidente in genere, altrimenti la conoscenza che di esso si potrà avere non sarà al passo coi tempi della profezia, che sono parte integrante dei criteri per lo svelamento della profezia stessa. 12 Furio Colombo è stato tra i primi ad informare la cultura italiana che alla base del nuovo corso economico statunitense e dunque occidentale, perfezionato durante la presidenza Reagan, non è semplicemente un motivo economico, ma soprattutto un fenomeno religioso: “I grandi protagonisti del cambiamento sono stati i movimenti religiosi. Sono loro che hanno alterato drasticamente l’equilibrio delle forze politiche americane. La parte più considerevole di questi movimenti è di tipo protestante e neofondamentalista. Nel loro insieme sono noti come Moral Majority. Non siamo di fronte soltanto ad un movimento di opinione, ma ad un vero movimento organizzato, capace di azione.” 13 Colombo ritiene che il Cristianesimo ha avuto due centri: la carità e la fede; e mentre il Cattolicesimo ha privilegiato la prima, il Protestantesimo ha messo l’accento sulla seconda. Il movimento neofondamentalista darebbe importanza solo alla fede a scapito della carità. Il nuovo Protestantesimo non avrebbe, preoccupazioni sociali e solidaristiche, ma soprattutto dottrinali e spiritualistiche. Valorizzando l’individuo, la sua responsabilità e condannando la carità e l’assistenza come valori, non esisterebbe più il problema della disoccupazione e la necessità di programmi assistenziali. Tuttavia l’analisi di Furio Colombo, per quanto utile, può condurre a conclusioni improvvisate e temerarie sulla natura del Protestantesimo, inteso come una cultura che non deve preoccuparsi degli altri, ma soltanto della propria salvezza. Semmài il Protestantesimo si occupa degli altri e pratica una carità che è il risultato della sua visione antropologica, caratterizzata da un certo pessimismo e dallo scetticismo nei riguardi delle buone intenzioni dell’uomo e dell’affidabilità della sua natura precedente all’esperienza della salvezza per sola grazia. Recriminare per le gravi conseguenze politiche, economiche e sociali non serve a nulla, se non ad accrescere l’intensità di uno sterile rovello, impotente ad arginare i fenomeni più deleteri del Protestantesimo. L’analisi dell’antropologia protestante è non solo utile a verificare l’intima relazione tra religione e società, ma anche a prendere coscienza della necessità di riformulare la dottrina dell’uomo, evitando di ricadere nelle contrapposizioni confessionali, conseguenza di parziali verità sulla natura dell’uomo. Ad ogni modo il pensiero antropologico protestante non è unitario, perché a seconda dell’origine storica e delle correnti teologiche, pur restando confermate alcune idee di fondo, la dottrina dell’uomo presenta alcune varianti in grado, se ben coordinate, di produrre diversi comportamenti socio-economici. E’ il caso delle chiese originate dal pietismo, in occasione del risveglio del XVII secolo, le quali reagendo al formalismo teologico e ad alcune perniciose spiegazioni teologiche riformate, pur avendo ridimensionato la dottrina evangelica ai fondamenti della fede, e trascurando ulteriori elaborazioni, dispongono della potenzialità necessaria ad un ulteriore processo di riforma, relativo questa volta alla soluzione delle tensioni storiche della teologia. Il pietismo non rappresenta lo scadimento della riforma protestante, bensì la sua momentanea esemplificazione, responsabile sì di limiti ed abusi, ma promettente per i contributi che ha già dato e potrà in futuro fornire alla storia del Cristianesimo, se saprà coglierne l’occasione e vorrà avere la visione ed il coraggio di dischiudersi alla cultura ed alla realtà intera, senza pregiudizi e separatismi spiritualistici. E’ soprattutto necessario che il suo potenziale si rivolga alla riflessione antropologica ed etico-sociale, senza le quali la sua attesa messianica ne viene impoverita, oltre a ridursi ad una cristianità inconsapevole dei principi e delle aspirazioni del Regno di Dio, la cui portata politica per le nazioni è conseguenza delle profezie escatologiche ed apocalittiche della tradizione giudeomessianica. Se non si dispone di una dottrina etico-sociale non potranno essere neppure affrontate problematiche tradizionalmente rilevanti per le minoranze, quali, ad esempio, la corrotta ed eccessiva burocrazia, l’iniquità e la faziosità degli squilibri fiscali. L’etica non può adeguarsi ad interessi di parte, secondo il proverbio: la lingua batte dove il dente duole; essendo chiamata ad esplicare una funzione globale. Sintomi di un progresso della sensibilità etico-sociale in seno al pietismo ed al fondamentalismo in genere si riscontrano nel Manifesto di Manila, redatto in occasione del Congresso Mondiale sull’Evangelizzazione tenutosi appunto a Manila (Filippine) nel Luglio 1989, il cui testo compare in SDT/II (n. 3, 1990/1), nella traduzione provvedutaci da Nino Ciniello, in cui si afferma: “... La proclamazione del Regno di Dio richiede anche necessariamente la denuncia profetica di tutto ciò che è incompatibile con esso. Fra i mali che noi deploriamo c’è la violenza nei suoi diversi aspetti: la violenza istituzionale, la corruzione politica, tutte le forme di sfruttamento delle persone e del territorio, l’indebolimento dell’istituto familiare, la richiesta di aborto, il traffico della droga e l’abuso dei diritti umani. Nel nostro interesse per i poveri siamo preoccupati dal peso dei debiti in due terzi del mondo ed anche offesi dalle condizioni inumane in cui vivono milioni di persone che come noi sono ad immagine di Dio. Il nostro continuo impegno sociale non confonde il Regno di Dio con la società cristianizzata. Piuttosto esso è il riconoscimento che il Vangelo biblico ha inevitabilmente delle implicazioni sociali. La vera missione dovrebbe sempre incarnarsi. E’ necessario entrare con umiltà nel mondo di altri popoli, identificarsi con le loro realtà sociali, con i loro dolori e sofferenze, e con le loro lotte per la giustizia contro gli oppressori. Questo non potrà realizzarsi senza dei sacrifici personali. Noi ci pentiamo perché la ristrettezza della nostra visione ci ha spesso impedito di proclamare la signoria di Gesù Cristo su ogni sfera della vita umana pubblica e privata, locale e mondiale. Ci impegnamo ad obbedire al suo mandato di cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia.”
    Inserimenti al 13 Marzo, 1992.
    La ristrettezza della visione è da attribuire alla mancanza di un programma esegetico e teologico che preveda il passaggio dalle tradizionali tematiche dottrinali alla trattazione etico-messianica del testo biblico, la quale ne rappresenta il codice fondamentale di comprensione. Il programma esegetico e teologico non deve tradursi in un esercizio intellettuale artificiale e distaccato, (incompatibile con lo spirito evangelico) ma nell’inclinazione ad interpretare le Sacre Scritture procedendo secondo le dinamiche sia logiche che spirituali del Regno di Dio. Dagli Atti del Convegno Fratelli-Valdesi e Metodisti, tenutosi presso la sede di Ecumene dal 26 al 29 Settembre del 1991 ed organizzato dal Comitato Promotore Iniziative Evangeliche, (con sede a Firenze in Via dei Serragli, 49) emerge la volontà di un confronto relativo al significato ed al valore della teologia. I Valdesi ed i Metodisti hanno spiegato in tale occasione “come sia necessario per vivere consapevolmente la propria fede un approfondimento teologico e come la chiesa possa perdere occasioni di testimonianza dell’Evangelo se non è sorretta e corretta da studiosi che si specializzano nei vari argomenti e temi relativi alla vita interna ed esterna della chiesa,” mentre i Fratelli hanno cercato di dare “ragione dell’innato sospetto verso le teorie sistematiche, della paura dell’intellettualismo, della possibilità di vivere senza schizofrenie nel mondo di oggi la propria fede senza il ricorso a scienze specializzate.” Il convegno si è occupato in un secondo momento, “dei rapporti che ci sono e che ci sono stati fra la struttura ecclesiastica e la teologia e di quanto una determinata organizzazione della chiesa non solo possa essere determinata, ma anche determinare le convinzioni di fede, le impostazioni teologiche, le prese di posizione...” La via intrapresa mi sembra eccellente e credo possa giovare ad ambedue le parti interessate dal confronto, perché la teologia, la semplicità e la libertà del messaggio evangelico possano ritrovare nella Chiesa l’equilibrio necessario alla funzione ed all’esistenza di quest’ultima nel mondo.

    B. L’ANTROPOLOGIA PROTESTANTE
    Nel Protestantesimo, come in ogni altra derivazione del Giudeocristianesimo, è fondamentale l’idea che l’uomo sia il prodotto di un’azione creatrice di Dio. 14 La teoria di Darwin è considerata generalmente una premessa deleteria per l’etica biblica e non necessaria per la scienza: “... l’asserzione che tutti gli scienziati sono evoluzionisti è caduta; molti di coloro che sostenevano la teoria darwiniana dell’evoluzione, recentemente l’hanno abbandonata ed ora la contrastano vigorosamente; gli evoluzionisti non sono stati mai capaci di concepire un sistema di etica o di religione che si avvicini anche minimamente a quello della Bibbia”. 15 L’uomo è creato ad immagine di Dio, 16 benché ciò non implichi somiglianza fisica. 17 La somiglianza viene spesso ipotizzata in riferimento alla tricotomia dell’uomo, quale formalmente riferita nel N.T. 18, ma contestata dal Giudaismo, così come è pure rigettata la dicotomia di corpo e anima, caratteristica dell’Orfismo e del Platonismo, 19 essendo l’uomo “a multifaceted unitary being - nefesh chayyah. 20 Se il consenso dei teologi protestanti non è unanime sulla tripartizione dell’uomo, si dà per certo che la somiglianza dell’uomo a Dio riguardi la personalità. 21 Si attribuisce all’uomo l’eternità: “Un’esistenza senza fine è una parte inseparabile dell’eredità dell’uomo in quanto creatura creata ad immagine e somiglianza di Dio. Egli è indistruttibile, non può essere annientato”. 22 Le qualità morali ed intellettuali dell’uomo vengono riconosciute nella loro integrità soltanto prima della caduta in Eden. 23 La caduta determinò paura di Dio, 24 vergogna della propria nudità, 25 perdita dell’Eden. 26 A causa di leggi spirituali difficilmente indagabili, si ritiene che l’intera razza umana sia stata contaminata dal peccato, nella persona di Adamo ed Eva: “Dato che Adamo era il capostipite della razza, egli agì come rappresentante di questa. Il peccato, quindi, fu tanto della razza quanto dell’individuo. Perciò vi furono dei risultati che si ripercossero su tutta la specie umana come conseguenza del peccato di Adamo.” 27 E. H. Bancroft ritiene che le conseguenze siano le seguenti:
    1. La terra fu maledetta in modo che non producesse solo beni e che dovesse essere lavorata dall’uomo con fatica. 28
    2. Ne conseguirono sofferenze e dolore per la donna nel dare alla luce i bambini e nell’essere soggetta all’uomo. 29
    3. Tutti gli uomini sono peccatori e giacciono sotto la condanna. 30
    4. Produsse la morte fisica e spirituale nel tempo e la minaccia della pena della morte eterna. 31
    5. Gli uomini non redenti sono tenuti in prigionia di Satana e del peccato e sono senza speranza di potersi liberare. Essi sono considerati come figliuoli del diavolo. 32

    La visione protestante dell’uomo naturale, non rinnovato dall’opera redentrice del Cristo, a causa del peccato, è fortemente negativa, tale da giungere a convincersi di una radicale separazione tra mondo e Chiesa, le cui conseguenze socio-economiche sono facilmente intuibili. L’uomo naturale non viene ritenuto moralmente affidabile per credere nella buona fede e nella concreta realizzazione delle sue migliori formulazioni etiche, e ciò conduce il Protestantesimo conservatore e fondamentalista a scelte che vengono intese come immorali nel comportamento economico ed incompatibili con le formulazioni etico-sociali del Cattolicesimo. Non soltanto non si crede nelle buone intenzioni dell’uomo naturale, bensì il credente stesso non è ritenuto affidabile se non nella misura in cui questi progredisce nella santificazione e si libera dei precedenti culturali ed istintuali della propria origine razziale e nazionale, non conformi al messaggio biblico. Ciò spiegherebbe perché, anche dopo la conversione nei termini previsti dal fondamentalismo, può verificarsi nella Chiesa una qualche misura di separatismo razziale e, pressoché ordinariamente, un certo individualismo nella sfera economica che si dimostra in molti casi generoso nelle attività e nelle relazioni ecclesiali, ma che all’esterno non ammette eccezioni alle regole del mercato e della competizione, riconoscendo nell’individuale misura di spiritualità la necessaria premessa per il benessere e lo sviluppo economico. La coincidenza tra liberismo economico ed etica fondamentalista diviene così naturale, la cui pericolosità consiste nel rischio di un’opposizione all’uomo, al quale viene rivolto un messaggio evangelico subordinato ad un pernicioso disegno politico, fortemente individualistico e deleterio per i caratteri etico-messianici, costitutivi della tradizione giudeocristiana, e che finisce per rischiare di porsi al servizio del Piccolo Corno. E’ innegabile che l’uomo naturale venga ritenuto dal N.T. come “morto” nei peccati e seguace del diavolo e dell’andazzo di questo mondo, essendo per natura “figliuolo d’ira”. 33 L’idea che l’uomo segua l’andazzo di questo mondo (letteralmente “secondo l’età - gr.: aion - di quest’ordine mondano - gr.: kosmos - “) “ci dice come la vita umana sia veduta sotto l’influenza del maligno che tiene l’uomo in una stretta tirannica”. 34 Se gli uomini “sono tagliati fuori dalla vita di Dio a motivo dell’alienazione umana da Dio, e sottostanti quindi alla giusta Sua condanna del peccato, il cui mortale effetto è quello di separare Dio e l’uomo”, 35 non ci si può sorprendere se qualsivoglia formulazione etica contraria all’antropologia biblica venga ricondotta ad un’inefficace ed ipocrita retorica di un’umanità che giace sotto il controllo del Principe della potestà dell’aria. 36 Il separatismo della Chiesa nei confronti del mondo e la differenziazione del progresso spirituale individuale, vanno dunque individuati come la causa del rifiuto dei modelli etici dipendenti da qualunque ideologia o religione che non siano strettamente bibliche; della coincidenza strategica ma non ideologica con il complesso dei valori della civiltà laica e liberistica occidentale; nonché, almeno in parte, del medesimo sistema economico occidentale, originato in ambito confessionale ed in buona misura mutatosi, nel bene e nel male, in laicismo lungo il suo percorso. Il rimedio al pessimismo antropologico del Protestantesimo non è, a lungo andare, il cedimento nei confronti della teologia liberale, 37 benché si debba ammettere che in tal modo le chiese protestanti più antiche vengono inclinate verso l’etica sociale cattolica: “Today...Catholic missionaries have strongly aligned themselves with the poor, encouraging them to fight for social justice. Pope John Paul II has supported his priests in this cause, as long as they do not become directly engaged in politics. Some Protestant missionaries share the radical views of the Catholic activists. But a majority of the evangelical and fundamentalist missionaries either sympathize with rightist regimes or accept the status quo and insist that spiritual conversion, not political action, is the true work of the Lord.” 38 In ogni caso il tentativo di attenuare la carica discriminatoria dell’antropologia protestante, ricorrendo ai geniali stratagemmi della teologia liberale, hanno favorito le missioni fondamentaliste, al punto che fondamentalismo e Cattolicesimo s’impongono ormai come reciproche e maggiori alternative, il cui risultato potrebbe significare un inesorabile consolidamento del primo, il quale può contare sulla forza sempre più permeante dell’economia occidentale, a danno del contenuto etico del secondo, nonostante la sua autorevolezza morale, e dunque dei popoli e degli individui più deboli o contrari all’alleanza politico-religiosa tra il fondamentalismo ed il potere economico più tipicamente occidentale e radicalmente liberistico. Prima che si arrivi a tale situazione, in teoria prevedibile, si deve cercare di conciliare l’antropologia protestante con quella cattolica, col risultato di un riequilibrio della dogmatica ed una maggiore sintonia con la vocazione etico-messianica della profezia apocalittica giudeocristiana, le cui istanze sono cripticamente intessute, dal momento progettuale alla sua realizzazione, nel libro di Daniele. E’ stato suggerito che la causa della crisi delle chiese protestanti che costituiscono il National Council of Churches sia di ordine tattico, piuttosto che teologico: “The belief that missionaries should care as much about helping people improve their lives as about converting them to Christianity originated with the “mainline” Protestant denominations that constitute the National Council of Churches (N.C.C.). But this liberal Protestant view is a waning influence around the world. Reason: mainline chuches believe that indigenous workers should be doing most of the spiritual tasks once performed by missioaries. Thus churches that belong to the N.C.C. now support only 2,813 career missionaries abroad, compared with 9,844 in 1953.” 39 Allo stesso modo la crescita del numero dei missionari del fondamentalismo, pietisti o riformati, non dipende semplicemente da motivi strategici, come è stato suggerito, bensì da motivi teologici ed economici allo stesso tempo: “By contrast, Fundamentalists and Evangelicals - many of whom do belong to mainline churches - are supporting a missionary movement that since 1953 has tripled its number of workers abroad to more than 30,000.” 40 E’ risaputo che i contributi dei credenti alle attività missionarie sono molto consistenti in seno alle chiese evangeliche fondamentaliste, ma ciò non spiega di per sé la crescita del movimento. L’intesa tra il presidente Reagan e gli evangelici americani deve aver favorito l’espansione del fondamentalismo e procurato, oltre che nuove alleanze, una certa preoccupazione nel mondo cattolico, reso consapevole dell’intransigenza del nuovo protestantesimo. 41 In seno all’antropologia protestante si deve riconoscere che il movimento pietista esprime un’istanza utile a rendere più umane le conseguenze economiche del Protestantesimo, e che consiste nel tentativo di sfuggire all’antitesi libero-servo arbitrio, anche se rifiutando il ruolo sistematico di una teologia speculativa ed accademica. Quando però le chiese del pietismo giungono a comprendere la necessità di un coinvolgimento nella vita politica, stranamente ritornano alla teologia riformata, specialmente calvinista, tanto da suggerire che pietismo e Calvinismo sono due termini essenziali per la nascita e l’evoluzione del capitalismo protestante, dei quali il primo è momento di ingenue dicotomie tra Stato e Chiesa, fede e teologia, semplicità evangelica e conoscenza accademica, per ricadere subito dopo negli schemi della teologia riformata, non avendo saputo cogliere l’opportunità di una creatività intellettuale capace di risolvere le contrapposizioni della teologia classica, e dunque dell’etica che regola i comportamenti economici della borghesia protestante e delle moderne società occidentali. 42 La simbiosi tra pietismo e Riforma nella formulazione dei modelli culturali della civiltà occidentale non può cessare se non superando i contrasti e le contrapposizioni che sono propri della teologia cristiana nel suo insieme. L’etica protestante è il prodotto logico ed inevitabile dell’antropologia che l’ispira, la quale a sua volta è altrettanto logicamente collegata ad ogni altra componente della teologia da cui essa deriva, talché agire su ognuna delle componenti, perché venga ricostruito un maggior contenuto di verità, è agire sull’uomo e sulla somma dei suoi prodotti etici e culturali. I tempi e la legge esigono tale operazione e non il tentativo di annichilire l’autentica semplicità delle chiese evangeliche, a cui non giova la presunta contrapposizione tra teologia e concreta vita cristiana. Neppure si vuole attentare alla funzione degli anziani o vescovi, riproponendo la figura e l’intervento di una categoria che ripropone alla memoria storica del pietismo l’istituzione del magistero cattolico. Se la Chiesa non intende rischiare l’opposizione al Regno di Dio e l’assimilazione al potere del Piccolo Corno, (la quale implicherebbe il coinvolgimento nella ribellione - gr.: apostasia - annunciata in 2Tes. 2: 3) essa deve ricostruire in tempo l’armonia tra i ministeri, (gr.: diakoniwn) senza i quali il panorama biblico della volontà di Dio (gr.: boulen, consiglio) non potrà essere esaminato, con la conseguenza dello sfaldamento delle congregazioni, la romantica approssimazione delle speranze e dei termini apocalittici, ed una pericolosa alienazione dei carismi, la quale anziché produrre santificazione, potrebbe non dimostrarsi all’altezza del confronto con le prove e le forze avverse, fino ad immiserire la già difficile eticità di chi è sinceramente votato a rappresentare un progetto apocalittico che esige unità e forza per la sua realizzazione. Opporsi, anche se cristianamente alla sopraddétta operazione è opporsi ai tempi ed alla legge, promuovere l’avvento del Piccolo Corno e schierarsi contro il Regno di Dio. L’articolo di Ostling si sviluppa sul filo di un interrogativo che per il Cristianesimo dovrebbe essere ormai risolto: il lavoro missionario consiste nella lotta per la giustizia sociale e nell’azione politica, oppure nella predicazione evangelica della conversione spirituale? 43 I cristiani appaiono divisi sulla risposta da darsi a tale interrogativo. E’ stato contestato che la teologia liberale coincida con l’attività sociale e politica, benché, pressoché puntualmente i protestanti impegnati in tal senso, (purché a favore e non contro la liberazione degli oppressi) si appoggiano a qualche forma di teologia liberale: “... non si può semplicisticamente affermare: impegno politico = liberismo teologico”. 44 Allo stesso modo, “benché sia vero che molti evangelici siano critici nei confronti dell’impegno sociale e difendono una specie di posizione verticistica, è troppo semplicistico affermare: evangelismo = verticismo”. 45 Oltre le divisioni nette tra fondamentalisti evangelici e protestanti storici e liberali, i cristiani che sostengono la necessità di intervenire energicamente nella vita sociale e politica, si riferiscono alla Dichiarazione Barmen del 1934 della chiesa detta confessante contro il totalitarismo del Terzo Reich. Ogni espressione del fondamentalismo sembra, infatti, presentare una qualche vulnerabilità nei confronti della sensibilità civica e politica del Protestantesimo storico, a seconda della situazione culturale in cui viene a trovarsi. La Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia è un esempio di come il Protestantesimo storico possa influire sul fondamentalismo evangelico. La VII Assemblea della suddetta federazione si è tenuta, non a caso, a Palermo, dal 31 ottobre al 3 novembre del 1985, animati dalla “volontà dichiarata di essere presenti con la predicazione evangelica e con l’impegno concreto nei problemi generali del paese e in quelli del meridione in particolare”. 46 La predicazione evangelica diviene così principio di ordine sociale per una crescita ed uno sviluppo che non siano il frutto della rapina, della violenza e dell’oppressione, perché i valori umani e spirituali, la solidarietà e la carità, da una parte, e l’efficienza, il progresso, la produttività, dall’altra, sono tutt’altro che ontologicamente inconciliabili e contrastanti, : “... [il] Past. Sergio Aquilante... nel culto di apertura dell’assemblea... ha affermato il valore liberatorio dell’Evangelo rispetto alla ripetitività del passato e alla rassegnazione che caratterizzano la crescita disordinata del Mezzogiorno, e la necessità di costruire la nuova dimensione spirituale di cui il Sud ha bisogno. Questi temi sono riemersi nel dibattito su Violenza e democrazia: problemi e speranze nella Sicilia di oggi, cui hanno partecipato come oratori esterni Pietro Barcellona, Rita Costa e Claudio Fava”. 47 Alle occasioni di confronto tra luterani e riformati italiani 48 la FGEI (Federazione giovanile evangelica italiana) può far seguire perfino un documento teologico contro l’apartheid. La FGEI concorda con la dichiarazione dei teologi sudafricani, in grande maggioranza protestanti, secondo la quale “la chiesa non può collaborare con la tirannia”, e “non deve solo pregare per un cambiamento di governo, ma deve anche mobilitare i suoi membri (...) perché lavorino per un radicale cambiamento... vogliamo accogliere queste richieste di solidarietà e di impegno perché in Sudafrica tutta la popolazione possa godere degli stessi diritti civili e politici; perché venga abrogata la vergognosa legislazione sulle homelands per cui i neri sono stranieri nel loro paese; perché cessi la politica di oppressione del governo di Pretoria contro gli stati dell’Africa australe, perché la benignità e la verità si incontrino, perché la giustizia e la pace si bacino... “ 49 Il contributo più critico e spassionato della VII Assemblea a favore del Mezzogiorno è però venuto dalle vittime della Mafia più che dagli esponenti evangelici (il cui ossequio nei confronti dello stato supera ordinariamente la vocazione profetica), e che non coincide col rimedio di una presunta civiltà che ha da offrire, in sostanza, il modello delle democrazie occidentali mancante dei benefici e dell’essenza della vita e della libertà, il quale comporta per il Mezzogiorno, ma non solo per il Mezzogiorno, il sacrificio di molte esistenze a salvaguardia del sistema economico in uso, i cui effetti vanno in parte ricercati nei fenomeni più deleteri dell’Italia meridionale (droga, disoccupazione, Mafia, clientelismo e corruzioni, istituzionali e private): “Si avvia a conclusione la settima assemblea della federazione delle chiese evangeliche in Italia. Il tema generale, la giustizia di Dio: promessa e sfida, ha trovato nel corso delle due prime giornate la possibilità di allargarsi... si è tenuta una tavola rotonda su un argomento certamente interessante perché attuale: Violenza e democrazia. Problemi e speranze nella Sicilia di oggi... Non è che dal dibattito sia uscita la speranza, come era auspicato dal tema. Si è parlato di una Palermo capitale della Sicilia, ma anche città di grandi misteri e splendidamente isolata dallo Stato (Rita Costa) oppure di una Sicilia dove, come nella tragedia di Antigone, è vietato dare sepoltura ai propri morti in silenzio, senza troppe parole (Pietro Barcellona)... E non troppa la fiducia nello Stato e in un potere legale che non rispetta sempre i principi di libertà, giustizia, uguaglianza, civiltà ed umanità che racchiudono il concetto di democrazia (Costa).50 Dinanzi a tale chiarezza, solo leggermente mitigata, il contributo evangelico ha dimostrato lo slancio e la passione per la questione meridionale. Forse l’ideologia etico-messianica, capace di una visione profetica e globale di una società moderna, come quella italiana, e del coraggio di rimuovere le cause strutturali, teologiche, antropologiche e culturali del Protestantesimo nel suo insieme, si è mostrata potenziale, ma non evidente: “Le chiese evangeliche non sono rimaste ad ascoltare. Per il pastore Scuderi la lotta alla Mafia potrà avere successo solo se si ricorre all’eresia di Valdo (Scuderi è, infatti, un valdese), uno che ha sempre rifiutato di intrupparsi e di farsi coinvolgere in organizzazioni sia pure ancora non esistenti. Ma Barcellona, opportunamente, ha ricordato che spesso gli eretici giusti possono anche essere pericolosi. La buona volontà accoppiata ad una indiscutibile buona fede a volta può portare a delle inesattezze. Oppure ad affrontare un tema più con il sentimento piuttosto che con la logica. E così la manovalanza della mafia è formata da giovani che non se la sono sentita di continuare a portare la loro croce ed hanno preferito la scorciatoia... La soluzione, per le chiese evangeliche, che Barcellona ha definito di ricerca, sta nella loro capacità di fare nascere il germe di una nuova coscienza, quella del dialogo.” 51 La tavola rotonda sulla violenza e la democrazia si è conclusa con un invito dei relatori che è riconducibile alla necessità di riscoprire la propria vocazione messianica per l’elaborazione di una identità etico-sociale capace di indicare con ferma ed integra autorevolezza “i principi generali che delineano il compito dello stato ed i doveri dei singoli cristiani nei confronti di esso”. 52 Il Cattolicesimo ha dimostrato il proprio interesse alla VII Assemblea partecipando nella persona del vescovo di Livorno, monsignor Ablondi, il quale, nella sua veste di segretario della Commissione Ecumenica della Conferenza Episcopale Italiana, ha dichiarato: “Nutro ottimismo perché sono molte di più le grandi verità che ci uniscono che le differenze che ci dividono...” 53 Oltre all’impegno politico ed all’etica sociale, quali componenti della predicazione cristiana e strumenti di liberazione dell’uomo, il fondamentalismo non condivide i contenuti ed i metodi dell’ideale ecumenico attuale, non a caso, per le medesime ragioni antropologiche menzionate. Ed a riprova della necessità di affrontare alla radice i mali sociali, (ossia risalendo alle medesime cause teologiche) basta prendere atto, come è stato fatto, di un’illustre e loquace assenza (la medesima assenza di sempre: ad Assisi come dovunque si menzionino i soli termini di ecumenismo, pacifismo, politica, economia, etica sociale): “Il problema più serio resta comunque quello della coesione e dell’unità all’interno dell’arcipelago protestante. A Palermo c’erano infatti centottanta delegati che rappresentavano solo le chiese che aderiscono alla federazione, cioè i battisti, i luterani, i metodisti, i valdesi, l’Esercito della Salvezza... la Chiesa apostolica. Assenti... : gli avventisti, i pentecostali e i fratelli. Chiese fondamentaliste queste ultime, a struttura piuttosto informale, ma che raccolgono da sole circa i quattro quinti dei trecentocinquantamila protestanti italiani.” 54 Non è detto che i motivi degli evangelici fondamentalisti siano necessariamente o sempre senza fondamento. La riflessione etica ed antropologica deve tenere in dovuto conto questi motivi, rifuggendo da ogni facile luogo comune sulla borghesia protestante e da qualunque tentativo di facile criminalizzazione. In tutto ciò si deve mirare a spezzare ogni possibile legame tra il Giudeocristianesimo e la strumentalizzazione che di esso può essere fatta da parte del Piccolo Corno, riducendo l’etica biblica ad una sua deformazione, lontana dai tempi e dalla legge. Assemblee dei Fratelli, pentecostali ed avventisti dovrebbero seriamente riflettere sull’impossibilità di un cristianesimo limitato pietisticamente a dottrine fondamentali, benché indiscutibilmente bibliche, ma incapace di percezione etico-messianica, la cui assenza svilisce le più brillanti confessioni di fede e finisce per sottoporle al gioco iniquo dei potenti, rendendole strumento di oppressione, nella forma della legittimazione dell’esasperato individualismo economico. il quale si vorrebbe disancorato dalla resa etico-politica della fede biblica. La libertà e l’ortodossia evangelica può tradursi nell’anarchia delle rapacità individuali: nelle forme della competizione dei ministeri spirituali e nelle manifestazioni di opposizione all’etica sociale ed alla cultura classica e filosofica, responsabile di quella sensibilità spirituale che determina una visione critica, globale ed interdisciplinare dell’uomo, della realtà e di quella stessa teologia capace di globalità. Una semplicità evangelica che si collocasse oltre i termini storici e semantici della rivelazione biblica, finirebbe per ridursi al medesimo semplicismo di quella cultura tecnologica che ha finito per smembrare il carattere interdisciplinare concepito all’origine del mondo occidentale dal pensiero metafisico aristotelico, verso il quale la fede si pone armonicamente e non in conflitto. Allo smembramento od alla frantumazione della conoscenza, della fede cristiana e dell’uomo stesso, giacché la realtà e le Scritture non dovrebbero (secondo alcuni) tradursi organicamente in forma dottrinale, si sono opposte la Patristica, la Scolastica e lo stesso Sant’Agostino, tanto caro alla teologia protestante. Casomai è necessario preservare la semplicità evangelica dallo strapotere della cultura, ma la medesima semplicità non può tradursi in un nuovo pretesto per impoverire la conoscenza interdisciplinare, allo scopo di muovere in un secondo momento al soggiogamento dei semplici (ovvero degli esemplificati) prima nella chiesa e poi nella società. Riconoscere i contributi del pietismo non significa accogliere le sue isteriche esemplificazioni. Se gli evangelici permetteranno che la propria identità venga scossa dal sentimento e dal pensiero etico-messianico, promuovendo gli studi classici ed umanistici, l’integrità della predicazione evangelica, l’apporto alla storia del Cristianesimo, ed ancor più il contributo alla crescita ed alla salvezza dell’uomo, non potranno che beneficiarne in forza, efficacia ed autenticità. Se in Europa può esistere un risveglio nelle forme privilegiate dalle chiese del pietismo, quest’ultima è probabilmente l’unica via adatta alla sensibilità dell’uomo europeo, anziché la propaganda dei facili volantini e degli esuberanti predicozzi per alzata di mano, i quali fanno appello più spesso all’emotività piuttosto che alla coscienza ed al pensiero. Se una misura di laicismo e liberismo economico può sopravvivere in seno al fondamentalismo protestante, esso deve essere ricondotto a fondate motivazioni etiche, oltre che ad una situazione di compatibilità coi valori teocratici. Se la tendenza al separatismo del fondamentalismo evangelico è nel suo apparato antropologico, è a tale livello che sono necessari la comprensione ed il confronto.

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    Predefinito Soteriologia Vs Antropologia (2)

    C. L’ANTROPOLOGIA CATTOLICA
    L’antropologia cattolica sembra attraversare una lunga fase di riflessione teologica, dalla quale emerge al momento più sicurezza per quel che riguarda l’antropologia fisica ed etnologica piuttosto che per quella biblica. 55 A partire dalla riforma protestante, i pronunciamenti teologici sulla realtà dell’uomo hanno dimostrato una duplice precarietà: da una parte il discorso del manuale che si articola in asserti frammentari, dispersi in trattati non coordinati tra loro e mancanti di una visione complessiva dell’uomo (De Gratia, De Deo creante et elevante, De peccato originali, De Novissimis); dall’altra parte la “recente dissoluzione del discorso manualistico, che però non è stato sostituito da un discorso alternativo.” 56 E’ stata inoltre avvertita la necessità “di un riferimento dell’antropologia alla cristologia... con un esito che sembra compromettere l’esistenza stessa di un’antropologia teologica.” 57 Il De Gratia del 1680 è il tentativo del Concilio Tridentino, attraverso le controversie, di recuperare la tradizione agostiniana. La Riforma aveva infatti agitato il problema della consistenza dell’uomo, della sua autonomia e dunque del significato della sua supposta libertà dinanzi al primato della grazia salvifica di Dio. Con il De Gratia si sperava di disinnescare le controversie postridentine, aprire un dialogo ecumenico con i riformatori e risolvere le tensioni procurate all’antropologia cristiana. Il De Gratia avrebbe però significato il riconoscimento della grazia quale adiutorium gratuito, concesso da Dio all’umanità immeritevole ed impotente, dotata di una libertà precaria, relativa, peccaminosa, ed insufficiente a tradursi in adesione alla rivelazione cristiana, e dunque il riconoscimento dei contributi fondamentali del Protestantesimo. Il De Gratia, come del resto la tesi di Agostino e dei primi riformatori, pur esprimendo la dipendenza al dato biblico (tanto è scontata ed evidente la nozione di grazia immeritata) non contribuiva al bilancio delle altre affermazioni bibliche coinvolte dall’antropologia. Se, infatti, si nega il libero arbitrio dell’uomo di fronte alla grazia, è inevitabile produrre un contrasto tra la sovranità di Dio, che si vorrebbe (specialmente in Calvino) causa di una duplice predestinazione e l’amore di Dio che si esprime nella volontà di salvare tutti gli uomini. Se tali sono state le ansie dei teologi cattolici postridentini, il recupero della tradizione patristica greca, che presenta la grazia come presenza dello Spirito Santo che dimora nel cristiano (divinizzazione) esprime la necessità di bilanciare la tradizione agostiniana piuttosto che l’intenzione di estinguerla. 58 Il fatto che le tesi di Agostino sulla predestinazione rivivano in qualche forma nel De Gratia, nonostante la diffidenza e l’esplicito rifiuto ad esse destinato, non può necessariamente significare che la radicalizzazione della visione dell’umanità quale massa damnationis debba generare un’interpretazione restrittiva della volontà salvifica, ragion per cui il superamento del De Gratia non deve essere spregiudicato, se non si vuole perdere il punto di raccordo con le giuste istanze riformate e la possibilità di una formulazione più avanzata dell’antropologia biblica. Il contributo che sembra promettere nel futuro della teologia, sia protestante che cattolica, la soluzione dei contrasti teologici più gravi, relativi, ad esempio, alla natura della libertà umana, della grazia, all’origine ed alla portata del peccato, al rapporto tra la sovranità e l’insieme degli attributi divini, ritengo che vada intravisto nel tema della grazia come Spirito Santo (dono increato): “Questo... significato di grazia fondato sul dono dello Spirito, in quanto fa riferimento a una presenza di Dio non limitata alla trasformazione accidentale dell’uomo, può aprire la strada a una diversa concezione dei rapporti tra dono soprannaturale di Dio e consistenza naturale-storica dell’uomo; e, in quanto fa riferimento al Cristo Risorto, dal quale lo Spirito è effuso, può permettere di aprire la strada a una nuova comprensione del destino dell’uomo come partecipazione alla predestinazione di Cristo.” 59 Alcuni contributi utili alla formulazione di un’antropologia strettamente collegata alla pneumatologia, provengono dall’ambito relativo al processo che ha determinato la tradizione del De Deo creante et elevante, per quanto anche quest’ultimo nel suo complesso sia stato dichiarato “affrettato” e “decisamente, celermente” messo in crisi, al punto di parlare di dissolvimento del trattato. 60 La distinzione di Baio tra l’uomo prima del peccato, (per il quale la grazia era naturale) è utile ad indicare che ogni azione ed ogni pensiero, umani, conformi al carattere della grazia divina, sia prima che dopo la conversione, vanno in ogni caso attribuiti alla grazia gratuita e non a quella naturale, benché i presupposti e la struttura psico-fisica dell’uomo derivino da quest’ultima; che l’azione della grazia gratuita, anteriore alla conversione, indica l’azione e la presenza dello Spirito Santo, a prescindere dall’identità religiosa, ideologica e razziale, purché l’uomo non abbia già radicalmente e definitivamente rifiutato i tempi e la legge (identificazione irreversibile col Piccolo Corno e condizione che, annullando l’azione dello Spirito Santo, ripristina tutta l’efficacia delle conseguenze derivate dal peccato originale, dell’ottenebramento della mente e della coscienza e dunque della naturale precarietà morale) per adeguarsi a quell’esasperato individualismo che si vorrebbe essenziale per una vigorosa ed autentica cultura dello sviluppo, il quale finisce per coincidere con il rifiuto dell’etica biblica; 61 e dunque che la formulazione corretta di una dottrina biblica dell’uomo deve tener conto della funzione decisiva della persona e dell’opera dello Spirito Santo, oltre che della necessità di fare una distinzione tra un prodotto antropologico assolutamente negativo (massa damnationis in Agostino), ma proprio dell’uomo in sé (antropologia esclusiva o negativa) ed un secondo, ma rispondente all’esistenza ordinaria dell’uomo, che coinvolge però un elemento che non gli è congenito, o che, perlomeno non è una sua componente definitiva fino al momento della conversione, detta infatti nuova nascita nel Vangelo di San Giovanni (antropologia pneumatologica). In che senso Baio abbia inteso la grazia, gratuita o naturale, è questione controversa. 62 Ogni altro tentativo di superare il pessimismo antropologico del Protestantesimo, minimizzando le conseguenze del peccato, non riesce a promuovere una spiegazione equilibrata che non contraddica i principi biblici e non sia vulnerabile nei confronti della tendenza secolare contemporanea ad interpretare l’uomo, il suo futuro, i suoi progetti, le sue istituzioni nel senso di un radicale autonomismo, il quale finisce per provocare la distruzione dell’uomo stesso. Se l’antropologia in uso nel mondo protestante, riformato e fondamentalista, giunge ad un atteggiamento favorevole nei confronti del liberismo economico, (con l’intenzione di prevenire l’inaffidabilità della retorica di quelle entità che si servono della causa sociale a proprio vantaggio ed in realtà non garantiscono prestazioni e servizi qualificati ad ogni cittadino) il plauso dell’individualismo finisce per promuovere l’antropologia del naturalismo ed il dominio di una leadership estranea ai valori della solidarietà cristiana. E’ stato infatti notato che i contenuti del peccato nel De Deo elevante “vengono pensati non a partire dalla storia della salvezza cristiana, ma da altre prospettive che, non provenendo dalla fede, proverranno da una certa tradizione culturale, che sarà messa in crisi, come di fatto è successo, dalla successiva cultura.” 63 Se il discorso accademico del Cattolicesimo sull’antropologia comprende Agostino come Pelagio, la tentazione protestante del De Gratia, come lo svelamento naturalistico dell’ottimismo cattolico nel De Deo elevante, la nozione di sacramento ed il rapporto tra fede ed opere, secondo il magistero, esprime con maggiore chiarezza, anche se indirettamente, quale sia la propensione cattolica in tema di antropologia. Il battesimo e la confessione sarebbero istituiti per conferire la grazia a chi non la possiede (gratia prima) e dunque per produrre la justificatio prima, mentre gli altri sacramenti sarebbero preposti all’incremento della grazia già esistente (gratia secunda), ossia alla produzione della justificatio secunda. 64 Se la grazia attuale è un aiuto soprannaturale interiore che Dio concede all’uomo decaduto, in modo da poter operare per la propria salvezza 65, le qualità morali non sono proprie dell’uomo, e dunque, indizi di un’antropologia pessimistica si ritrovano nella stessa teologia cattolica. La nozione di massa damnationis si ritrova potenzialmente nelle finalità del battesimo e della confessione, i quali si chiamano infatti sacramenti dei morti, in quanto infonderebbero la vita in coloro che sono spiritualmente morti o rei di un peccato mortale. 66 Nonostante l’obiezione protestante, secondo la quale il dono della grazia che salva non dipende da un rito esteriore, piuttosto che unicamente dalla fede, che è un atto interiore, 67 il sacramento, benché esiga, in certi casi, la cooperazione dell’uomo, conferma la tesi pessimistica della dottrina antropologica: “I sacramenti sono segni sensibili ed efficaci della grazia, istituiti da Gesù Cristo, per santificare le anime nostre.” 68. Jacques Blocher ha sostenuto69 che l’insegnamento cattolico sulla grazia è esageratamente complicato, enumerando una ventina di distinzioni praticate dal Bartmann a questo proposito: creata ed increata, naturale e soprannaturale, esteriore ed interiore, relativa alla santificazione ed ai carismi, attuale ed abituale, medicinale ed elevante, preveniente e concomitante, operante e cooperante, sufficiente ed efficace, di Cristo e di Dio. 70 Il fatto che i teologi non abbiano “... ancora trovato un punto di accordo” e che “queste sottili distinzioni erano ignote ai primi Padri della Chiesa ed alla Scolastica” 71, non dimostra che la teologia non debba adottare una terminologia che sia adeguata all’evolversi della sua ricerca, e che non debba operare delle distinzioni utili allo studio ed alla esplicazione dei contenuti biblici, talvolta semplici nella loro applicazione ma complessi nella profondità, 72 essendo la funzione della teologia utile alla comprensione di quelle dinamiche immediatamente implicate nell’azione evangelistica; alla verifica della loro ortodossia ed all’equilibrata formulazione dell’antropologia biblica, le cui influenze sui sistemi filosofici e sull’etica sono d’importanza vitale. E’ proprio l’esemplificazione del concetto di grazia ad uso evangelistico, necessaria per rendere immediato il principio della gratuità della salvezza, tale quale risulta nelle epistole paoline, che rischia di consolidare durante la fase formativa della chiesa locale un atteggiamento di spregiudicata esemplificazione, tale da non essere capaci di risalire ai principi spirituali che esistono dietro le quinte del letteralismo dei versetti biblici. La mancata sistemazione delle affermazioni bibliche nella teologica sistemazione dottrinale è probabile che impedisca e limiti la spontaneità dell’agire dell’uomo nuovo, rendendola inadatta ed estranea alle tematiche etico-sociali, fino al pregiudizio nei confronti di ciò che neppure si comprende. 73 Piuttosto, l’ottimismo antropologico del Cattolicesimo ricompare nell’ambiguità con cui si pongono in relazione la grazia e le opere: “... A chi opera bene sino alla fine e pone la sua speranza nel Signore, si deve proporre la vita eterna e come grazia promessa misericordiosamente ai figli di Dio per mezzo di Gesù Cristo e come premio delle loro buone opere e dei loro meriti dovuto per divina promessa” 74; “La vita eterna è una ricompensa che è resa fedelmente alle buone opere dell’uomo e ai suoi meriti, in virtù della promessa di grazia che è in Gesù Cristo”; 75 nonostante i più antichi Padri della Chiesa non credano al valore espiatorio dei meriti dell’uomo. 76 E’ troppo facile attribuire la tensione tra il pessimismo che permea i sacramenti e l’insegnamento sulla fede e le opere ad un influsso del paganesimo: “La dottrina delle opere ha preso piede, nella Chiesa Romana, lentamente. E’ questa la logica conseguenza delle deviazioni susseguitesi inesorabilmente. E’ così che l’elemento umano diviene centro della salvezza. L’idea pagana della salvezza compiuta dall’uomo stesso (ellenismo, buddismo...), si è introdotta e ha prolificato nella Chiesa Romana. Nonostante la sofisticazione teologica, che attribuisce il valore di queste opere umane alla promessa di grazia fatta in Gesù Cristo, nessuno può illudersi. E’ lo stesso uomo che deve agire, pregare, digiunare, fare l’elemosina: è in giuoco la sua salvezza eterna. In pratica infatti, la salvezza non dipende dall’opera definitiva del Cristo, ma dall’atto dell’uomo, perpetuamente precario.” 77 L’insegnamento cattolico si esprime nella tensione tra grazia e merito, fede ed opere, perché è il prodotto di una tensione teologica irrisolta che caratterizza l’intera cristianità. Il De Gratia è un implicito riconoscimento delle tesi agostiniane e riformate intorno alla grazia, ma, per non farsi coinvolgere dalla nozione della predestinazione, sistematicamente, benché non inevitabilmente, collegata alla precedente, la teologia cattolica ha dovuto sostenere il principio del servo arbitrio in sintonia con l’affermazione del merito e delle opere ai fini della salvezza, apparendo l’amore di Dio ed una sua ipertrofica sovranità (la dottrina della predestinazione della Riforma) in contrasto tra loro. E’ prevedibile che l’antropologia cattolica sia perciò fortemente animata dal principio dell’amor di Dio, ma nello stesso tempo dall’ottimismo che l’uomo ed il credente anagrafico siano concretamente affidabili e capaci di realizzare le aspirazioni etiche ed il programma sociale elaborati dall’insegnamento pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II. (78/a) Così si spiegherebbe perché il fondamentalismo protestante, essendo scettico nei confronti del programma e delle origini teologiche della dottrina sociale cattolica, rischi di adeguarsi, all’altro estremo, ossia al progetto di un liberismo radicale. In assenza di una soluzione a tali tensioni della teologia cristiana non è neppure possibile elaborare un nuovo sistema antropologico ed un modello etico realistico ed applicabile. Infatti il programma sociale della stessa Chiesa Cattolica esige uomini la cui natura sia stata plasmata dalla spiritualità biblica, in assenza della quale il reclutamento per la liberazione del mondo può tradursi in una babilonia dove l’etica rappresenta un ottimo affare per molti ma non il concreto riferimento di una società più giusta ed umana. Se la politica italiana non si affretterà a procurarsi un numero sufficiente di uomini adatti (oltre i pochi di cui già dispone) alla realizzazione di un autentico programma etico-sociale, la prossima sorpresa per gli italiani è una bella dittatura su misura. (78/b) L’indagine antropologica evidenzia che i problemi non risolti in teologia sono gli stessi che caratterizzano le zone irrisolte della natura dell’uomo, e finché i concetti di grazia ed opere, libero e servo arbitrio, fede e predestinazione, non subiranno una verifica adeguata entro un sistema biblico, logico ed ordinato, non vi sarà alcun adeguato rinnovamento etico del mondo a partire, perlomeno, da corrette categorie giudeocristiane. L’intenzione di Giovanni Paolo II sembra concernere la promozione di un’etica sociale i cui benefici riguardino tutti gli uomini, qualunque sia l’ideologia e la religione ch’essi professano. E’ da discutere se l’etica cristiana possa sancire un regime di governo che non riconosca, ufficialmente o di fatto, le medesime prerogative e diritti per tutti. Si tratta ad ogni modo di una pratica diffusa alla quale si fa ricorso anche nei paesi che s’ispirano ad una costituzione simile a quella italiana, a dimostrazione del fatto che ogni maggioranza decide di fatto quali siano i limiti della solidarietà, della coesistenza e dell’altrui progresso, prescindendo dai proclami etico-sociali. Il libro di Daniele conferma che la misericordia può essere autentica solo qualora la sovranità di Dio venga riconosciuta e l’indole umana si volga verso il bene: “... potrai di nuovo regnare quando riconoscerai che il Dio del cielo domina su tutto. Perciò, maestà, ascolta il mio consiglio: rinunzia ai tuoi peccati praticando la giustizia e alle tue iniquità con atti di misericordia verso i poveri... “ 79 Per quanto riguarda il programma sociale, il pensiero di Giovanni Paolo II risulta affine con le indicazioni del libro di Daniele e fortemente profetico, mentre il pessimismo dell’antropologia protestante appare più consapevole della necessità del radicale rinnovamento spirituale dell’uomo e del riconoscimento dell’indegnità di quest’ultimo dinanzi alla giustizia di Dio, ed anch’esso profetico alle radici della spiritualità, la quale è condizione perché la Legge venga scritta nei cuori e si adempia: “Cominciai a digiunare e, vestito di sacco, con la testa coperta di cenere mi rivolsi al Signore Dio per pregarlo e supplicarlo. Pregai il Signore, mio Dio, e riconobbi i peccati... Tu solo, Signore, sei giusto! Anche oggi dobbiamo solo vergognarci... noi siamo pieni di vergogna: noi, i nostri re, i nostri capi e i nostri padri, perché abbiamo peccato contro di te! Ma tu, Signore, nostro Dio, nella tua benevolenza, perdonaci, anche se noi ci siamo ribellati contro di te! Noi non ti abbiamo ascoltato quando ci chiedevi di ubbidire alle leggi che tu ci hai comunicato per mezzo dei tuoi servi, i profeti... non ti abbiamo supplicato, non ci siamo allontanati dai nostri peccati e non abbiamo seguito la tua verità... tu, Signore, nostro Dio, sei giusto in tutto quel che fai, ma noi non abbiamo ascoltato le tue parole... Ascolta, Signore, nostro Dio, la mia preghiera e la mia supplica... per amor tuo, guarda con bontà... Mio Dio, ascoltami, e guarda attentamente... Ti presentiamo le nostre suppliche ma non contiamo sui nostri meriti bensì sul tuo amore infinito. Signore, ascoltaci! Signore, perdonaci! Signore, guardaci! Per amor tuo, Dio mio, intervieni presto in favore di questa città e di questo popolo... “ 80 Il rinnovamento morale di un individuo e del popolo di cui è parte, e dunque il consolidamento dei principi etici, possono realizzarsi secondo il profeta Daniele soltanto entro i termini del ravvedimento, della grazia e della verità, dichiarandosi indegni e peccatori. L’antropologia laica e secolare è la negazione radicale, nei termini e nei fatti, del progetto di riforma morale e spirituale biblico, le cui conseguenze (se l’antropologia biblica è fondata) sono tragiche e distruttive. Perciò la riforma etico-sociale della Chiesa non può realizzarsi senza un radicale ridimensionamento delle filosofie secolari e la messa a punto di un nuovo discorso antropologico che rifletta il pensiero biblico. Se fosse l’intero complesso biblico ad essere in errore, e dunque, se la lettura metafisica e sovrannaturale della realtà fosse infondata, all’uomo laico e moderno non resterebbe che procedere, secondo i termini naturalistici e competitivi della sua familiare antropologia, al dominio del pianeta ed alla conquista degli spazi siderali, purché, nonostante le strategiche affermazioni pacifistiche e le ostentazioni di civile tecnologismo, sopravviva al XX secolo.

 

 
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