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  1. #1
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    Predefinito Il vero conservatore è l'anticonservatore

    Ho recuperato da Ffwebmagazine un articolo di circa due mesi fa sul conservatorismo. L'ho letto e non mi ha convinto. Adesso lo posto e magari ci riflettiamo su.
    SADNESS IS REBELLION

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il vero conservatore è l'anticonservatore

    La rubrica lessicale che ogni venerdì racconta una parola della politica

    Conservatori

    Se il vero conservatore è l'anticonservatore


    di Federica Colonna

    Il vero conservatore sa andare all’indietro perché, per andare avanti, bisogna qualche volta arretrare per prendere la rincorsa.
    Giuseppe Prezzolini, Manifesto dei conservatori.


    Definizione:
    aggettivo e sostantivo maschile
    1. Che o chi conserva
    2. Che o chi, in politica, sostenendo il valore della tradizione, si oppone a qualunque ideologia progressista, e mira a conservare le strutture sociali e politiche tradizionali
    3. Titolo di magistrati che in antiche corporazioni e in certi comuni dovevano curare l’osservanza degli statuti o avevano incarichi amministrativi (il nome è rimasto al Palazzo dei Conservatori, nella piazza del Campidoglio a Roma)

    Alcune parole funzionano. Attraggono l’attenzione come calamite, si piazzano al centro del pensiero, incastrate tra i neuroni del cervello, e catalizzano emozioni, diventano il perno, quasi in senso fisico, intorno al quale si costruiscono le opinioni e i punti di vista. Basta a volte una parola per costruire intere visioni del mondo.

    Le parole sono magiche, funzionano insieme in maniera quasi alchemica, sono la bacchetta di Mago Merlino, e chi sa usarle può trasformare il metallo in oro. Le parole sono come la pietra filosofale. Non è un caso che tra le discipline dell’alchimista oltre la matematica, l’astrologia e la fisica fosse annoverata anche la semiotica. Magia immaginaria, per usare un gioco, appunto, di parole. Insomma, alcuni termini si piazzano là, al centro della discussione pubblica e diventano vessilli, segni di riconoscimento, icone per le quali combattere battaglie, schierarsi, definirsi in un certo modo.

    Nella cultura politica ci sono alcuni termini, ad esempio, che hanno da sempre diviso e determinato certi modi di pensare e di essere. Una di queste parole è conservatore. È uno di quei termini caratterizzanti le diatribe politiche, che se si dovesse fare una tag cloud di tutte le pagine di giornale, delle dichiarazioni, dei discorsi di candidati vari, “conservatore” sarebbe al centro, magari accanto a “progressista”, scritto in carattere bold, bello carico. Perché è un termine utile, da manifesto elettorale: attiva le coscienze, le direziona ma, ahimè, verso il passato. Non tocchiamo la memoria, dice il conservatore, perché è il ricordo a insegnarci il futuro. Dipende, si potrebbe rispondere, dipende, infatti, direbbe anche Jarabe de Palo canticchiando. Infatti la parola conservatore, come d’altronde progressista, è un termine contenitore, magari storicamente caratterizzato, ma semioticamente vuoto, né buono né cattivo, né bello né brutto. Dipende da cosa si vuole conservare.

    Il termine conservatore è da riempire: come una scatola ci si mette dentro quello che si vuole. E conservatore è più o meno capiente come il vaso di Pandora, ci si può mettere tutto e il contrario di tutto. È un patchwork contenutistico, anche se chi si definisce conservatore una metafora del genere non la accetterebbe. Perché, di rigore, il conservatore è un po’ avvezzo a scandalizzarsi, a preferire i bei vecchi tempi, quando il patchwork al massimo era una coperta americana e, sinceramente, anche di cattivo gusto. Poco stile. Poi, si sa, i barbari sono calati e arrivando hanno scomposto un po’ tutto.

    «Arrivano da tutte le parti, i barbari. E un po' questo ci confonde, perché non riusciamo a tenere in pugno l'unità della faccenda, un'immagine coerente dell'invasione nella sua globalità. Ci si mette a discutere delle grandi librerie, dei fast-food, dei reality show, della politica in televisione, dei ragazzini che non leggono, e di un sacco di cose del genere, ma quello che non riusciamo a fare è guardare dall'alto, e scorgere la figura che gli innumerevoli villaggi saccheggiati disegnano sulla superficie del mondo. Vediamo i saccheggi, ma non riusciamo a vedere l'invasione. E quindi a comprenderla». Ecco, forse ha ragione Alessandro Baricco quando parla dell’arrivo dei barbari: forse i conservatori si mettono a guardare un particolare, vedono la perdita, ma certe volte non riescono a capire le mutazioni.

    Perché definirsi conservatore, come se fosse possibile esserlo sempre e comunque, è scegliere di non capire le contaminazioni. E oggi, davvero, a bordo del Galaxy della postmodernità, non è più possibile evitare di contaminarsi. Si potrebbe, in un certo senso, definirsi conservatori a pezzetti, di qualcosa di specifico, più un modo di comportarsi concreto e determinato, da mettere in atto una volta si e una no, piuttosto che un’etichetta con la quale presentarsi in società. Conservare, si può, il buono che c’è. Come sostiene anche Leo Longanesi: «Sono un conservatore in un paese in cui non c'è niente da conservare».

    Ecco, appunto: bando alle etichette, si conserva se c’è da conservare, altrimenti, revolution, come intimano i Beatles, cambiamo teste, cerchiamo di capire questo mondo qua e di portarci in tasca solo ciò di cui vale la pena. Solo i ricordi, i valori (attenzione! Altra parola contenitore), le competenze che davvero vanno infilate nella valigia del viaggiatore del tempo. Sì, perché il politico è essenzialmente un viaggiatore nel tempo ma con una sola direzione verso cui andare: il futuro. Ha con sé un bagaglio e dentro può metterci quello che considera utile, bello, emozionante, necessario. Ma non può scegliere di non viaggiare e restare fermo a una sola stazione.

    Anche Prezzolini ha in mente un’immagine del genere quando afferma che «il vero Conservatore ha rispetto piuttosto per il tempo che per lo spazio, e tiene conto della qualità piuttosto che della quantità». Il vero conservatore, insomma, è uno disposto a cambiare, perché ha qualcosa di prezioso da portare lungo il tempo e lo spazio: la libertà e la felicità, le uniche due forze di cui ci si può dire conservatori. Ma per realizzarle entrambe è necessario mutare durante il viaggio, solo così è possibile conservare il bello, rinnovarlo, stupirsi sempre di fronte al suo comparire.

    Altrimenti il rischio è mettere sotto spirito la vita, rimpiangere un’eterna giovinezza che poi, si sa, passa, ed è ridicolo vederla violentata in lifting da enormi cicatrici dietro le orecchie. La grammatica cognitiva della politica deve mutare al cambiare dei tempi e se proprio qualcosa vuole conservare, sia allora la ricerca della felicità.

    Ecco, è forse il caso i ricordare Milan Kundera, per cui «fino a qualche tempo fa i conservatori erano quelli che volevano conservare lo status quo. Ma improvvisamente lo status quo è entrato in movimento e scorre come un tapis roulant verso la modernità. Così anche i conservatori si muovono con esso. E i moderni veri sono costretti a essere antimodernisti». Il vero conservatore, per imitare Prezzolini, è allora l’anticonservatore. Perché sa tradire il passato pur di continuare a cercarla, la felicità.

    29 gennaio 2010


    Ffwebmagazine - Se il vero conservatore è l'anticonservatore
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  3. #3
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    Predefinito Rif: Il vero conservatore è l'anticonservatore

    Nella cultura politica ci sono alcuni termini, ad esempio, che hanno da sempre diviso e determinato certi modi di pensare e di essere. Una di queste parole è conservatore. È uno di quei termini caratterizzanti le diatribe politiche, che se si dovesse fare una tag cloud di tutte le pagine di giornale, delle dichiarazioni, dei discorsi di candidati vari, “conservatore” sarebbe al centro, magari accanto a “progressista”, scritto in carattere bold, bello carico. Perché è un termine utile, da manifesto elettorale: attiva le coscienze, le direziona ma, ahimè, verso il passato. Non tocchiamo la memoria, dice il conservatore, perché è il ricordo a insegnarci il futuro. Dipende, si potrebbe rispondere, dipende, infatti, direbbe anche Jarabe de Palo canticchiando. Infatti la parola conservatore, come d’altronde progressista, è un termine contenitore, magari storicamente caratterizzato, ma semioticamente vuoto, né buono né cattivo, né bello né brutto. Dipende da cosa si vuole conservare.
    Certo che dipende. Tuttavia, il termine conservatore presuppone SEMPRE l'idea di una trasmissione dal passato. Non nasciamo oggi e la costruzione del domani necessita di quanto è avvenuto prima, di quanto abbiamo alle nostre spalle. Il conservatore è contro la tabula rasa.

    Il termine conservatore è da riempire: come una scatola ci si mette dentro quello che si vuole. E conservatore è più o meno capiente come il vaso di Pandora, ci si può mettere tutto e il contrario di tutto. È un patchwork contenutistico, anche se chi si definisce conservatore una metafora del genere non la accetterebbe. Perché, di rigore, il conservatore è un po’ avvezzo a scandalizzarsi, a preferire i bei vecchi tempi, quando il patchwork al massimo era una coperta americana e, sinceramente, anche di cattivo gusto. Poco stile. Poi, si sa, i barbari sono calati e arrivando hanno scomposto un po’ tutto.
    Essere nostalgici è un delitto? Per un conservatore, no. La nostalgia è essenziale nella forma mentis conservatrice. Questo però non significa che il conservatore per nostalgia voglia rifare il mondo di ieri o non far nulla. Il conservatore accetta il cambiamento, ma non lo esalta, non vi vede un progresso. Sa che ogni novità comporta, oltre a delle soluzioni nuove, anche problematiche nuove. Per questo è più incline a ricordare che ad immaginare. La memoria è la facoltà conservatrice per eccellenza.

    «Arrivano da tutte le parti, i barbari. E un po' questo ci confonde, perché non riusciamo a tenere in pugno l'unità della faccenda, un'immagine coerente dell'invasione nella sua globalità. Ci si mette a discutere delle grandi librerie, dei fast-food, dei reality show, della politica in televisione, dei ragazzini che non leggono, e di un sacco di cose del genere, ma quello che non riusciamo a fare è guardare dall'alto, e scorgere la figura che gli innumerevoli villaggi saccheggiati disegnano sulla superficie del mondo. Vediamo i saccheggi, ma non riusciamo a vedere l'invasione. E quindi a comprenderla». Ecco, forse ha ragione Alessandro Baricco quando parla dell’arrivo dei barbari: forse i conservatori si mettono a guardare un particolare, vedono la perdita, ma certe volte non riescono a capire le mutazioni.
    Direi il contrario. Proprio perchè il conservatore ha memoria ed interesse per la società nel suo complesso (e non meramente per una classe o per l'individuo) che riesce ad avere una visione d'insieme del reale e non particolaristica - cosa che invece accade a liberali e progressisti.

    Perché definirsi conservatore, come se fosse possibile esserlo sempre e comunque, è scegliere di non capire le contaminazioni.
    Essere conservatori significa avere una determinata forma mentis e perciò è possibile esserlo sempre e comunque. Le contaminazioni possono riguardare l'agire politico e solo quello.

    E oggi, davvero, a bordo del Galaxy della postmodernità, non è più possibile evitare di contaminarsi. Si potrebbe, in un certo senso, definirsi conservatori a pezzetti, di qualcosa di specifico, più un modo di comportarsi concreto e determinato, da mettere in atto una volta si e una no, piuttosto che un’etichetta con la quale presentarsi in società. Conservare, si può, il buono che c’è. Come sostiene anche Leo Longanesi: «Sono un conservatore in un paese in cui non c'è niente da conservare».
    L'articolista evidentemente non ha altro in mente che il conservatore "dello status quo". Come se non fosse chiaro che il conservatore conserva lo status quo quando gli sta bene, o in mancanza di meglio, ma non per principio. Oakeshott diceva che viviamo sempre nel miglior mondo possibile, ma questo significa accettare stoicamente il presente senza eccedere nel romanticismo e vagheggiare utopisticamente un futuro che non sappiamo come sarà.

    Ecco, appunto: bando alle etichette, si conserva se c’è da conservare, altrimenti, revolution, come intimano i Beatles, cambiamo teste, cerchiamo di capire questo mondo qua e di portarci in tasca solo ciò di cui vale la pena. Solo i ricordi, i valori (attenzione! Altra parola contenitore), le competenze che davvero vanno infilate nella valigia del viaggiatore del tempo. Sì, perché il politico è essenzialmente un viaggiatore nel tempo ma con una sola direzione verso cui andare: il futuro. Ha con sé un bagaglio e dentro può metterci quello che considera utile, bello, emozionante, necessario. Ma non può scegliere di non viaggiare e restare fermo a una sola stazione.
    Qua più che con il conservatore classico, l'articolista sembra avercela col reazionario puro. Evidentemente questa volontà di bandire le etichette lo porta a confonderle.

    Anche Prezzolini ha in mente un’immagine del genere quando afferma che «il vero Conservatore ha rispetto piuttosto per il tempo che per lo spazio, e tiene conto della qualità piuttosto che della quantità». Il vero conservatore, insomma, è uno disposto a cambiare, perché ha qualcosa di prezioso da portare lungo il tempo e lo spazio: la libertà e la felicità, le uniche due forze di cui ci si può dire conservatori. Ma per realizzarle entrambe è necessario mutare durante il viaggio, solo così è possibile conservare il bello, rinnovarlo, stupirsi sempre di fronte al suo comparire.

    Altrimenti il rischio è mettere sotto spirito la vita, rimpiangere un’eterna giovinezza che poi, si sa, passa, ed è ridicolo vederla violentata in lifting da enormi cicatrici dietro le orecchie. La grammatica cognitiva della politica deve mutare al cambiare dei tempi e se proprio qualcosa vuole conservare, sia allora la ricerca della felicità.
    Il Vero Conservatore di Prezzolini si differenziava da due diversi tipi di conservatorismo spurio: la reazione e il conservatorismo di chi, dal centro o dalla sinistra, mira a conservare la propria rendita di potere.

    Ecco, è forse il caso i ricordare Milan Kundera, per cui «fino a qualche tempo fa i conservatori erano quelli che volevano conservare lo status quo. Ma improvvisamente lo status quo è entrato in movimento e scorre come un tapis roulant verso la modernità. Così anche i conservatori si muovono con esso. E i moderni veri sono costretti a essere antimodernisti». Il vero conservatore, per imitare Prezzolini, è allora l’anticonservatore. Perché sa tradire il passato pur di continuare a cercarla, la felicità.
    Il conservatore non cerca la felicità nè tanto meno "tradisce" il passato. Al contrario cerca il modo migiore per farlo rivivere nel presente e proiettarlo nel futuro.

    Alla fine che dire? Quelli di FareFuturo hanno un'idea distorta del conservatorismo politico e l'articolo in questione ha solo l'obiettivo di screditarlo agli occhi di chi non sa. Chi invece sa non abbocca e continua a dirsi fieramente CONSERVATORE.
    Ultima modifica di Florian; 17-03-10 alle 22:46
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    Predefinito Rif: Il vero conservatore è l'anticonservatore

    Ritratto perfetto, a mio parere, del neo-conservatorismo, che è quello a cui credo, anzi sono convinto, di appartenere. Può sembrare, quel "neo", un po' obsoleto o decisamente inopportuno, ma io credo che sia fondamentale. Anche nella forma i conservatori cambiano, oltre che nel contenuto. Il cambiamento, paradossalmente, è quello che ha sempre contraddistinto i conservatori dagli altri. Il fatto di stare al passo coi tempi ha sempre permesso ai conservatori di essere vivi e di essere conservatori. Questo continuo mutameto che ritorna in eterno ricorda un abbastanza la circolarità del tempo di Nietzsche e, io aggiungo, non a caso. Rimanere inchiodati al passato, a delle idee che diventanto inevitabilmente vecchie, passatemi il termine, è storicamente contropruducente. Il vero conservatore si è accorto di questo da secoli ed è sempre sopravvissuto cambiando ma rimanendo sempre coerente, scartanto cioè che è veramente vecchio, e mantenendo, di volta in volta, quello che c'è da mantenere vivo e puro ma che il confuso progressista cerca distrattamente di cancellare.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Il vero conservatore è l'anticonservatore

    Citazione Originariamente Scritto da dodoshady Visualizza Messaggio
    Ritratto perfetto, a mio parere, del neo-conservatorismo, che è quello a cui credo, anzi sono convinto, di appartenere. Può sembrare, quel "neo", un po' obsoleto o decisamente inopportuno, ma io credo che sia fondamentale.
    Penso invece sia sbagliato. Perchè dirsi neoconservatori (tralasciando il significato che negli USA assume oggi codesto termine) significa principalmente NON dirsi conservatori. Ovvero marcare le distanze da un conservatorismo che si confonde colpevolmente e con la reazione e col passatismo e con la gretta difesa dello status quo. Mentre i conservatori, sin dai tempi di Burke, hanno inteso "cambiare mantenendo".

    Anche nella forma i conservatori cambiano, oltre che nel contenuto. Il cambiamento, paradossalmente, è quello che ha sempre contraddistinto i conservatori dagli altri.
    Questo francamente è troppo. Il conservatore accetta suo malgrado il cambiamento. E cum grano salis. Non si può dire che il conservatorismo si contraddistingue per la volontà di cambiamento. O meglio, questo lo può dire solo Cameron le cui credenziali conservatrici sono dubbie.

    Il fatto di stare al passo coi tempi ha sempre permesso ai conservatori di essere vivi e di essere conservatori.
    Però, attenzione... Non è che il conservatore deve per forza stare al passo coi tempi. Non è un machiavellico intenzionato alla gestione del potere. Il conservatore ha a cuore la vita del corpo sociale. E se vede che questa è messa a rischio dalle novità non ci sta e punta i piedi. In tal caso ci sarà sempre chi gli griderà "Reazionario!", ma il conservatore non se ne curerà e tirerà dritto per la propria strada.

    Questo continuo mutameto che ritorna in eterno ricorda un abbastanza la circolarità del tempo di Nietzsche e, io aggiungo, non a caso. Rimanere inchiodati al passato, a delle idee che diventanto inevitabilmente vecchie, passatemi il termine, è storicamente contropruducente. Il vero conservatore si è accorto di questo da secoli ed è sempre sopravvissuto cambiando ma rimanendo sempre coerente, scartanto cioè che è veramente vecchio, e mantenendo, di volta in volta, quello che c'è da mantenere vivo e puro ma che il confuso progressista cerca distrattamente di cancellare.
    Vecchio non significa obsoleto. per Burke le Istituzioni più erano vecchie (per meglio dire, antiche) e più erano valide.
    Ultima modifica di Florian; 17-03-10 alle 23:35
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Il vero conservatore è l'anticonservatore

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Penso invece sia sbagliato. Perchè dirsi neoconservatori (tralasciando il significato che negli USA assume oggi codesto termine) significa principalmente NON dirsi conservatori. Ovvero marcare le distanze da un conservatorismo che si confonde colpevolmente e con la reazione e col passatismo e con la gretta difesa dello status quo. Mentre il conservatorismo, sin dai tempi di Burke, ha inteso "cambiare mantenendo".



    Il conservatore, appunto. Perchè allora volersi dire "neo"?
    Guardi il discorso, secondo me, è molto più complesso di quello che possa apparire. Probabilmente, diciamocelo e soprattutto poniamoci il problema, c'è grossa confusione sul termine neoconservatore. Io non ci vedo un NON dirsi più conservatore ma, e questo sì, un certo distacco dal conservatorismo più "radicale" se mi passa il termine. La distanza è netta ma non sono due mondi che si prendono a pugni. Mi spiego?

  7. #7
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    Predefinito Rif: Il vero conservatore è l'anticonservatore

    Grazie per aver tirato fuori Cameron, in fondo è proprio qui che si deve arrivare. Cameron è un personaggio scomodo ma assolutamente innovatore, per me guiderà il modello nei neo-conservatori nell'immediato futuro non solo in Inghilterra ma anche in altri Stati Europei. E' una realtà con la quale il conservatorimo si deve confrontare, per quanto difficile, per certi versi da digerire.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il vero conservatore è l'anticonservatore

    Citazione Originariamente Scritto da dodoshady Visualizza Messaggio
    Grazie per aver tirato fuori Cameron, in fondo è proprio qui che si deve arrivare. Cameron è un personaggio scomodo ma assolutamente innovatore, per me guiderà il modello nei neo-conservatori nell'immediato futuro non solo in Inghilterra ma anche in altri Stati Europei. E' una realtà con la quale il conservatorimo si deve confrontare, per quanto difficile, per certi versi da digerire.
    Caro dodoshady, visto che i conservatori sono una sorta di famiglia, sarebbe opportuno che ti presentassi e ci dicessi qualcosa di te, forumisticamente parlando.

    Negli ultimi tempi sono spuntati su questo forum nick mai visti e sentiti poi subito dileguatisi. Il più rilevante di questi è stato un certo "Antonio" attivissimo per 3/4 giorni e poi sparito nel nulla.
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Il vero conservatore è l'anticonservatore

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    La rubrica lessicale che ogni venerdì racconta una parola della politica

    Conservatori

    Se il vero conservatore è l'anticonservatore


    di Federica Colonna

    Il vero conservatore sa andare all’indietro perché, per andare avanti, bisogna qualche volta arretrare per prendere la rincorsa.
    Giuseppe Prezzolini, Manifesto dei conservatori.


    Definizione:
    aggettivo e sostantivo maschile
    1. Che o chi conserva
    2. Che o chi, in politica, sostenendo il valore della tradizione, si oppone a qualunque ideologia progressista, e mira a conservare le strutture sociali e politiche tradizionali
    3. Titolo di magistrati che in antiche corporazioni e in certi comuni dovevano curare l’osservanza degli statuti o avevano incarichi amministrativi (il nome è rimasto al Palazzo dei Conservatori, nella piazza del Campidoglio a Roma)

    Alcune parole funzionano. Attraggono l’attenzione come calamite, si piazzano al centro del pensiero, incastrate tra i neuroni del cervello, e catalizzano emozioni, diventano il perno, quasi in senso fisico, intorno al quale si costruiscono le opinioni e i punti di vista. Basta a volte una parola per costruire intere visioni del mondo.

    Le parole sono magiche, funzionano insieme in maniera quasi alchemica, sono la bacchetta di Mago Merlino, e chi sa usarle può trasformare il metallo in oro. Le parole sono come la pietra filosofale. Non è un caso che tra le discipline dell’alchimista oltre la matematica, l’astrologia e la fisica fosse annoverata anche la semiotica. Magia immaginaria, per usare un gioco, appunto, di parole. Insomma, alcuni termini si piazzano là, al centro della discussione pubblica e diventano vessilli, segni di riconoscimento, icone per le quali combattere battaglie, schierarsi, definirsi in un certo modo.

    Nella cultura politica ci sono alcuni termini, ad esempio, che hanno da sempre diviso e determinato certi modi di pensare e di essere. Una di queste parole è conservatore. È uno di quei termini caratterizzanti le diatribe politiche, che se si dovesse fare una tag cloud di tutte le pagine di giornale, delle dichiarazioni, dei discorsi di candidati vari, “conservatore” sarebbe al centro, magari accanto a “progressista”, scritto in carattere bold, bello carico. Perché è un termine utile, da manifesto elettorale: attiva le coscienze, le direziona ma, ahimè, verso il passato. Non tocchiamo la memoria, dice il conservatore, perché è il ricordo a insegnarci il futuro. Dipende, si potrebbe rispondere, dipende, infatti, direbbe anche Jarabe de Palo canticchiando. Infatti la parola conservatore, come d’altronde progressista, è un termine contenitore, magari storicamente caratterizzato, ma semioticamente vuoto, né buono né cattivo, né bello né brutto. Dipende da cosa si vuole conservare.

    Il termine conservatore è da riempire: come una scatola ci si mette dentro quello che si vuole. E conservatore è più o meno capiente come il vaso di Pandora, ci si può mettere tutto e il contrario di tutto. È un patchwork contenutistico, anche se chi si definisce conservatore una metafora del genere non la accetterebbe. Perché, di rigore, il conservatore è un po’ avvezzo a scandalizzarsi, a preferire i bei vecchi tempi, quando il patchwork al massimo era una coperta americana e, sinceramente, anche di cattivo gusto. Poco stile. Poi, si sa, i barbari sono calati e arrivando hanno scomposto un po’ tutto.

    «Arrivano da tutte le parti, i barbari. E un po' questo ci confonde, perché non riusciamo a tenere in pugno l'unità della faccenda, un'immagine coerente dell'invasione nella sua globalità. Ci si mette a discutere delle grandi librerie, dei fast-food, dei reality show, della politica in televisione, dei ragazzini che non leggono, e di un sacco di cose del genere, ma quello che non riusciamo a fare è guardare dall'alto, e scorgere la figura che gli innumerevoli villaggi saccheggiati disegnano sulla superficie del mondo. Vediamo i saccheggi, ma non riusciamo a vedere l'invasione. E quindi a comprenderla». Ecco, forse ha ragione Alessandro Baricco quando parla dell’arrivo dei barbari: forse i conservatori si mettono a guardare un particolare, vedono la perdita, ma certe volte non riescono a capire le mutazioni.

    Perché definirsi conservatore, come se fosse possibile esserlo sempre e comunque, è scegliere di non capire le contaminazioni. E oggi, davvero, a bordo del Galaxy della postmodernità, non è più possibile evitare di contaminarsi. Si potrebbe, in un certo senso, definirsi conservatori a pezzetti, di qualcosa di specifico, più un modo di comportarsi concreto e determinato, da mettere in atto una volta si e una no, piuttosto che un’etichetta con la quale presentarsi in società. Conservare, si può, il buono che c’è. Come sostiene anche Leo Longanesi: «Sono un conservatore in un paese in cui non c'è niente da conservare».

    Ecco, appunto: bando alle etichette, si conserva se c’è da conservare, altrimenti, revolution, come intimano i Beatles, cambiamo teste, cerchiamo di capire questo mondo qua e di portarci in tasca solo ciò di cui vale la pena. Solo i ricordi, i valori (attenzione! Altra parola contenitore), le competenze che davvero vanno infilate nella valigia del viaggiatore del tempo. Sì, perché il politico è essenzialmente un viaggiatore nel tempo ma con una sola direzione verso cui andare: il futuro. Ha con sé un bagaglio e dentro può metterci quello che considera utile, bello, emozionante, necessario. Ma non può scegliere di non viaggiare e restare fermo a una sola stazione.

    Anche Prezzolini ha in mente un’immagine del genere quando afferma che «il vero Conservatore ha rispetto piuttosto per il tempo che per lo spazio, e tiene conto della qualità piuttosto che della quantità». Il vero conservatore, insomma, è uno disposto a cambiare, perché ha qualcosa di prezioso da portare lungo il tempo e lo spazio: la libertà e la felicità, le uniche due forze di cui ci si può dire conservatori. Ma per realizzarle entrambe è necessario mutare durante il viaggio, solo così è possibile conservare il bello, rinnovarlo, stupirsi sempre di fronte al suo comparire.

    Altrimenti il rischio è mettere sotto spirito la vita, rimpiangere un’eterna giovinezza che poi, si sa, passa, ed è ridicolo vederla violentata in lifting da enormi cicatrici dietro le orecchie. La grammatica cognitiva della politica deve mutare al cambiare dei tempi e se proprio qualcosa vuole conservare, sia allora la ricerca della felicità.

    Ecco, è forse il caso i ricordare Milan Kundera, per cui «fino a qualche tempo fa i conservatori erano quelli che volevano conservare lo status quo. Ma improvvisamente lo status quo è entrato in movimento e scorre come un tapis roulant verso la modernità. Così anche i conservatori si muovono con esso. E i moderni veri sono costretti a essere antimodernisti». Il vero conservatore, per imitare Prezzolini, è allora l’anticonservatore. Perché sa tradire il passato pur di continuare a cercarla, la felicità.

    29 gennaio 2010


    Ffwebmagazine - Se il vero conservatore è l'anticonservatore
    Il conservatore non tradisce mai il passato; con esso, diciamo così, ha costantemente un buon rapporto, se per "passato" intendiamo l'insieme delle tradizioni trasmesse dagli avi, in grado di sostenere per secoli la nostra civiltà. Il conservatore guarda al passato per trarre degli insegnamenti sempre validi, al limite adattabili al contingente, al presente, ma in un'ottica di equilibrio, di armonia, non di "slancio" in avanti foriero di fratture e tensioni eccessive. A costi di dissentire da Prezzolini, io credo che un conservatore non debba effettuare mai alcuna rincorsa, con un'unica eccezione, quando cioè lo status quo è guasto sin nelle fondamenta a causa degli effetti deleteri del progressismo e del paradigma della modernità. Allora sì, giocoforza il conservatore deve favorire un processo di ritorno dei valori antichi, poggiati - ad esempio - sul rispetto dell'autorità, della gerarchia, dell'ordine naturale. Ma la reazione totale è esclusa, perchè lo stavolgimento, ovvero la rivoluzione, lo stacco netto e reciso, è sempre apripista per il radicalismo e dunque per il caos.
    Quanto affermato nell'articolo di FareFuturo va dunque rigettato come una sorta di "eresia" (parola forte, ma quando ci vuole...): è fuorviante sostenere che un conservatore debba obbligatoriamente accettare di immergersi nella contaminazione, perchè non ci sono alternative, "perchè è così, e basta, e nessuno può farci nulla". Chi accetta questa logica si arrende senza colpo ferire al modello progressista. L'elogio della contaminazione, del "multi", del mescolamento forzato, francamente non ci appartiene.
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 19-03-10 alle 19:27

 

 

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