Risultati da 1 a 3 di 3

Discussione: Tutto " Deviato "

  1. #1
    Moderatore
    Data Registrazione
    19 Feb 2007
    Messaggi
    5,316
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Tutto " Deviato "

    Venerdì, 05 Ottobre 2007 - 20:14
    Massonerie “deviate”, servizi “deviati”, istituzioni “deviate”, multinazionali “deviate”,poteri finanziari “deviati”,
    politica “deviata”, comitati d’affari “deviati”…
    Ma chi comanda in Italia?
    di Giorgio Bongiovanni


    Tre fatti apparentemente senza alcun collegamento.
    Il pm De Magistris indaga su colossali comitati d’affare che vede coinvolte politica, magistratura, massoneria, servizi segreti, mafia e si ritrova solo, attaccato e persino minacciato da un provvedimento di trasferimento per motivi disciplinari. L’oligarchia trasversale del malaffare difende se stessa e come da copione isola per poi eliminare l’elemento eterogeneo che disturba la sua proliferazione infetta.
    Dopo 15 anni di indagini finalmente la Commissione parlamentare antimafia ha deciso di aprire un’inchiesta sulla strage di via D’Amelio e sulla presenza inquietante dei servizi segreti “deviati” sul luogo della tragedia e sulle possibili complicità esterne all’organizzazione. Giuffré, il collaboratore di giustizia più vicino a Provenzano, spiega che prima di procedere il vecchio padrino fece fare ai suoi un sondaggio presso gli ambienti a loro attigui per “tastare il polso”, per saggiarne le reazioni. Sentirono quindi politica, massoneria, servizi deviati ecc… e il boss ne fu poi soddisfatto.
    L’elemento eterogeneo in questo caso è stato già eliminato e in modo tale che non possa più nuocere.
    Matteo Messina Denaro, l’altro capo di Cosa Nostra, vive rintanato nella provincia trapanese e scambia pizzini colti con l’ex sindaco di Castelvetrano, già condannato per traffico di stupefacenti, ora in forza al Sisde per cercare di incastrarlo. E’ deluso il giovane capo sanguinario che partecipò all’organizzazione delle stragi in continente del ’93, stufo di questa classe politica: “uno Stato che tratta con i delatori (i pentiti) non ha dignità e io non tratto con uno Stato così, uno Stato debole”.
    In una evidente posizione di debolezza a causa dell’incredibile (considerati i mezzi) azione di repressione delle forze dell’ordine inveisce definendo i maggiori esponenti come dei “Torquemada che hanno compiuto un Golpe-bianco”, perché hanno avuto l’ardire di mettere in discussione patti secolari che la vecchia mafia del suo famigerato padre ha sancito con tutti i poteri che si annidano in questa punta di Sicilia: politica, massoneria, servizi deviati ecc…
    Tuttavia non si dà per vinto, è pur sempre un capo, idolatrato e potente.
    “Non è ancora finita la mia missione sulla terra, ho ancora tante cose da dire” (…) E minaccia: “ancora si sentirà molto parlare di me, ci sono ancora pagine della mia storia che si devono scrivere. Non saranno questi “buoni” e “integerrimi” della nostra epoca, in preda a fanatismo messianico, che riusciranno a fermare le idee di un uomo come me. Questo è un assioma”.
    Chiunque siano gli elementi eterogenei che ha in mente, sappia, Matteo Messina Denaro, che non fa paura.
    Prima o poi i suoi protettori, dopo averlo usato, lo getteranno poiché non sarà più funzionale ai loro scopi. Diventerà un altro ergastolano tra i tanti. Purtroppo però, fino a quando non verranno recisi quei patti secolari di cui sopra saremo sempre costretti ad avere a che fare con i Denaro, i Riina, i Provenzano ecc…
    Giorgio Bongiovanni
    http://www.antimafiaduemila.com/modu...ode=thread&ord

    Forse è l'ora di iniziare a recidere...con i contraenti dei patti !

  2. #2
    Registered User
    Data Registrazione
    20 Feb 2006
    Località
    Palermo
    Messaggi
    308
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Qui è tutto marcio.

  3. #3
    Moderatore
    Data Registrazione
    19 Feb 2007
    Messaggi
    5,316
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito La zona grigia

    La zona grigia Paolo Izzo - pizzos2@yahoo.it sabato 06 ottobre 2007 Intervista a Vincenzo Ceruso. Nel libro Le sagrestie di Cosa nostra – Inchiesta su preti e mafiosi lo scrittore palermitano descrive il filo rosso che lega la Chiesa all’organizzazione criminale, tra omertà e collusione.

    Frati con la lupara, sacerdoti che durante l’omelia sbeffeggiano i pentiti di mafia, alti prelati che negano l’esistenza di Cosa nostra o non vedono differenze tra una strage mafiosa e l’aborto. Cecità e omertà, quando non vera e propria collusione con la mafia, sembrano caratterizzare una parte del corpo ecclesiastico siciliano ancora oggi. A raccontarlo in un libro (Newton Compton, 9,70 euro) dal titolo Le sagrestie di Cosa nostra. Inchiesta su preti e mafiosi, non è un anticlericale sfegatato, bensì un credente cattolico, da anni studioso della criminalità mafiosa, Vincenzo Ceruso, laureato in filosofia, già ricercatore presso il Centro studi gesuita Pedro Arrupe, impegnato nel volontariato a Palermo.

    Ceruso, se un tempo si parlava della mafia come di uno Stato nello Stato, oggi lei sostiene l’inclinazione di Cosa nostra a muoversi come una Chiesa nella Chiesa. Ci spiega meglio?
    La strumentalizzazione della religione non la scopro io: fin dalle sue origini la mafia ha utilizzato simboli, linguaggio e tradizione della Chiesa per consolidarsi al suo interno e trasmettere un’immagine di sé alla popolazione. Cosa nostra usa la religione come collante con la società civile perché i mafiosi non sono degli emarginati. Medico, avvocato, uomo politico, oltre che killer o mandante, in Sicilia il mafioso è il vicino di casa. Ed è anche un cattolico, che tenta di insinuarsi nel tessuto ecclesiale, spesso con successo, a partire dalle confraternite.

    Lei racconta che ce ne sono circa 230, con ben 20mila confrati, nella sola Palermo e che nel 2005 il Comune ha stanziato 3,5 milioni di euro per feste religiose di ogni tipo.
    È dimostrato che queste associazioni, pur esprimendo una devozione popolare di tutto rispetto, in certe zone sono facilmente permeabili a infiltrazioni mafiose, così come avviene per altri strumenti ecclesiali, basti pensare agli affari che girano intorno ai cimiteri, alle Opere pie. Non è tanto per i soldi, perché quelli li fanno soprattutto con altre attività, quanto per un fatto di consenso sul territorio che diventa anche consenso politico, da barattare nel momento in cui ci sia l’interlocutore giusto. Il fatto principale è l’ansia di “rispettabilità” che muove il mafioso.

    Nel suo libro c’è anche la denuncia di un percorso inverso di connivenza: da un lato Provenzano che usa la Bibbia, dall’altro i molti ecclesiastici che si lasciano usare dai mafiosi.
    Anche se si è molto parlato di un “codice Provenzano”, sono ancora soltanto ipotesi. Quello che si può dedurre dalla lettura dei “pizzini” è che la Bibbia viene utilizzata come una grammatica elementare per la gestione del potere; per codificare un’autorità, sia all’interno che all’esterno. Perché la mafia è anche una comunità politica e come tale ha bisogno di un alfabeto del potere. Poi, come diceva Falcone, entrare nella mafia equivale a convertirsi a una religione. Mafia e religione hanno la stessa dimensione totalizzante.

    E anche un’idea simile di trascendenza. Penso alla storia di Ciccio Pastoia, suicida in carcere per aver tradito la fiducia del suo boss, e all’onta che lo segue fin dopo la sepoltura, con la profanazione del suo loculo. Lei lì si chiede: “Quale altra organizzazione di malviventi si preoccupa del destino trascendente dei propri membri?”.
    L’ultima giustizia, l’ultima parola deve essere quella dell’Organizzazione. E c’è una volontà di legittimare le azioni criminose con una finalità trascendente. Il problema è che per il mafioso la vera giustificazione, la vera chiesa è in Cosa nostra. Per tornare a come si ponga la Chiesa rispetto a tutto ciò, bisogna considerare che la mafia ha un radicamento secolare in Sicilia. Occorrerebbe una “cultura”, per poter opporsi, che soprattutto in passato è mancata.

    Lei ricorda la strage mafiosa del 1963, quando fu la Chiesa valdese a prendere le distanze per prima. Quella cattolica arrivò invece in colpevole ritardo.
    La Santa sede richiamò il cardinale Ruffini, allora arcivescovo di Palermo, perché intervenisse a “dissociare la mentalità della cosiddetta mafia da quella religiosa”. Il problema oggi è quasi lo stesso. Ci sono segnali di speranza dalla società civile e dalla Chiesa stessa, ma rimane quanto detto dal giudice Roberto Scarpinato: senza una zona grigia nella società la mafia sarebbe già stata sconfitta da tempo.

    La zona grigia della Chiesa sono dunque le sagrestie?
    Sì, innanzitutto come luogo dove persone non direttamente affiliate alla mafia la favoriscono in qualche modo. Ma anche luogo fisico, dove i mafiosi utilizzano strumentalmente i sacramenti: se un capomafia fa da padrino di battesimo, da testimone o si sposa, istituisce un’alleanza militare e giuridica con un’altra famiglia. Si dovrebbe indagare meglio su come, attraverso i sacramenti, cambiano per esempio i traffici di droga. Secondo me ciò non è sufficientemente percepito in ambito ecclesiale, perché sfugge la vera dimensione del fenomeno. L’affinità della mafia con la Chiesa è anche nell’essere una miscela di arcaismo e di modernità. Non destinata a scomparire con colletti bianchi e giochi in Borsa. La mafia esiste perché esiste una ritualità che le consente di perpetuarsi e trasmettersi nel tempo e nel territorio, di generazione in generazione.

    A chi ha dedicato il suo libro?
    A don Pino Pugliesi. Ho avuto l’onore di conoscerlo quando insegnava nella mia scuola, prima di trasferirsi a Brancaccio. La Chiesa di padre Puglisi è quella che amo io. Il suo messaggio va oltre la Chiesa, perché è il messaggio di un uomo libero che non si piega di fronte al potere mafioso. Un uomo disarmato e non violento che usa solo la parola, la cultura per ribellarsi a un sistema. Il fatto che sia morto, per l’eredità che ha lasciato in questa città, non ne segna la sconfitta. La mafia non uccide in modo gratuito; lo fa quando percepisce qualcuno come un pericolo per se stessa. Padre Puglisi l’ha ucciso perché ne aveva paura.
    Questo articolo è stato pubblicato sul numero 40. di Left in edicola dal 5 ottobre
    http://www.resistenzalaica.it/index....d=523&Itemid=1

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 38
    Ultimo Messaggio: 25-11-13, 12:45
  2. Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 25-09-06, 22:26
  3. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 15-07-06, 14:59
  4. Giuliani, l'altra verità: "Il proiettile non fu deviato"
    Di Roderigo nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 30-07-02, 16:31

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito